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 9. CANZONI E TESTI

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Tutti le hanno ma nessuno le prende sul serio: canzoni che hanno lasciato una impressione indelebile sulla nostra mente, che ci hanno aiutato a crescere, che appartengono alla nostra vita insieme ad altri importanti eventi e che, guardando indietro, sembrano diventate parte non solo della nostra storia ma della storia del nostro tempo.

Non si tratta di belle canzoni. Ritengo che le canzoni di cui sto per parlare siano belle canzoni ma ne parlerei comunque anche se non lo fossero. Sono semplicemente canzoni che mi piacciono. E’ quello che significano per me che conta e non mi interessa se sono innovative, ben costruite o hanno o non hanno grande importanza. Per alcuni sarebbe The Archies (“Sugar, Honey, honey…”).

Siccome in realtà non posso parlare di canzoni – le canzoni sono musica, le si ascolta, non se ne parla – prendo qui in considerazione canzoni con testi, ossia parole che dicono qualcosa, non semplicemente rime.

E non voglio parlare di significato. Chi lo sa che cosa significano quelle parole? La gente le ascolta e ha interessanti dettagli da raccontare sulla vita del compositore, sulle persone cui alludono, sui riferimenti alla cultura letteraria o pop. Ma quando si viene al dunque la canzone, e la canzone nel suo insieme – le parole, la melodia, gli accordi, il cantante e il momento in cui l’hai sentita – entra nella tua vita a un livello inconscio. Ricordo di aver letto qualcosa che Picasso ha detto parlando dei suoi quadri: “ la gente mi chiede cosa significano e io non ne ho la più pallida idea. Semplicemente li dipingo. Se sapessi cosa significano farei conferenze e non userei mai un pennello. Il significato è qualcosa che viene dopo, a volte anni dopo. Se ho fatto bene il mio lavoro il mio quadro dovrebbe stimolare nell’osservatore l’avvio di un processo che alla fine lo cambierà. Tutto qui.” (se Picasso non ha mai detto queste parole bé avrebbe dovuto farlo).

Skin deep
Anniq
http://www.youtube.com/watch?v=AiuGpXFRBtQ (versione di Natasha Thomas, alquanto simile a quella originale di Anniq. Ho sentito prima la versione di Anniq, perciò penso che sia migliore, sapete come succede). Suppongo che sia Annie Q.

Skin Deep è uscita nel 2002 e aveva tutto, ottime scrittura e produzione di Jiant in GB, melodia che ti prende, eccellente esecuzione di Anniq. E non ha venduto. Un buon modo di ricordare che il talento non significa molto nella musica pop e che il 90% degli artisti e dei loro fans scompare silenziosamente. Ciò che importa nella musica pop è l’esuberanza, senza contare che la maggior parte dell’industria discografica in America è controllata da quattro compagnie, quindi i sostentori britannici non hanno molte chance.

Era un segno dei tempi. La musica pop (e in realtà la maggior parte della cultura umana) riguarda il sesso. Di solito alle donne è stato affibbiato il ruolo di oggetto, sono state adorate a distanza e convinte che il cantante era sincero. Ora le donne stanno rispondendo a gran voce anche nel mercato protetto degli adolescnti dove i cantanti pop sono‘modelli di comportamento’ come Jennifer Lopez o chi per lei. E sembra che il messaggio sia ‘basta con le balle’. E’ la battaglia dei sessi in cui le donne negoziano un rapporto mentre gli uomini negoziano il sesso, e ora li troviamo entrambi. Quando l’ho sentita per la prima volta mi occupavo di una giovane adolescente. Voleva fare la cantante. L’ho convinta a imparare le parole di questa canzone, e ad ascoltarne le sue varie esecuzioni. La canzone è un esempio di come funziona la musica pop. Ogni elemento, parole, melodia, accordo, produzione, voce: tutto di livello superiore alla media, nessuno straordinario. Ciò che rende questa canzone speciale è la combinazione di elementi, il fatto che ogni componente forma un unicum con gli altri. Sì, è musica da ballare per il mercato adolescenziale del giorno ma questa ti prende mentre molta altra giace impolverata sugli scaffali del museo della musica pop.

Repulj Madar Repulj (Fly, Bird, Fly)
Muzsikas e Marta Sebestyen

Si tratta all’origine di una canzone d’amore in cui l’amante lamenta l’assenza dell’amata e vorrebbe essere un uccello per volare da lei prima che la gioventù lo abbandoni. Qui, in un album del 1986, diventa una canzone politica sull’ingiustizia e la perdita di libertà ed è cantata e suonata con forza e passione da i Muzsikas. Il glorioso impero ungherese di 1000 anni fu alla fine distrutto dopo la prima guerra mondiale e poi seguito da quarant’anni di governo repressivo comunista. I Magiari di quel periodo sapevano quanto fosse preziosa la libertà. La mancanza di scelta che l’occidente conosce è molto più insidiosa, esercitata attraverso mezzi economici.

Marta Sebestyen è nota fuori dell’Ungheria soprattutto per la sua esecuzione con il duetto francese Deep Forest il che non è forse il modo migliore per apprezzare sia la sua esecuzione che la qualità della sua voce. Qualunque elenco delle migliori voci di tutti i tempi dovrebbe comprenderla (e Amália Rodriguez e Maria Callas… ma torniamo al punto). Canta con meravigliosa limpidezza e grande espressività e ha una certa inflessione vocale tipica delle migliori cantanti di blues. Ecco un esempio di quanto poco il significato di una canzone aggiunge al suo effetto dato che io rispondo sempre emotivamente alla voce di Marta Sebestyen senza comprendere una parola di quello che sta cantando. In un modo o nell’altro so cosa vuol dire. I Muzsikas sono sulla breccia dagli anni settanta, figure importanti che hanno dato vita alla musica folk dell’Europa centrale. In questo brano notate soprattutto il mandolino e l flauto lungo e l’introduzione del basso elettrico, elemento che personalmente apprezzo molto. E’ come uno schiaffo in faccia e mi fa venire i brividi alla schiena. Quando ho cominciato a interessarmi alla cosiddetta ‘musica del mondo?’ negli anni novanta, questo è il brano che mi ha fatto sentire ritmo, soul, e (strano a dirsi) etica.

Desolation Row
Bob Dylan
htto://www.youtube.com/watch?v=AaXhe2fOYFE

La migliore canzone di Bob Dylan, una di quelle poche che hanno cambiato la cultura popolare della metà degli anni sessanta e creato il mondo in cui viviamo oggi. Mi piace molto il pezzo dell’armonica, non sapevo che Dylan la sapesse suonare così bene, mi sono sempre chiesto perché portasse quel cordoncino intorno al collo. Sì, le parole sono veramente toccanti, e mi chiedo perché ogni volta ascolto la canzone e poi arriva l’armonica e mi fa perdere il controllo tanto che non riesco a pensare per almeno 60 secondi.

Parliamo di ciò che è importante. Questa è una canzone piena di quelli che chiamo riferimenti: nomi, a volte situazioni, che creano associazioni mentali, alcune più di
altre dipendendo dalla cultura personale. Comincia a Hibbing nel Minnesota, e Bobby e Lady si guardano intorno e non vedono se non stupidità e corruzione. Poi c’è gente che soffre di brutti casi di autoillusione: Cenerentola, Romeo. Perfino il migliore, il buon Samaritano, ignora ciò che è sbagliato, sta andando a far baldoria mentre altri discutono semplicemente sul tempo. Solo il poeta vede:
“Ora la luna è quasi nascosta
Le stelle cominciano a sparire”
Perfino gli eroi culturali del poeta cominciano a perdere significato: Ofelia (e Amleto e Shakespeare), Einstein, Casanova, Kafka, T.S.Eliot, Ezra Pound tutti soccombono a una sorta di specchio distorcente dove l’unica figura reale è il minaccioso Dr. Filth. Poi arriva l’ospite, con i suoi pettegolezzi sulle persone una volta conosciute, ora in un certo modo non rilevanti. La canzone termina in una protesta, segnalata dall’assolo aspro dell’armonica. Se vuoi parlarmi, parlami dalla realtà, da questo folle luogo dove la gente è corrotta, illusa, inutile, spinta da un interesse personale e con cui dobbiamo trattare.

Alcuni ritengono importante il fatto che a un certo punto Bob Dylan abbia preso un filo attaccato alla chitarra e lo abbia collegato a una presa elettrica: abbandonare il movimento folk e di ‘protesta’che era acustico, ed entrare nell’ elettrico e inventare il rock. Il che non spiega perché questa sia la migliore canzone di protesta mai scritta.

Grazie a Charlie McCoy e Mike Bloomfield alle chitarre sembra anche una cantata di Bach. Per non parlare di Bob Dylan all’armonica che la fa sembrare la Marseillaise.

Suzanne
Leonard Cohen
cantata da Nina Simone

http://www.youtube.com/watch?v=DtOKYXYStmU live Rome 1969
http://www.youtube.com/watch?v=T3B0iJQcXmk album 1969
Si tratta di due versioni, una dal vivo con accompagnamento di una chitarra ipnotica e batteria che è così intenso che le parole della canzone entrano a un livello quasi sublimale ed eccitano le vostre emozioni non il cervello. L’altra è la versione eseguita in studio con Nina che suona al piano un contrappunto di tre note per battuta. Se fosse necessario ecco una prova (ascoltate entrambe le versioni) che Nina Simone è una delle maggiori interpreti di questa canzone.

Leonard Cohen è un grande poeta/esecutore. Da quando viveva in povertà a Kalymnos e fu incoraggiato da poveri amici in esilio, George Johnston e Charmian Cliff, a tornare in Canada e dedicarsi all’incisione di dischi non ha mai smesso di evolvere come scrittore in grado di esprimere una visione unicamente spirituale dei rapporti sessuali. Suzanne è forse la sua canzone più conosciuta e risale allo stesso periodo di Desolation Row e anche questa è prodotta da Bob Johnston.
Ecco una canzone d’amore per Suzanne con in mezzo un verso su Gesù, e l’importanza di dare per ricevere salvezza. Se l’amore dà comprensione, la comprensione porta amore? E’ una domanda cui dà risposta il primo verso
“e ti nutre di tè e arance che arrivano dalla Cina” e poi di seguito “ti porta sulla sua lunghezza d’onda e lascia il fiume rispondere”. Niente di questo ha senso in termini di mere parole bensì come descrizione di ciò che succede tra le persone. E’ esattamente così. E il poeta guarda oltre “tra la spazzatura e i fiori” e vede cose mai viste prima.

Non resisto a Nina Simone e la sua versione mi ha sempre emozionato più di quella di Cohen. Sembra che lei ricrei le canzoni che canta che diventano sue come in un certo modo fa Tom Thumb’s Blues nella sua versione tormentata nello stesso CD (To Love Somebody). Più che una cantante o esecutrice Nina Simone era una che aveva un cuore grande e il mondo è un po’ più povero senza di lei.

Madame George
Van Morrison

Nel 1968 Van Morrison ebbe a New York l’opportunità di sciogliere un precedente contratto che non lo stava portando da nessuna parte. Registrò un album dal titolo Astral Weeks in tre sessioni e si ritrovò al punto di partenza, senza un soldo per comprarsi da mangiare. L’album non fece ala minima impressione su nessuno e non vendette così Morrison diventò più commerciale e compose materiale di tipo pop maggiormente di successo. Oggi è considerato uno dei maggiori scrittori ed esecutori/artisti della storia della musica popolare. Per un po’ fu toccata e fuga.

Ho ascoltato Madame George per la prima volta nel 1970 mentre mi trovavo a casa di un amico a Canberra per un festival folk che si teneva all’università. Eravamo in sei accampati sul pavimento. Rimanemmo in piedi tutta la notte e qualcuno mise Astral Weeks sul giradischi. E’ rimasto dentro di me da quel momento. La prima cosa che ho notato non è stata la voce, è stato il basso. Il gruppo era composto da prominenti musicisti jazz che suonavano accordi jazz mentre il cantante cantava soul. Era una cosa particolare da fare e nessuno l’ha fatto da allora. Potete immaginare come si sentiva Van Morrison. Era molto, molto lontano da casa, un cantante rock fallito, era con le spalle al muro. Deve aver tirato fuori ogni rimorso, amarezza ma anche nostalgia e desiderio di ciò che conosceva. La canzone circolava già da un pezzo, l’aveva perfino registrata prima, ma questa volta diventava una canzone d’addio alle cose con cui era cresciuto, che conosceva e pensava di aver perduto.

C’è molta potenza nella sua voce che a volte è forzata fino al limite, equivalente, in tono, a quella di un sassofono (uno strumento come l’armonica e la chitarra di cui Morrison era maestro). Consolida tutto il doppio basso e, nella maggior parte dei pezzi, una delle più belle esecuzioni al flauto che abbia mai sentito. La chitarra acustica suona per la maggior parte del pezzo e un quartetto d’archi (sovraregistrato) accresce in modo incommensurabile il sentimento di nostalgia. Le parole sono piene di riferimenti indecifrabili a luoghi e gente di Belfast ma il tema è cristallino:

Quem de nos dois
Ana Carolina

http://www.youtube.com/watch?v=O3kAEF79sEE (studio)
http://www.youtube.com/watch?v=HqDKX2JFMm8 (alive)
Ana Carolina, il maggior incentivo per andare in Brasile per chi voglia imparare il portoghese, copre l’ambito poco esplorato, almeno nella canzone pop, di ciò che rimane dopo la fine di un amore. Dolente riconoscimento del potere che qualcuno che hai amato ha ancora su di te, conoscenza di te stesso che ammette di non voler lasciar andare mentre si accorge che deve e una triste consapevolezza del tuo amante e dei suoi modi dissimulatori che non riescono più a influenzarti. Negli anni novanta un amico mi ha introdotto alla musica brasiliana e ascoltandola mi è diventato sempre più chiaro che non si trattava di cultura storica ma che grandi artisti stavano emergendo continuamente. Ana Carolina ha inciso il primo CD nel 1999, questa canzone risale al 2000, ed è andata avanti fino a diventare una grande cantante/cantautrice con una successione di dischi primi nelle classifiche in Brasile. Ho seguito la sua carriera amando ogni pezzo che ha composto. Quem de nos dois, dal secondo CD di Ana Carolina Ana Rita Joana Iracema e Carolina è ancora il mio preferito. L’esecuzione dal vivo mostra che lo è anche per i brasiliani che conoscono il testo a memoria.

Che voce ha questa donna, registro basso, potente, e un controllo tale da far pensare alla tecnica di una cantante d’opera! Ana Carolina è anche un abile chitarrista e (apparentemente anche una buona batterista). Sul palcoscenico è una esecutrice WYSIWYG (acronimo inglese per ‘what you see is what you get’, ‘quello che vedi è quello che ricevi’), producendo senza apparente sforzo lo stesso suono che ottiene sul disco (risultato non così comune oggigiorno). Le tre principali tradizioni della musica brasiliana sono il country, il samba e la MPB e quest’ultima è quella che suona Ana Carolina. Lei sarebbe una star in qualunque cultura.

Eleanor Rigby
Paul McCartney

Non l’hanno fatta tutto da soli, hanno fatto la loro parte Brian Epstein, George Martin, Bob Dylan, Harold Wilson and Mick Jagger insieme a un’altra dozzina. I Beatles hanno gettato una bomba su ciò che coloro che erano interessati pensavano si poteva fare nella musica popolare e hanno mandato in fumo quelle idee. Il pop non è mai più stato lo stesso da allora. Qui le star sono Paul McCartney che scrive, canta, suona la chitarra e fa le parti vocali di supporto e George Martin che sonorizza un quartetto d’archi, fa l’adattamento e incanala le voci dei Beatles per creare un’unica elettronica, qualcosa che si potrebbe creare solo in uno studio di registrazione. Che farebbe George ora quando il suono può essere creato e armonizzato nota per nota e decibel per decibel su un computer?

Ricostruire vite dalla lettura delle iscrizioni su una tomba a Londra e trasformarlo in una meditazione sugli effetti dell’isolamento era un salto plausibile per Paul che poteva sentirsi isolato nel mezzo di tutta l’adulazione. Produrla con l’appoggio di un quartetto sullo stile di Brahms, è stato più audace e ha mostrato il credo che i Beatles potevano vendere qualunque cosa. Potevano e lo facevano. Questa è una pietra miliare nella storia della musica popolare. E’ unica nonché una delle canzoni più iimportanti mai registrate. La musica dei Beatles non mi è mai sembrata priva di contenuti ma forse mi sbaglio.

The Green Fields of France
Eric Bogle
cantata da Finbar Furey

La migliore canzone di protesta, perché non biasima nessuno. Lamenta la distruzione non solo della vita ma di tutto ciò che essa ha di più nobile gli ideali, il coraggio, la cavalleria e l’abnegazione. Perché abbiamo bisogno di uccidere per tirar fuori il meglio negli uomini? Ogni soldato se lo deve chiedere. E’ triste, triste che nessuna guerra combattuta abbia avuto effetto sul futuro o sulle condizioni in cui vivono gli esseri umani. Gli umani fanno la guerra perché è il migliore dei profitti ma anche perché si sentono orgogliosi della loro forza e della loro capacità di sopravvivenza. L’ironia è che abbiamo raggiunto uno stadio in cui è impossibile sopravvivere a una guerra, indipendentemente dal coraggio del soldato. E quando una vita si spegne come appaiono fragili le passioni che le hanno dato significato

La prima volta che ho ascoltato questa canzone in un CD dell’ Irish Folk Festival mi hanno colpito sia la voce che il suono dello strumento di Finbar Furey. There’s a lamento nel CD che è ancora uno dei miei preferiti. Seguitene l’intonazione della voce e coglierete ogni sfumatura dei significati di Eric Bogle. E’ una canzone che dovrebbe essere cantata da entrambi i fronti prima di ogni battaglia.

They Can’t Take That Away from Me
George e Ira gershwin
Fred Astaire

Fred Astaire è stato molto più di un cantante. Non intendo dire che era un attore e un ballerino ma che ha ispirato grandi compositori come i Gershwin, Cole Porter e Irving Berlin a comporre alcune delle loro migliori canzoni per lui per il suo stile. Era più un loro collaboratore. E Ginger Rogers era molto, molto più della persona cui le cantava. Guardate la clip è vedrete che lei è quella che rende la canzone così efficace e tutto con l’espressione del viso. Che artista.

La grande era della composizione di canzoni degli anni trenta in America contrasta fortemente con il periodo rivoluzionario degli anni sessanta quando nacque la cultura pop moderna. Negli anni trenta si trattava ancora di storie d’amore in quanto c’era stata una guerra mondiale devastante, il crollo della borsa e una Grande Depressione e tutto aveva bisogno di essere dimenticato. Negli anni sessanta ci fu la paranoia sulla Guerra Fredda e le guerre in Vietnam che seguirono le guerre in Crimea ma la gente non era disperata. I diritti civili, l’emancipazione delle donne, gli hippies, l’uso diffuso delle droghe e il movimento per controllare le posizioni chiave dell’industria della musica da parte di giovani ‘emancipati’ si risolse in un grande cambiamento in ciò che veniva prodotto e su come veniva immesso sul mercato, e una generazione di cantanti/cantautori si affacciò in prima linea. Che bello tornare indietro. Era altrettanto complicato allora ma George, Ira, Fred and Ginger lo fecero sembrare molto semplice.

E io trovo ancora Fred Astaire e Ginger Rogers irresistibili.

Ecco alcune delle canzoni che amo e i testi che considero ancora significativi e perché. E’ un elenco strano, le canzoni che si sono fatte strada nella mia vita sono diverse come il giorno e la notte ma scommetto che succede lo stesso alla maggior parte della gente. Ce ne sono molte altre ma di alcune non sono riuscito a trovare i testi, di altre semplicemente non sarei stato in grado di scrivere. In nessun modo potrei descrivere la musica classica per esempio e i testi in altre lingue costituiscono una difficoltà. Fin qui è stato un bel viaggio.

©2012 Translation copyright Gianna Attardo.

8. RISVEGLIARE IL SENSO DI MERAVIGLIA

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Vi è capitato da ‘adulti’ di essere colpiti da certe storie per bambini? (invecchiare è obbligatorio; diventare adulti è un’opzione). Alcune sono per me indimenticabili e non riesco a decidere se sono solo un immaturo o se alcuni libri per bambini non sono soltanto tali e toccano una qualche zona di consapevolezza che ci portiamo sempre dentro nel nostro procedere nella vita.

Avete mai notato che le grandi storie (per bambini) sono iniziate come racconti? “
Alice’s Adventures Under Ground (Alice nel paese delle meraviglie) era un racconto (e poi un libro illustrato) fatto da Dodgson per Alice Liddell; The Story of Dr Dolittle (La storia del Dr Dolittle) era in origine lettere scritte da Lofting ai figli mentre era al fronte nella seconda guerra mondiale e poi elaborate in una storia continua narrata la sera prima di dormire; Richard Adams ha iniziato Watership Down (La collina dei conigli) durante gite in macchina per la campagna inglese in compagnia dei figli; Kenneth Grahame ha scritto The Wind in the Willows (Il vento tra i salici) per suo figlio mentre passeggiavano lungo le rive del Tamigi. Stiamo ripetendo qui un tipo di comunicazione più primitiva e pre-letteraria, un modo orale sull’esempio dell’Odissea e di altri racconti epici? Le storie per bambini possono a volte avvicinarsi alla statura del mito?

Ecco le storie che sono state più importanti per me. La mia scelta è ovviamente datata, e spero di suscitare la vostra simpatia a riguardo. Mi sono fermato nel tempo.

Alice’s Adventures Under Ground di Lewis Carroll è nato come una storia raccontata dal trentenne pastore, matematico, inventore, fotografo e poeta Charles Dodgson ad Alice Liddell di dieci anni e a sua sorella durante una gita in barca nel 1862. A causa della presenza di sei foto di nudi, Dodgson (scattò migliaia di foto su vari soggetti, il rapporto di Dodgson con le bambine è stato oggetto di grande attenzione sollevata da persone che si rifiutano di riconoscere che la pedofilia è un malfunzionamento emotivo e non può essere dimostrata in artefatti neutri come le foto. Uno sguardo a una di queste è sufficiente a disconoscere tali pretese o anche a iniziare una caccia alle streghe/analisi dei putti dell’arte del Rinascimento per i quali i bambini posavano nudi ed erano alla mercé sessuale di pittori quali Michelangelo. Dodgson aveva amici tra i pre-Raffaelliti e al pari di Conan Doyle i suoi interessi spaziavano dalla logica e la deduzione allo spiritualismo.Era interessato alla logica e parimenti all’antilogica (molto la stessa cosa). Qui era il suo legame con i bambini che amano portare la logica a estremi ‘irrealistici’. Se siete genitori capirete cosa voglio dire. Il coniglio bianco, Lo stagno delle lacrime, Il bruco con il suo narghilé, Il gatto del Cheshire, Il cappellaio matto, La regina di cuori, La falsa tartaruga e (dal seguito), Ciciarampa, Pinco Panco e Panco Pinco sono tutti personaggi che si sentono a casa nel mondo di Alice dove spesso rappresentano amici e famiglia nei miei e nei vostri sogni/incubi/subconscio e sono come archetipi al lavoro in qualche eterno parco giochi che abbiamo conosciuto in un’altra vita. La storia mostra cosa accade quando la matematica incontra la poesia. Mi è piaciuto moltissimo leggerla quando ero bambino perché aveva senso per me mentre il mondo che mi circondava non l’aveva. Da adulto la trovo ancora emotivamente toccante e confortante. Nonostante la bizzarria datata, il ‘non senso’ e il sentimento vittoriano, questo è un quadro dell’esistenza come probabilmente è al di là delle nostre erronee concezioni della realtà, è l’opera di un genio improbabile come è sempre l’opera di un genio. Le meravigliose illustrazioni di John Tenniel parlano la stessa lingua e sono un complemento perfetto.

Non è necessario leggere Hero With a Thousand Faces di Joseph Campbell per accorgersi che con Alice (ben più che un ritratto bizzarro di Alice Liddell) seguiamo il viaggio dell’eroe. Ci sono eroi ancestrali, come Odisseo, che recano onore al clan, eroi spirituali come lo sciamano o il santo cattolico che fanno da mediatori tra dio e l’uomo, eroi culturali come Prometeo – e una raccolta di eroi improbabili, bambini e animali le cui avventure sono narrate nei racconti qui menzionati e che ci mostrano da dove veniamo e anche dove andiamo.

Jungle Book (Il libro della giungla ) di Rudyard Kipling, pubblicato nel 1894, è basato sulla sua conoscenza della vita di villaggio indiana raccolta come un bambino di sei anni. Kipling, giornalista e scrittore fin dall’adolescenza, ricorre due volte nel mio mondo: le sue raccolte di racconti Traffics and Discoveries (Traffici e scoperte) (1904), Actions and Reactions (Azioni e reazioni) (1909), A Diversity of Creatures (Una diversità di creature) (1917) e Debits and Credits (Debiti e crediti) (1926) contengono le storie più indimenticabili che abbia mai letto. E i suoi tre libri, spesso definiti libri per bambini, Kim (1901), Just So Stories (Storie proprio così) (1902) e Jungle Books (I libri della giungla) (1894/5) arrivano quasi ad avere il potere del mito. Quello che mi ha maggiormente colpito quando ho letto Jungle Book la prima volta sono state le storie di Mowgli, dei suoi genitori adottivi Raksha e Padre Wolf, di Fratello Grey, degli amici Bagheera, Baloo e Kaa e il senso di come gli animali potrebbero effettivamente vivere se avessero una consapevolezza (chiaramente umanoide). Kipling era dotato della incredibile capacità di provare empatia per gli animali, per gli abitanti del villaggio, e, sfortunatamente, per i semplici soldati dell’Armata Indiana e Imperiale, fatto che ispirò i suoi versi patriottici oggi quasi illegibili. Ai suoi tempi Kipling fu una superstar adulata in tutto l’Impero Britannico ma paradossalmente la sua opera migliore fu ispirata dal dolore. La morte del figlio nel 1915 gli straziò il cuore, dettò alcune delle sue storie più commoventi e i suoi racconti indiani mostrano una simpatia che scaturisce dal suo sentirsi fuori luogo e dalla mancanza del senso di appartenenza a ciascuna delle due culture. Con la sua straordinaria sensibilità Kipling si sarebbe sentito uno straniero in qualunque paese. Durante il soggiorno in India divenne consapevole di quanto fosse strutturata la società indiana perfino a livello di un villaggio alquanto primitivo. Traspose questa struttura al mondo animale della giungla (e successivamente alle sue meravigliose Just so Stories) e così facendo illustrò vividamente quanto gli uomini sono parte del mondo naturale e cosa significano i nostri legami con gli animali e la natura. Le migliori illustrazioni sono di gran lunga quelle che fece per Just So Stories il che mostra che tra gli altri doni Kipling aveva quello del grande artista.

I grandi scrittori di letteratura infantile hanno tutti il dono della semplicità, cosa molto più difficile da raggiungere di quanto si immagini: è molto più facile essere complessi, esplorare la miriade di dimensioni dell’esistenza che abbiamo da adulti. Scrivere specificamente per i bambini non crea di per sé semplicità . Molti libri per bambini sono a loro comprensibili ma niente di più. La semplicità è qualcosa che sta al centro del nostro essere. Se guardiamo da vicino vedremo che la maggior parte di noi vuole molto poco: amore, salvezza, sicurezza. I grandi scrittori ci mostrano il cammino da percorrere per raggiungere questi obiettivi.

Kenneth Grahame era segretario della Banca d’Inghilterra quando scrisse e pubblicò The Wind in the Willows (Il vento nei salici) nel 1908 che era iniziato in forma di storie raccontate al figlio Alastair durante le loro passeggiate lungo le rive del Tamigi vicino casa. Grahame era un brillante studioso cui fu negata una carriera accademica e un uomo infelicemente sposato e parimenti insoddisfatto da un lavoro, a volte, poco congeniale. Così riversò i suoi desideri in queste storie spensierate di vita sul fiume. Sono veramente pochi i personaggi più indimenticabili di Talpa, Ratto, Lontra e Rospo, esseri umani sottilmente camuffati più che animali. Letto a una certa età è indimenticabile. Proprio all’inizio si trova la prima lezione: la vita deve essere goduta. Semplice e solenne Talpa è intento alle pulizie di primavera, impacciato dalla sua debole vista e distratto dagli allegri conigli quando decide di fermarsi e deporre i suoi arnesi.”Uffa” dice e parte in esplorazione. Non si guarda mai indietro. Ratto incarna la seconda lezione: l’entusiasmo è il condimento della vita e Rospo la terza, l’entusiasmo fino all’ossessione è male. Tasso rappresenta le antiquate virtù che sono il fondamento di un mondo in cui la vita può essere goduta: coraggio, affetto, semplicità e onestà. Deve essere così perché questi sono anche i miei valori. Perfino il dio Pan, la divinità che foggia la vita di questi animali, ha il suo ruolo malgrado non mi è mai parso che questo aspetto della storia fosse ben riuscito. D’altro canto, non sono mai stato in Inghilterra, ho tuttavia un senso straordinariamente vivo della campagna inglese, in primavera e in inverno, e posso comprendere completamente il timore di Talpa verso la Natura Selvaggia. Questo è un ritratto della vita come non è mai, come sempre sarà se mai dovessimo riuscire a vedere le cose come realmente sono. Sta diventando troppo semplice per piacere ai bambini. Come Pilgrim’s Progress è per ogni età. Nonostante le molte famose illustrazioni del libro, le migliori per me sono quelle di Arthur Rackham, un artista il cui controllo dell’acquerello è legato ad una timore dell’assurdo, del grottesco, della natura del mondo della fantasia fuori della realtà; tuttavia gli interni delle tane, con le loro provviste ben sistemate, sono completamente convincenti.

I racconti per bambini spesso contengono una morale o lezione, qualcosa che l’autore vuol dire a beneficio del lettore. Come tutti i tentativi di questo genere è un errore e solitamente destinato al fallimento. Ricordo che ho ignorato la morale alla fine delle Favole di Esopo quando le ho lette da bambino. Se non si riesce a dirlo attraverso la storia non si dovrebbe dirlo affatto soprattutto ai bambini che hanno il loro proprio mondo cui rifugiarsi, dove non ci sono adulti. Le migliori storie per bambini hanno tutte un messaggio e i lettori se ne accorgono molto più tardi quando sono diventati adulti. E’ così che dovrebbe essere.

The Story of Dr Dolittle (La storia del dottor Dolittle) di Hugh Lofting, sviluppata da lettere illustrate inviate ai figli durante la prima guerra mondiale, fu pubblicata nel 1920. Quella terribile esperienza che ha traumatizzato la vita di quanti sopravvissuti, su pretese il cui significato impegna ancora gli studiosi, ha incluso molta disumanità nei confronti degli animali. I cavalli vennero utilizzati sui campi di battaglia, furono spesso feriti a morte. Ma gli animali incontrati dal Dr Dolittle sono altrettanti esseri umani; i racconti, che sono anche una supplica accorata in favore di un atteggiamento ‘umano’ verso gli altri, sono ambientati nel 1820 prima di assistere alla disumanità della prima guerra mondiale. Lofting era un ingegnere e solo la popolarità del suo primo libro lo trasformò in uno scrittore e illustratore. All’età di dodici anni mi sono imbattuto per la prima volta nei personaggi del Dottore, del pappagallo Polinesia, del cane Jip, dell’anatra DaGub-Gub, di Tommy, Matthew Mugg e in alcuni dei meravigliosi animali incontrati lungo il cammino come Pushmipullyu. Le mie zie, cui facevamo visita, avevano una raccolta di 12 libri che leggevo mentre gli adulti se ne stavano a chiacchierare. Decisi di comprarmeli. Ricordo ancora vivamente il senso di meraviglia e anche, stranamente, di familiarità che provai leggendoli. L’idea che un uomo potesse parlare e comprendere il linguaggio degli animali era un concetto straordinario per me bambino. Capii come doveva essere stato doloroso per il dottore entrare in un negozio di animali domestici. Cominciai a notare il modo in cui gli animali comunicavano e scoprii subito che era tutt’altro che stupido: avevano una scala di versi limitata ma espressiva e la integravano con una gamma molto più estesa di ciò che chiamiamo ‘linguaggio del corpo’ di cui gli umani sono di solito capaci. Questo trasformò il mio rapporto con gli animali e cominciai subito a notare gli stessi segni non vocali nella gente che incontravo, il che rese la mia personale interazione molto più complessa. Stavo ‘crescendo’- I libri trattavano del mondo meraviglioso in cui viviamo e va aldilà perché il dottore va fino al Polo Nord e addirittura sulla luna. Lofting è riuscito brillantemente a descrivere un uomo di una profonda gentilezza d’animo, cosa non frequente nella narrativa, e l’impatto con il libro è stato ancora più profondo per il fatto che Lofting era anche un illustratore di enorme talento.

Forse i libri per bambini accompagnano il passaggio dal mondo infantile all’esperienza del mondo adulto. Un libro che può descrivere il mondo in modo convincente come lo vede un bambino, dove la meraviglia è proprio dietro l’angolo, e contemporaneamente trasmettere valori ‘adulti’ senza essere così ovvio da inculcare una morale, è una sorta di casa a metà dove puoi essere contemporaneamente bambino e adulto. Mi chiedo cosa succede a quelli che crescono senza avere il beneficio di questi libri.

Where the Wild Things are (Nel paese delle creature selvagge) di Maurice Sendak. pubblicato nel 1963, ha storia e illustrazioni di Sendak. Malgrado il libro lo abbia reso famoso e lui sia conosciuto soprattutto per questo titolo, Sendak è un grande artista, illustratore, scenografo e scrittore e produttore televisivo. Da raccomandare per una consapevolezza del raggio d’azione e dell’ambito della realizzazione di Sendak è The Art of Maurice Sendak di Selma G. Lane (Bodley Head 1980). Sendak divenne ‘controverso’ nel 1970 quando il suo In the Night Kitchen fu denunciato dalla Fig Leaf Society of America per la presenza di tre illustrazioni di un bambino nudo che mostra i genitali, malgrado ciò non avesse causato problemi ai lettori del libro. Ho letto Where the Wild Things Are in un periodo in cui mi prendevo cura di due bambini uno dei quali era in possesso di una copia del libro. Mi è piaciuto molto e ho fatto un patto per cui io avrei comprato qualcosa per lui e lui avrebbe dato il libro a me. Allora ho compreso quanto i ‘mostri’ sono importanti per i bambini. Li amano, e a loro piace esserne spaventati. Alcune persone mantengono questa caratteristica fino in età adulta e un certo cinema spazzatura è lì per soddisfarli. Paura controllata come modo per affrontare.l’ansia, suppongo. Un autore che influenzò Sendak è Disney il che non mi sorprende affatto in quanto le illustrazioni contenute nel libro sono tutt’altro che spaventose. I mostri sono sempre sorridenti e la storia è un semplice rovesciamenti dei ruoli: Max è cattivo e viene spedito a letto; incontra le creature selvagge e Max le punisce, poi va a casa e cena. Quasi unico tra i libri che ho scelto per la mia analisi Where the Wild Things Are è un vero libro per bambini, un libro illustrato con una storia semplice e molte figure. Le illustrazioni non sono soltanto belle ma opere d’arte e mi hanno colpito profondamente. In un campo in cui gli illustratori proliferano penso che Maurice Sendak sia ancora probabilmente il migliore.

L’illustrazione è spesso considerata un elemento importante nella letteratura infantile ma mi chiedo se il colore, le illustrazioni surreali e sofisticate che vi si trovano spesso non siano piuttosto per gli adulti che comprano i libri l’equivalente delle confezioni costose dei prodotti in vendita nei supermercati. Molte storie per bambini sono iniziate come racconti, e la storia narrata prima di addormentarsi come rito che i bambini condividono con i genitori mostra che raccontare è ancora la parte più importante di ogni storia. D’altro canto le storie per bambini liberano livelli di creatività, cui forse gli artisti non potrebbero accedere diversamente, con il loro appello agli impulsi dell’inconscio, alla fantasia e al surreale.

La trilogia Earthsea di Ursula Le Guin iniziò nel 1968. Seguirono nel 1971 The Tombs of Atuan (Le tombe di Atuan) e nel 1972 The Farthest Shore (La spiaggia più lontana); altri due libri furono pubblicati successivamente, alla fine del secolo. I libri di Earthsea sembrano gli antesignani di spada e magia di Harry Potter ma in realtà l’autrice vi esplora in dettaglio il concetto di magia che solitamente è relegato nell’ambito di incantesimi e pozioni con l’aggiunta di un approccio peggiorativo medievale cristiano. Per contro, qui la magia è un fatto di leggi e procedure proprio come lo è la scienza nel nostro mondo. Il contenuto del primo libro è il confronto di Ged con l’Ombra, una presentazione di alcune idee di Jung che è l’ultima cosa che ci si aspetterebbe in un libro per bambini. Il secondo libro è la storia di Tenar, giovane sacerdotessa di dei chiamati I Senza Nome. Nasce un rapporto tra Tenar e Ged e alla fine lui fugge dagli sterili riti del culto di lei. Questo libro è in parte la storia di una ragazza che arriva alla maturità influenzata nel suo racconto dall’attività del movimento per la liberazione della donna di quegli anni, e in parte un rifacimento della storia di Teseo e Ariadne. Nel terzo libro Arren, principe di Enlad, viaggia con Ged nella terra dei morti. Insieme vincono il mago Cob, risanano la terra il che permette ad Arren di riunire tutte le isole in un grande regno. Tuttavia Ged ha perduto il suo potere e alla fine del libro parte per una destinazione ignota. La maggior parte dell’opera della Le Guin presenta idee tratte dalle scienze sociali come l’antropologia, la psicologia e la religione comparata, spesso con un approccio ambientale o politico come quando mostra gli abitanti del pianeta Inverno in The Left Hand of Darkness (Mano Sinistra delle Tenebre) come asessuati ma soggetti al ‘kemmer’ un ciclo che li rende maschi o femmine per la durata del ciclo sessuale. Il libro esplora la sensibilità di personaggi che hanno sperimentato sia la mascolinità che la femminilità. La saga di Earthsea è molto vicina agli altri libri della Le Guin e si qualifica come letteratura per ragazzi soprattutto perché i protagonisti sono molto giovani. La Le Guin è una grande stilista (al contrario di Bowling), ricordo quanto mi piaceva leggere la sua prosa indipendentemente dall’interesse della storia, è una scrittrice di fantascienza e di fantasia soprattutto perché questi generi sono quelli aperti ai suoi temi. Adotta i paraphernalia del caso in un modo profondamente innovativo ma è interessata soprattutto ai processi psicologici e a come questi sono influenzati dal genere e dall’ambiente. Il fatto che abbia compiuto questa esplorazione e stesse diventando una autrice di best sellers e vincitrice di premi la dice lunga sui suoi doni come narratrice. Mi ha guidato attraverso emozionanti avventure in altri mondi alle scoperte sulla magia, al cammino che porta alla maturità, alle esplorazioni della politica sessuale e dei problemi ambientali. E’ anche una illustratrice di talento ed è un peccato che la maggior parte dei disegni non sia disponibile.

Nella categoria di libri per ragazzi dove collochiano la narrativa inclassificabile? Red Shift di Alan Garner è una storia per bambini? Gulliver’s Travels (I viaggi di Gulliver) di Swift, una satira brillante ed efficace degli aspetti della civiltà del 18° secolo, finisce lì dove incontra i racconti folk dei fratelli Grimm, a volte storie terrificanti di fantasmi che i contadini tedeschi si raccontavano. Chi decide cosa costituisce un genere (incluso letteratura infantile) o la corrente principale (in termini di volume, la corrente principale costituisce il 10% delle storie pubblicate). E’ una decisione del mercato? O dei critici che amano classificare in modo da poter accordare il relativo status? Ovviamente ci sono storie di bambini per bambini, ma ne ho ricordate alcune qui che sono anche storie per adulti. Sono storie per bambini solo perché i protagonisti sono animali o bambini?

Watership Down (La collina dei conigli) di Richard Adams è una storia raccontata la prima volta ai suoi figli durante gite in macchina in campagna il fine settimana e pubblicata in libro nel 1972. Adams era un impiegato di carriera dello stato con inizialmente nessuna idea di paternità. Il suo libro, che ruppe tutte le regole della narrativa per bambini, fu un grande best seller egualmente popolare tra gli adulti. Sorprendentemente Adams divenne uno dei maggiori romanzieri contemporanei, ogni suo libro totalmente diverso dal precedente, quando all’età di 52 anni si imbarcò nella carriera letteraria. Watership Down è una descrizione incredibilmente accurata della campagna inglese e di numerose centinaia di specie di fiori selvatici; fornisce dettagli sul ciclo della vita del coniglio e unisce tali elementi a una storia fantastica in cui un coniglio e i suoi compagni si imbarcano in una ricerca epica di una nuova tana. Le descrizioni di violenza, che è una inevitabile parte della vita di tutti gli animali selvatici, e di modi di accoppiamento sono presentate realisticamente. In realtà Watership Down non è affatto un libro per bambini, ma semplicemente ritenuto tale dai suoi primi lettori perché i conigli non erano presi sul serio dagli adulti del tempo. In un qualche modo nello scrivere Adams è entrato nel mondo degli archetipi yunghiani che avrebbe alimentato tutta la sua narrativa. I suoi libri non sono né di fantasia, né per bambini, né narrativa storica, ma esplorazioni dei modelli psichici di base che tutti abbiamo. Può non essere facile identificarsi con Quintilio il veggente e Hazel il leader e cercare una equivalenza con temi della poesia epica sembra piuttosto sciocco ma non vi è dubbio sul potere del libro che, come tutta la narrativa di Adams, è avvincente. Molto di ciò che è stato scritto su questo e sugli altri suoi libri indica come i lettori spesso si sentano a disagio con la lettura dei suoi libri, un sentimento cui si aggiungono anche lettori e critici che sollevano problemi irrilevanti di sessismo, conservatorismo politico, accenni classici e pretese di status mitico. Il libro, pur non essendo un libro per bambini, deve essere letto come legge un bambino, con totale accettazione e nessun preconcetto. Si possono trovare paralleli con gli altri libri di Adams, Shardik o The Girl in a Swing (La ragazza sull’altalena) per esempio. Poche illustrazioni di pregio sono disponibili.

Esiste qualcosa definibile come libri per bambini? Suppongo di sì, abbiccì, libri illustrati di animali, mostri e fate. Ma i libri per bambini che sono tenuti in maggiore considerazione, e spesso letti dagli adulti, sono realmente libri per bambini o solo esempi di un tipo di letteratura fantastica che include anche Mills and Booners, fumetti, storie di fantasmi, fantascienza, storie dell’orrore, pornografia, racconti polizieschi e praticamente tutto quello che non tratta in modo realistico del mondo adulto dei rapporti umani – i generi che formano, in realtà, la componente maggiore della lettura?

Ratsmagic di Christopher Logue e illustrato da Wayne Anderson fu pubblicato nel 1976. La storia dell’uovo di Bluebird e della sua misteriosa promessa e di come fu rubato dalla strega Dole e recuperato da Rat con la sua bacchetta magica è poetica e simbolica e solo marginalmente alla portata di un bambino. Gli adulti probabilmente ci troverebbero molto. Ma la parte importante non è realmente la storia. Le illustrazioni sono dell’artista britannico Wayne Anderson che ha illustrato anche The Magic Circus (Il circo magico) dello stesso Logue, e molti altri libri sia per bambini che per adulti, ed è autore di sue mostre e di contributi a film. Anderson è un pittore sullo stile di Hieronymus Bosch o Salvator Dali, e la sua arte misteriosa, turbante e evocativa smuove profondi impulsi nel mio subconscio ogni volta che lo guardo. Ratsmagic è un esempio di un libro per bambini che naviga con successo nei mondi della letteratura infantile, della fantasia e della fantascienza, di anime e del surreale. Forse non è affatto un libro per bambini. Si possono trovare esempi dell’arte di Anderson nel sito http://www.wayneandersonart.com. Il libro si differenza dagli altri qui menzionati, per la maggior parte basati su un testo, in quanto è, a mio parere, un libro d’arte (rivolgo le mie scuse a Christopher Logue), quindi tralascio altri commenti e lo metto in una sezione a parte.

Ho iniziato col chiamare questi libri libri per bambini ma ora non ne sono così certo. E’ perché ora sono un adulto che ci trovo molto più di quello che ci trovavo da bambino? Sono libri per adulti di tutte le età? Sono libri che hanno subito una marginalizzazione in quanto etichettati come libri per bambini con tutte le consequenze che un’etichetta produce? Certi libri rimangono centrali nella nostra vita. Leggeteli in un certo momento e, diciamo, ci crescete insieme. A me è successo così.

©2012 Translation copyright Gianna Attardo.

7. ORIGINALITÀ

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Vi è mai capitato di avere un momento di ispirazione, un intuito che ha fatto tintinnare le sinapsi tra cervello e mente, uno sprazzo di luce nella perplessità della vita un eureka! che vi ha fatto schizzar fuori dal mare della normalità? Per scoprire poi che qualcun altro l’aveva avuto prima di voi?

E’ deludente scoprire che abbiamo soltanto copiato un altro e qualche volta ci piacerebbe pensare che almeno non ne eravamo coscienti. Penso che nel nostro universo personale tutti appariamo dei geni e l’infanzia, ossia quando ci costruiamo il nostro mondo attraverso le nostre scoperte, è una fase emozionante. Dobbiamo recuperare quello stato.

Il tempo, l’istruzione, i media, la competizione e gli errori di giudizio possono toglierci questo piacere. Cresciamo, e impariamo a imparare con un fine in mente, di solito un fine di tipo economico. Sembra che gli adulti, tutti quelli che ho incontrato (e uso il termine in senso lato) siano divisi in due categorie. Quelli che procedono caparbiamente aggiungendo nuove informazioni alla loro visione del mondo, ma trovando sempre meno da aggiungere in quanto non abbandonano le loro scoperte precedenti, e quelli che cercano di valorizzarsi troppo e troppo presto e si creano una facciata sofisticata che passano troppo tempo a difendere, un tempo troppo lungo per dedicarlo poi a scoprire, indipendentemente da quanto le scoperte possano arricchirli.

La vostra ispirazione vale più di quella degli altri anche se può essere in effetti quella di altri: scoperte contrastanti e ispirazione dovute all’influenza altrui forse influenza celata con pura imitazione

Voglio illustrare questo concetto con qualche appunto preso sui taccuini che tenevo qualche anno fa in una fase difficile, esattamente negli anni novanta, e su cui annotavo ciò che vedevo, come Leonardo.

“Pensavo alla morte di un conoscente, deceduto inaspettatamente. Ero sconvolto dalla notizia ma non addolorato, era una persona dalla quale mi ero allontanato negli anni. Forse era questo il motivo per cui i miei pensieri hanno preso una piega filosofica e mi sono messo a riflettere sulle morti che incontro ogni giorno. Mi sono soffermato sugli insetti – i ragni, i lepidotteri e gli scarafaggi che con noncuranza si affaticano intorno a me, vittime dell’immensità. Un ragno, incredibilmente piccolo, spiaccicato sull’orlo di una tazza; lepidotteri impantanati nell’olio versato o annegati nell’acqua da bere, scarafaggi morti e poi disseccati tra i peli del tappeto. Ogni vita è preziosa al suo possessore? Sebbene non possa percepire la vita come la percepisce un altro tuttavia credo, per qualche ragione, che la vita, tutte le vite, possiedano una identità comune. La lotta del lepidottero nell’olio mi riporta alla mia paura del declino fisico e mentale, alla mia tristezza alla notizia della morte di un conoscente.

“Ogni settimana nella mia cucina si consumano molte vite. Il significato che questo fatto ha per me è una questione di scala. C’è una gamma di dimensioni che mi colpisce: troppo grande (la morte dei soli) o troppo piccola (il lepidottero sul davanzale della finestra) e non mi colpisce. Ma guardiamo quanto è bello questo piccolo lepidottero, con una specie di polverina sulle ali che brilla alla luce del mattino che filtra dalla finestra. Quanto è difficile prenderlo senza distruggerlo lasciando solo una macchia nel punto in cui era stato per sue misteriose ragioni. Gli insetti si riproducono e muoiono su scala enorme. Gli umani si stanno avvicinando alle abitudini riproduttive degli insetti, le nostre specie, miliardi, presto rivaleggeranno in numero. Forse potremmo guardare un po’ più da vicino le loro vite e le loro morti”.

Nel 1942 Leonard Woolf pubblicò un libro di saggi scritti dalla sua ultima moglie che ne includeva uno famoso, The Death of the Moth. Cinquant’anni prima che io annotassi la mia riflessione Virginia Woolf aveva scritto qualcosa di analogo e naturalmente lo aveva espresso con parole ben più belle delle mie. Il suo saggio è sublime, una delle molte cose meravigliose che ha lasciato dopo la sua morte.

“…Era inutile tentare di fare qualcosa. Si potevano solo osservare gli sforzi straordinari fatti da quelle zampette contro una sorte imminente che avrebbe potuto, se l’avesse scelta, sommergere un’intera città, non soltanto una città, ma masse di esseri umani; nulla, sapevo, aveva alcuna possibilità contro la morte. Tuttavia dopo una pausa dovuta alla spossatezza le zampe si agitarono di nuovo. Questa ultima protesta fu straordinaria e così convulsa che alla fine lui riuscì a raddrizzarsi. La pietà, naturalmente, era tutta dalla parte della vita. Inoltre, quando non c’era nessuno da amare o da conoscere, questo sforzo gigantesco da parte di un insignificante piccolo lepidottero contro una forza di tale magnitudine per trattenere quello che per altri non aveva valore o che nessuno desiderava trattenere, era stranamente commovente. Di nuovo, in qualche modo, si vedeva la vita, una pura goccia. Sollevai di nuovo la matita, sebbene sapessi che era inutile. Ma anche quando lo feci, si mostrarono gli inconfondibili segni della morte. Il corpo si rilassò e istantaneamente si irrigidì. La lotta era terminata. L’insignificante piccola creatura ora conosceva la morte. Quando guardai il lepidottero morto questo piccolissimo trionfo marginale di una tale grande forza sul un antagonista così umile mi riempì di meraviglia. Proprio come la vita era stata strana qualche minuto prima, così ora la morte appariva altrettanto strana. Il lepidottero che si era raddrizzato ora giaceva composto con più decenza e rassegnazione. Oh sì, sembrava che dicesse, la morte è più forte di me.”

L’originalità è sopravvalutata. Come dice Re Salomone, non c’è niente di nuovo sotto il sole e probabilmente era stato detto anche prima. Ma ci hanno insegnato che l’originalità è un valore di per sé non in quanto segno di onestà e genuinità. Copiare qualcosa è disonesto, ci è stato detto, e in termini di diritti d’autore l’autorità sorveglia guardinga. E’vero, sebbene non in modo significativo. Ciò che la legge non può capire è che ciò che è importante è come copiamo.

Quello che sfugge a questo atteggiamento è la duplice natura di ciò che chiamerei, per mancanza di un termine preciso, realtà. Esiste la realtà assoluta, tutto ciò che esiste, e noi non sopportiamo di entrare in contatto con questa per molto tempo né per una frazione di secondo; ed esiste una realtà relativa, la sostanza di cui è fatta la nostra vita, la selezione che ci rende ‘noi’ che operiamo dal grande quadro. In entrambi i tipi di realtà le cose accadono per la prima volta e le cose vengono ripetute Ci sono cose che sono originali e ci sono copie e il vivere non sta nell’essere originali ma nell’integrazione di ciò che ci accade in un insieme significativo. Il nostro lavoro consiste nel conseguire integrità. E’ come facciamo questo che ci rende individui. E’ il modo in cui copiamo che ci rende creativi, che ci rende originali.

Nel mio universo particolare è successo che il mio lepidottero sia morto nel 1995, e quello di Virginia Woolf nel 2006 anche se nell’universo degli altri il saggio della Woolf fosse già in circolazione dal 1942. Non sono stato originale tuttavia il mio lepidottero mi ha insegnato qualcosa che non sapevo. E come risultato di quella meditazione ho assorbito la lezione del lepidottero di Virginia in modo più toccante e preciso di quanto avrei fatto diversamente. Il mio universo si è arricchito non di uno ma di due lepidotteri. Ho operato un’ integrazione.

Se cammini dove non sei mai stato prima assicurati che non stai seguendo un altro anche se qualcun altro è stato lì prima di te te. Allora Colombo non ti deve proprio niente.

L’ integrazione è resa più difficile dall’influenza pervasiva dei media della comunicazione che non sono necessariamente i media dell’informazione e spesso inibiscono piuttosto che liberare. Ci presentano modelli di ciò che la realtà è, di ciò che potrebbe essere ed è una fatica agire contro la sua suggestione. Siamo istruiti, non a scuola o in un college, ma da immagini così reali da essere scambiate per realtà, immagini pubblicitarie, televisive, cinematografiche. E per confonderci di più ci viene detto che essere influenzati da questa bombardamento di pseudo realtà è sbagliato. I censori e la polizia del pensiero ci osservano. Uomini armati alimentano l’industria ccinematografica, i negozi ci vendono armi, nostro dritto democratico averle così possiamo vivere come cowboy ma se qualcuno scende in strada e usa un fucile lo scandalo è sufficiente a vendere miloni di giornali.

In altre parole, prima di integrare nuove esperienze nella nostra realtà originale dobbiamo compiere la fatica senza precedenti di distinguere la realtà effettiva di quella realtà. Ma non è impossibile.

Val la pena ricordare che l’impossibile è solo qualcosa che non è stato fatto prima. Almeno da te. E’ come un paio di scarpe nuove.

Puoi cambiare realtà, come ha detto Tom Robbins, attraverso il modo in cui la percepisci.”Non abbiamo solo un’abilità per percepire il mondo, ma un’abilità per alterarne la percezione; più semplicemente, si possono cambiare le cose attraverso la maniera in cui le si vede.” – Even Cowgirls Get the Blues.

Accade in un batter d’occhio. Batter d’occhio. Disastro. Batter d’occhio. Disastro buffo. Batter d’occhio. Assurdo. Batter d’occhio. Guarda, l’iris nel giardino sta sbocciando.

Non cerchiamo di essere originali in quello che pensiamo o facciamo bensí nel modo in cui copiamo o integriamo esperienze e intuito nel tessuto della nostra vita così da cambiarci. L’io che creiamo dovrebbe essere il più comprensibile possibile, contenere tante contraddizioni quante riusciamo a sopportare. In questo modo vivremo più a lungo. E la morte, quando arriva, ci troverà a testa in sù.

©2011 Translation copyright Gianna Attardo.

 

6. AFRODITE, DEA DELL’AMORE DEL SESSO

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Afrodite è la dea greca associata all’amore (e alle sue varie attività) spesso chiamata Venere. La sua adorazione si può far risalire al periodo compreso tra l’epoca micenea nel XII secolo a.C. e il VI secolo d.C. quando era conosciuta come Iside in quanto il suo culto si era fuso con quello della dea egizia. Il culto di Afrodite è stato praticato più a lungo di quello della Cristianità, del Giudaismo o dell’Islam, e molto più a lungo se si prende in considerazione l’adorazione delle divinità del Medio Oriente che lo hanno preceduto. Infatti, quando fu fondata la Chiesa Cristiana nel IV secolo d.C. (distinta dalla religione cristiana, fondata nel I secolo d.C. da Paolo di Tarso) la religione più diffusa nel mondo greco-romano era quella di Iside insieme alle altre fedi importanti di Mitra e Gesù, La maggior parte delle tracce del culto di Afrodite è svanita. Le immagini della dea, i dipinti, le statue non sono sopravvissuti se non in copie danneggiate del I secolo a.C. e d.C., copie di originali precedenti. L’esempio più autentico del culto della dea giunto fino a noi è una preghiera scritta da Saffo di Lesbo contemporanea di Geremia e Gautama.

Figlia immortale di Zeus, Afrodite
Tessitrice di incantesimi,
Ascoltami, oh, non abbandonarmi…

Ritorna, liberami dal tormento,
Unisci il mio fuoco con il tuo fuoco divino,
Fammi avere colei che desidero.
(estratto dalla versione di Vere Stacpoole)

L’aspetto più importante da notare è che l’amore e il sesso sono parte di una religione. Siamo così abituati a svalutare amore e sesso e a occuparci di loro fuori dell’ambito della religione, in campi quali l’arte e la pornografia, che riusciamo facilmente a trascurare questa ovvietà.

1.
La sua storia ebbe inizio almeno 20.000 anni fa. A quel tempo, nell’Europa centrale, ebbe luogo un grande movimento di genti. Le popolazioni si muovevano continuamente in cerca di tracce di selvaggina e campi di erbe i cui semi fossero commestibili. Una buona stagione significava salute e molti figli, una povera equivaleva alla morte dei deboli, presi dai predatori, consumati dalla carestia. Prima di mettersi in viaggio, la popolazione pregava la protettrice dell’abbondanza, la madre della vita affinché li benedicesse e li facesse prosperare. La Madre era dappertutto ed era molto potente. La gente la vedeva nei campi di erbe che maturavano al sole, negli alberi che davano frutti ogni maggio, nel movimento di un bimbo nel ventre, nei germogli verde chiaro che comparivano su un tronco d’albero annerito dal fuoco, nell’accoppiarsi degli animali sia predatori che saccheggiatori. Al contrario di noi, la gente la vedeva non nella mente ma nel sangue e temeva quello che poteva fare. Era la padrona della vita e della morte. Era così per loro. Cercavano di placarla e di conquistarsi il suo favore. Ogni primavera il Capo-Sacerdotessa giaceva con il guerriero più forte di ciascuna tribù e ne riceveva il seme. Poi il popolo passava sul suolo fertilizzato dalle sue ampie ali e pagava tributo alla Madre e al suo mistero. Temevano e speravano. Il popolo formava immagini ‘sha’, la vulva attraverso cui un uomo entrava nel corpo, i fianchi larghi e le natiche grandi per agevolare la nascita, i seni abbondanti per nutrire il bambino, e seppelliva le immagini nella terra, un tributo al suo potere, una magia per dare quel potere ai loro cacciatori, alle loro giovani donne. Il popolo vi passava vicino e lasciava poche tracce del suo passaggio ma le immagini ‘sha’ furono trovate in una fase successiva.

La successiva allusione ad Afrodite è appena una deduzione fatta da studiosi. Circa 10.000 anni fa si verificò una grande rivoluzione nella vita delle popolazioni, grande quanto la fabbricazione di attrezzi, un milione di anni prima, che nessuno ricordava. Si organizzavano campi estivi temporanei per seminare e raccogliere semi commestibili che le donne, le raccoglitrici, ritenevano buoni da mangiare. Si proteggeva il campo con tettoie di rami, si seminava senza alcun metodo, mancanza questa che spesso risultava in una perdita di tempo. Ma la gente imparò. Le tettoie furono poi formate di file di rami coperti di argilla e da uno strato di rami frondosi, e le semine divennero più facili man mano che la gente ne apprese le caratteristiche. I Capi-Sacerdotesse erano più potenti che mai perché solo loro capivano la Madre. Ma gli uomini, che davano figli alle mogli e poi morivano per proteggere quella giovane vita dai predatori e dai nemici, stavano diventando più importanti in quanto ‘muratori’ e costruttori di attrezzi, due abilità che si rivelavano sempre più fondamentali per il popolo. Alcuni gruppi restavano nel campo tutto l’anno. Così iniziò la costruzione delle città. La Grande Madre cominciò a essere vista con un dio del cielo, un creatore e costruttore. Alcuni uomini dicevano che questo dio era più importante della Madre ma in un primo momento nessuno vi prestò ascolto.

Poi, 4.000 anni fa, il popolo della terra di Sumer, situata tra i due fiumi del Tigri e dell’Eufrate, diede un nome alla Madre. La chiamò Inanna e lasciò testimonianze di lei incisa nell’argilla e cotta nel fuoco

…tutte le creature viventi della steppa
tutti gli animali a quattro zampe sotto l’ampio cielo,
frutto e giardino, aiuole fiorite e canne verdeggianti,
il pesce dello stagno, gli uccelli del cielo,
tutti servono la mia signora Inanna…

La madre Inanna era una trinità sacra. Dea dell’incanto, era lei che avvicinava il maschio e la femmina; dea della nascita, era lei che dava origine alla nuova vita; dea della discordia, era lei che poneva fine alla vita. La gente comprese che per creare nuova vita gli dei avevano creato il tempo, che la nuova vita era legata alla vecchia vita, che c’era una stagione per gli uomini come per i frutti e il grano. Tra le fedi contemporanee è l’induismo che comprende meglio questo concetto: la moglie di Shiva che crea è Parvati, la moglie di Shiva che distrugge è Kali (di cui uno dei significati è il tempo).

A Sumer Inanna aveva un consorte di nome Dumuzi. Era conosciuto come il Pastore ma la sua funzione più importante era morire. Rappresentava molte cose, il passaggio delle generazioni, la morte della vecchia vegetazione prima del germogliare della nuova in primavera, la speranza nell’immortalità. Quando la stagione dell’inverno giungeva alla fine i sacerdoti recitavano la discesa di Inanna nell’Ade.

Dumuzi è morto per dare nuova vita al mondo. Inanna lamenta la sua dipartita e scende nell’Ade. Man mano che avanza deve rinunciare a ciascuno dei suoi attributi rappresentati dai suoi gioielli e dal suo abbigliamento, poi rinunciare alla vita, lei la grande Regina del Cielo, la luminosa stella del mattino e la stella della sera. Morta, Inanna deve chiedere la restituzione della vita di Dumuzi a sua sorella, la Regina dell’Ade. La restituzione è concessa dopo tre giorni ma solo per sei mesi all’anno. Inanna torna in Cielo, riguadagna la sua anima, il suo abbigliamento e i suoi gioielli. Una volta di più è la grande Regina del Cielo. Dumuzi è con lei, il grano.è pronto per il raccolto ma si deve pagare per la vita data dal grano. E così la morte entra nel mondo.

La cerimonia, la musica, i rituali, le preghiere tutto è andato perduto. Resta solo la storia.

La civiltà dei Sumeri è scomparsa e la sloro lingua dimenticata ma tenere a bada il deserto per mezzo di grandi canali tra i due fiumi fu opera di altre popolazioni. Prima vennero gli Accadi, poi gli Assiri dal nord e i Babilonesi dal sud. La Grande Dea non fu dimenticata. Questi popoli la chiamarono Ishtar e il suo consorte Tammuz. Come Inanna, Ishtar discende nell’Ade per salvare l’umanità ma risorge. Tammuz muore, viene compianto, tuttavia risorge e il rito suggerisce nuova vita nei campi, greggi e famiglie.

In seguito, altri popoli condivisero gli stessi miti e le stesse cerimonie che ritenevano vitali alla continuazione della vita. L’Astarte (nota anche come Asthoreth) fenicia, cartaginese, Siria, Ittita e Canaanita è simile nelle funzioni a queste divinità precedenti. Il loro consorte è Baal.

Infine i Filistei, uno dei Popoli del Mare che agitarono il regno di Ramses III d’ Egitto, conobbero la Grande Dea con il nome di Atargatis. Essi si stabilirono, tra gli altri luoghi, sull’isola di Cipro, mischiandosi con i nativi e i greci micenei della tribù di Teucro, esiliato dopo la guerra di Troia e costretto a trovarsi una nuova patria. A Cipro, tra i Greci, la dea fu conosciuta per la prima volta come Afrodite. Era il 1200 a.C.

2.
I miti di Afrodite sono molti e differenti, e il suo culto è mutato nel corso dei secoli. Secondo le prime nozioni che sopravvivono in Omero la dea viene ritratta come una delle divinità principali: lei e il suo consorte Eros sono più potenti di Zeus. Come le divinità del Medio Oriente prima di lei, Afrodite era la signora del desiderio e del sesso, della nascita, della discordia. Ma i Greci avevano altre divinità responsabili per alcune di queste funzioni: Ares dio della guerra, Demetra dea del grano la cui figlia, Persefone, doveva trascorrere sei mesi all’anno nell’Ade ma la cui riunione con la madre porta l’abbondante raccolto, Dioniso un dio della vegetazione che porta la vite e la catarsi dell’ubriachezza. Orfeo, la cui discesa nell’Ade per salvare la moglie Euridice divenne oggetto di rappresentazione da parte di fanatici in cerca di immortalità.

Afrodite finì con l’essere adorata per un solo aspetto della sua trinità di poteri, divenne la dea del desiderio, dell’attrazione, dell’amore e del sesso. Era lei che
penetrava negli uomini e nelle donne, li conquistava, faceva loro soffrire gli effetti della passione non corrisposta, confondeva i loro giudizi, li rendeva desiderabili, fertili, potenti, dava loro l’orgasmo, portava armonia nei loro rapporti.

I Greci ritenevano che ciò provenisse dalla dea e fosse sacro ma anche un potente distruttore del loro io razionale e da temersi, e nella religione greca gli dei erano dappertutto, non lontani da qualche parte in cielo, ma vivamente interessati agli affari umani. Visitavano spesso i loro templi, potevano sentirsi tanto offesi quanto placati e a volte eccessivamente travolgenti come Zeus a Dodona o Appollo a Delfi. Queste esperienze, che potremmo chiamare misticismo nella fede cristiana, erano parte di una religione di stato e vissute dal contadino e artigiano greco comune. Era così in Grecia.

3.
Inanna, Ishtar, Astaroth erano tutte divinità responsabili per la vita, per la creazione della vita. Erano un aspetto della primitiva Grande Madre. Il loro rito più vitale era la morte e la resurrezione del loro consorte, Dumuzi, Tammuz. Il paese in cui queste divinità erano adorate era circondato su due lati dal deserto e da inospitali catene montuose. Il popolo poteva vedere ai confini della sua terra la morte causata dall’ostilità della dea. L’adorazione era vitale alla sopravvivenza.

In Grecia il contrasto non era così drammatico. La Grecia, prima della distruzione causata dalle capre e dalle pecore, era più fertile e coperta di boschi di quanto lo sia oggi. In Grecia il consorte di Afrodite si chiamava Adone che morì, discese nell’Ade e risorse come Dumuzi e Tammuz. Adone era di origine divina, semidio e bello, amato sia da Afrodite che da Persefone e come Dumuzi trascorreva sei mesi dell’anno nell’Ade (Adone viene da Adon, un titolo di Baal che significa Signore). Ad ogni aprile, per secoli, ad Atene e in altre parti della Grecia, si celebrò il festival di Adone. Si creava un giardino di germogli, lo si collocava in un coccio di argilla e lo si innaffiava ogni giorno. Dopo un lasso di tempo stabilito si interrompeva l’innaffiatura e le piantine si seccavano. In ogni casa si lamentava e piangeva la morte di Adone, simboleggiata da queste piante senza vita. Successivamente, si collocava un’immagine di Adone in un’altra ciotola posta a galleggiare sull’oceano, con grande letizia, a simboleggiare il ritorno di Adone dall’Ade. La storia di Adone fu poi modificata. La sua morte non si risolse nella resurrezione e nel raccolto ma in un fiore, l’anemone. La sua morte, e la creazione dell’anemone, conserva l’idea originaria di Afrodite come padrona della nuova vita lasciando Demetra come dea del raccolto. Nulla suggerisce la nuova vita più di un campo pieno di fiori selvatici in primavera.

Il modo in cui la storia è stata modificata è tipica di una tendenza presente nella religione greca che ne ha distorto la nostra percezione. I riti e le preghiere non sono sopravvissuti. Per i cristiani erano adorazioni del diavolo e quando la Chiesa ottenne il potere politico nel IV secolo d.C. ‘il paganesimo’, termine collettivo che si riferiva alle religioni della Grecia, fu perseguitato e i suoi seguaci martirizzati (proprio come fu per ‘l’agnosticismo’, termine collettivo che si riferiva alle teologie alternative). Ma nelle fonti letterarie si conservarono le storie associate con molti culti. Queste erano di natura secolare, non religiosa e formano la base di ciò che chiamiamo ‘miti’.

Le molte storie su Afrodite a noi familiari sono tali miti: i poemi di Omero raccontano di Efesto che imprigiona l’adultera Afrodite e Ares in una rete per il divertimento degli altri dei; in una poesia di Ovidio si narra del Pomo della Discordia, dove Hera, Artemide e Afrodite sono giudicate da Paride su chi sia la dea più bella, e di Afrodite che, per conquistarsi il titolo e il pomo d’oro, si dichiara disposta a fare innamorare Elena di Troia di Paride. Queste sono storie poetiche, non parte di una religione, come l’impresa di Brendan che attraversò l’Atlantico in una barca di cuoio, una storia di un santo ma non parte della fede cristiana.

Distanti, in modo diverso, le storie di Iside, Osiride e Horus, la trinità egizia che dominò il mondo greco-romano nei primi secoli d.C. e che emerse con il culto di Afrodite. Iside era una dea della fertilità (tra le altre funzioni). Nel suo mito più famoso Set uccide suo marito/fratello Osiride, e ne fa a pezzi il corpo. Iside lamenta la morte di Osiride, discende nell’Ade, raccoglie i pezzi e lo fa risorgere. Nelle immagini che la rappresentano Iside è spesso ritratta con suo figlio Horus. Vi sono somiglianze con il mito di Inanna e di Afrodite che hanno portato a questa assimilazione, tuttavia non sappiamo nulla sulle effettive pratiche del culto di Iside. La diffusione della sua religione e il suo assorbimento di molti altri culti nei primi secoli d.C. mostrano un crescente desiderio di unificazione e forse di monoteismo. La cristianità fu fortemente influenzata da questa religione di cui, a sua volta, ha assorbito pratiche e iconografia.

4.
Nell’arte e nel mito Afrodite viene spesso ritratta come madre di due ‘bambini’ Eros e Priapus, che una volta erano attributi di Afrodite, parte del suo potere, rappresentanti rispettivamente il desiderio e il vigore maschile. Man mano che l’adorazione della dea crebbe e declinò nei secoli, dominata e a volte eclissata da altri culti, questi attributi divennero divinità separate, Eros, il principale dio dell’amore e dell’attrazione, venne ridotto al cupido che lancia la freccia dell’amore nel cuore dell’amato/a, Priapus, il cui vigore rende possibile l’atto dell’amore, divenne poco più di un ornamento da giardino, visto dappertutto nel mondo greco e ad esso sacrificato. un segno di potenza in natura.

Un modo per comprendere il significato che Afrodite aveva per i Greci nella loro pratica religiosa, è quello di elencarne i titoli. Peitho, la persuasione; Epistrophia colei che gira i cuori; Kallipygos , belle natiche; Nympha, da sposa; Harma, colei che unisce; Charidotes, donatrice di gioia (sessuale); Porne, dea delle prostitute; Paregoros, la consolatrice; Philommedes, amante dei genitali – e Antheia, dei fiori.

Come mostra l’assortimento, i Greci attribuivano molta importanza al sesso che non era per loro oggetto di discriminazione. La imploravano eterosessuali e omosessuali, stimolava il desiderio tra i sessi e tra lo stesso sesso. A lei rivolgevano suppliche le donne andate in sposa a un marito vagabondo, i giovanotti che volevano sedurre una figlia di famiglia, le prostitute che volevano buoni clienti.

In Asia Inanna, Astante, Ishtar erano adorate in grandi templi e uno dei riti consisteva nel rapporto sessuale tra una sacerdotessa e un devoto. Noi lo considereremmo prostituzione e il termine ‘prostituta del tempio’ viene spesso usato per il rito, in gran parte perché fu descritto come tale con disgusto da Erodoto. Ma era molto più vicino al sesso tantrico. Era una focalizzazione del principale potere dell’attrazione sessuale e che ritornava alla dea come un atto di adorazione. Ciò che ci sorprende è che questa pratica venne in Grecia con il culto di Afrodite. La città maggiormente associata con questo culto era Corinto dove fino in epoca classica un visitatore poteva godersi una ‘prostituta’. Ma queste erano sacerdotesse. Il tempio non operava un bordello a lato per qualche soldo in più. Dobbiamo ricordare che Afrodite era la dea del sesso, e rimase una dea fino alla fine dell’epoca classica, Il sesso rimase un sacramento, con grande orrore dei primi cristiani.

5.
Afrodite, stella del mare, protettrice dei marinai, emersa dal mare a Paphos, nata dal seme di Urano versato nell’Oeeano come afferma Esiodo, accompagnata dal delfino sacro, e sulla terra dalle sacre colombe, con i frutti di cotogna e melograno e i fiori di rosa, fu accettabile ai primi cristiani, sebbene ne fossero scandalizzati. Come protettrice delle prostitute e adorata con riti di sesso sacro, un incitamento per tutti i suoi adoratori a indulgere nella carne, era senza dubbio inaccettabile tanto più in quanto nel IV secolo a.C. un nuovo stile di realismo penetrò nella pittura e nella scultura greca. I più famosi esponenti furono Apelle nella pittura e Prassitele nella scultura. Entrambi crearono immagini famose di Afrodite: si trattava di opere realistiche, nudi modellati su famose prostitute, dipinte con color carne e con labbra e capezzoli tinti di rosso. La gente veniva da ogni parte del mondo greco per vederle e nell’adorazione di Afrodite essere eccitati da queste immagini significava subire il potere della dea. Per gli standard cristiani era un peccato. La cristianità era una religione del mondo a venire, del giorno del giudizio, e le preoccupazioni di questo mondo erano una distrazione, nel migliore dei casi. Così alla fine i dipinti furono distrutti, le statue rovesciate con la perdita di braccia, gambe, nasi. Nulla sopravvive eccetto una probabile statua di Prassitele e tarde copie eseguite da scultori romani, anche queste danneggiate dal tempo.

Per questa ragione dobbiamo guardare altrove per avere un’dea dell’impatto esercitato da queste immagini. Tutte le statue antiche hanno perduto la loro tinta.e naturalmente i gioielli d’oro di cui Afrodite si ornava sono svaniti.

6.
Cosa si è perduto con l’esclusione della dea del desiderio e del sesso dal nostro panteon? Uomini e donne proveranno ancora desiderio l’uno per l’altro ma questo ha cessato di essere un potere del dio. Molti primi cristiani lo hanno visto come il potere del diavolo. Invece di un processo naturale vissuto da entrambi i sessi il desiderio sessuale è diventato un serpente tentatore che distoglie gli uomini dalla cura delle loro anime e obbliga le donne a sottostare al modello di Eva che ha causato il peccato originale. Le donne hanno perduto valore e stanno ancora combattendo per riguadagnare il terreno perduto. E’ ancora pericoloso per una donna esprimere il suo desiderio in modo maschile. Tentati da ogni parte, anche gli uomini hanno spesso fatto ricorso alla violenza per respingerla o indulgervi, un vero e proprio potenziale distruttivo.

Possiamo dimenticare il sesso sterilizzato nelle opere d’arte, la vuota esagerazione della pornografia, le superstizioni come l’astrologia? Possiamo formare rapporti se siamo promiscui o dobbiamo cercare un lunghissimo fidanzamento? La prostituzione dovrebbe essere legalizzata o abolita? Riusciamo a districare le emozioni di amore e passione dai sentimenti di avidità e autoindulgenza?

Afrodite se ne è andata, e noi non ritroveremo più l’equilibro e l’innocenza per considerarla necessaria alla nostra salute e felicità. Ma quando ci innamoriamo, quando sentiamo che l’altro è la persona migliore al mondo, quando ci sentiamo euforici quando lui/lei è con noi e addolorati quando non lo sono- potrebbe essere Afrodite, potente come non mai, che allunga la mano dal suo regno nascosto dove tutti gli dei risiedono ancora?

Lettura di testi antichi in babilonese e traduzione sono in
http;//www.soas.ac.uk/baplar/recordings/. Su Amazon è ancora disponibile una copia di seconda mano del libro di Geoffrey Grigson The Goddess of Love (Stein and Day, New York 1977). Vi si trova la maggior parte delle immagini che ci sono rimaste di Afrodite e molte traduzioni di poesie scritte su di lei nonché una enorme quantità di curiose tradizioni. Eros in Antiquity, con foto di Atonia Mulas (Erotic Art Book Society) contiene quelle immagini provenienti da antiche culture che di solito sono depositate nei ripostigli di musei in quanto ritenute ‘inadeguate’: descrizioni di vulva, pene e rapporti che ci siamo abituati a giudicare scioccanti. Il libro di Christopher Miles e John Julius Norwich Love in the Ancient World (Weidenfeld and Nicholson, London, 1997) è uno studio di questo argomento dalla preistoria all’epoca romana.

©2011 Translation copyright Gianna Attardo.

5. FRED & GINGER: MAGIA DEL CINEMA

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Nel suo libro Groucho and Me Groucho Marx descrive l’incontro per la strada con una coppia di fan. La moglie dice:”Sei lui? Sei Groucho!”, Il marito dice:”Non morire, non morire mai!”. Ecco la preghiera che rivolgo a Fred e Ginger. E qualcuno ci sta ascoltando.

Sono un’icona, una delle grandi coppie della storia del cinema. Hanno ballato per tutti gli anni trenta e incantato milioni di persone. Sono Fred e Ginger. Ho appena rivisto i loro film che amo da anni e vi ho trovato qualcosa che non mi aspettavo.
Chi si interessa di cinema, ballo, o di storia della musica popolare americana conoscerà l’attività di Fred e Ginger che fu importante e influente in tutti questi campi: per me è una scoperta nuova ed emozionante.

Il modo migliore che riesco a trovare per esprimere l’interazione di questi due è piuttosto vago. Non ritengo si trattasse di pura abilità nel ballo, malgrado questa ci fosse. Fred riusciva a fare cose fantastiche con i piedi (ci fa credere che un uomo può volare), Ginger era una grande attrice in grado di recitare al meglio (con il viso non con i piedi) mentre ballava e penso che questa abilità, più che quella di Fred come ballerino, spieghi l’interazione magica della coppia sullo schermo. La fama e il prestigio di Fred hanno forse privato Ginger di questo riconoscimento.

La storia principale è quella di un tipo comune, magro, piccolo, con una brutta faccia comica, che in qualche modo riesce a conquistare una ragazza elegante e piuttosto bella nonostante le avversità. Che ciò si avveri in qualcosa che somiglia al paradiso, dove dio ha insistito per una qualche ragione che si sfoggiassero vestiti eleganti, rende la storia irresistibile: è un’interazione che ha luogo nel subconscio di ognuno di noi.

C’è da dire che gente geniale ha collaborato ai film di Fred e Ginger. Il direttore artistico Van Nest Polglase, i compositori Irving Berlin, George Gershwin, Cole Porter, Jerome Kern e Oscar Hammerstein II, il ballerino Fred Astaire, all’età di 34 anni un veterano e una star del circuito del ballo di Broadway, e una attrice di 22 anni di nome Ginger (diminutivo di Virginia) che aveva già fatto 22 film dimenticati quando iniziò a lavorare con l’équipe della RKO. Ma naturalmente queste persone non erano geni nel 1933, lo diventarono in parte lavorando a questi film ed è un raro piacere vedere questo processo svolgersi davanti ai nostri occhi.

Fred contribuì a trasformare il musical sullo schermo ballando con molte abili partner come Cyd Chiarisse e star come Rita Hayworth e Judy Garland. Era tenuto in grande considerazione dai compositori che scrivevano per lui, dai registi con cui lavorava e dal pubblico. A Ginger vennero affidati i ruoli che desiderava e un Oscar e noi la ricordiamo con affetto nelle parti principali di molte grandi commedie, due delle mie preferite Stage Door e Roxie Hart. Rimase bella, cinica, intelligente e sofisticata fino alla fne.

Van Nest Polglase lavorò con la RKO fino agli inzi degli anni quaranta e fu candidato a 6 Academy Awards per scenografia e direzione artistica malgrado i limiti che per un certo tempo gli causò l’abuso di alcol. Irving Berlin era già noto fin dagli anni che precedettero la Prima Guerra Mondiale quando aveva composto canzoni per Vernon e Irene Castle. Divenne l’autore più prolifico e popolare della storia del musical americano. George Gershwin fece con successo da ponte tra la musica popolare americana e quella classica con composizioni come Rapsody in Blue. Negli anni venti riscosse numerosi successi con i suoi spettacoli a Broadway ma morì improvvisamente di tumore al cervello nel 1937. La carriera di Cole Porter cominciò a decollare negli anni trenta ma nel 1937 fu interrotta quando Porter perse l’uso delle gambe in seguito a una caduta da cavallo. Si riprese presto e divenne uno dei compositori di canzoni di maggior successo della musica popolare americana, secondo solo a Irving Berlin, Jerome Kern raggiunse grande popolarità a Broadway durante tutti gli anni venti con successi come Show Boat del 1927. Rivoluzionò il musical e divenne autore di molti musical hollywoodiani di successo. Oscar Hammerstein II cominciò a scrivere negli anni venti con Jerome Kern e continuò una collaborazione.di successo con Richard Rogers all’inizio degli anni quaranta. Questi cinque compositori sono probabilmente i maggiori autori di canzoni, e i più influenti, della storia della musica popolare. E’ interessante notare che tutti e cinque tenevano in grande considerazione Fred Astaire come cantante e sia Gershwin che Berlin scrissero molte delle loro canzoni più famose ispirandosi a lui.

Il primo film che Fred e Ginger girarono insieme fu Flying Down to Rio del 1933 con Dolores del Rio e Gene Raymond su copione di Cyril Hume e H W Hanemann, con canzoni di Edward Eliscu e Vincent Youmans e costumi di Walter Plunkett e Irene. Non val la pena ripetere la trama, la recitazione è pessima e il film si lascia guardare solo per due ragioni: le scene (e gli abiti di Ginger) e il fatto che Fred e Ginger ballano insieme per la prima volta. Il numero si chiama “Carioca” e dura quattro minuti http://www.youtube.com/watch?v=WnjK88-eiHA ma questi quattro minuti sono magia cinematografica. Quei quattro minuti hanno reso il film un successo di pubblico e dato il via alle carriere di Fred e Ginger. In cosa consiste questa qualità elusiva, magica che si vede solo nei film, forse l’effetto delle scene e delle luci? Qui, come nella RKO degli anni trenta, le scene erano sogni che diventavano realtà. Il ballo è eseguito alla perfezione ma la magia è più nella forma dei corpi e nel modo in cui interagiscono. Erano essenzialmente una coppia drammatica: Fred il goffo innamorato, Ginger l’oggetto distante e dapprima respingente del suo affetto ma che lui lentamente conquista. Riuscirono brillantemente a esprimere nel ballo quella interazione che fu presente in tutti i loro film.

L’anno successivo lavorarono insieme in The Gay Divorce, una commedia in cui Fred recitava a quel tempo a Londra. Il film fu diretto da Mark Sandrich, regista di cinque dei dieci flm di Fred e Ginger. Questa volta la trama, senza pretese, fu scritta da George Marion Jnr, Dorothy Yost e Edward Kaufman. Una volta questo era il mo film preferito di Fred e Ginger ma oggi non regge a una seconda visione. Viene dato spazio alla coppia per espandere nel suo rapporto antipatia/attrazione, Ginger lancia alcune battute spiritose, cosa in cui eccelleva, Fred recita da gigione la parte dell’amante innamorato: “Night and Day” , una canzone di Cole Porter sulle cui note la coppia balla http://www.youtube.com/watch?y=YV5e7mWcOJE. è l’unica vera ragione per vederlo una seconda volta. Un altro punto forte, un numero “Continental” viene ripetuto più e più volte per venti minuti, quasi un quinto della durata del film, segno che la trama era pressoché inesistente. Qui ho notato che tra Fred e Ginger esisteva una vera intimità sullo schermo. Non erano amanti fuori del set ma buoni amici che lavoravano bene insieme e che insieme davano sostegno al loro ballo. In questo film ho notato per la prima volta che nelle sequenze del ballo in cui lei doveva correre su per le scale, saltare sui mobili e fare una sorta di balletto con Fred Ginger portava normali scarpe con il tacco e Fred scarpe da ballo. Lei era sempre infinitamente graziosa in tutti i suoi movimenti, forse non brava quanto Fred (poche lo erano) ma una partner perfetta.

Roberta del 1935, diretto da William A Seiter con musica e liriche di Jerome Kern, Oscar Hammerstein II e Dorothy Fields e costumi di Bernard Newman ha, come suo improbabile premessa, una storia d’amore tra Randolph Scott e Irene Dunne. Randolph Scott! Irene canta “Smoke Gets in Your Eyes” e nonostante l’esecuzione esagerata e l’artificiale pronuncia britannica sappiamo che canzone meravigliosa è, poi Fred e Ginger ballano http://www.youtube.com/watch?y=OMOBdQykKOY. Ci sono tre belle scene di splendide ragazze in abiti di gran lunga troppo belli per essere indossati da chiunque per la strada. Ma, una volta di più, l’unica ragione per guardare questo film è che Fred e Ginger ballano insieme “I’ll be Hard to Handle” http://www.youtube.com/watch?v=?UnUfY-URXzA e Irene canta “Lovely to Look at” http://www.youtube.com/watch?v=r 2ePVL8gNE. Al diavolo la trama e il tutto poco probabile e anche le scene di Van Nest Polglase o la coreografia di Hermes Pan. Si tratta di perfezione. Questo è un momento perfetto ed emozionante come il cinema non ha mai raggiunto. Non male per uno che proveniva dal Nebraska, figlio di un immigrante e di separati del Missouri. Il film riscosse un enorme successo di pubblico. Il pubblico aveva un insolito buon gusto o il film ha realizzato i loro sogni? Qui ho notato per la prima volta un tema secondario di molti film di Fred e Ginger: una combriccola di musicisti del Mid west e il loro leader ingegnoso usano l’americano ‘alzati e vai per superare in astuzia gli snob superficialmente sofisticati, brasiliani francesi o italiani, che incontrano.

Sono più ambivalente riguardo Top Hat anch’esso del 1935, uno dei concorrenti al titolo di miglior film di Fred e Ginger. Per la prima volta un buon copione di Dwight Taylor e Allan Scott ma che si aggroviglia gradualmente in farraginose improbabilità e perde il suo sprint ben prima della fine. Forse si potrebbe dire un copione buono a metà. Ha liriche e musica del grande Irving Berlin che includono due grandi numeri di canto e di ballo, “Isn’t This a Lovely Day?” http://www.youtube.com/watch?v=QN3eyYiuuNw e “Cheek to Cheek” http://youtube,com/watch?y=2A4-C-MK-Po in cui Fred inizia a mostrare la sua abilità di cantante e di ballerino da cui, tuttavia, traspaiono tracce di eccesso di prove: bei movimenti, ma una certa mancanza di spontaneità e divertimento che aveva caratterizzato la maggior parte dei suoi numeri nei film precedenti. Fred era un perfezionista, non riusciva a smettere di provare, pensava che Ginger ‘si trascinava’ perché non lavorava quanto lui. La fine, incluso il numero ‘The Piccolino’ non fu mai realizzata e non tiene in nessun conto la trama che si è sviluppata fino a quel momento: un peccato per la buona recitazione di Ginger. Sembra strano che qualcuno sia sempre vestito elegantemente, anche a colazione, ma questo è un cavillo. Le scene di Van Nest Polglase e gli abiti di Ginger sono splendidi e c’è l’abile supporto dei comici Eric Blore, Edward Everett Horton e Helen Broderick. La tensione tra i ruoli di Fred e Ginger è completamente sviluppata con Ginger in grado di rappresentare con esperienza e convinzione il momento in cui una ragazza si innamora. Tuttavia la tensione creativa tra gli attori, Fred il ballerino e Ginger l’attrice, comincia d essere evidente.

Follow the Fleet (1936) è il film che apprezzo di meno. L’orribile copione di Dwight Taylor e Allan Scott e la deludente colonna musicale di Irving Berlin non aiutano questo terribile racconto delle avventure poco divertenti di un marinaio e della storia sentimentale tra Randolph Scott e Harriett Hilliard : tutto fa affondare la nave. Randolph Scott! Ma in compensazione un’ottima interpretazione che Ginger dà di “Let Yourself Go” sulle cui note il duo balla splendidamente nella prima parte del film http://www.youtube.com/watch?y=y1FjlVsZ-mk. Il film termina con uno dei migliori balli della coppia con storia, liriche, musiche e ballo fusi in modo sublime in “Let’s Face the Music and Dance”.

L’altro concorrente al titolo di miglior film di Fred e Ginger è Swing Time che George Stevens diresse nel 1936. Ha la solita trama incoerente e irritante scritta da Howard Lindsey e Allan Scott, musica di Jerome Kern e liriche di Dorothy Fields. Stevens rende al meglio quello che c’è, e vediamo un bel momento all’inizio del film quando Ginger insegna a Fred a ballare (lui sembra portato) ma molte scene assolutamente sciocche sui risvolti dei pantaloni. Fred canta due belle canzoni “Pick Yourself Up” http://www.youtube.com/watch?v=z6MtmkqPbps e
http://www.youtube.com/watch?v=hkk_DA-Phtg&NR=1e “The Way You Look Tonight” http://youtube.com/watch?v=jXio_8RI1hl. E poi c’è un po’ di magia in una tempesta di neve quando i due cantano l’una all’altro “A Fine Romance” http://youtube.com/watch?v=pGmpuZ5rHig . E’ uno dei più bei momenti del loro romanzo sentimentale in corso sullo schermo, splendidamente filmato, recitato, cantato. Sono proprio il perfetto Fred e la perfetta Ginger. I numeri di ballo in questo flm hanno richiesto 350 ore di prove e questo è il film in cui la cameriera ha dovuto lavare il pavimento per rimuovere le macchie di sangue dalle vesciche che si erano aperte nei piedi di Ginger.

Se esiste un film di Fred e Ginger da evitare questo è Shall We Dance del 1937 diretto da Mark Sandrich su un copione insignificante di Allan Scott e Ernest Pagano. Recitazione incompetente, humour imbarazzante, storia sentimentale poco plausibile, questo film li ha tutti, perfino la colonna sonora dei Gershwin è fiacca. Per quale ragione abbiamo pensato che questi avessero talento? Lo studio non riusciva a vedere che l’intera serie non riscuoteva più successo e il pubblico si stava allontanando? Ma, un momento. C’è una scena sui pattini sulle note di “Let’s Call the Whole Thing Off” e mentre sonnecchiavamo ecco Fred con una delle più belle canzoni di Gershwin “They Can’t Take That Away From Me” http://youtube.com/watch?v=PMqXXdBlyZE. Nel mezzo di un film che fa somigliare i tre marmittoni a un film di Bergman quando non ce l’aspettiamo ecco la perfezione.

Carefree (1938) è uno dei miei film preferiti di Fred e Ginger, una semplice commedia romantica scritta da Marion Ainslee, Guy Endore, Ernest Pagano e Allan Scott con Fred nel ruolo di uno psichiatra la cui paziente (Ginger ovviamente) si innamora di lui. Il cast comprende Ralph Bellamy, il perfetto sostituto di Randolph Scott. Questa volta c’è molto da dire contro il film, non ultimo un insignificante commento muicale di Irving Berlin. Fred fa meglio del solito come attore e si esibisce in una incredibile novità, una scena che ha come centro l’abilità nel gioco del golf sulle note di “Since They Turned Loch Lomond Into Swing” (non chiedetevi cosa abbia a che vedere Loch Lomond con la trama). Questa volta Ginger è la star che mostra che grande intrattenitrice fosse e stesse per diventare. Una donna derisa può essere pericolosa ma una donna sotto ipnosi è peggio di un Dirty Harry di cattivo umore. Un film breve e con poche canzoni, un tentativo di variare una formula. Il film termina con una sorpresa, frequente nei film di Fred e Ginger, un ballo eseguito ad arte con Ginger sotto ipnosi http://youtube.com/watch?v=nuTIRV13NeI mai stata così bella come in questa scena. Questo fu il loro primo film a non incassare. I tempi stavano cambiando e, almeno una traccia si richiama alle Andrew Sisters e allo swing delle grandi orchestre, l’era in arrivo.

The Story of Vernon and Irene Castle del 1939 racconta la storia della coppia che fu perfino più grande e influente di Fred e Ginger nel periodo appena precedente alla Prima Guerra Mondiale. Il copione, scritto da Richard Sherman, è basato sulle memorie di Irene Castle, II C Potter ne ha curato la regia, Edward Stevenson i costumi. Di gran lunga il miglior film di Fred e Ginger insieme, l’unica cosa che gli impedisce di essere liquidato come una storia strappalacrime è che ogni scena è un vero ritratto di eventi reali: una storia di ambizione e destrezza, di distruzione e devastazione causate dalla Prima Guerra Mondiale. E’ zeppo di melodie pre-guerra come “Waiting for the Robert E Lee” , “By the Light of the Silvery Moon”, “Oh, You Beautiful Doll”, “Way Down Yonder in New Orleans”, “It’s a Long Way to Tipperay”, “The Darktown Strutters’ Ball”. E’ triste perché non solo lamenta la fine di un’era innocente e la perdita causata dalla ‘guerra per terminare la guerra’ ma è anche l’epilogo della fama transitoria degli interpreti, due dei quali erano gli stessi Fred e Ginger. Il film non incassò e segnò la campana a morte della collaborazione dei due. Questo fu il loro ultimo film insieme (eccetto una breve riunione). La magia era svanita.

Detto questo, i film di Fred e Ginger non reggono a un ripetuto scrutinio. Forse ne ho fatta un’ indigestione in quanto ne ho visti nove in una settimana. Ma non si può negare che tutti i film hanno copioni deboli, recitazione povera e direzione insignificante. Lo humour non ha retto al tempo ma le canzoni certamente sì: che una canzone pop duri 75 anni non è cosa comune e questo mostra cosa effettivamente significhi il termine ‘classico’. La parte visiva, che ha ancora un effetto irresistibile, è merito di Van Nest Polglase e degli stessi Fred e Ginger. I grandi personaggi comici, sebbene in ruoli di supporto, sono le scene che ricordiamo così come Fred che imparò a recitare mentre cantava e Ginger che riuscì a recitare mentre ballava. E tutto ruota intorno alla storia sentimentale, qualcosa cui siamo tutti vulnerabili non importa quanto ‘duri’ siamo. Ad ogni modo, nonostante i difetti ho trovato tutti i film guardabili: superati, ridicoli, e con momenti di grandezza quando Fred e Ginger cantano e ballano sulle note della migliore musica popolare americana. Ecco alcuni dei momenti più belli della storia del cinema.

Quando consideriamo l’impatto che questi film hanno avuto al loro tempo dobbiamo ricordare che l’America stava uscendo dalla depressione e i film tendevano a essere sia costruttori di morale che di evasione, entrambe molto necessarie. Il realismo era troppo triste per essere preso in considerazione come forma di intrattenimento. Il ballo era ancora il mezzo migliore per interagire socialmente ed era nelle sale da ballo che molta gente incontrava il futuro partner. Sebbene i film siano oggi dei classici, all’epoca naturalmente nessuno li vedeva in questa prospettiva. Si trattava di un buon affare, un leggero intrattenimento che non si pensava sarebbe stato ricordato a lungo com’era il caso di molti film di Hollywood dove raramente si cercava di fare un ‘buon’ film.

Molto è stato detto sull’interazione di Fred e Ginger sul set. Personalmente ritengo che Ginger abbia ammorbidito l’ossessiva professionalità che Fred portava in ogni scena mentre Fred ha portato Ginger a un livello di professionalità nei movimenti del ballo tale da eguagliare la sua. Un’altra teoria è che Platone aveva ragione: esiste un mondo di perfezione dove ogni cosa è giusta e di cui ciò che sperimentiamo è un mero riflesso imperfetto; Fred e Ginger furono in qualche modo capaci di entrare in quel mondo e mostrarci com’è. In ogni modo, non riuscirono mai a ricatturarlo da soli o con altri. C’è solo un modo di descriverlo. Fred e Ginger. O Ginger e Fred.

Dettagli dei film di Fred e Ginger sono in:

http://www.reelclassics,com/Teams/Fred&Ginger/fred&ginger.htm

Su Ginger: http://www.squidoo.com/gingerrogers
Su Fred: http://www.squidoo.com/fred-astaire-fan-page

Le canzoni
1. “Night and Day” Cole Porter (The Gay Divorce 1934)
2. “Smoke Gets in Your Eyes” Jerome Kern/Oscar Hammerstein II (Roberta 1935)
3. “I’ll be Hard to Handle” Jerome Kern/Oscar Hammerstein II (Roberta 1935)
4. “Lovely to Look At” Jerome Kern/Oscar Hammerstein II (Roberta 1935)
5. “Isn’t This a Lovely Day” Irving Berlin (Top Hat 1935)
6. “Cheek to Cheek” Irving Berlin (Top Hat 1935)
7. “Let Yourself Go” Irving Berlin (Follow the Fleet 1936)
8. “Let’s Face the Music and Dance” Irving Berlin (Follow the Fleet 1936)
9. “Pick Yourself Up” Dorothy Fields/Jerome Kern (Swing Time 1936)
10. “The Way You Look Tonight” Dorothy Fields/Jerome Kern (Swing Time 1936)
11. “A Fine Romance” Dorothy Fields/Jerome Kern (Swing Time 1936)
12. “Let’s Call the Whole Thing Off” Ira and George Gershwin (Shall We Dance 1937)
13. “They Can’t Take That Away From Me” Ira and George Gershwin (Shall We Dance 1937)
14. “Change Partners” Irving Berlin (Carefree 1938)

©2011 Translation copyright Gianna Attardo.

4. IL REGNO DI MINOSSE

di Phillip Kay.  Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Tra il 3500 e il 1500 a.C una civiltà molto interessante e piuttosto misteriosa si sviluppò e scomparve sull’isola di Creta, nel Mar Egeo Meridionale. Nel mito greco il sovrano di questo regno fu Minosse e quindi ci riferiamo a Creta minoica per descrivere ciò che sappiamo di questo popolo.

1 Un popolo semita
Probabilmente l’isola fu colonizzata dai Fenici, un grande popolo di navigatori proveniente da Canaan, dalla Siria e dal Libano che colonizzò anche Cartagine (‘Città Nuova’ dal fenicio Qart-hadast) in Tunisia, nell’ Africa settentrionale, e Tartessos sulla costa atlantica della Spagna, anticipando per l’estensione della sua cultura le grandi conquiste dei Musulmani. Può darsi che la posizione dell’isola sulla rotta commerciale con l’Egitto abbia attratto i Fenici. Le innovazioni fenicie comprendono la trireme, una nave che poteva navigare in mare aperto, e l’alfabeto (sviluppato successivamente dai Greci) che si propagò in lungo e largo seguendo la diffusione dei loro insediamenti. Sia Creta che Tartessos furono distrutte da terremoti: un’eruzione vulcanica a Thera distrusse la civiltà minoica e conseguenti sprofondamenti e inondazioni a Tartessos portarono all’abbandono del luogo. Si pensa che la conoscenza di queste catastrofi possa aver influenzato la nascita della leggenda di Atlantide, che Platone affermava di aver udito in Egitto (un regno tirannico, simile alla Persia, che attaccò Atene e ne fu respinto). Malgrado gli studi di genetica abbiano distinto tra ceppo fenicio e ceppo minoico è improbabile che non ci sia stata mai nessuna ibridazione tra i due nelle aree comuni.

Le nostre opinioni sulla cultura e sulla civiltà minoica sono molto frammentarie. Non molto del passato sopravvive e occorre prestare attenzione a non collocare falsa enfasi su tracce o elementi che sono giunti fino a noi semplicemente perché sono tutto ciò che è sopravvissuto. Occorrerebbe fare uno sforzo per integrare ciò che sappiamo su Creta con ciò che sappiamo su altre civiltà e, per analogia sulla nostra, ammettendo che molto non sarà mai conosciuto.

Sembra che Creta abbia raggiunto la sua prosperità con il commercio e che abbia formato parte di una rete commerciale che si estendeva all’Egitto, alla Siria, all’Egeo, all’Africa e alla Spagna. Era l’Età del Bronzo, le armi di bronzo rappresentavano l’ultima tecnologia e Creta commerciava sia nello stagno che nel rame (i componenti del bronzo). Un altro importante articolo di commercio era lo zafferano che veniva usato nel mondo antico come condimento per i cibi. Creta aveva una flotta navale ed era famosa per le sue navi. Poiché le uniche armi ancora esistenti, in forma di manufatti o in figurazioni artistiche, sono armi usate per scopi cerimoniali alcuni ritengono che Creta fosse un impero commerciale pacifico che non aveva bisogno di un esercito. Tuttavia esistono pochi indizi a sostegno di questa teoria e, in mancanza di evidenza che la suffraghi, è facile sostenere qualunque tesi tanto più in quanto la maggior parte delle prove è scomparsa. E’ possibile che Creta, che non aveva dispute sui confini con altri stati, sia stata un’isola pacifica.

Sulla base delle numerose raffigurazioni artistiche minoiche che ritraggono soggetti femminili si è supposto che Creta fosse una società che accordava uguale status sociale alle donne, fatto raro in qualunque età, forse un matriarcato. Molti ritratti mostrano donne in abiti che lasciano scoperto il seno, elemento questo che può essere un segno di rispetto per la loro femminilità. Tuttavia, anche al tempo di Luigi XIV le dame della corte di Versailles esponevano il seno nudo e questa non era una questione di prestigio quanto di politica dei sessi.

Sembra che la divinità principale adorata a Creta fosse la Grande Dea, una consapevolezza questa della fertilità della terra. Forse era Astarte, adorata dai Fenici. Altre divinità sono rappresentate dal serpente e dal toro. Siamo a conoscenza di un rituale che riguardava il salto del toro, di riferimenti alla labrys, una specie di ascia bipenne, e del labirinto, una sorta di percorso psichico sciamanico di adorazione. La storia del Giardino dell’Eden contenuta nel libro della Genesi può essere stata originariamente una versione cananea dell’Età del Bronzo di questa adorazione. Eva sarebbe quindi la dea Grande Madre o la sua sacerdotessa, il serpente saggio il mezzo attraverso cui l’uomo ha ricevuto la conoscenza dagli dei e i doni offerti includerebbero il frutto della conoscenza del bene e del male e il frutto dell’immortalità. Si ritiene che Lilith, la prima moglie di Adamo in una tradizione ebraica non biblica, sia una versione della madre luna sumera al tempo in cui gli Ebrei erano politeisti, quindi non è impossibile che Eva possa avere questo ruolo. Nella Bibbia la storia è stata radicalmente rimaneggiata non tanto per spiegare la fecondità della terra come dono degli dei quanto la causa dell’entrata del male nel mondo.

Gli edifici rappresentano gran parte dei resti materiali della civiltà minoica. Si tratta probabilmente di edifici adibiti a funzioni rituali e amministrative La maggior parte delle dimore private appartenenti a tutte le culture antiche è scomparsa, fanno eccezione il Partenone e le Piramidi. Creta usava una teconologia avanzata che comprendeva strade pavimentate, un sistema di fognature per strade ed edifici, una sofisticata rete idrica, bagni con vasche e gabinetti con sciacquone. I tardi popoli micenei di Creta hanno conservato una storia di un grande ingegnere e inventore, Dedalo, che costruì una macchina volante e creò una prigione per il malvagio Minotauro, memoria collettiva di una sofisticazione tecnologica. I Minoici sapevano leggere e scrivere e usavano una scrittura a noi nota con il nome di Lineare A che non è stata ancora decifrata.

2 Mito e religione
A parte le disquisizioni degli studiosi sulla natura dei resti degli edifici esistenti, sono templi o palazzi (probabilmente entrambi); i Minoici erano un popolo guerriero o pacifico (probabilmente entrambi, come necessario); le raffigurazioni idilliache sono forme di una cultura artistica che cercava di gettare le fondamenta per le conquiste della Grecia classica (opinione di Arthur Evans)- il che ignora il fatto che i Minoici non erano Greci ma Semiti con valori culturali molto differenti da quelli della Grecia classica, in gran parte sconosciuti- il fatto è che le nostre due fonti di informazione su Creta sono disparate e frammentarie, entrambe ingannevoli: l’archeologia e il mito. Giudicare la cultura sulla base dei gabinetti con sciacquone è come giudicare la cultura americana sulla base dell’esistenza di bottiglie col tappo a vite, o di lattine con l’apertura a strappo. Conclusioni basate su statuette e affreschi tendono inevitabilmente a considerarli in un contesto fuorviante di musei e gallerie d’arte che ignora la loro funzione effettiva e crea un quadro di una sorta di cultura artistica di ‘arte per l’arte’ che è destinata ad essere anacronistica. L’altra fonte di informazione è il mito greco e anche qui si rende necessaria una certa discriminazione.

Gli eroi di Omero erano parte di una cultura che viveva depredando e distruggendo le potenze più deboli, come accadde a Troia. Gli archeologi hanno stabilito che quando le prime ondate del popolo greco dei Dori, guidati nel mito dall’eroe Eracle, si stabilirono nel 1500-1200 a.C. nella Grecia settentrionale in centri quali Micene, si spinsero verso sud nel vuoto di potere lasciato dalla distruzione e dal disorientamento dei centri di influenza minoica. Per un certo tempo Creta fu una città-stato-fortezza micenea. La maggior parte dei miti su Creta risalgono a questa fase e riflettono la cultura micenea non minoica.

Il regno di Minosse, il Minotauro, Arianna e il filo, Teseo che libera Atene dal tributo, Dedalo e Icaro, queste e molte altre storie risalgono al periodo di poco antecedente alla guerra di Troia del XIII secolo a.C., l’epoca anche di Giasone e Medea, di Perseo, di Edipo e delle avventure di Ulisse. In questa fase Creta come potenza e identità culturale era scomparsa. Tuttavia alcune tracce rimangono della cultura ‘minoica’ e possono essere analizzate a partire da una straordinaria immagine scoperta da Evans: giovani uomini e donne che apparentemente saltano sul dorso di un enorme toro.

Si riteneva che Minosse fosse figlio di Europa, una principessa fenicia sedotta da Zeus nelle sembianze di un toro bianco che era venuto dall’oceano e l’aveva trasportata a Creta. Si ritiene che la stessa Europa sia una forma della dea della fertilità conosciuta in Egitto con il nome di Hathor e rappresentata come una vacca, e anche una discendente di un’altra vittima di Zeus, Io, trasformata in una giovenca. Un simbolo sacro alla stessa Hera era la giovenca. Esiste a tale riguardo un’ eco, non greca, del mito che si riferisce a un toro e a una giovenca e che include un riferimento alla Fenicia. I Greci avevano l’abitudine di dare nuovi nomi agli dei stranieri usando quelli che loro stessi adoravano, quindi è probabile che ‘Zeus’ non fosse il nome originario e che lo fosse invece il fenicio Baal. L’adorazione di dei in forma animale è nota dagli esempi egizi ma era comune in tutto il mondo antico. Gli studiosi della Bibbia ricorderanno la storia del vitello d’oro. La donna che è trasformata in una giovenca e si accoppia con un toro sembra essere un rito in celebrazione della fertilità. E’ possibile che a Creta il sacerdote minoico indossasse un abito con una testa di toro proprio come lo sciamano nell’antica Europa indossava un abito con una testa di cervo e che la sacerdotessa avesse assunto il nome di Io o di Europa. I Micenei che adoravano il dio del cielo Zeus, e non le potenze infernali della terra, trasformarono questo rito nella storia scandalosa dell’atto carnale tra Pasiphae e il Minotauro. Europa è stata collegata con Demetra, dea della fertilità, ed è breve il passo che la separa dalla fenicia Astarte. Questo mito era un ricordo di un rito di Astarte e Baal, importato da città stato fenicie quali Tiro o Sidone? Ha molto più senso delle storie di tori e fanciulle che si innamorano. Molti miti furono rielaborati dai poeti pastorali del primo secolo ed è così che sono sopravvissuti fino ai nostri giorni ma l’interpretazione è romantica non religiosa come era in origine.

I tori di Lascaux sono tra i reperti più straordinari dell’antichità. Da Gilgamesh a Mitra dei ed eroi hanno sacrificato il toro sacro per assicurarsi che la sua forza vitale tornasse a nutrire il proprio popolo. Qui si ritrova un insieme di significati: il sangue vitale che è versato così che gli adoratori possano ingerirlo e trovare vita eterna; la forza che genera molti figli; il seme che germina nella terra, il bambino nel ventre che necessita di forza per darlo alla luce e il sole e la luna che devono essere implorati affinché continuino a dar vita attraverso l’adorazione degli dei responsabili di queste funzioni. Le corna del toro e la giovenca rappresentano la luna crescente, e quindi le fasi della luna.

Culti di questo genere sono noti dall’Anatolia all’Egitto e quasi certamente il rituale era praticato a Creta. Non sappiamo se il sacrificio fosse reale o simbolico. Il sacerdote che combatte e uccide il toro e riceve la sua forza rinvigorente per gli esseri umani è probabilmente rappresentato nell’affresco del salto del toro di Knosso e può essere l’origine della corrida che ha ancora luogo in Spagna oggi. Strano pensare alla corrida, poco più ormai di un’attrazione turistica, come all’ultima sopravvivenza di un rituale religioso fenicio praticato una volta a Cartagine e anche a Creta.

Uno dei miti classici cretesi più interessanti è quello del labirinto che rinchiudeva il Minotauro. Un labirinto tuttavia non è un dedalo, e non è designato a rinchiudere nessuno. E’un cammino rituale, un mandala, che il sacerdote percorre ritracciando la formazione del mondo e, attraverso il quale, praticando riti in momenti specifici, mantiene il mondo nella sua stabilità e al tempo stesso crea quella stabilità in se stesso, forza che poi impartisce al popolo durante atti di adorazione. Una possibilità interessante è che a Creta quella funzione possa essere stata espletata da sacerdotesse e non sacerdoti e che il proposito primario fosse quello di creare e nutrire la vita. E’ possibile che il rituale non implicasse il sacrificio di animali o esseri umani, caso frequente con le divinità celesti quali Yahweh o Zeus. Ciò dà una dimensione totalmente nuova alla storia di Arianna, quella di una principessa che all’interno del labirinto sacro compiva rituali animatori e che in tal modo ‘salvò’ il credente Teseo. Un rituale simile potrebbe essere sopravvissuto fino in epoca classica associato al culto di Demetra a Eleusi.

Al pari delle corna del toro che rappresentano le fasi della luna nella religione cretese e in altre del Medio Oriente, la labrys, l’ascia bipenne portata dalle sacerdotesse, le simboleggia nella religione minoica. La forma peculiare di questo emblema non è funzionale ma simbolica come lo scettro e il flagello portati dal faraone. In molte religioni la luna crescente e calante è stata collegata con il ciclo riproduttivo femminile. E’ possibile che nella religione minoica molti riti fossero collegati alla fertilità sia della natura che degli esseri umani. E’ stato ipotizzato che, poiché nessun tempio cretese simile ai templi classici greci è sopravvissuto, i templi possono essere stati spazi aperti situati in cima a una collina o spazi sotterranei. Non esistono prove a sostegno dell’esistenza di riti matriarcali, centrati sulla figura femminile a Creta o in altri luoghi ma esistono indizi interessanti della probabilità di questa ipotesi.

In numerose figurazioni trovate a Creta la sacerdotessa/dea (durante il rito le due figure si fondon) stringe un serpente in ciascuna mano. nessuno è in grado di dire cosa stia facendo con i serpenti ma val la pena notare che a Creta esistono pochi tipi di serpenti nessuno dei quali è velenoso. In molte religioni il serpente rappresenta l’infinito ed è mostrato come un omega, un cerchio formato da un serpente attorcigliato con la coda in bocca. Inoltre, poiché il serpente muta pelle, esso rappresenta la nuova vita, specialmente quella del credente che ha osservato il rituale e ricevuto il favore del dio. Per le sue molte vite, il serpente rappresenta la saggezza e soprattutto la conoscenza recondita. Il mandala del labirinto può essere paragonato ad una figura chiamata l’albero del mondo presente nelle religioni di tutto il mondo, una rappresentazione della forza vitale che si estende in tutto il cosmo. Spesso a guardia dell’albero si trova un serpente. Nel Giardino dell’Eden il serpente è a guardia dell’albero della conoscenza del bene e del male (e ci si meraviglia per il fatto che Yahweh non vuole che Adamo comprenda il significato del bene o del male). Nel mito greco Hermes, il messaggero degli dei, porta un serpente attorcigliato a un bastone. A Delfi l’oracolo era custodito da Pitone, un serpente immortale le cui profezie erano interpretate dalla sacerdotessa Pitonessa (il ruolo di Pitone fu successivamente usurpato da Apollo). Immagini simili alla sacerdotessa cretese che stringe i serpenti nelle mani sono state trovate in siti ittiti e sumeri. E’ possibile che in tutte queste figurazioni la dea/sacerdotessa stia pronunciando l’oracolo del dio, rivelato attraverso il serpente, il portavoce del dio.

3 Le donne cretese
Molti, tra cui Bettany Hughes, hanno cercato di affermare che nella società micenea le donne godevano di uno status pari a quello degli uomini, almeno nei ceti elevati (se esistevano ceti elevati e se questo non è un termine anacronistico). E nella Creta minoica? Numerosi sono stati i tentativi volti a delineare un quadro di una società matriarcale dove le donne governavano come sacerdotesse e l’aggressività maschile era tenuta a freno. Sfortunatamente non esistono prove a sostegno di questo quadro (né prove contro). L’adorazione della Grande Madre è plausibile in quanto prevaleva nel Medio Oriente al tempo della civiltà minoica, nel 2500-2000 a.C. (come precedentemente menzionato ‘minoico’ si riferisce a una fase diversa da quella in cui governò Minosse che fu una successiva figura greca micenea). Le statue di una sacerdotessa/dea che stringe un serpente lo confermano. Tuttavia, l’unica indicazione della posizione delle donne nella società è da trovarsi nella loro esposizione del seno nudo. Cosa questo significhi qualunque donna che esponga il seno nudo su una spiaggia lo saprà. Non sguardi furtivi o offensivi, non approcci indesiderati, non l’obbligo di sentirsi cosciente del proprio gesto come se questo fosse disdicevole. Come la maggior parte delle donne sa (e che sembra che gli uomini non sappiano) il sesso è una situazione e le parti del corpo sono secondarie. Ma la parte del corpo interessata ha grande significato come simbolo, e per di più non sessuale, di nutrimento.e maternità. Il fatto che le donne scoprissero il seno può significare che ciò le rendeva una parte rispettata e potente della società e le rappresentanti, ciascuna, della Grande Dea stessa. Presumibilmente, al contrario di noi, i maschi cretesi non erano a disagio di fronte a una donna che allattava un bambino. Non abbiamo certezza del fatto che il costume di mostrare il seno scoperto fosse limitato alle sacerdotesse, ai ricchi, ai contesti cerimoniali, o fosse la norma, quindi le speculazioni rimangono tali. Nell’arte egizia i seni a volte sono scoperti ma non enfatizzati come nell’arte cretese e gli abiti a volte sono trasparenti. Le schiave erano totalmente nude. Appesantiti come siamo da 2000 anni di indottrinamento cristiano su ‘sesso è male’ un fatto che non riusciamo a comprendere sono i costumi sessuali nelle culture antiche. Ogni conclusione sia a favore che contro il matriarcato è destinata a essere poco obiettiva. Tuttavia la speculazione accresce l’interesse per la cultura minoica.

4 La fine del mondo
Questa cultura giunse alla fine intorno al 1700 a.C. Il vulcano attivo sull’isola di Thera, a circa 70 miglia a nord di Creta, eruttò con una delle maggiori esplosioni mai registrate, di intensità quattro volte superiore a quella del Krakatoa nel XIX secolo. Gli insediamenti minoici sull’isola e sulle isole vicine furono spazzati via. Non è chiaro in che modo l’eruzione abbia colpito Creta. E’ probabile che un’onda gigantesca, alta circa 178 metri, si sia abbattuta sulle coste settentrionali dell’isola, e le ceneri vulcaniche si siano depositate nell’aria causando soffocamento ai sopravvissuti. Tuttavia gli scienziati ritengono che l’onda gigantesca e le ceneri vulcaniche non sarebbero sufficienti a distruggere un’intera civiltà. Probabilmente ciò fu dovuto all’effetto di cause più indirette. E’ possibile che nubi di cenere e polvere abbiano oscurato il sole, forse per alcuni mesi, e che ciò abbia ostacolato le attività nei campi e la cura del bestiame. Come risultato, si sarebbe verificato un sovraffollamento e un salasso per le risorse nei centri non direttamente colpiti dall’esplosione. Una società agricola semplice non sarebbe stata in grado di fronteggiare un problema di queste dimensioni e poiché molte attività, forse tutte, dipendevano dal commercio, cui l’eruzione aveva temporaneamente messo fine anche attraverso la distruzione di molte navi, si sarebbe diffusa la carestia. Alla carestia sarebbero seguite malattie in una scala tale da rendere impossibile un trattamento medico. Forse più pericolosa di tutto sarebbe stata la reazione religiosa. L’eruzione sarebbe stata vista come il volere degli dei, forse il segno che l’era dei minoici era finita. Esistono a tale riguardo tracce di sacrifici umani, prova della disperazione e della paura del popolo di fronte a questa volontà divina. E’ anche possibile che i più potenti dell’isola, le sacerdotesse, siano andate al nord per affrontare la crisi e forse placare l’ira degli dei e che siano morte per soffocamento lasciando il popolo senza la guida dei saggi. Questo è il modo in cui le civiltà vengono distrutte.

Una piccola ricerca sui Polinesiani successiva all’esplorazione del Capitano Cook, o sui popoli nativi americani dopo l’insediamento dei bianchi e anche precedente alla politica del genocidio attuata dagli Stati Uniti e dalla Spagna, rivela gli stessi elementi: morte per malattia contro cui non esistevano antibiotici nelle razze colpite; mancanza di mezzi di sostentamento e delle fonti di approviggionamento a causa dell’intervento straniero; crollo delle strutture sociali tradizionali e perdita dei capi per malattia o carestia; la convinzione popolare di aver perduto il favore degli dei; un ricorso a disperate e pericolose iniziative che portano a erronee tattiche di concessioni o scontri da parte di leader inesperti.

Fattori di questa natura sono più intangibili della forza di onde gigantesche o della quantità di cenere vulcanica prodotta ma spiegano come può scomparire una cultura con una certezza maggiore dell’esattezza di qualunque misura o calcolo. La civiltà minoica non scomparve dopo l’eruzione. Le aree devastate vennero riassestate, nuovi edifici innalzati, in alcuni casi più elaborati dei vecchi. Ci fu più di un tentativo di tornare alle condizioni precedenti all’eruzione. Ma penso che lo sforzo aveva distrutto il cuore. La vitalità, l’esuberanza che si può trovare in qualunque rappresentazione di un animale o di un paesaggio era svanita. E nel nord i lupi di Micene annusarono l’aria e videro l’opportunità per un saccheggio.Scesero al sud attaccando i Minoici rimasti senza protezione e indeboliti. Dapprima furono contenti di distruggere, stuprare, bruciare, depredare.Ma, inevitabilmente, alcuni Micenei si stabilirono nell’area, assorbirono modi di vita minoici. A partire dal 1500 a.C. circa una nuova cultura, quella della Grecia micenea prevalse sull’isola.

Al di là della possibilità di strutture come il matriarcato, di pratiche quali l’adorazione della Grande Madre, delle storie su una grande flotta o dei resti di una tecnologia avanzata forse ciò che di più prezioso è sopravvissuto da Creta minoica sono le piccole cose, i cui frammenti rivelano un atteggiamento di tale piacere, tale innocenza e freschezza, un’osservazione e un gusto della natura come raramente sono stati espressi prima o saranno espressi dopo.

©2011 Translation copyright Gianna Attardo.

3. TUTTO IL MONDO È UN PALCOSCENICO: SEI FILM DI PRESTON STURGES

di Phillip Kay.  Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Tutto il mondo è un palcoscenico, e tutti gli uomini e le donne son soltanto degli attori
che hanno le loro uscite e le loro entrate;
nella vita un uomo interpreta più parti (Shakespeare , Come vi piace, II,vii)

Tutti hanno visto i film di Preston Sturges e la maggior parte è d’accordo sul definirlo uno dei cinque/sei migliori registi. Ho rivisto i suoi film per esprimere la mia opinione. Quello che dico non piacerà né agli ammiratori di Sturges, che già lo sanno, né ai suoi detrattori, che non ci trovano niente in un film in bianco e nero senza sparatorie, ma se convincerà qualcuno a procurarsi una copia di un film di Sturges e a guardarsela ne sarò felice.

Preston Sturges (Edmund Preston Biden 1898-1959) ha scritto il copione di 42 film (molti basati sulle sue commedie) incluso Twentieth Century (1934, insieme a Ben Hecht) per Howard Hawkes, Easy Living (1937) e Remember the Night (1940) entrambi per Mitchell Leisen. Ha scritto il testo per 12 film che ha diretto, otto dei quali sono inclusi nel novero delle migliori commedie americane, giudizio esagerato a mio avviso, in quanto ritengo che ci siano in realtà solo sei film degni di considerazione, i suoi primi sei da regista: The Great Mc Ginty e Christmas in July, entrambi del 1940, The Lady Eve e Sullivan’s Travels, entrambi del 1941, The Palm Beach Story, 1942, e The Miracle of Morgan’s Creek, 1942, uscito nel 1944. I primi due contengono parti poco convincenti, gli ultimi due mostrano un leggero calo ma dopo The Miracle of Morgan’s Creek sembra che Sturges abbia perduto inventiva, fatto errori di giudizio e film di grandi momenti più che grandi film. I sei film menzionati sono un miscuglio esilarante di satira, farsa, sentimento, commedia folle stile Keystone Kops, umorismo grossolano e saggezza, elementi che accomunano Sturges ai migliori registi degli ultimi 100 anni. Sturges, come Howard Hawkes (un altro incluso nel gruppo) ha lavorato precariamente come produttore indipendente all’interno dello studio system di Hollywood, sebbene per un tempo minore. Ritengo che ai commediografi e ai registi di commedie dovrebbe essere attribuito un peso maggiore che ai drammaturghi: è ben più difficile fare commedia, e una così gran parte di buona commedia si perde lungo il cammino una volta fuori del suo tempo e del suo luogo.

The Great McGinty (Il grande McGinty)
The Great McGinty (1940) tratta di politica. Parte dalla premessa che tutti i politici sono impostori e imbroglioni in combutta con il crimine organizzato, e che si sono messi insieme per intascarsi quanti più fondi pubblici possibile. Forse è per questo che esiste la politica. E’ ciò che l’uomo della strada ha sempre pensato ma di rado espresso chiaramente. Trovare questa opinione in un film di Hollywood è a dir poco sorprendente in quanto Hollywood si è sempre mostrata ossequiosa e desiderosa di compiacere il governo o, per lo meno, qualunque istituzione pubblica, la cui disapprovazione avrebbe potuto facilmente diminuire i suoi incassi al botteghino. Fatto ancor più sorprendente, il film ha vinto l’Oscar per la migliore sceneggiatura ma a buon diritto perché è costruito con mirabile maestria.

Lavorando con quattro soldi e con attori sconosciuti (era un film di classe “B”, al secondo posto nella programmazione), Sturges sfrutta al massimo i suoi limiti. Il film dura poco più di 80 minuti e procede a un ritmo sostenuto fin quando si impantana a metà strada in una storia romantica poco convincente quando Dan McGinty (Brian Donlevy), una sorta di barbone che bazzica la mensa per i poveri, viene indotto a votare per il sindaco al posto di un tizio assente. Se uno riceve 2$ per un voto falso, allora più vota e più si arricchisce, conclude Dan. Questa è la filosofia che piace al Boss (Akim Tamiroff), il malavitoso impresario che controlla la città e Dan alla fine riesce a diventare Governatore prima di essere buttato fuori della città quando decide di dedicarsi a ideali umanitari. Questi due sono il cuore e l’anima del film e le loro continue guerre sono pura farsa e non hanno niente a che fare con la politica.

Ma il film è più che semplice farsa, è anche satira e dietro la confusione Sturges si pone domande valide sulla politica. Un posto fisso giustifica un atto disonesto? Pensava all’Italia, nemica dell’America al tempo della guerra quando Mussolini faceva notoriamente arrivare i treni in orario, si imbarcava in un massiccio programma di costruzioni ed era tumultuosamente popolare al tempo in cui uscì il film? Capiva quanto la Mafia già possedeva dell’America nel 1940? L’interesse personale può mai trasformarsi in bene per l’uomo della strada che non ha conoscenze utili o influenza? Come si può attuare una riforma quando anche la stessa struttura in cui i riformatori della politica hanno bisogno di lavorare è corrotta?

Quasi nessuno, a eccezione di Preston Sturges, poteva presentare problemi di questo tipo e al contempo dare vita a una farsa delirante, affibbiando frequenti brevi battute a grandi clown come William Demarest e Harry Rosenthal, usando elementi che la folla adora, come le scene di McGinty con moglie e due bambini, e finendo con l’amara l’osservazione che siamo più in pericolo quando cerchiamo di modificare il nostro modo d’essere sia esso buono o cattivo.

Christmas in July (Un colpo di fortuna)
Con Christmas in July (1940) Sturges tentò un prodotto più unitario, più semplice e basato sul personaggio. Riprendendo il copione di una sua commedia precedente, Sturges basò il film su un ritratto realistico (stile Hollywood) di una giovane coppia afflitta dalla povertà che riesce a realizzare il suo sogno di ricchezza. Con un budget superiore, che gli proveniva dal successo del suo primo film, Sturges scelse Dick Powell e Ellen Drew nel ruolo della coppia, non grandi attori ma ben capaci di esprimere i conflitti in cui si dibattono Jimmy e Betty nel film. Jimmy vince una gara per uno slogan pubblicitario, scopre che è uno scherzo, poi in una sequenza finale esilarante, vince effettivamente la gara. Uno dei sogni di praticamente ogni povero è di avere abbastanza soldi per comprare regali per tutte le persone che conosce. A questo punto il film smette di essere comico per dirci che la generosità che proviamo verso il prossimo è di gran lunga più importante dei regali.

In contrasto con la storia centrale di una coppia i cui sogni si avverano, poi sono considerati falsi, poi effettivamente si avverano non per la ricchezza ma per l’amore e la generosità verso il prossimo, troviamo il folle gruppo di grandi attori non protagonisti che aggiungono una ricchezza unica a praticamente ogni film di Sturges. Jimmy e Betty hanno i loro alti e bassi ma Raymond Walburn, il presidente della compagnia del caffè, William Demarest nei panni del Signor Bildocker, il suo recalcitante impiegato, Ernest Truex, il Signor Baxter per il quale Jimmy lavora e il grande Franklin Pangborn (che nome fantastico), presentatore del Dottor Maxford, tutti emergono a un ritmo indiavolato e densissimo. Sono clown, non personaggi, ma possiamo solo ammirare il modo in cui Sturges li usa, contrapponendo ogni peculiarità fisica, eccentricità di voce e accento e mettendoli l’uno contro l’altro per creare brevi tocchi di humour che fanno procedere il film come una palla di fuoco dando allo stesso tempo all’industria pubblicitaria una lavata di capo da cui non si sarebbe mai ripresa. Il film convince sia come commedia romantica che come screwball comedy e farsa e siccome è un film di Sturges riceviamo tutto insieme, siamo sommersi da idee comiche.

Il film dura solo 64 minuti e non dà risposta a nessuno dei suoi punti. Jimmy e Betty saranno capaci o no di fronteggiare una vita da ricchi e il successo? Il dottor Maxford riuscirà a vendere il caffè? Se non riesciamo a dormire la notte ci berremo una tazza del caffè di Maxford? La risposta è’ in un altro film, uno che non ci piacerebbe altrettanto. ‘Porta male un gatto nero che ti attraversa la strada?” “Dipende da quello che succede dopo”.

The lady Eve (Lady Eva)
The Lady Eve (1941) è il miglior film di Sturges,una delle migliori commedie romantiche mai prodotte, il tipo di film che Shakespeare avrebbe fatto se i produttori avessero accettato l’opzione di Twelfth Night (Hollywood avrebbe fregato Will Shakespeare). E tutto sta.nel cast. Henry Fonda è Charles Pike, un milionario ingenuo abbindolato da una banda di bari. E quanto è ingenuo! Per la maggior parte del tempo sembra un quattordicenne ma quando cresce e si innamora diventa protagonista delle scene d’amore più sexy e di alcuni errori imbarazzanti. Barbara Stanwyck, la grandissima attrice dell’età d’oro di Hollywood, è superba nel ruolo di Jean, la seduttrice che detesta i serpenti, si innamora e disinnamora, mostra le sue belle gambe con effetto devastante (Charles si innamora di quelle gambe: ne è sconvolto). Ecco in azione la satira di Sturges’:”Hai un bel naso” e il sostegno di Eugene Pallette nel ruolo del sig. Pike (solo poco meno efficace qui che in quello del padre di Carole Lombard in My man Godfrey), di William Demarest come Muggsy la guardia del corpo, di Eric Blore il “Sir Slfred McGlennan” fintantoché la squadra antifrode non lo scopre e di Charles Coburn nel ruolo del padre di Jean. Che cast. Ecco un film che sparge un po’di magia in mezzo a tutti i nostri guai al pari di Trouble in Paradise di Lubitsch, Bringing up baby, His Girl Friday e Twentieth Century, di Hawks , My Man Godfrey e Stage Doors di La Cava, Libelled Lady di Conway o Awful Truth di Capra, un gruppo che rappresenta il meglio della screwball comedy.

Ed è un film di Preston Sturges: ma c’è dell’altro. Non è solo una storia d’amore ma uno dei modi più schietti mai visti al cinema di trattare il sesso (se pensate che il sesso sia nudità e scene di orgasmo rimarrete scioccati). Ma il film non tratta solo di amore e sesso, Sturges ha alcune meravigliose intuizioni sul ruolo dell’illusione tra uomini e donne e sull’enorme importanza della fiducia come fondamento di un rapporto. Storia sentimentale, filosofia, errori imbarazzanti, presa in giro del sistema di classe britannico che Sturges conosceva così bene, deflazione devastante delle forme di vanità sia maschili che femminili, tutti questi elementi sono collocati, integrati e dosati con abilità. Alcuni registi lasciano il ritmo del film al tecnico del montaggio ma Sturges era un commediografo e forse il suo dono maggiore era la sua abilità di distribuire il suo materiale in modo così efficace nel corso del film. The Lady Eve dura poco più di 90 minuti ed è splendidamente proporzionato. Durante un banchetto di dieci portate, per esempio, Henry Fonda versa la maggior parte delle pietanze sugli abiti: è divertente ma non si tratta solo di un gesto imbarazzante, è perché sta confondendo le sue Eve, il che è ancor più divertente, ed è confuso perché le sue illusioni sono andate in pezzi, cosa naturale, ma sbaglia: non capisce la sua donna né se stesso – e quindi si versa il cibo sugli abiti.

Sia Jean/Lady Eve che Charles hanno le stesse caratteristiche. Vivono fuori del mondo. Jean non si impegna con nessuno se non per macchinare un imbroglio, il suo cinismo è una barriera che la separa dagli altri. Charles è distante in un altro modo, tutto preso dal suo amore per i serpenti, fugge davanti ai suoi interessi commerciali di erede di un fabbricante di birra, troppo guardingo per lasciarsi coinvolgere dagli altri. Quando si incontrano e si innamorano nessuno dei due se ne accorge. Durante il film Jean pensa che sta manipolando Charles e poi cercando di vendicarsi. Charles è soprattutto consapevole di non essere più all’altezza dell’amazzone. E’conquistato da Jean, poi infatuato. Sturges ha la sfacciataggine di usare lo stratagemma del rovesciamento dei ruoli e dello scambio di persona direttamente dalla commedia shakesperiana per scuotere questi personaggi dalle loro convinzioni errate. Questi poi si innamorano veramente. E Sturges si fa l’ultima risata, che è diretta all’ Hays Office. Alla fine del film Jean e Charles vanno a letto insieme e quindi commettono adulterio. Ma Will Hays non può farci niente: sebbene entrambi siano stati sposati prima si scopre che lo sono stati l’uno all’altro e quindi si tratta di rispettabile sesso coniugale, malgrado ciò, a mala pena, spieghi una Barbara Stanwyck con le sue lunghe gambe, il bolero di Edith Head che le lascia le spalle nude o i primi piani del suo sguardo pieno di un ardore che cova sotto la cenere.

Sullivan’s Travels (I dimenticati)
Sullivan’s Travels (1941) è imperniato su un punto principale che lo rende un po’ pesante. Ha momenti dove lo humour è un po’ ovvio come nella scena in cui Sullivan (Joel McCrea) lavora come guardiano per due sorelle, una delle quali gli civetta intorno, e momenti in cui il patos è forzato come nella scena della chiesa dove la congregazione intona “Go Down Moses” quando i detenuti gettano lo scompiglio. Partendo dal concetto ridicolo di un regista di Hollywood che cerca di fare un film impegnato (cosa che non sono riusciti a fare fino a oggi) Sturges si chiede a cosa servono i film, gettando un certo discredito sui molti che si interessano di problemi sociali di cui non sanno assolutamente nulla. Come i poveri hanno sempre capito la carità è di solito una forma di controllo, Lungo la storia Sturges infila una scena divertente di un vertiginoso inseguimento di macchine che ricorda Keystone Kops di Mack Sennet, una toccante storia sentimentale in cui appare una deliziosa Veronica Lake con voce e accento seducenti, esecuzioni magistrali da parte di William Demarest, Eric Blore e altri del suo gruppo di clown di sostegno, due tentativi di omicidio, un degradante imprigionamento in un campo di detenzione e un cartone animato di Walt Disney. E’ molto anche per Sturges. ma tutto è trattato con una sofisticazione che spinge l’osservatore a mettere continuamente in discussione il punto di vista. Nulla nel film è ciò che sembra e l’osservatore ride sia per un senso di disagio di fronte all’ambivalenza che per i molti momenti di pura commedia. Nessun altro film di Hollywood è così ricco di stratificazioni.

Come Henry Mayhew il fondatore di Punch nella Londra del 19esimo secolo, George Orwell nella Londra del 20esimo secolo, Lenin e Trotsky in Russia e molti altri riformatori sociali, Sullivan è interessato alla povertà e vuole far qualcosa ma ignora totalmente questa condizione e la sua principale emozione che è la disperazione. Perciò l’interessamento è una forma di recitazione, l’ interpreta nel film è di conseguenza un attore, un attore che, inoltre, sta recitando la parte di un regista, un regista che potrebbe essere un portavoce del regista che sta girando il film in cui il regista sta girando il film. E l’interessamento sociale espresso può solo essere sperimentato dal pubblico che si gode il film solo per la sua qualità di intrattenimento.

Sebbene a volte sembri una satira presciente sulla carriera di Steven Spielberg, il tema implicito in Sullivan’s Travels è un trattamento del rapporto precario di Sturges con lo studio trattamento che peggiorò nei due anni successivi all’uscita del film, Sturges ha l’intelligenza e il distacco necessari per vedere e ridicolizzare non solo l’ideale sacro del profitto che motiva gli studio, non solo la spinta egocentrica di attori che tentano di essere star o di registi che cercano di essere sintelligenti ma l’intelligenza e la presunzione che erano una parte della sua creatività. Un pubblico vuole risposte facili? Far ridere il pubblico è ‘meglio’ che farlo riflettere su problemi seri? Se optiamo per questa seconda linea di condotta dobbiamo credere che un pubblico non sofisticato andrebbe a vedere un film di Sturges piuttosto che, diciamo, Die Hard o Star Wars il che ritengo improbabile. I poveri, naturalmente, non si possono permettere di vedere nessun film, nemmeno un cartone animato di Disney (a meno di non essere residenti del campo di detenzione quando questo veniva proiettato).

Il problema dell’onestà, della rappresentazione del reale con qualsivoglia metodo che funzioni, sia esso realismo o storia fantasiosa, emerge nella vita di ogni artista. Per fare un’opera d’arte si deve falsificare la vita: la vita non è un libro, un film, un quadro, una scultura o una sinfonia ma qualcosa di molto diverso. In una sua poesia Mervyn Peake (autore dei libri Gormenghast) racconta del suo shock quando lavorando come inserviente medico si accorge che mentre esamina la pelle giallastra di una donna in punto di morte la paragona al bianco delle lenzuola, e pensa al contrasto dei colori in termini di un problema pittorico quando invece si sarebbe dovuto interessare al destino della donna. E’ rendendo quel contrasto che l’artista può mettere il pubblico in grado di sentire quell’interessamento. Nel cinema il problema di come rappresentare il reale è oscurato dal concetto dell’intrattenimento, l’idea che il film dovrebbe distrarre la gente dai suoi guai. Il film come una sorta di droga o sedativo, come la televisione. E’ certo che anche senza il fattore dell’intrattenimento dramma e humour non sono due alternative opposte. C’è tragedia che è piuttosto operistica e irreale e forme di humour, quali la satira e la parodia, che riescono a commentare problemi sociali in modo piuttosto convincente. Quindi la conclusione che Sullivan’s Travels è un’affermazione del credo di Sturges è sospetta, più verosimilmente è una satira del credo di altre persone. Tuttavia è senz’altro vero che la commedia riceve meno attenzione critica del dramma, ma solo perché la commedia è molto più difficile da analizzare (e i critici probabilmente ritengono il ridere cosa poco degna). Ancora una volta vediamo l’eccezionalità di Sturges: una tenera storia d’amore di 90 minuti tra Veronica Lake (peccato che Sturges non abbia lavorato con Carole Lombard che avrebbe fatto con grande facilità quello che Sturges si aspettava da lei) e Joel McCrea entrambi al meglio delle loro prestazioni. Ottima esecuzione da parte del gruppo di repertorio, un omaggio alla commedia del cinema muto e a star come Charlie Chase e Buster Keaton. E’ un film che mina il messaggio alla base facendosi beffa del mezzo, un film che osa dire che il messaggio non è valido perché è un film, un mezzo nato dalla guerra tra gli sfruttatori e i presuntuosi e che, comunque, poi rende valido il messaggio. Ci sono segni di tensione nel ritmo del film. Quando fu fatto, Sturges cominciava a soffrire di stress. Stava scrivendo, producendo e realizzando due film all’anno, era in guerra con lo studio che cercava di mettergli il bastone tra le ruote (si è mai visto un regista più grande del direttore dello studio?), viveva un complicato rapporto sentimentale, aveva un ristorante da gestire, beveva quando avrebbe dovuto dormire, era in guerra con il fisco che gli stava già succchiando il 90% dei suoi guadagni e che presto lo avrebbe messo sul lastrico, e trascorreva il tempo libero che non aveva dedicandosi al suo interesse per la meccanica e le invenzioni. Tuttavia riuscì a fare uno dei migliori film della sua carriera. Presto Sturges cominciò a perdere alcune di queste battaglie.

The Palm Beach Story (Ritrovarsi)
The Palm Beach Story è la tipica farsa anarchica, frenetica alla Sturges ma solo all’inizio e nella scena finale. Si sforza di essere una pacata commedia di costume poiché Gerry Jeffers (Claudettte Colbert) si separa dal marito Tom (Joel McCrea) per non essergli di peso. L’assurdo è che il vero amore che Gerry sente per il marito non può essere di aiuto alla carriera di lui ma lei, da bizzarra divorziata libera come l’aria, riesce a raccogliere i fondi per finanziargli la carriera. Questo saluto cinico al sesso, soprattutto sesso illecito, è il combustibile della trama del film ma anche la sua rovina in quanto il tentativo di Gerry di lasciare il marito non funziona gran che soprattutto perché lei lo ama così tanto da non sopportare di separarsi da lui. Nel ruolo di Gerry Colbert è intralciata da una rigida recitazione, non sembra mai sentirsi a suo agio di fronte alla telecamera in nessuno dei suoi film il che intralcia McCrea che ha bisogno di un attore che gli si contrapponga per essere efficace.

Il ritmo del film si regge su altri attori: Robert Dudley nella parte di Wienie King, un milionario duro d’orecchio, Rudy Valee, un milionario che vuole dar via i suoi soldi e Mary Astor una compulsiva milionaria divorziata che parla a mitraglia. Sfortunatamente, la compagnia di repertorio che recita nel ruolo dei membri milionari del Club Ale and Quail è sprecata in questo film. Il suo pezzo divertente è la memorabile sparatoria su un treno e i danni che procura. Paragonato ai brillanti film precedenti questo non regge il confronto. Il fatto sorprendente del film è che Sturges riesce a usare un argomento fiacco e lo stratagemma di una trama simmetrica e a ricavarne così tanti momenti di comicità. La logica della trama, in cui si dispiega un mondo di milionari che si fanno facilmente separare dal loro denaro dal fascino di una bella donna, alla fine è abbandonata quando il Vero Amore trionfa e uno di milionari si rivela un filantropo. Sturges stava offrendo al pubblico quello che i produttori di Sullivan’s Travels gli avevano detto l’anno prima e cioè che il pubblico voleva un film ‘che fa sentir bene’, ‘con un po’ di sesso’ e relegando il suo proprio film alla scena iniziale? Un film sul matrimonio che inizia con ‘e vissero felici e contenti’ è una sfida a credere che si possa trattare di una storia vera.

The Miracle of Morgan’s Creek (Il miracolo del villaggio)
Quando The Miracle of Morgan’s Creek (1942) uscì nel 1944 le pressioni su Sturges si stavano facendo più insistenti. Aveva un produttore che interferiva di continuo nei suoi progetti e il suo carattere estremo aveva cominciato a procurargli dei nemici o, per lo meno, gente che desiderava che se ne andasse. Sturges rispose scrivendo un copione che mette alla berlina tutti i settori della società. Aveva iniziato con un attacco ai politici, continuato schernendo il mondo della pubblicità, prendendo in giro i cacciatori di dote, aveva ridicolizzato Hollywood, messo alla berlina le donne che si fanno mantenere. Ora aveva l’impudenza di farsi beffa dei valori del matrimonio e della rispettabilità della provincia americana, dei soldati e dello sforzo bellico, dell’industria editoriale in un momento in cui questa simboleggiava la verità e la probità, valori che stavano a cuore al suo pubblico: li amava.

Il film si prendeva gioco anche del Codice Hays, del Breen Office, delle critiche di Mrs. Grundy che ficcava il naso nei film in cerca di pezzi offensivi. Non ho mai sentito nessuno che si rammaricasse di questa vergognosa istituzione che evirava i film e li trasformava in storie leggiadre di fate. Forse il pregio maggiore di Sturges fu che derise il Hays Office.

Dipanare la matassa della trama di The Miracle of Morgan’s Creek non è facile. Una ragazza ha un rapporto sessuale ad un ballo di commiato di un gruppo di soldati in partenza per il fronte. Quella notte stessa sa di essere incinta (non è questo un miracolo?) ma non riesce a ricordare chi sia il padre. Decide di approfittare di un buono a nulla del luogo che l’ama e gli chiede di sposarla. Il tentativo fallisce, l’uomo viene arrestato con numerose accuse. Il padre della ragazza, un poliziotto del luogo, aiuta l’uomo a fuggire e viene licenziato. Nove mesi dopo la ragazza dà alla luce sei figli e diventa una celebrità, il governatore interviene (vede l’opportunità per una sua pubblicità personale), tutto si risolve, alla fine la coppia si sposa e vive felice e contenta. La terribile tragedia di questi avvenimenti è in qualche modo molto, molto divertente e vedere come il sentimento della provincia nei confronti dei soldati, della maternità indesiderata, della rispettabilità sono presentati in modo da essere ridicolizzati significa apprezzare l’artista che Sturges era. Non per ciò che ha fatto, perché questi sono bersagli facili, ma per come l’ha fatto. Questa era l’America che poi crocefiggerà John Lennon per aver detto che i Beatles erano più popolari di Gesù. Come è riuscito Sturges a farla franca?

Uno dei fattore fu l’eccezionale, e totalmente inaspettata, abilità di Betty Hutton. Aveva recitato prima, ma l’attrice ventiduenne mostra di avere l’esperienza di una veterana in tutte le scene del film. Disse che Sturges recitò tutte le scene con lei e molte riprese furono il frutto del suo insegnamento. Lei è teneramente stupida, innocentemente connivente, ridicolmente afflitta ed è difficile schierarsi dalla sua parte e allo stesso tempo ridere di cuore dei suoi gesti grotteschi. A William Demarest fu offerta una chance di mostrare cosa sapeva fare e lui eccelle nel ruolo del poliziotto Kockenlocker, un vedovo alle prese con due figlie, Betty Hutton e Diana Lyn, che pensano di conoscere la vita meglio di lui. Fa incredibili errori imbarazzanti ed è protagonista di scene commoventi come quando consola la figlia maggiore che è sconvolta. La famiglia Kockenlocker e la sua situazione ridicola. scandalosa, commovente è un elemento nuovo nel cinema di Sturges così come l’amorevole descrizione delle eccentricità della provincia per le quali schiera il gruppo di clown de repertorio con risultati brillanti. Eddie Bracken, un attore che non mi piace affatto, ha la parte principale nel mischiare gesti comici con conversazioni sofisticate e ginnastiche vocali per eguagliare quelle di Barker. Ha troppe reazioni isteriche per piacermi sebbene come ogni singolo attore che ha lavorato con lui dà il meglio di sé per Preston Sturges. Ma come il clown che infila una sedia sull’altra e cerca di sedersi su quella in cima, il mondo delle invenzioni comiche di Sturges stava sul punto di crollare.

Hail the Conquering Hero (Evviva il nostro eroe)
Hail the Conquering Hero (1944) è la storia di Woodrow Truesmith (Eddie Braken) che, scartato dal corpo dei marines perché ha la febbre da fieno, torna a casa, incontra un gruppo di soldati che ammiravano suo padre, un eroe di guerra, e che decidono, in nome di ciò, che il figlio meriti un riconoscimento. Gli mettono addosso una divisa con un bel po’ di medaglie, raccontano gli atti eroici da lui compiuti e Woodrow, eroe di guerra, viene eletto sindaco della sua città natale. In qualche modo lui poi trova la forza per dire la verità e diventa più popolare che mai..Conquista la ragazza, diventa sindaco e i suoi coraggiosi amici marines vanno in guerra a combattere altre battaglie. Fine. Questo film è totalmente diverso dai precedenti e nella scia di centinaia di film patriottici sulla guerra fatti durante questo periodo. E’ un film molto sentimentale e quasi privo di humour, un segno della direzione che la carriera di Sturges stava per prendere.

The Great Moment (Il grande momento) (1944), è un dramma non privo di elementi leggeri sull’uso degli anestetici in chirurgia. Fu rigirato e rimontato dalla Paramount; il film di Preston Sturges si è perduto. The Sin of Harold Diddlebock (1947) con Harold Lloyd un buono a nulla che si beve quell’unico bicchiere che non si è mai permesso e finisce con un circo, fu rigirato e rimontato da Howard Hughes; il film di Preston Sturges si è perduto. Unfaithfully Yours (1948) con Rex Harrison nel ruolo di un direttore d’orchestra follemente geloso che sogna di uccidere la moglie, fu rigirato e rimontato da Darryl Zanuck; il film di Sturges si è perduto. The Beautiful Blonde from Bashful Bend (1949) una parodia di western con Betty Grable su copione di Earl Felton, sarebbe stato meglio se si fosse perduto. Les Carnets du Major Thompson (1955), basato su un romanzo di Pierre Daninos è stato l’ultimo film di Sturges un altro che sarebbe stato meglio se si fosse perduto. Cinque film il cui controllo è stato tolto dalle mani del regista che aveva ottenuto successi così brillanti, sia dal punto di vista artistico che finanziario, con i suoi primi sei film. Cinque film che non hanno guadagnato denaro e che sono spine nel fianco dell’integrità e fiducia di Sturges. Quale miglior vendetta del costringere al fallimento l’uomo che si era beffato così brillantemente dello studio system?

Ci sono alcuni, pessimisti, che pensano che il bicchiere sia mezzo vuoto e ritengono un peccato che Sturges non abbia fatto più grandi film. Io sono ottimista. Per me il bicchiere è mezzo pieno e gli sono grato per aver fatto i sei grandi film che ha fatto. E’ più di quanto abbia fatto la maggior parte dei registi.

Conclusione
Per trovare equivalenti all’opera di Preston Sturges dobbiamo allontanarci da Hollywood e guardare ai grandi scrittori comici di altre tradizioni. Per esempio, nell’antica Atene, durante le guerre del Peloponneso, visse uno dei maggiori commediografi mai esistiti, Aristofane che produsse opere cui i critici e il pubblico del tempo conferirono un posto d’onore. La cosiddetta Commedia Antica di Aristofane (in base alle differenze stilistiche i critici hanno classificato la commedia in Antica, Media e Nuova) era un misto assurdo e esilarante di sesso, oscenità, satira politica, musica, farsa, giochi di parole e squisita poesia lirica assolutamente unica nel mondo letterario. Sebbene inaccurate, le traduzioni scritte per essere rappresentate sono il modo migliore per conoscere Aristofane. In termini moderni Aristofane mischia il burlesco, il music hall, il vaudeville, il cabaret, l’opera e l’oratorio e sono la sua esuberanza e la sua varietà che ci spingono a un paragone con Sturges. L’opera di Aristofane ha seguito un percorso simile a quello di Sturges; le ultime opere di entrambi poggiano più sul sentimento che sulla farsa.

Il mondo della commedia rinascimentale che ha trovato la sua più alta realizzazione nelle commedie di William Shakespeare è un altro paragone da prendere in considerazione per la presenza di elementi quali il rovesciamento dei ruoli, le personificazioni e i travestimenti, i giochi di parole, le metafore ricercate e le fantasticherie sentimentali. Shakespeare si metteva sempre nei guai in quanto mischiava i generi, ma lui era un commediografo. Conosceva il suo pubblico. Se il materiale funzionava lo inseriva nel testo, se non funzionava lo toglieva proprio come fecero gli attori di vaudeville. La tragedia si può permettere di prendere tempo sul palcoscenico ma la commedia non può fermarsi. Se succede è la fine.

Il guaio è che il cinema sembra reale, sembra che tratti della realtà anche se Hollywood non ha mai fatto un film realista nella sua storia e suscita ilarità quando lo fa. Gli scenari di Sturges non sono reali proprio come la foresta di Arden non è un luogo reale e neppure lo è il parlamento delle donne di Aristofane. Ciò che questi tre commediografi tentano di fare (e Sturges era un commediografo) è creare un luogo in cui si danno lezioni e si rivelano verità che altrove potrebbero disturbare o recare offesa e il riso è lo strumento che usano. Sarcasmo, ridicolo, parodia, satira, gioco di parole, nonsenso, scherno delle convenzioni…se fa ridere allora funziona. Occorre prestare attenzione a separare i dettagli delle ambientazioni di Sturges, l’America all’inizio degli anni quaranta dai suoi personaggi, dalle assurdità del comportamento umano se non si vuol finire con il relegarlo nel museo del cinema.

Per quanto possa sembrare ironico, l’aver fatto film e non commedie non ha dato a Sturges ciò che meritava. Il cinema è un’arte popolare e l’eccellenza si misura spesso sulla popolarità, sul numero di biglietti venduti non sulle sue intrinseche qualità. Due furono i fattori a discapito di Sturges: i suoi film smisero di incassare e lui era un personaggio troppo grande per lo studio system. Gli studio non avevano spazio per scrittori-produttori-registi che sapevano recitare, avevano una reputazione a livello mondiale ed erano pieni di sé. Avevano già esiliato Chaplin, trasformato Keaton in una comparsa, costretto Laurel e Hardy a presentarsi al lavoro a un ritmo da esaurimento nervoso per guadagnarsi da vivere. Lo studio system funzionava perché i suoi direttori controllavano l’industria. Quando cominciarono a interferire con l’autonomia di Sturges lui ha chiuso proprio come successe a Welles. Ma a Sturges spettò l’ultima risata come di solito accadeva nei suoi film. Gli studio non esistono più Sturges sì. Cominciò come regista di commedia. Finì col creare un genere: ha fatto i ‘film Preston Sturges’.

©2011 Translation copyright Gianna Attardo.

2. SAFFO: SACERDOTESSA, PROSTITUTA, POETESSA, LESBICA

di Phillip Kay.  Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Ho appena finito di rileggere Sappho of Lesbos di Arthur Weigall. Sono un povero lettore di libri di seconda mano che pesco sulle bancarelle dell’usato. L’ho comprato più di dieci anni fa e mi è piaciuto immensamente. E’ pericoloso rileggere un libro che una volta ci è piaciuto perché spesso non riusciamo a ricatturare quella prima impressione, ma questa volta mi è successo. Malgrado vi abbia riscontrato dei difetti che non avevo notato prima, penso ancora che sia il miglior libro sull’argomento che mi sia capitato tra le mani ed è sorprendente perché è anche il primo. Sappho of Lesbos: Her Life and Times fu pubblicato la prima volta da Thornton and Butterworth a Londra nel 1932. Se ne possono ancora trovare copie di seconda mano.

Oggi sono più consapevole del fatto che Saffo (quel “P-sap-hó” – richiede una certa pratica; parlava un dialetto del greco del nord) è una sorta di schema vuoto su cui i lettori imprimono le loro ossessioni piuttosto che semplicemente una poetessa di rilevanza. Possiede un modo di ricatturare il sentimento del desiderio dell’amato che riempie la vita, e soprattutto molto tempo fa. Per le femministe è la prima autrice al mondo che è sopravvissuta, e riuscita a malapena a sopravvivere considerando l’efficacia dell’oppressione esercitata dagli uomini sulle donne, e, come tale, è degna di una celebrazione trionfale. Per gli omosessuali è il campione dell’amore sessuale lesbico praticato una volta a Lesbo ma poi trasformato, fino in tempi recenti, in qualcosa di cui vergognarsi. Per lo stesso Weigall è un caso tragico di amore maturo tanto che dedica una quantità smisurata di tempo al presunto amore di lei per Faone.

Ho una domanda da rivolgere sia agli omosessuali che alle femministe. Come mai Alceo, amico e contemporaneo di Saffo, non ha ricevuto lo stesso trattamento? Era un poeta altrettanto bravo, la sua opera sopravvive in simile forma frammentaria, era innovativo, amava i ragazzi. Tuttavia è stato relativamente ignorato. Potrebbe essere questo un esempio di discriminazione sessuale?

L’enigma
In realtà non sappiamo nulla su Saffo. Neppure la sua poesia è sopravvissuta ad eccezione di due lunghi frammenti, quasi poesie complete, e una raccolta di singole parole citate da grammatici di periodi successivi. Saffo è soprattutto un parto della nostra fantasia. Quello che sappiamo è che tutti gli scrittori dell’antichità che fanno riferimento a lei ne ammirano immensamente la poesia. Viene spesso considerata il più grande poeta greco, perfino paragonata per abilità a Omero, che è la massima lode che uno scrittore poteva ricevere nel mondo antico. Tuttavia, questa mancanza di informazione non sorprende, è comune nel caso degli artisti dell’antichità. Non sappiamo nulla di nessuno scrittore, compositore, scultore, pittore, drammaturgo o musicista vissuto prima del quarto secolo a.C. e inoltre ciò che è in nostro possesso è storia romanzata piuttosto che biografia. Le loro vite e tutto, eccetto frammenti delle loro opere, sono svaniti nel nulla, indipendentemente dal riconoscimento loro riservato un tempo. Saffo è un grande stimolo per la nostra immaginazione. Che aspetto avrà avuto?

Il libro di Weigall è allo stesso tempo erudito e di piacevole lettura. Riporta tutti i frammenti superstiti della poesia di Saffo e tutti i riferimenti su di lei che ci sono pervenuti e uno sguardo a queste fonti di informazione è illuminante.

°Massimo di Tiro fu un filosofo del II secolo d.C.
°Strabone lo storico greco visse da circatra 64 a.C. al 24 d.C.
°Diogene Laerzio scrisse sulle vite dei filosofi nel III sec. d.C.
°Suda è l’enciclopedia bizantina del X secolo d.C.
°Cicerone, statista e oratore romano visse dal 106 a.C. al 43 d.C.,
°Erodoto inventore greco della storia, visse nel V secolo a.C.
°Stobeo è un compilatore del V secolo d.C.
°Eusebio fu uno storico che visse tra il 263 e il 339 d.C.
°Aelianus fu un autore romano che visse tra il 175 e il 235 d.C.
°Ateneo fu un compilatore che visse nel III secolo d.C.
°Seneca fu uno scrittore romano che visse tra il 54 e il 39 d.C.
°Plutarco fu uno storico greco che visse dal 46 al 120 d.C.
°Ovidio fu un poeta romano vissuto tra il 43 a.C. e il 17 d.C.
°Catullo, poeta romano che tradusse Saffo, visse tra l’84 e il 54 a.C.

Si ritiene che Saffo sia vissuta tra il 612 e il 558 a.C. Le nostre uniche fonti di informazione sulla sua vita, opere e reputazione risalgono ai 500 e 1500 anni successivi, ad eccezione di Erodoto che visse 200 anni dopo di lei. Non sappiamo neppure nulla sulle vite di queste ‘fonti’, né quanto possano essere attendibili. Inoltre possiamo avanzare ipotesi sulla perdita di altre informazioni dalle opere di autori che non sono giunte fino a noi, che sarebbero potuto essere illuminanti. Per esempio, una delle fonti di informazione spesso usate dagli storici alessandrini e bizantini della letteratura antica era una vasta collezione della cosiddetta Nuova Commedia ateniese e siciliana, opere che non ci sono pervenute. Biografi dell’antichità ne hanno estratto versi, che originariamente dovevano avere un intento comico, e li hanno riportati come pure annotazioni biografiche.

Weigall e le sue fonti ripetono quindi informazioni che con molta probabilità nella maggior parte dei casi sono fantasiose o semplicemente errate. Tutto quello che possiamo sapere, in effetti, dobbiamo derivarlo dalla lettura delle due poesie in nostro possesso. Anche in questo caso, comunque, ci troviamo davanti problemi da risolvere.

Le poesie
Non sappiamo con precisione come le poesie fossero rappresentate. Erano cantate da un musicista, apparentemente in occasione di festività, con l’accompagnamento della lira, uno strumento a corde tra un’arpa e una chitarra suonato delicatamente, e cosiddette liriche per distinguerle da altre forme di poesia del tempo, l’ode corale, cantata con l’accompagnamento di un coro (e da cui si suppone che il dramma si sia sviluppato) e l’epica declamata da un bardo in onore delle famiglie nobili di quel tempo. Non sappiamo per certo se i poeti componessero la musica delle loro canzoni ma riteniamo di sì. Non abbiamo informazioni. Saffo fu probabilmente una compositrice così come una poetessa. Non sappiamo per certo se le poesie di Saffo fossero drammatiche o personali sebbene vogliamo credere alla seconda ipotesi poiché abbiamo un intero genere di poesia ‘lirica’ che influenza il nostro giudizio. Tuttavia, l’esecuzione era molto probabilmente pubblica e sembra straordinario che un poeta si alzasse nel mezzo di una commemorazione religiosa o in occasione di una cerimonia nuziale e declamasse alla folla il suo amore appassionato per un’altra donna. E’ pur vero che nella società di Saffo non c’era niente di male a manifestare sentimenti di questo genere e il suo contemporaneo Alceo faceva lo stesso esprimendo il suo amore per un ragazzo (sebbene probabilmente alle feste riservate a soli uomini sbevazzatori).

Non abbiamo assolutamente idea se le poesie di Saffo esprimessero i suoi sentimenti personali, se fossero declamazioni in forma drammatica che celebravano l’effetto del potere di Afrodite sugli esseri umani o monologhi recitati da altri, per esempio da un marito ad una cerimonia nuziale..Non lo sappiamo, ma desideriamo saperlo, e le affermazioni sulla poesia di Saffo rivelano più su chi le fa.

C’è una ragione per questo. Ogni frammento della poesia di Saffo in nostro possesso, ogni parola, sembrano confermare le lodi degli scrittori antichi. Saffo può essere veramente il maggior poeta dell’antichità.

D’altra parte, sebbene non ci sia dato di sapere nulla di definito sulla vita di Saffo, di avere certezza dei suoi sentimenti, o conoscenza della sua musica, del suono della sua lira, delle sue esecuzioni, né delle festività in cui può essersi esibita, sappiamo che molti che hanno scritto su di lei e cantato le sue lodi avevano di fronte la sua poesia, una delle raccolte di poesia più popolari nel mondo antico per quasi un millennio. All’inizio dell’era cristiana questa popolarità stava svanendo, il che significa che i manoscritti non venivano copiati così spesso come prima e stavano divenendo sempre più sporadici. Molti bigotti cristiani biasimarono le opere di Saffo ma fu più probabilmente indifferenza che portò alla loro perdita. Tutte le opere letterarie dovevano essere copiate a mano e il greco di Saffo era obsoleto e arcaico. L’età dell’epica portò all’età della lirica, poi all’età dell’arte drammatica, della storia, della filosofia, dell’erudizione e infine a quella della teologia. Gibbon afferma che esisteva una sola copia di Saffo nella biblioteca dell’Imperatore a Bisanzio e che venne bruciata quando i Veneziani saccheggiarono la città nel 1203.

Lesbo
Weigall tratta questa mancanza di conoscenza soffermandosi sul ‘tempo’ così come della ‘vita’ di Saffo e inizia in un modo che mi impressiona profondamente descrivendo la terra in cui Saffo visse. Questa descrizione bella ed evocativa mi ricorda le parole di Colette sulla sua infanzia e merita di essere riportata. Weigall parla di Eresos luogo di nascita di Saffo, situata a metà della costa occidentale di Lesbo.

“ A sud-ovest in una giornata limpida si possono scorgere le oscure montagne della Grecia oltre la distesa blu dell’Egeo; e a nord-ovest quelle dell’isola vulcanica di Lemno la supposta dimora e officina di Efesto, il Vulcano dei Romani, si potevano scorgere con nitidezza a centoventi chilometri di distanza; mentre a voltesi poteva scorgere il Monte Athos, che si erge sulla sua temuta penisola priva di porto, a una distanza di duecento chilometri. A nord-est, a cento chilometri di distanza, era il Monte Ida, dalle cui vette si diceva che gli dei avessero seguito le battaglie nella sottostante pianura di Troia e, a est, la vista meravigliosa di tutta Lesbo fino al continente dell’Asia Minore dove catene su catene di montagne, di un delicato porpora e blu, si scorgevano perfino fino a Dindymus nella distante Frigia e all’Olimpo Bitinio”.

“Due fiumiciattoli, turbolenti eccetto verso la fine dell’estate, scorrevano dalle montagne al mare; e le delicate tamerici, che si allineavano lungo le loro sponde, erano la dimora di molti uccelli e fornivano ombra sia alle greggi di capre che alle invisibili ma chiaramente presenti Naiadi, o ninfe dei fiumi, che amavano il suono dell’acqua che scorre e il canto degli uccelli e, invero, anche loro stesse cantavano dolcemente. Oleandri dai fiori vermigli vi crescevano selvatici; e in primavera violette, giacinti e anemoni tappezzavano il suolo. Questi fiumi avanzavano profondamente nel mare oltre spiagge sabbiose non lontane dalla città; e alla luce della luna le Nereidi, le belle ninfe del mare che Doris, figlia di Oceano, generò a suo fratello Nereo, si potevano a volte udir gridare alle ninfe del fiume i loro ossessionanti saluti.”

Saffo proveniva da una regione a nord della Grecia chiamata Eolia. Dobbiamo immaginare che parlasse un dialetto diverso e un accento diverso, forse qualcosa di simile alle ragazze irlandesi o scozzesi in Gran Bretagna. Come i Celti in Gran Bretagna gli Eolici combatterono molte battaglie: erano un popolo turbolento. Durante la giovinezza di Saffo ci fu una grande guerra con Atene per il controllo della città mercantile di Sigeo, vicino alla vecchia Troia. Alla fine della guerra scoppiò una guerra civile tra fazioni che rappresentavano l’aristocrazia dell’isola e il popolo. In effetti, questo tipo di battaglie o conflitti di classe erano frequenti in molte città della Grecia e fu responsabile per la crescita di ciò che chiamiamo democrazia. E’ possibile che in una battaglia il padre di Saffo, che combatteva dalla parte degli aristocratici, sia stato ucciso: è stato detto che lei fu adottata in tenera età da un parente e che la sua famiglia si sia trasferita alla sicura Mitilene, grande città della costa orientale. Si è detto che Saffo (nessuno sa su che base) fosse una ragazza piccola, scura, con capelli crespi che formavano dei fitti, voluminosi ricci ricadenti sulle spalle. Forse aveva del sangue frigio nelle vene. Possiamo immaginare che la sua iride fosse nera e che emanasse una intensa energia. Autori dell’antichità dicono che secondo lo standard del tempo era brutta (anche allora le bionde erano ‘in’) ma dicono anche che era molto attraente e dotata di una personalità magnetica. Usate la vostra immaginazione.

La guerra per il controllo di Sigeo continuò per tutto il periodo della giovinezza di Saffo. La città era sul piede di guerra, gli uomini erano al fronte, i viveri erano razionati e il morale aveva bisogno di essere sostenuto. Weigall ritiene che in queste circostanze le donne dell’aristocrazia abbiano svolto un ruolo attivo, distribuito razioni dalle loro eccedenze personali, avuto cura del culto degli dei, fatto sacrifici, cantato inni. In questo contesto egli vede l’origine delle storie di Saffo come leader di gruppi di giovanette secondo quanto riportato da dicerie nei secoli successivi.

I poeti
Quando Saffo cominciò a scrivere poesia, che Weigall immagina sia stato negli ultimi anni dell’adolescenza, avrebbe conosciuto l’opera di un gran numero di poeti, lirici o elegiaci, i cui componimenti avrebbe ascoltato in occasione di ogni festività. Questi sono solo nomi per noi :

°Erinna di Telo, autrice della famosa lunga poesia La conocchia
°Alceo di Mitilene, che scrisse liriche sul bere e sull’amore
°Arione, uno dei fondatori della tragedia
°Terpandro di Antissa, Lesbo, morto durante la giovinezza di Saffo
°Alkmano di Sardi
°Polymnastos di Kolophon, brillante compositore di musica
°Mimnermo di Smirne, scrittore di elegie tristi
°Stesicoro di Sicilia, scrittore di narrativa lirica
°Eumelo di Corinto
°Olimpo di Frigia, autore di brani per flauto
°Archiloco di Paro, autore di satire, uno dei poeti più celebrati nell’antica Grecia
°Simonide di Samo, un altro autore di satire e, naturalmente, due poeti la cui opera è giunta fino a noi, Esiodo e Omero.

Questi devono aver ispirato Saffo e devono averle mostrato le possibilità della poesia. Era un’epoca di rapido sviluppo nella poesia che attraversava un periodo simile a quello vissuto dal dramma elisabettiano al tempo di Shakespeare quando l’espansione ad opera del commercio e delle conquiste portarono a un fertile incrocio tra molte culture, e forma e contenuto erano egualmente fluidi. Weigall immagina che Saffo leggesse l’opera di questi poeti ma, sebbene libri, o rotoli di papiro come erano a quel tempo, fossero conosciuti attraverso gli esemplari egiziani, non si sa se avessero portato alla formazione di biblioteche private al tempo di Saffo. Si trattava probabilmente ancora in gran parte di una cultura orale. Per questa ragione le poesie di Saffo dovrebbero essere lette ad alta voce. Se non leggete il greco antico, come è il mio caso, allora basterà il greco romanizzato (sebbene l’accento sostituisca la misura e non è la stessa cosa). Ricordate semplicemente che le poesie di Saffo erano una esperienza orale e il fascino di lei era nel farsi udire. Pensate a lei come una cantante/cantautrice.

Il conflitto sociale endemico al tempo di Saffo in molte città della Grecia, fu guidato e, in alcuni casi, risolto da uomini che i Greci chiamavano ‘Tiranni’. Questo termine oggi ha un significato negativo: a quel tempo era neutrale, significava ‘leader incostituzionale’. In molti casi i Tiranni crearono nuove e più giuste costituzioni, dominarono l’oppressione esercitata dall’aristocrazia terriera, promossero il commercio e crearono un antico New Deal. Erano risolutori di problemi. Negli anni successivi scrittori su questo periodo compilarono un elenco dei Sette Saggi: la maggior parte di loro erano Tiranni. Weigall riserva un certa attenzione a uno studio di questi Tiranni per delineare il background politico del mondo di Saffo: Periandro di Corinto fu arbitro tra Lesbo e Atene; Solone di Atene migliorò la costituzione della sua città (e anche le sue poesie furono celebrate); e Pittaco, Tiranno di Lesbo contro il quale sia la famiglia di Saffo che il suo amico Alceo lottarono.

Esilio e star
Durante il conflitto sociale a Lesbo, e dopo l’ascesa di Pittaco, Saffo e la sua famiglia furono esiliati e mandati a Siracusa a placare i loro animi. Lì si pensa che Saffo abbia sposato un ricco merante. Weigall la immagina come una milionaria iniziatrice di una nuova tendenza nella società siracusana dove acquisì una sorta di carisma attraverso la poesia, una sorta di Joni Mitchell del mondo antico. Dopo cinque anni le fu permesso di tornare a Lesbo. Era una vedova.

Weigall riserva una certa attenzione al ruolo delle donne nella società greca e nota che secondo le poche testimonianze in nostro possesso sembra che Lesbo abbia accordato alle donne una notevole libertà legale e sociale. Era forse l’unico luogo nella Grecia di quel tempo dove le donne potevano formare i gruppi, le associazioni e le amicizie che desideravano. Tuttavia Saffo aveva la protezione di ricchezza e fama anche se scriveva poesia, cosa che altrove uomini conservatori pensavano forse che fosse meglio lasciare agli uomini. Poiché lei scriveva poesia in occasione delle festività dedicate ad Afrodite, ed era chiaramente ispirata da quella dea, è possibile che godesse dello status di sacerdotessa. Sebbene aiutata dalle sue ricchezze e dalla fama, Saffo era intelligente, e poteva probabilmente avere una personalità abbastanza forte e subdola da avere la meglio su quelli che volevano reprimerla. Ancora una volta usate la vostra immaginazione.

Saffo e il sesso
Weigall si sofferma sul presunto ruolo di Saffo di guida di un gruppo di giovanette molto legate le une alle altre. Mentre ritengo che i resoconti del 19esimo secolo che ritraggono Saffo alla guida di una sorta di antica scuola di belle maniere siano anacronistici, Weigall vuol credere nel gruppo e nel loro attaccamento omosessuale. Tuttavia evidenzia anche che la reputazione originaria di cui sembra che Saffo avesse goduto era di chi aveva avuto rapporti sessuali occasionali con uomini, non con donne. Fate un salto sul continente al tempo di Saffo e andate ad Efeso dove troverete un altro gruppo di giovanette, guidate da una sacerdotessa, devote per un certo tempo a riti in onore di Afrodite che includevano atti sessuali. Nessuna poesia da Efeso è sopravvissuta per dirci quanto la sacerdotessa fosse affezionata alle sue seguaci; tuttavia le ragazze devono essere state vergini all’arrivo e bisognose di una guida nel loro ruolo dal che può essere nato un forte attaccamento. La storia è contenuta in Erodoto. Si afferma che simili riti fossero praticati a Corinto dove si suppone che Saffo abbia passato i suoi ultimi giorni. Questi riti divennero scandalosi quando si radicò il culto dell’Olimpo. Fu questa l’origine della reputazione di Saffo come omosessuale? I frammenti delle sue poesie indicano che nutriva sentimenti appassionati ma non vi è nulla di apertamente sessuale in nessuno dei versi sopravvissuti. Tuttavia emerge chiaramente da questi che era una sacerdotessa di Afrodite.

Weigall è in possesso di una notevole quantità di materiale che descrive lo stile di vita al tempo di Saffo, e che ho trovata affascinante. L’abbigliamento, i cosmetici, l’architettura e le abitazioni, l’igiene, il cibo, l’ospitalità, i giochi…tutto ci fa sentire l’antica Lesbo vicina per le evidenti somiglianze in tutte le aree con la vita di oggi. Ciò che era diverso era l’atteggiamento verso la religione, che allora permeava tutti gli aspetti della vita quotidiana, verso la nudità, il sesso e la morte che erano molto più realtà di fatto e verso l’ospitalità, un rito osservato con precise formalità.

La storia di Saffo ai suoi giorni si è chiusa con due storie d’amore, molto simili per contenuto e atteggiamento alla narrativa del mondo greco-romano del primo secolo. La prima fu la storia di Rodopi la cortigiana amata da Carasso, fratello di Saffo. La seconda fu l’amore di Saffo per Faone, una passione disperata per la quale si tolse la vita. Entrambe queste storie sono stile Mills and Boon. Se vi piacciono, bene, usate di nuovo la vostra immaginazione. Weigall per certo lo fa.

Il libro di Weigall è un buon libro, un prezioso deposito di ogni frammento di storia, parola o verso della poesia di Saffo. L’autore conosce bene l’isola di Lesbo e la sua narrazione dà vita al mondo di Saffo. Leggetelo, poi leggete la poesia. La vita è fantasia, la poesia è tanto reale quanto riesce ad esserlo.

La poesia
La poesia di Saffo: solo due poesie incomplete. In una l’oratrice ha il nome di Saffo, e invoca Afrodite affinché persuada un’amica ad amarla, come lei ha aiutato molte volte prima. L’emozione descritta è quella del desiderio per, forse, un’ amata indifferente. La sostanza è un elogio del potere della dea Afrodite. Non ci sono elementi per affermare che il sentimento descritto sia di natura sessuale (potrebbe anche esserlo ma non abbiamo elementi per affermarlo). La seconda poesia descrive il sentimento di una persona ignota che è sopraffatta dal desiderio mentre osserva una giovane ragazza che amoreggia con un giovanotto. In un terzo breve frammento una persona, Saffo, saluta una compagna che ama e che la sta lasciando suo malgrado, e ricorda all’amica i bei tempi trascorsi insieme. Il resto è troppo breve per essere decifrabile ad eccezione di alcune belle metafore:

“come il giacinto che i pastori sui monti calpestano”

“come una mela matura su un alto ramo, in cima sul ramo più alto. Dimenticata dai raccoglitori
Non dimenticata –non riuscirono a raggiungerla”

Poesie di Saffo, testimonianze e varie traduzioni sono qui:

http://www.rhapsodes.fll.vt.edu/sappho1.htm

http://www.uh.edu/cldue/texts/sappho.html

http://www.sacred-texts.com/cla/usappho/index.

E’ stato detto che le opere di Saffo si componessero di nove volumi. Ciascun volume, o rotolo di papiro, può aver contenuto 50-100 poesie. Può darsi che ci fossero commenti di studiosi successivi, glosse su parole oscure. Diciamo 400-800 poesie. Non molto è rimasto. Il resto sono chiacchiere letterarie di oscura provenienza tramandate per mille anni dopo la sua morte.

La reputazione di Saffo
Da riferimenti contenuti nelle poesie che ci sono pervenute emerge che Saffo è stata una leader in un culto della dea Afrodite, la dea della procreazione, dell’amore e del sesso. Nei tempi antichi ci fu perfino un culto di Afrodité Porné (rapporto sessuale). Soprattutto le donne pregavano per avere buon sesso e buon esito nel concepire e allevare un figlio. Era allo stesso tempo un fatto normale e pragmatico. Forse le donne in particolare si sentivano parte di un misterioso ritmo naturale che apparteneva agli stessi dei. Sappiamo da Erodoto che nei tempi antichi, specialmente in Asia Minore, la terra più prossima a Lesbo, veniva praticata la prostituzione sacra nei templi della dea che in Grecia era conosciuta come Afrodite. In realtà praticando un atto sessuale nel tempio le donne greche speravano che la dea entrasse dentro di loro e benedicesse il sesso che avrebbero poi avuto con i loro mariti. Sappiamo che esisteva un tale culto a Corinto al tempo di Saffo. Le sue poesie possono essere prova di tale culto a Lesbo.

La successiva reputazione di Saffo. Quando le sue poesie vennero raccolte nel IV secolo e conosciute e amate in tutto il mondo greco non molto si sapeva sulla vita di Saffo. Vi era, tuttavia, l’impressione che fosse stata una prostituta e avesse fatto sesso con molti uomini. Poiché questa non era la vita ritenuta appropriata per il maggior poeta lirico della Grecia, fu inventata una seconda Saffo di Lesbo, una famosa prostituta del tempo. Nel IV secolo a.C. nessuna comprensione dei riti sessuali o della prostituzione sacra nell’adorazione di Afrodite poteva apparire ‘straniera’ ai greci del tempo di Platone.

Tutti coloro che leggono le poesie complete tuttavia hanno acconsentito su un punto: Saffo è stata il poeta che meglio ha descritto la passione e il desiderio per l’amato. Nessuno allora ha pensato a lei come a una ‘lesbica’. Sembra che questa reputazione sia stata creata perché in tempi moderni solo due poesie sono sopravvissute e una di queste si riferisce a una persona di nome Saffo che ha desiderio di un’altra donna. Quel desiderio può essere stato di natura sessuale. Chi lo sa?

Lesbismo. Saffo era omosessuale? Solo una donna può rispondere a questa domanda. Quando senti la mancanza di un’amica questo significa che è la tua amante? Quando preghi affinché un’amica ti ami come tu ami lei questo significa che la vuoi portare a letto? Sono un maschio eterosessuale e non voglio giungere a nessuna conclusione. Soprattutto avendo a disposizione solo lo 0,25% delle prove.

Mi sembra più attendibile affermare che Saffo parla, con squisita delicatezza e tenerezza e una eccezionale comprensione delle emozioni umane, del potere che la divina Afrodite ha sugli esseri umani e che le sue poesie celebrano riti religiosi a lungo dimenticati. Può aver avuto una eccezionale abilità nel trovare parole per descrivere quei sentimenti nascosti, parole basate su un profondo piacere che nutriva per il mondo naturale. Il suo mondo naturale è stato a lungo distrutto. La sua lingua è stata a lungo incompresa e dimenticata. Ma se i critici dell’antichità sono stati accurati nel loro giudizio quanto è preziosa ogni parola che ci è pervenuta.

L’aspetto più essenziale da ricordare è che Saffo era una cantante. Ricordatela sul palcoscenico, piccola, capelli scuri, intensa, magnetica, mentre suona la lira come un virtuoso, e canta da contralto parole che vi hanno commosso e fatto versare una lacrima, parole che avete ricordato il giorno dopo, la settimana dopo, che vi hanno fatto dire timidamente agli amici, “Ho sentito cantare la bella Saffo – sulla dorata Lesbo – molto tempo fa”.

©2011 Translation copyright Gianna Attardo.

1. FANTASCIENZA

di Phillip Kay.  Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Philip K Dick ha definito la fantascienza una storia o un romanzo in cui vengono introdotti un concetto nuovo o un’idea nuova che sono veramente nuovi e che stimolano l’immaginazione del lettore con la loro novità. Il lettore vive uno shock di non riconoscimento e, inoltre, collabora con l’autore nello sviluppo dei parametri di questa nuova idea, nelle sue implicazioni.

Dick non definisce fantascienza le storie di avventura ambientate nel futuro o nello spazio. L’idea dominante in tutte queste storie è roba vecchia fritta e rifritta: l’eroe, l’eroina e il furfante, la minaccia e la fuga, la storia d’amore sono gli elementi di base e dire che tutto è accaduto in una galassia distante, molto tempo fa, o nel futuro non li rende fantascienza.

Dick non definisce neppure la differenza tra fantasia e fantascienza in quanto ritiene che sia troppo soggettiva. Se tu, lettore, credi plausibile una certa premessa la storia è fantascienza; se la ritieni impossibile è fantasia. Solo tu puoi decidere se gli hobbit possono esistere da qualche parte, in un qualche tempo.

Vorrei aggiungere inoltre una mia considerazione. Questa nuova idea di fantascienza deve essere rilevante alla realtà sociale in cui viviamo e da cui ci sentiamo frustrati. Una volta che accantoniamo le pistole a raggi, i dischi volanti e gli alieni, che la maggior parte della gente associa alla fantascienza ma che sono meri sostegni per storie emozionanti di avventura (che potrebbero altrettanto facilmente essere Colt 45, diligenze e Indiani Pellerossa o Magnum 357, macchine della polizia e scene di massa), ciò che ci resta sono idee che sono rilevanti alla nostra situazione ma che sono rappresentate in una forma estesa immaginando un’altra civiltà su un pianeta distante. L’idea del sovrapopolamento può essere così trattata, per esempio, come in Stand on Zanzibar il capolavoro di John Brunner del 1969.

Nella sulla opera sulla cultura popolare in generale John G Cawelti (Adventure, Mystery and Romance) distingue tra letteratura realista, o ciò che è definita pretenziosamente letteratura ‘seria’, e letteratura di evasione che egli chiama ‘letteratura terapeutica’. Ciò che apprezzo di questa categorizzazione è che tiene conto del perché il lettore legge così come di cosa legge (non sto suggerendo che le lettrici non leggano, ma solo evitando la formula ‘il o la’). Non che tutta la letteratura può essere letta terapeuticamente, o che un lettore può trovare confortante e rassicurante leggere Kafka (in realtà è l’idea di Kafka che attrae) così come un altro potrebbe trovare ‘rilassante’ o rassicurante leggere Agata Christie. La letteratura terapeutica poggia su formule: il lettore sa sempre quello che succederà, il detective risolve sempre il crimine; l’eroe conquista sempre l’eroina; il disperso ritrova sempre la via di casa. Come i bambini vogliamo sempre sentire la stessa storia senza nemmeno una sola parola diversa o fuori posto. Hollywood ha capito questo molto bene: da qui il prevalere dei ‘seguiti’.

La fantascienza, secondo la definizione di Philip Dick si libera di tutto ciò.
Tradizionalmente, le storie alternative, le utopie, sono state escluse dalla categoria romanzo. Solo di recente sono state chiamate fantascienza e solo allora perché gli storici della fantascienza hanno avuto bisogno della storia per legittimare lo status accordato alla fantascienza. Ma Gulliver’s Travels, 1984 e Brave New World (e The Man in the High Castle di Dick) sono fantascienza vera e propria ben più di qualunque esempio di cosiddetti film di fantascienza.

Philip Dick è uno scrittore di fantascienza secondo la sua propria definizione del genere. Egli immagina cosa succederebbe se le macchine prendessero il sopravvento in una grande guerra planetaria, se nuove memorie potessero essere impiantate e le vecchie cancellate, se il Presidente degli Stati Uniti fosse un mero simulacro, se si combattessee una guerra e si concludesse una pace senza che al mondo venisse detto in modo da lasciare i leader di entrambe le parti liberi di godersi i piaceri della vita mentre gli altri a dannarsi tra le fatiche della guerra (un’idea riusata nel film di Kusturica del 2000 Underground). H G Wells fa lo stesso. E ancora se ad una invasione di alieni la civiltà resisterebbe o soccomberebbe, o come sarebbe il mondo in un futuro in cui la divisione tra ricchi e poveri fosse incredibilmente esagerata. Di nuovo, gli Strugatsky fanno lo stesso; o ancora se congegni elettronici sofisticati oltre ogni immaginazione capaci di influenzare la mente degli umani con cui vengono in contatto fossero semplicemente la spazzatura lasciata dopo un picnic extraterrestre. E se, e se. E’ una domanda da bambini ed evoca il senso di meraviglia di un bambino ma il bisogno di porla sta rapidamente diventando una responsabilità di adulti.

Tutte queste idee sono nuove. Ma, più importante ancora, è che sono rilevanti per il nostro mondo di oggi. Sono un modo di prendere una situazione che ci preoccupa, collocarla fuori del suo contesto quotidiano, in un universo diversamente immaginato e lì verificarne la validità. L’idea, il contesto possono essere nuovi. Ma il dilemma non lo è.

Collocherei questo genere nella tradizione realista. Se considerare la fantascienza parte del realismo può sembrare improbabile una volta che combiniamo il concetto di letteratura terapeutica di Cawalti con la definizione di fantascienza di Dick è chiaro che gli elementi terapeutici della fantascienza appartengono alla storia di avventura e il resto è commento sociale.

La fantascienza si è impadronita del ruolo svolto una volta dalla satira . La satira si basa su una moralità comune e condivisa. Il comportamento che oltrepassa questo standard può essere oggetto di satira. Ma se non ci fosse uno standard morale condiviso? Questo è ora il nostro caso. Ciò che oggi non ci piace lo possiamo beffeggiare attraverso la satira. La satira richiede complicità tra il satirista e il pubblico. Ma siamo diventati un pubblico universale e quello che una volta era complicità ora sembra indice di una mentalità ristretta, perfino reazionaria. Ciò che oggi non ci piace lo esageriamo fino a un livello paranoico e lo collochiamo nel futuro, in un mondo distante.

Abbiamo problemi logicamente irresolubili. Troppe vite, ciascuna delle quali è incredibilmente preziosa. Scorie industriali che non sono biodegradabili ma parte di massicce industrie che impiegano la maggior parte della popolazione del mondo; progressi nella tecnologia della comunicazione che ci sommergono con trivialità piuttosto che con verità; autodeterminazione politica che ci trascina in guerre irresolubili alimentate da grandi interessi industriali; inquinamento industriale che passiamo al terzo mondo come se fosse un suo problema; investimenti eccessivi nello sviluppo del capitale che arrestano la crescita del commercio indipendente; sviluppi della politica che diventano parte dell’industria dello spettacolo; forze economiche che riducono gli esseri umani a meri consumatori. Affrontare questi problemi attraverso la fantasia è il compito della fantascienza. Quello che vogliamo è lo spazio per trattare questi problemi irresolubili e la soluzione è proprio questa – spazio. C’è qualcosa per ciascuno. Se non vogliamo pensare o preoccuparci di questi problemi allora distruggiamo la Death Star.

Il film di fantascienza è un buon esempio di come funziona la fantascienza muovendosi tra storia di genere e concetti speculativi. Ci sono pochissimi esempi di autori di film di fantascienza nel senso in cui Philip K Dick è scrittore di fantascienza. Tarkovsky ha fatto due film di fantascienza, Kubrick uno. Ma i registi di cinema, anche quelli che hanno realizzato progetti su scenari di Philip Dick, sono di solito ricaduti su esempi di avventure standard. Sia Blade Runner , 1982, di Ridley Scott che Total Recall , 1990, di Paul Verhoeven non sono niente di speciale, compreso Die Hard del 99; la maggior parte dell’intuito e delle preoccupazioni di Dick sono rimaste nella sala di montaggio. Entrambi buoni film ma non film di fantascienza.

Più avanza lo sviluppo più le nostre scelte sono limitate. E’ il Grande Fratello, la guerra nucleare, le pandemie che non possiamo contenere, l’universo che espande. C’è molto di cui preoccuparsi. Pensiamoci. Trattare questi problemi nell’immaginazione è terapeutico.Il problema sta sia lì fuori nell’universo che dentro la nostra mente. Trattando i problemi in un ambiente fantastico applichiamo terapia, guarigione alla nostra mente. Il consuetudinario approccio tipico della letteratura di evasione di nascondere la testa nella sabbia è solo sostenibile nel breve termine. Alla fine dobbiamo affrontare i nostri problemi. La fantascienza era una volta narrativa scientifica, altri hanno voluto chiamarla narrativa speculativa. Ma è tutta narrativa sociale perché siamo tutti esseri sociali.

Per ora è tutto, da una lettura di due pagine della prefazione al primo volume della raccolta di racconti di Philip K Dick. Ci sono 116 storie nella raccolta. Se…se…

©2011 Translation copyright Gianna Attardo.

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