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48. Il Libro dei Morti

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Nell’Antico Egitto si riteneva che era dopo la morte che cominciava l’avventura per il defunto. Nonostante le difficoltà che costui poteva aver affrontato in vita, gli Egiziani pensavano che aveva vissuto bene, che gli dei avevano provveduto a tutte le sue esigenze nella valle del Nilo. Ma, d’altro canto, la morte era un rischio e si aveva bisogno di protezione. In un primo momento le donne non furono incluse nella prova finale se non come parte della salvezza del marito.

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Ciò che segue descrive un sistema di credenze diffuse in Egitto nel periodo tra il 1500 a.C e il 400 d.C. e basato sulla sopravvivenza delle copie del Libro dei Morti (per esteso, Libro dell’uomo che muore ed entra nella vita eterna). In questo periodo la continuazione della vita dopo la morte era una convinzione diffusa, a differenza delle epoche precedenti -3000 a.C – 1500 a.C circa-, quando la sopravvivenza interessava solo il faraone che con la morte si univa al dio Osiride nella sua battaglia quotidiana di guida del sole sopra il cielo e sotto la terra. Ora molti di più credevano nell’immortalità personale dopo la morte.

Si riteneva che quando un uomo moriva l’anima immortale lasciasse il suo corpo per un breve periodo (questa è la prima menzione registrata dell’idea di anima) poi vi rientrasse, motivo per cui il corpo veniva mummificato in modo da poter ricevere di nuovo forza dall’anima e iniziare il viaggio nell’aldilà. Questo aldilà era molto materiale. Si credeva che il morto avesse bisogno di mangiare e bere, di usare ancora profumi e bei vestiti, di essere in grado di cacciare, e così via. Per gli Egiziani la vita dopo la morte era proprio simile alla vita prima della morte. Non riuscivano a immaginare niente di meglio.

Dapprima, tuttavia, l’aldilà fu pieno di pericoli. Prima veniva lo scarabeo mostro che cercava di divorare il corpo appena defunto, poi serpenti velenosi da evitare. L’uomo appena risvegliato doveva seguire un percorso stabilito sotto la guida del dio Anubi dalla testa di sciacallo e finire ogni volta di fronte a una porta sorvegliata da uno degli dei che interrogava l’uomo sulla sua vita e il suo comportamento in vita. Se questi riusciva a rispondere correttamente la porta si apriva e lui continuava verso la successiva. Ogni passo del cammino era irto di pericoli. Infine giungeva alla Sala del Giudizio dove la dea Maat collocava la sua piuma sul piatto di una bilancia e sull’altro lui poneva il suo cuore, l’organo di tutti i suoi pensieri, speranze, paure e virtù. Se la bilancia non era perfettamente in equilibrio il coccodrillo mostro avrebbe divorato il corpo appena risorto e la sua anima, e l’uomo avrebbe cessato di esistere. Se il peso del cuore bilanciava esattamente quello della piuma, sarebbe stato ammesso al giardino della vita per vivere eternamente con la moglie e la famiglia e le persone care. Questo giardino era come una valle del Nilo ideale dove si provvedeva a tutte le sue necessità.

Ogni uomo, però, aveva bisogno di aiuto in un viaggio così pericoloso. E i sacerdoti dell’antico Egitto avevano la soluzione, un libro di incantesimi chiamato il Libro dei Morti, una pergamena sepolta insieme al corpo di ogni uomo che poteva permetterselo. Qui erano elencati tutti gli incantesimi magici per respingere i mostri, le risposte per soddisfare gli interrogatori degli dei, i consigli per equilibrare i pesi sulla bilancia. Portando il libro con sé nel suo viaggio e riferendosi a esso quando necessario, l’uomo sarebbe sopravvissuto alla sua prova e avrebbe avuto accesso al giardino della vita eterna. Ogni rotolo era unico: non esisteva un Libro dei Morti standard. Ognuno veniva creato appositamente, dietro consultazione dei sacerdoti, per chi lo richiedeva.

E ‘ facile essere cinici sulle credenze altrui. Come si può sapere, ho pensato, cosa sarebbe accaduto dopo la morte, soprattutto con dettagli così precisi? Non era forse ovviamente a vantaggio dei sacerdoti degli dei vendere al dettaglio un tale sistema di credenze? Dopo tutto, ci hanno fatto un sacco di soldi sopra. Mi ha fatto richiamato alla mente la vendita delle indulgenze nell’Europa medievale: i fedeli credevano di poter acquistare un’esenzione dal tempo della punizione da scontare in Purgatorio dopo la morte. Sembrava trasformare peccato e punizione in una specie di contabilità a partita doppia, cosa che fu molto redditizia per un po ‘per la Chiesa cattolica, anche se spiritualmente nulla.

Tuttavia, si può solo simpatizzare, e condividere, la paura che gli Egiziani avevano della mortalità e dell’estinzione totale. I fedeli credevano, e la folla crescente di tombaroli diventava più cinica.

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Tenendo presente che il 95% di ogni cosa del passato è scomparso senza lasciare traccia e che le osservazioni su ciò che rimane sono solo possibilità, una serie di punti del Libro dei Morti rendono il suo contenuto unico.

• E ‘ il primo libro di preghiere superstite (mai pensato alle vostre preghiere come magie?)

• Contiene la prima menzione conosciuta dell’anima

• la prima menzione conosciuta del giudizio universale

• la prima concezione del Paradiso (il termine viene da una parola persiana che significa ‘giardino’)

• Il Paradiso è molto simile all’idea che alcuni ne hanno oggi, corpi materiali in vita come sulla Terra

• L’anima risponde agli interrogatori degli dèi, chiamati “confessioni negative”, simili ai Dieci Comandamenti eccetto i ” non “.

L’ultimo punto suggerisce un collegamento con Mosè, che ha un nome egiziano, di solito -mose, “-nato”, come in Thutmose (nato da Thoth). Questo potrebbe significare che secondo una tradizione ebraica risalente al 1500 a.C circa (la data di Mosè e dei primi libri) un sacerdote egiziano istruiva ebrei convertiti su, almeno, un aspetto della religione egiziana.

E’ possibile che questo Libro dei Morti e le credenze ad esso associate abbiano influenzato lo sviluppo di altre religioni? Ho volutamente esagerato qui l’importanza dell’Egitto nella storia della religione proprio perché viene spesso trascurata del tutto.

Nel 70 d.C, una delle maggiori religioni del Medio Oriente, il giudaismo, fu distrutta, e il popolo ebraico annientato. Alla fine, gli eserciti di Roma avevano reagito contro gli ebrei per le loro continue ribellioni. Il giudaismo era stata una religione del sacrificio, e l’olocausto di vittime animali, che bruciavano giorno e notte sugli altari del Tempio a Gerusalemme, aveva lo scopo di suggerire la colonna di fuoco che guidò gli israeliti verso la Terra Promessa. La distruzione della città e del Tempio fu anche la distruzione di una setta eretica di ebrei che seguivano un rabbino chiamato Joshua, o Gesù, crocifisso per aver predicato la riforma religiosa, l’imminente fine del tempo e il giudizio finale che i Romani consideravano come un vero e proprio incitamento verso un’agitazione civile. Quest’anno fu uno spartiacque nella storia della religione.

Ciò che è avvenuto in seguito non ha precedenti. Il giudaismo si reincarnò nella forma di una religione interamente diversa, una religione del libro. Le antiche scritture furono riesaminate, riviste e riorganizzate. Un flusso di rifugiati riempì le grandi città di Alessandria in Egitto e Antiochia in Siria. In Egitto trovarono una versione delle scritture in greco (in seguito note come le Settanta) che si diceva risalisse a circa 200 anni prima. Gli ebrei presero questo documento e ne fecero il loro Tanakh, il centro della loro religione ovunque era praticata in tutto il mondo antico.

Nel frattempo, un Ebreo ellenizzato chiamato Paolo aveva formato una nuova fede basata non sugli insegnamenti ma sulla morte del rabbino Joshua crocifisso. Lo fece prendendo una teologia dalle religioni misteriche greche, che erano popolari nella sua città di Tarso, in cui un dio era morto per portare la salvezza all’umanità, un’idea almeno vecchia di 4000 anni e diffusa in tutto l’antico Vicino e Medio Oriente.

Era un’epoca in cui la gente cercava la salvezza nella vita futura, un fenomeno senza precedenti nel mondo antico le cui religioni avevano di solito sottolineato l’importanza di una vita etica e morale sulla terra. Ora c’era bisogno di un salvatore. Gli Ebrei guardarono al Messia, i Cristiani a Cristo.

In Egitto non si raccolsero solo studiosi ebrei. C’erano anche i Padri cristiani che elaborarono una teologia in considerazione della fede di Paolo, nuova e popolare, e anche Clemente, Origene, Atanasio e Cirillo provenienti da Alessandria, Tertulliano e Cipriano da Cartagine e Agostino da Ippona.

Sia Ebrei che Cristiani trovarono una fede fiorente in Egitto, quella di Iside e Horus, la madre e il bambino che concedevano ai credenti salvezza e ingresso per l’aldilà. La fede non era dissimile da quella intravista nel Libro dei Morti. Dio e la santa madre, raffigurati in migliaia di immagini, statue e dipinti; il salvatore Osiride morto per i peccati del mondo; concetti nuovi al Giudaismo e al Cristianesimo, come ad esempio l’anima, il paradiso, il giudizio finale e la vita eterna. In questo momento la religione di Iside era la più diffusa nel mondo antico che a differenza poi dell’Ebraismo e del Cristianesimo non era incompatibile con i conquistatori romani. I seguaci di Iside erano disposti ad adorare un imperatore divinizzato perché lo facevano già da millenni.

L’Egitto era un crogiolo. Un’antica religione dell’aldilà conosciuta attraverso il Libro dei Morti; una fede fiorente che offriva salvezza a chi credeva nella religione di Iside; una trinità di dei, Ra / Osiride / Horus; rifugiati da Gerusalemme che creavano la loro nuova fede e i cristiani che inventavano una teologia per la nuova fede del Cristianesimo.

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Il più bello dei manoscritti conservati del Libro dei Morti appartiene ad Ani, uno scriba che visse e morì a Tebe o Waset (moderna Luxor)  intorno al 1250 a.C. Sembra che sua moglie Tutu sia morta poco prima di lui. Dipinto da un sacerdote molto dotato, il manoscritto è paragonabile al Libro di Kells, piccolo abitato che sorge nella contea di Meath, un capolavoro irlandese di calligrafia creato intorno all’ 800 d.C, una trascrizione dei quattro Vangeli.

Il Rotolo di Ani inizia con una preghiera a Ra, creatore degli dei:

Possa Ra avere gloria e potere, e verità di parola, e l’aspetto di un’anima vivente in modo da poter contemplare lo Scriba Ani, che parla la verità al cospetto di Osiride. Thoth e la dea Maat segnano il tuo corso per te giorno dopo giorno. Il tuo nemico il serpente s’è offerto al fuoco. Sebau il demone Serpente- è caduto a capofitto, le zampe anteriori sono tenute in catene, e le zampe posteriori gliele ha portate via Ra. I Figli di Rivolta non insorgeranno mai più.

Segue un inno ad Osiride:

Lode a Osiride Un-Nefer, il grande dio che abita in Abt, il re dell’eternità, il signore dell’ eternità, che traversa milioni di anni nella sua esistenza. Tu sei il Re (Ati) di dèi [e] uomini.

Quindi segue la preghiera ad Ani. Thoth parla per lui:

Thoth dice: Ascoltate questo giudizio. Il cuore di Osiride [Ani] in verità è stato pesato, e il suo Cuore-anima ha testimoniato per suo conto; il suo cuore è stato trovato giusto dalla Grande Bilancia. Non è stata rivenuta alcuna malvagità in lui; egli non ha sprecato le offerte che sono state fatte nei templi; egli non ha commesso alcun atto malvagio; ed egli non ha posto la sua bocca in movimento con parole malvage mentre era sulla terra.

Pericoli dell’aldilà

Quindi vengono nominati gli dei, tra cui i custodi delle porte, e gli incantesimi che guadagneranno ad Ani il passaggio attraverso ogni porta. Ad Ani vengono dati il potere e i mezzi per agire nel mondo sotterraneo (a cominciare da una bocca con cui parlare). Indossa anche una barba finta, come gli dèi, a denotare il suo aspetto divino. Poi un’altra preghiera a Ra e a Osiride:

Omaggio a te, o tu che sei Ra quando sorgi, e che sei Tem quando  tramonti. Tu attraversi i cieli a lunghi passi, lieto nel cuore. Gli dei del Sud, gli dei del Nord, gli dei dell’Occidente, e gli dèi dell’Oriente ti celebrano, O tu Sostanza Divina, da cui tutte le cose viventi sono venute in essere. Tu hai inviato la parola quando la terra era sommersa nel silenzio, o tu Solo Uno che hai abitato in cielo perfino prima che la terra e le montagne venissero in essere. Risplendi con i raggi di luce sul mio corpo giorno dopo giorno, su di me, Osiride [Ani] lo scriba, funzionario delle offerte divine di tutti gli dei, sorvegliante del granaio dei signori di Abydos, lo scriba reale che ti ama, Ani, la cui parola è verità, in pace.

Verso la fine del rotolo vengono le confessioni negative. Ce ne sono 42, a quanto pare indirizzate a dèi dei distretti di Tebe. Si può quasi sentire parlare il dio, anche se non appare nel testo:

[Fenti: Non rubare]

Salve, Fenti, che viene da Khemenu, non ho rubato.

[Am-Khaibit: Non uccidere]

Salve, Am-Khaibit, che viene da Qernet, non ho ucciso uomini e donne.

[Qerrti: Non commettere adulterio]

Salve, Qerrti, che viene da Amentet, non ho commesso adulterio.

[Tutu: Non desiderare la donna d’altri]

Salve, Tutu, che viene da Ati, non ho sedotto la moglie di un uomo.

Infine una preghiera a Ra:

Omaggio a te, o Ra, il Signore della Verità, l’Unico, il Signore dell’Eternità e Costruttore di eternità. Sono venuto davanti a te, o mio Signore Ra.

E ad Osiride:

Salve, mio Signore Osiride, che procedi attraverso l’eternità, la cui esistenza è per sempre, Signore dei Signori, Re dei Re, Sovrano, Dio degli Dei, che vivono nei loro santuari. Possa questo dio dare il potere di entrare e di procedere da Khert-Neter, senza rifiuto, a qualsiasi porta del Tuat, all’anima di Osiride Ani.

Sintesi dalla traduzione di EA Wallis Budge (1895) http://hermetic.com/texts/ani.html.

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Molto si discute se nel mondo antico le idee vengono copiate da una civiltà all’all’altra o se sorgono indipendentemente in ciascuna di esse e il dibattito su entrambi i punti di vista è tanto più coinvolgente data l’impossibilità di una risposta. Penso che le idee guida delle grandi religioni o funzionano o non funzionano. Nel primo caso vengono adottate senza che nessuno si renda conto da dove siano venute. Si può vedere che esiste molto in comune in tutte le fedi viventi, e, talvolta, in ciò che sopravvive di quelle estinte. Gli antichi Egizi avevano fede negli dei, temevano il pericolo della distruzione eterna, credevano nel comportamento morale, nella guida divina, nel giudizio finale e nell’ingresso in paradiso. Posso capire Ani, la sua preoccupazione per l’eternità e il suo timore che tutto ciò che amava sarebbe andato perduto al momento della morte. Il suo viaggio è uno che tutti dobbiamo fare.

©2015 Translation copyright Gianna Attardo.

47. Conosci te stesso

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Una massima incisa sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, ha detto Platone, era “conosci te stesso”. Delfi era un grande centro di guarigione. Lì gli antichi Greci esponevano i loro problemi e venivano consigliati dal dio. La massima deve essere stata una delle sue più frequenti.

Ma cosa significa? Siamo in grado di conoscere qualcosa di quello che facciamo attraverso l’analisi delle nostre azioni e giungere a conclusioni sulla nostra natura. Possiamo dire “sono irascibile”, per esempio, o, evitando un eccesso di autocritica, “non ho pazienza con gli sciocchi”.

Ma è questo te stesso che Apollo intendeva? Credo di no. Quando pensiamo su di noi, e quando pensiamo al nostro pensare su di noi, ci troviamo di fronte una nuvola di astrazioni. Non è il corpo che abbiamo bisogno di conoscere, e il suo comportamento tipico, ma la mente.

Alcuni trovano rifugio nelle stelle. Credono semplicemente che solo per il fatto di essere nati in un certo momento assumiamo tutte le caratteristiche che appartengono al nostro segno zodiacale. Mentre credo che esistano enormi influenze sulla nostra vita, dall’ albero di Jacaranda nel mio giardino sul davanti della casa alla costellazione di Andromeda. L’astrologia sembra una spiegazione un po’ troppo meccanicistica del mio essere. Non voglio essere solo uno dei relitti che girano intorno al sole. Voglio sentire che ho voce in capitolo, che il mio essere qui ha uno scopo.

Dalle prime ore della nostra esistenza siamo consapevoli (o io lo ero) dell’esistenza di un ‘sé’. Io. Tutti, a quanto pare, hanno la stessa consapevolezza. Dopo che i buoni fratelli a scuola mi hanno detto che questa è la mia anima immortale, sono andato all’altro estremo e ho concluso che il sé era una specie di illusione creata dalla mente nell’ organizzare e interpretare i dati sensoriali. Ciò che i sensi fanno, semplicemente odorando, sentendo, gustando, avendo sensazioni e vedendo, è separare il sé dal suo ambiente. Allora pensiamo che esiste un’unità, il sé, separata dal resto dell’universo. Questo potrebbe non essere vero, potrebbe essere un’illusione. Forse questa è stata l’illuminazione di Gautama.

Tuttavia, il sé ci dà un senso di identità. Io sono io, e, presumibilmente tu sei tu. È questo sé che dovremmo conoscere, diceva Apollo. Se vogliamo trattenere una qualche integrità in mezzo ai nostri vari dubbi, dobbiamo essere consapevoli del nostro sé senza alcuna diminuzione o esagerazione di ciò che il sé è, altrimenti maschereremo la nostra incertezza con dipendenze o comportamenti compulsivi. Per gli antichi Greci significava ricevere Apollo nella mente, piuttosto che andare al suo tempio. Era il dio di molte cose, ma una di esse era l’equilibrio.

Il sé nel senso di identità non dovrebbe solo separarci dal nostro ambiente e dagli altri; ci dovrebbe consentire di interagire con gli altri. Conoscere il sé è idealmente un processo simile al sesso dove la variazione del gene formato dall’unione di maschile e femminile crea una persona unica. Un sé è la nostra consapevolezza di quell’unicità, e noi diventiamo unici attraverso le nostre interazioni con altri sé.

Gli strumenti

Il fatto divertente è che gli strumenti di lavoro che usiamo nella scoperta e nell’ esplorazione del sé sono anch’essi un’astrazione: non un’azione o una reazione pratica e misurabile, ma un’esplorazione intuitiva di qualcosa appena fuori portata valutabile. Abbiamo consapevolezza, coscienza (e subconscio), intelligenza e mente. II primo di questi strumenti potrebbe essere il feedback che riceviamo dai nostri sensi. Ma gli altri sono oggetti di discussione.

La coscienza è “la consapevolezza che la mente ha di se stessa e del mondo”, dice il dizionario. L’intelligenza è “l’acquisizione e l’applicazione delle conoscenze e delle competenze “. La mente è uno strumento “che ci permette di essere consapevoli del mondo e della nostra esperienza” a volte identificata con intelligenza, perfino con memoria.

Se crediamo al dizionario, allora la coscienza crea la mente e la mente permette poi all’intelligenza di giungere a conclusioni circa la nostra esperienza. E ‘strano, ho pensato, che nessuno abbia un’idea più precisa di queste funzioni.

Alcuni danno una definizione più pratica di intelligenza come la capacità di adattarsi ai cambiamenti ambientali. Ma non ne sono sicuro. Questo non equivale appena a dire che sappiamo che specie intelligenti si sono adattate ai cambiamenti ambientali? Se è così, allora è un ragionamento circolare. Tutti noi impariamo dall’esperienza, anche se alcuni ci mettono molto tempo per farlo.

Ma se la coscienza, l’intelligenza e la mente sono parte della nostra entità come sé, cosa sono quelle qualità ancora più nebulose, la psiche, l’anima e lo spirito? Il dizionario dice che sono tutte e tre la stessa cosa. Psiche viene da una parola greca che significa respiro, che ci ricorda che nel libro della Genesi Dio ha creato l’uomo dalla terra, da una manciata di polvere, poi ha infuso vita e spirito per farne un essere cosciente. Siamo vivi, e consapevoli, dice la Bibbia, perché il respiro di Dio è in noi, dando una risposta semplice ma sublime al problema di cosa è il sé. Dio. Solo, non sappiamo e, per definizione, non possiamo sapere cosa è Dio. Storie come questa sono state raccontate su Prometeo dai Greci, e su Ea dai Sumeri, e sono state in giro per 4.000 anni o giù di lì.

Sembra che la nostra limitata esperienza di queste astrazioni, e la mancanza di certezza su esse, ci abbiano lasciati con il desiderio di avere una parte immortale, qualcosa che sopravvive alla morte, e questo è spesso considerato l’anima. Nessuno può andare oltre nella definizione dell’anima. L’anima mi ricorda un pò quello che i fisici chiamano la legge di conservazione della massa. Nell’universo, dicono, materia ed energia reagiscono, ma la quantità di materia/energia (o massa) rimane la stessa. E ‘quello che loro definiscono un sistema chiuso (e i religiosi creazione). La psiche potrebbe essere il sé, o un aspetto del sé?

Ritengo, io, che abbiamo bisogno di prendere coscienza del sé, di sapere cosa sia, anche se i fedeli vogliono lasciarlo a dio. Ma è molto facile diventare una minaccia per gli altri. Anche i religiosi lo fanno. Allora in quali attività ci impegniamo per conoscere il sé?

Attività

Anche in questo caso esiste una raffica di astrazioni. Il sé, o la sua coscienza, o la mente, si impegna in una serie di attività che creano la realtà e formano una vita. Noi pensiamo: ma cosa sono esattamente i pensieri? Usiamo idee e concetti, ma questi cosa sono? E le emozioni e gli stati d’animo sono una sorta di pensiero? E la memoria? E ‘solo una registrazione del passato, o qualcosa di più creativo? Possediamo la volontà e prendiamo decisioni e risolviamo i problemi, ma come lo facciamo? E come spieghiamo l’immaginazione, la sorprendente capacità di creare qualcosa che non abbiamo mai sperimentato? Che dire del simbolismo o dell’empatia? E perché ridiamo e troviamo gli eventi che viviamo divertenti? Come si spiega il magico mondo dei sogni?

Tutte queste sono cose che la mente, o il sé, fa. E sono tutte funzioni astratte che non comprendiamo molto bene. Ma riusciamo a esternare queste attività. Le mettiamo in parole. Muovendo le corde vocali creiamo il linguaggio e, attraverso il linguaggio, la cultura. E attraverso la cultura, prendiamo parte alla nostra evoluzione. Queste attività sono importanti per il nostro progresso attraverso l’esistenza. Mi sono chiesto cosa avessero pensato gli altri.

“Il mio pensiero sono io: è per questo che non riesco a smettere. Io esisto per quello che penso … e non posso trattenermi dal pensare “. Così pensava Jean-Paul Sartre in Nausea.

E Herbert Spencer lancia un avvertimento: “Quante volte le parole abusate generano pensieri ingannevoli”. (Principi di Etica)

Ancora più scoraggiato è T.S Eliot:

Tra l’idea

E la realtà …

Cade l’Ombra “(Gli uomini vuoti)

“Io non so cosa sia l’immaginazione, se non un groviglio non potato di una specie di memoria”. Da Letty Fox di Christina Stead.

Eppure Albert Einstein credeva che “L’immaginazione è più importante della conoscenza” (Sulla Scienza)

Separandomi a malincuore dal dizionario delle citazioni devo ammettere che definire il sé attraverso un esame dei suoi strumenti e delle sue attività ci fa arrivare raramente a una conclusione valida. Ma questo è dovuto al fatto che l’attività di tale definizione è all’estremo della nostra esperienza cosciente. L’attività è probabilmente fine a se stessa. Essere semplicemente ben radicati e consapevoli dello spazio che occupiamo è un modo di essere se stessi. Pensateci come esercizio dell’io nella coscienza di sé.

Atman

L’Atman è un concetto induista simile all’anima. Dentro di noi, dicono le Upanishad, si trova una parte fondamentale dell’universo. Al pari di altre scoperte sul nostro ambiente sembra che obbedisca a leggi, sia costante e forse una forma di eternità. Il silenzio che crea il movimento, l’identità che crea la diversità. Le Upanishad vedono la presa di coscienza dell’Atman principalmente come un’attività religiosa. Potrebbe anche essere vista come olistica, un percorso verso la piena salute. O scientifica, una consapevolezza del mondo in cui viviamo.

L’obiettivo fondamentale dell’Induismo è diventare liberi, realizzare l’unità con Dio. Questo è il motivo per cui esistono gli esseri umani, a grande distanza dal mondo secolare in cui viviamo pieno di concorrenza, stato sociale, successo, responsabilità e le sue conseguenze, dipendenza e intossicazione, problemi ambientali e politici che non possiamo risolvere. Non voglio condurre una vita religiosa, dedicata a un particolare ‘modo’, ma non voglio neppure sbattere la testa contro problemi insolubili. Così mi prendo un attimo di tanto in tanto per esaminare le cose che ho qui citato. Non si raggiungono mai grandi conclusioni, ma credo che il consiglio di Apollo fosse buono.

Sarebbe saggio ricordare un’altra massima di Apollo. Niente in eccesso. Gli antichi Greci, naturalmente, hanno fatto tutto in eccesso, quindi sapevano di cosa parlavano quando hanno inciso quella massima di Apollo sulla porta del tempio di Delfi.

©2015 Translation copyright Gianna Attardo.

46.  “C’è solo un’altra cosa”

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Al momento sto leggendo Zen e l’arte della manutenzione  della motocicletta Di Robert M Pirsig (Morrow 1975, 1999) e guardando tutti gli episodi  della serie Tenente Colombo (1970-78) che riesco a trovare. Sono due scoperte di opere degli anni Settanta e forse hanno un significato speciale per me. In ogni modo me le sto gustando entrambe. Cosa potrebbero avere in comune?

Ricerca di qualità

Cominciamo da Zen e la motocicletta. Il libro è il resoconto di un viaggio dal Minnesota alla California fatto nel 1970 dall’autore insieme al giovane figlio e a due cari amici. Le moto sono importanti per entrambi, per l’autore e per il suo amico John Sutherland, perché vengono percepite da entrambi in due modi radicalmente differenti, quelli che Pirsig definisce classico e romantico. E’ un punto di non contatto tra i due.

In filosofia i due termini sono stati oggetto di molte trattazioni. Sono importanti nelle opere di Friedrich Nietzsche, dove servono a denotare una distinzione tra analitico, razionale e esame equilibrato della realtà (personificati da Apollo) da una parte  e dall’altra intuitivo, irrazionale, risposta emotiva (personificati da Dioniso). Oppure ordine e caos. Per Pirsig la differenza è tra esame della funzione e forma, tra ciò che tutti chiamiamo analisi o competenza tecnica e realizzazione immediata della natura e perfino della consistenza di un’esperienza o illuminazione. O il modo corretto di avvicinarsi a una moto, da una parte, e il modo Zen dall’altra.

La dicotomia, se di questo si tratta, di modi di percezione risale alla prima filosofia greca, alla distinzione tra essere e divenire. O sostanza e processo. Sono una dicotomia, sono due cose separate? Democrito, che riteneva che il mondo fosse composto di atomi che potevano essere misurati, è in contrasto con Eraclito che sentiva che non si poteva entrare nello stesso fiume due volte? Natura e cultura sono due cose differenti? La tua personalità è stata condizionata dall’ambiente? Dove comincia il “tu” ai fini dell’esame? Il guaio con l’analisi è che è parte del processo ma viene spesso usata come un fine in se stesso. Analizza e finisci tra l’incudine e il martello. Tra religione e scienza, per fare un esempio.

Pirsig ritiene che sia “classico” che “romantico” sono modi di percepire che la mente usa e quindi possono essere ottenuti in una unica visione. Lui ricorda quando nel passato cercò di farlo attraverso un esame, poi un non esame, del concetto di “qualità”. Il bene. Che senso ha vivere se non ricerchiamo il bene? Come facciamo a sapere che lo abbiamo trovato? Semplicemente lo sappiamo. Poi Pirsig toglie il giudizio di valore “semplicemente” da quell’affermazione. La sua indagine a quel tempo fu rigorosa, non intesa nel piccolo college dove insegnava composizione inglese e portò a disfunzione, terapia elettroconvulsivante e rimozione di una personalità schizofrenica che chiama Fedro (Fedro viene ricordato dal Symposium di Platone, dove lui cerca di definire “l’amore”).

L’indagine sui frammenti della componente “Fedro” della personalità che Pirsig riesce a ricordare, in gran parte attraverso la sua inchiesta precedente sulla “qualità”, o bene, rappresenta il suo tentativo d’integrazione, classico con romantico, analitico con intuitivo, razionale con processo mentale disfunzionale. Cerca non una conoscenza ma un modo. Nel suo viaggio Pirsig si porta una copia di Walden, il classsico di Thoreau del 1854, ne legge al figlio Chris una riga alla volta e poi la discute con lui. E’ così che si legge Walden, ritiene.

Il come e il perché

Lo Sherlock Holmes dei romanzi polizieschi classici di Arthur Conan Doyle è eccessivamente analitico nei suoi casi. Vede e osserva e quando ha raccolto una quantità sufficiente di dati fa le sue deduzioni.  Il suo modo di procedere è in contrasto con quello del collega di polizia Ispettore Lestrade che salta alla conclusione, arresta probabili sospetti ed è motivato da percezioni formate dal pregiudizio. Il dottor Watson, amico di Holmes, vede ma non osserva. E’ percettivo ma non rileva il dettaglio pertinente in ciò che vede. Non fa deduzioni, forse perché è un medico abituato a essere diretto da un resoconto dei sintomi del paziente. Holmes diffida dell’emozione e può somigliare a una macchina. Chi altri si prenderebbe la briga di scrivere una monografia sulle differenze nelle ceneri di sigaro?

La prima volta che ho visto Colombo ho pensato che l’investigatore derivasse da Lestrade. Ecco un poliziotto distratto e smemorato, mal vestito e spettinato, indiretto e confuso, incline a pensare ad alta voce. Ovviamente non una macchina razionale pensante. Ma lo è! Colombo è l’unione di razionale e intuitivo, cosa rara nei racconti polizieschi. Maigret è intuitivo, Hercule Poirot è analitico. Ma siamo solo uno di questi? Non usiamo sia l’intuizione che la ragione per scoprire le cose? Colombo lo fa. Ciò lo rende più vicino a un essere umano della maggior parte degli investigatori.

La narrativa poliziesca è un genere strano. Si tratta del lavoro della polizia ma in realtà tratta di giustizia. Il criminale viene catturato e deve esserlo, ed è punito. Ma il sistema poliziesco e il sistema legale non sono così nella realtà. Conservano una separazione di poteri, nell’interesse della giustizia, separazione che si vede anche nel governo stesso. Il potere legislativo è separato da quello esecutivo e indipendente dai tribunali. Nella cattura di un criminale l’investigatore investiga, non giudica. In tribunale gli avvocati presentano modi divergenti di guardare al caso. Non giudicano. Solo dopo aver ascoltato ciò su cui la polizia investiga e ciò che gli avvocati hanno descritto un funzionario chiamato giudice fa ciò che il suo nome suggerisce, giudica. A ogni stadio esiste il diritto di obiettare e il diritto di appellarsi. Anche nel caso di chi commette un crimine di fronte a testimoni questo è vero e, in qualche modo, è importante.

Questa preoccupazione della narrativa poliziesca con la giustizia è post-Holmes. Holmes raramente ha affrontato casi criminali. Era più interessato alla logica osservazionale. Al tempo di Colombo era considerato rivoluzionario dire come fa Colombo, “Io semplicemente investigo. Non giudico”. Un’intera genia di investigatori privati veloce nello scatto si era succeduta e si era fatta strada l’idea che se non si può condannare va bene uccidere. In altre parole, il romanzo giallo era diventato una storia di vendetta, l’inchiodare il criminale che meritava quello che riceveva. La prigione, come minimo. Oggi alcuni poliziotti sembrano pensare che è OK uccidere o intimidire i sospetti (soprattutto neri, Indiani e Musulmani). Leggiamo libri gialli per soddisfare i nostri sentimenti di vendetta.

Colombo è deduttivo e analitico quanto Holmes. Riesce a vedere che un fiammifero in un portacenere è stato usato per accendere un sigaro e quindi sospetta quei fumatori di sigari che hanno un motivo per uccidere (e ve ne è uno solo). Vede che non vi sono impronte sulla pistola ma pensa che valga la pena controllare i proiettili esplosi da quella pistola. Perché sulla porta c’è del lucido per scarpe all’altezza della spalla? Ma il nucleo di ogni film è il confronto di Colombo con l’assassino. I film iniziano con l’assassinio quindi conosciamo l’identità del killer e di solito il movente. A volte è giustificato, a volte è un rivoltante atto di crudeltà.

Di solito il criminale semina indizi complicati e fuorvianti che per un po’ bloccano Colombo. Ma lui sa che lo stanno inducendo in errore perché usa l’intuizione e alla fine arriva il momento in cui Colombo sa chi è il killer e il killer sa che lui sa. Si tratta di una situazione di stallo tra le forze della legge e dell’ordine e la persona che vuole farsi giustizia da solo. Lentamente Colombo conduce un’investigazione sulle prove classiche: movente, opportunità, mezzi. Siccome la parte del killer è sempre stata recitata da attori importanti, di solito capaci di forti performance, spesso questo è stato un momento drammatico. Ricordo per esempio un episodio con William Shatner, un altro con Ruth Gordon piuttosto memorabili, una recitazione tour de force da parte di entrambi, perché la prestazione di Peter Falk è sempre eccellente. Colombo è sia classico che romantico e quindi raggiunge qualità, per usare i termini di Pirsig, come fa lo spettacolo.

E’ tutto nella mente, gente.

E’ quello che Spike Milligan dei Goons  era solito dire, ed è vero. O piuttosto, come nota Pirsig, i filosofi hanno dibattuto se il mondo esiste, con le sue qualità incomprensibili, e se può essere definito dalla mente o se la mente crea il mondo, che è irreale, attraverso l’imposizione dell’ordine sul caos. Questa è la stessa divisione tra classico e romantico ma vista dalla prospettiva di qualcosa chiamato “realtà”. La realtà è reale? O un’illusione? Ti aspetti di vedere quello che vedi o di vedere quello che ti aspetti?

Sia Platone che Hegel avevano bisogno della dialettica poiché il loro metodo era analitico. Per esaminare devi sezionare. Questo è il processo che riteniamo “scientifico”. Quando applichiamo l’analisi all’arte siamo spesso costretti a limitare il nostro esame alla tecnica poiché la componente spirituale dell’arte, e della scienza, non si presta bene all’analisi. Ma, come nella vivisezione, possiamo sì comprendere ma rimaniamo con un cadavere. Nel caso di Platone, gli “ideali” esistevano da qualche parte indefiniti, solamente così il “reale” poteva essere analizzato. Questa è stata indubbiamente una creazione della mente di Platone.

Quando Hegel elaborò un trio di processi, tesi, antitesi, sintesi, aveva ragione ma guardando al processo come se fosse una sostanza. Un corpo morto. L’analisi è seguita dalla sintesi che è seguita dall’integrazione, l’arte o l’anima della nostra attività. Sembra che molti esempi di questa sintesi vengano dalla cultura cinese o giapponese. Nella tradizione cinese è la modalità di un calligrafo, un maestro che sa creare un capolavoro in un secondo perché ha passato la vita a prepararvisi. Lo stesso in un’altra tradizione nelle arti marziali. Lo spadaccino o l’arcere, colpisce sempre il bersaglio in modo preciso non perché sia un esperto ma perché è spiritualmente consapevole. E’ al di sopra di vita e morte e i suoi nemici non hanno importanza per lui. Ha la grazia ed è parte della freccia e del bersaglio. Agisce non militarmente ma religiosamente.

Ed ancora, è la mente che crea significati. Il significato è una qualità della mente. Anche misure oggettive come il tempo e lo spazio. Entrambe sono soggettive. Lo spazio della creazione di un sistema solare o di un pianeta non è nessuno spazio che conosciamo. Il tempo in un viaggio fondamentale, quello che facciamo dal ventre di nostra madre al passaggio vaginale,  è un significato che non riusciamo a concepire. Usiamo analogie, metafore, simboli. Una di loro è la qualità o il bene. E una sua componente è di essere sia l’essere che il divenire, intuitivo e razionale. Solo nella mente l’unità può essere raggiunta, come lo fu alla nostra nascita. Abbiamo bisogno, come Pirsig afferma, di raggiungere la pace della mente.

Cuore e anima

Pirsig, a ragione, riteneva inutile trattare in astratto. Alcuni scienziati possono conversare di matematica, ma non noi altri. Tuttavia sappiamo che la scienza, poiché è esatta, conduce ad anomalie.  Puoi misurare la velocità di una particella subatomica in esperimenti di fisica delle particelle e puoi osservarla ma non puoi fare le due cose insieme. Al cuore dell’esattezza si trova l’incertezza. E’ la realtà che è incerta o il nostro cervello? Per gran parte del libro le moto sono importanti per Pirsig come modo di focalizzare la sua attenzione su eventi e cose della vita quotidiana. E’ un’esplorazione che tutti facciamo, ritiene Pirsig. Tutti cerchiamo il bene ma non lo facciamo in astratto bensì in oggetti fisici e in obiettivi a breve termine. Per Pirsig la sua moto era poesia in movimento e ha imparato a mantenerla in quel modo. Per il suo amico John era uno strumento, una comodità che gli dava un’esperienza preziosa. E a quell’esperienza John dava valore non allo strumento. Perché non avere entrambi questi tipi di consapevolezza allo stesso tempo?

Il criminale non riesce a nascondere la sua colpa. E’ un assioma del giallo. Anche se la maggior parte degli omicidi nella vita reale non sono assssinii pianificati, disseminati di indizi fuorvianti che mettono la polizia fuori pista, è tuttavia vero che un crimine è una malattia ed è accompagnato da un comportamento aberrante. Di solito il criminale non ha fiducia in se stesso perché mente. Nel caso di Colombo i criminali sono troppo sicuri di sé, perfino arroganti. Di fronte a un tipo veramente più umile gli si sottomettono, cercano perfino di aiutarlo. Ma, penso, che se tu fossi continuamente in contatto con criminali sapresti dire quando qualcosa non va. Non cosa, ma chi. Colombo lo fa. Ha sempre troppi indizi, troppi alibi. La maggior parte dei poliziotti non li ha, ma sa beccare bugiardi nervosi. Invece Colombo ci intrattiene svelando gli indizi e ricostruendo il crimine.

Colombo comprende sempre il crimine e il criminale. Lui è parte dell’intero fenomeno del crimine, non solo un risolutore. Il crimine è come un’infezione del gruppo sociale e Colombo come un corpuscolo bianco che distrugge il germe. La sua preoccupazione è la salute del corpo ma non è nemmeno così che la pensa. Fa semplicemente quello che fa. Investiga. E’ perché è integrato. Presta attenzione sia al cuore che all’anima.

Se facciamo del bene a qualcuno fa parte di quel bene essere ben stimati da quelli che conosciamo. E dopo è anche meglio pensar bene di noi stessi. Meglio di tutto è fare quello che facciamo istintivamente e scoprire poi che era bene per gli altri. Dopo averlo fatto per un po’ si scopre di più di ciò che il bene è in realtà. Abbiamo più bisogno di questo che di santi.

©2015 Translation copyright Gianna Attardo.

45. Razzismo

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Nell’Europa occidentale il 19° secolo è stato l’Età della Scienza e anche l’età della scienza applicata con un proliferare di invenzioni che hanno avvicinato le persone. La prima di queste è stata il treno che ha avuto sviluppo dal 1825 in avanti come nuova forma di trasporto, seguita a partire dal 1825 dall’automobile e poi dall’aeroplano nel 1890. La scienza delle comunicazioni vede la nascita del telefono a partire dal 1876 e poi della radio nel 1896. Stare più vicini era bello ma, al suo opposto, la gente cominciava a cercare modi per distanziarsi l’una dall’altra.

Nell’ambito delle scienze naturali ha origine la Teoria dell’Evoluzione molto discussa nei 100 anni precedenti ma formulata in termini precisi per la prima volta da Darwin nel 1858 e, con un notevole sviluppo parallelo, da Alfred Russell Wallace nello stesso anno. Diversamente dagli sviluppi che hanno caratterizzato l’ambito del trasporto e delle comunicazioni, questo nella biologia fu controverso e tese a dividere la gente, suscitando ostilità, in particolare da parte delle istituzioni religiose.

L’evoluzione a sua volta genera lo sviluppo di una serie di pseudo scienze divulgate da cosiddetti scienziati sprovvisti di un briciolo dell’integrità di Darwin. Tutte queste scienze hanno tentato di analizzare e dividere la gente in tipi, e sono proliferate per un certo tempo prima di essere rifiutate dalla maggior parte delle persone. Tuttavia hanno lasciato un’eredità con cui viviamo oggi.

Nel 18° e 19° secolo la fisionomia, che aspira al rango di scienza, tenta di tracciare  paralleli tra l’aspetto personale degli umani, soprattutto il loro volto, e le loro caratteristiche o personalità.  I seguaci ritengono che una fronte bassa significhi mancanza di intelligenza, un lungo labbro superiore maturità, un mento sfuggente viltà e così via, e che è possibile, esaminando a fondo il cranio di una persona, determinare come questa si sarebbe comportata in ogni data circostanza. L’umanità viene divisa in tipi come quello ‘inferiore’  criminale,  o quello ‘alto ’intellettuale. Queste generalizzazioni grossolane non avevano alcuna base scientifica, e verso la fine del secolo la fisiognomia si unisce alla frenologia, alla chiromanzia e all’astrologia come pseudo scienze senza giustificazione per le loro scoperte.

L’ eugenetica viene dapprima sviluppata nel 1883 dal cugino di Darwin Francis Galton. Essa propone il miglioramento della stirpe umana attraverso l’allevamento di individui con caratteristiche desiderabili, così come fanno gli allevatori di altri animali, vieta l’allevamento di quelli con caratteristiche ‘non desiderabili’ e sostiene la sterilizzazione obbligatoria di questi ultimi.  Ciò che la rende una pseudo scienza, nonostante il fondamento della scienza biologica che impiega, è la natura soggettiva dei suoi criteri. Quali sono esattamente le caratteristiche ‘desiderabili? In realtà si tratta di una grave violazione dei diritti umani. I risultati finali di tali programmi non possono mai essere previsti con precisione come avviene solitamente con qualunque forma di ingegneria genetica.

Il razzismo è un’altra di queste pseudoscienze del 19° secolo, un tentativo di dividere la specie umana in categorie sulla base delle caratteristiche fisiche legate a collocazioni geografiche. Questo tentativo viene effettuato nonostante il fatto riconosciuto che gli esseri umani sono tutti di una specie e nel corso degli ultimi milioni di anni sono aumentati, si sono sviluppati e mischiati tra di loro così che qualunque traccia di caratteristiche fisiche peculiari che potevano una volta essere esistite sono svanite molto tempo fa. Per mezzo milione di anni caratteristiche culturali, piuttosto che genetiche, hanno distinto vari gruppi di esseri  umani. Una domanda pertinente da fare a chiunque asserisca che l’umanità è divisa in razze è di chiedere in quale periodo questo si è verificato.

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Quando gente di diverso background etnico si scontra ciò che spesso si evoca è un’antica ostilità ominide proveniente dal nostro lontano passato come specie. Allora gruppi tribali che incontravano altri gruppi avevano bisogno di controllare se gli altri appartenevano o meno al loro gruppo, di solito usando il loro olfatto. Il loro gruppo era il ‘popolo’, l’altro gruppo era spaventoso e possibilmente ostile. Fu così che l’Uomo di  Neanderthal fu probabilmente distrutto. E’ questo senso primitivo, che possediamo ancora, che è alla base del razzismo. E’ un istinto e si basa sulla mancanza di somiglianza. Una volta pensavamo che il nuovo poteva essere pericoloso. Ma ciò era antecedente allo sviluppo della cultura umana che ci ha insegnato che il nuovo è un modo di esplorare. Non abbiamo motivo ora di regredire a uno stadio di sviluppo di scimmia antropoide.

Dietro il razzismo, il tentativo di classificare l’umanità in razze distinte, sembra esserci l’autorità di quel bel noto libro di testo di eugenetica, la bibbia. Una volta gli umani erano una sola razza, secondo il libro Genesi, fino alla nascita di Noè che ebbe tre figli, Shem, Japheth e Ham i quali diedero origine alle razze Caucasica, Mongoloide e Negroide. Ecco. Questa è un’estrapolazione dalla scrittura, poiché in nessuna parte della Genesi si afferma che dio ha creato razze differenti.  La Genesi si limita ad affermare ciò che gli Ebrei pensavano riguardo la provenienza di quei popoli del Medio Oriente con cui erano venuti in contatto. Ora non posiamo aspettarci che un popolo primitivo come gli Ebrei fosse in grado allora di comprendere il principio dell’evoluzione, cosa che non fece. Invece scrisse uno dei grandi libri di religione. Il guaio è che successivi credenti, ancorati al concetto di ‘parola di dio’, cercano di usare la bibbia per spiegare tutto.

La divisione in pochi tipi razziali si basa sull’apparenza delle persone. Esistono  nel mondo differenze osservabili nell’aspetto delle persone. Questo aspetto si basa sul loro patrimonio genetico ma anche sulla loro dieta, età, condizione sociale, stato di salute, storia recente, sul clima e su molti altri fattori come i pregiudizi di quelli che li osservano e la tecnologia che usano per farlo. Non solo patrimonio genetico. Guardate i bambini o gli anziani e cercate di determinare a quale ‘razza’ appartengono. E’ inutile come guardare una scimmia antropoide di un milione di anni fa e cercare di vederne il colore della pelle attraverso i peli. Siamo in grado di caratterizzare il DNA e catalogare tipi genetici in laboratorio ma non possiamo osservare gli altri tranne che come gente in qualche modo differente da noi e i segni di quella differenza sono ambientali e sociali, non genetici.

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Ma coloro che credono nel razzismo si spingono perfino oltre. Non solo ritengono che esistono razze distinte nel mondo ma che alcune di queste sono migliori di altre. Qual è la migliore? Gli antenati di questi che emettono il giudizio. “Hey, i nostri antenati sono migliori dei vostri!” Questa è la maturità che si rivela in questo giudizio, sostenuta dal sentimento che sia dio che la scienza ne siano il supporto.  I razzisti di questo tipo sono un po’ come quelli che credono che la terra sia piatta: grandi pronunciamenti, poche prove. Nessun abitante della terra piatta ha ancora trovato i confini del mondo, nessun razzista ha mostrato una qualche forma di superiorità razziale (esattamente il contrario).

Una categoria di umano (non una razza) è l’Homo Sfruttatore. L’Homo Sapiens si è liberato di questa variante all’inizio della sua storia genetica. E’ un tipo di umano che riceve soddisfazione approfittando di altri esseri umani.. Li allontana dall’uccidere  e si mangia tutta la carne lui stesso; si dichiara re e pretende tutte le donne fertili e i beni preziosi disponibili. Il concetto di razza è molto attraente per l’Homo Sfruttatore. “Questo gruppo può essere incatenato e costretto a stare senza cibo così il nostro gruppo (IO) può avere di più”. Perché? “Perché è una razza inferiore. Per amor del cielo non chiedetelo a loro. Come fanno a saperlo. Chiedete a noi!”

A volte questa classificazione in ‘razze’ si basa su conquiste. Quando i cosiddetti bianchi (in realtà dal marrone chiaro al marrone scuro) dell’Europa occidentale sono venuti in contatto con Africani, Polinesiani, nativi del Nord America, dell’Australia o del Sud America hanno portato microbi letali contro i quali questi popoli non possedevano anticorpi. Gli indigeni furono decimati, i loro capi furono i primi a morire. Gli Europei trovarono popoli che stavano vivendo la rottura di culture tradizionali che conoscevano da secoli e che soffrivano spaventose malattie che non avevano mai conosciuto prima. ‘Selvaggi primitivi’ fu il giudizio degli Europei, ignari del loro ruolo nella situazione. Ciò giustificava l’uso di armi tecnologiche avanzate contro i selvaggi nel modo più selvaggio. Anche in questo caso, gli Europei erano ignari dell’ironia. Ciò giustificava anche l’uso del tradimento e delle menzogne verso popoli che erano fieri di evitare queste pratiche come una questione di status personale. E evitando di vedere la cultura che stavano distruggendo, gli Europei riuscirono a sentirsi moralizzatori dei ‘pagani’. Perché? Perché era redditizio La ‘colonizzazione’ di questa gente diede agli Europei terra, oro, minerali, pietre preziose, artefatti e raccolti che appartenevano ad altri. Permise loro di rubare mentre preti e ministri del culto comprarono presumibilmente salvezza e illuminazione per il povero selvaggio, tanto fumo negli occhi degli obiettori.

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La razza è spesso ordinata in sistema in base al colore della pelle. Ma non c’è la pelle bianca, o nera, o gialla, o la pelle marrone o rossa. Lo sappiamo. Non ci resta che guardare gli altri per vedere che ci sono milioni di varianti del colore della pelle. Possono cambiare in diversi momenti dell’anno, con l’età, con la dieta. Quando le persone si incrociano con il matrimonio si formano più varianti. Non è che le persone non abbiano la pelle di colore diverso. E ‘che ci sono troppe varianti di colore per rendere possibile classificarle con il metodo utilizzato (se non per i razzisti in cerca di un target: il KKK sono bianchi). La ‘prova’ ottenuta mediante il contrasto  tra un individuo dalla pelle molto chiara con uno dalla pelle molto scura,non è prova dell’impressione di una data razza, ma l’esistenza di una serie di tipi fisici derivante da ambiente, salute, dieta e altri fattori. Per gli ossessionati dalla melanina, l’albino deve essere un re.

E ancora. Pensate che Arabi ed Ebrei hanno nasi adunchi? Che dire di tutti quelli con nasi camusi. Pensate che i Danesi sono alti, biondi, con gli occhi blu (tipici Vichinghi)? Non se trascorrono la loro vita davanti ad un computer mangiando cibo spazzatura. Pensate che gli Africani hanno peni più grandi di altri uomini e sono una minaccia per le vostre donne? Che dire di quelli timidi, quelli impotenti, quelli incapaci di formare relazioni. Non abbiamo a che fare con stereotipi? La razza è solo un altro stereotipo, solitamente adottato per sfruttare un gruppo di persone non in grado di reagire.

Lo stesso vale per le caratteristiche culturali. Pensate che gli Italiani gesticolano mentre parlano? Non quelli introversi che conosco. I Francesi sono più sofisticati di altre culture? No, solo più sessisti. Gli inglesi più inibiti? Non se provengono dalle Indie Occidentali. Che dire dei matrimoni misti? Lasciando da parte le sentenze storiche sulla ‘legittimità’ dei matrimoni misti tra quelli di origine etnica o nazionale diversa: stati razzisti come il Sud Africa, la Germania o l’America del Nord li vedono o li hanno visti come un crimine, ma questo è perché credono nel fantasma ‘razza’. I matrimoni misti (spesso discriminati con il termine ‘meticciato’, (latino per una mescolanza di razze) sono in aumento in tutto il mondo in quanto la gente sempre più risiede e lavora in paesi diversi da quello in cui è nata. Presto sarà la norma. L’Homo Sfruttatore dovrà pensare a qualcosa di diverso  dal ‘razzismo’.

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Tutta la storia umana è un resoconto di persone che viaggiano da una parte all’altra del mondo e, così facendo, assumono le caratteristiche dei popoli da loro conquistati o a cui si sono mescolati. Le lingue si sviluppano allo stesso modo, come ogni aspetto della cultura umana. La rigida divisione in razze è una fantasia. Essa si basa su valori culturali dell’Europa occidentale del 19 ° secolo in contrasto con le popolazioni in cui gli osservatori europei di quel tempo non potevano erroneamente vedere alcun valore culturale. Le “razze” di antiche culture, come gli Indoeuropei, sono in realtà famiglie di lingue, non popoli geneticamente diversi. La persona che crede in razza è spesso solo un delinquente in cerca di una scusa per saccheggiare i beni altrui.

La discriminazione basata sulla razza ha bisogno di un contesto. Al fine di applicare stereotipi di razza agli individui è necessario che questi siano nella minoranza di una popolazione. In due gruppi etnici (il termine indica una origine geografica, non  un aspetto fisico) il cinquanta per cento della popolazione non può discriminare contro l’altro. Possono farsi una guerra civile, ma è probabile che sia per motivi economici. Ma un nero tra molti bianchi (o viceversa) diventerà uno stereotipo razziale. D’altra parte l’esame di un gruppo di molti neri o molti bianchi rivelerà quante differenze ci sono tra l’aspetto dei membri di ciascun gruppo.

Il guaio è che questo è il modo in cui funziona la mente formando categorie e classificando ciò che sperimentiamo in tali categorie. Si tratta di una rapida regola empirica che ci fa andare avanti, ci permette di far fronte ad eventi e persone in modo efficiente mentre pensiamo agli affari nostri. Dovremmo riflettere su questi giudizi però perché notiamo molto di più degli altri di quanto ci rendiamo conto. Non dobbiamo usare stereotipi per assorbire tali informazioni. Basti pensare quanto spesso lo si fa. “Non è il mio tipo”. “Sono il tipo di persona che …”. “Sei pigro / egoista / patriottico / avido ecc” (ognuno lo è,qualche volta, nessuno lo è tutto il tempo). Artisti e scienziati imparano a vedere, piuttosto che fare affidamento su categorie. Non serve dipingere una scena che non c’è, si ottiene arte da cartolina di Natale. Non serve descrivere personaggi in termini di tipi generali, si ottiene stereotipi. Non serve descrivere le persone in termini di razza, si ottiene razzismo.

E’ indubbio  che esiste diversità tra gli esseri umani e che è fonte della sua ricchezza come specie. Questa diversità può essere classificata in modo accettabile per lingua, ambiente, dieta, stato di salute, religione e una miriade di altri classificatori. Ma non la razza. Farlo è solo far rivivere una reliquia del passato coloniale, e dar sostegno alla teoria di Darwin sulle origini dell’umanità.

©2015 Translation copyright Gianna Attardo.

44. Cinque immagini dell’antico Egitto

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Nell’immaginazione di tutti l’Egitto rappresenta una delle civiltà più antiche. Sia in termini di glorie svanite, come quelle che hanno ispirato le Ozymandias di Shelley, che di leggerezze di Hollywood come la maledizione della Mummia, la maggior parte di noi ha una qualche idea sull’antico Egitto. Ho ritenuto che sarebbe interessante vedere da dove sono provenute queste idee.

1. Sepolte nella sabbia

Quando negli anni cinquanta i fotografi pionieri Maxime du Camp e Francis Frith inviarono in patria foto dell’Egitto, per la prima volta l’Europa aveva davanti agli occhi le immagini dei resti della civiltà egizia, le prime a parte gli schizzi fatti  dagli archeologi di Napoleone nel 1798. Erano foto di sculture e sabbia, ben lungi dalle antichità restaurate, trasferite e illuminate da riflettori che i turisti vedono oggi e scattate prima che vandali ufficiali rimovessero gran parte del calcare di superficie necessario per la costruzione di nuovi edifici.

Du Camp (1822-94) e l’amico Gustave Flaubert (1821-80) andarono in Egitto nel 1849. Mentre Flaubert sognava una eroina che chiamò Emma Bovary, le immagini di Du Camp di una civiltà sepolta nella sabbia diedero origine alla moda del piacere delle rovine. L’impatto originario di immagini come quelle di Du Camp fu una soddisfazione malinconica di fronte a quanto delle antiche civiltà era andato perduto.

Le immagini che Francis Frith (1822-98) riprese nel periodo 1856-9 nei suoi numerosi viaggi in un’Africa a quel tempo inesplorata mostrano un aspetto differente dello stesso soggetto. Per Frith era l’eterna, immutevole sopravvivenza  di monumenti di un passato inimmaginabilmente lontano, ricco di significato. L’Egitto rappresentava valori immutevoli in un’Europa del XIX secolo che stava mutando. Quindi il primo Egitto che abbiamo scoperto ci ha lasciato immagini miste. Le piramidi, la Sfinge, i colossi di Ramsesse avevano in qualche modo sfidato il tempo. Tuttavia, era ovvio che una gran parte degli artefatti, e certamente della cultura e del modo di vita dell’antico Egitto, era andato perduto per sempre.

  1. 2. La storia di Iside

Gli dei dell’antico Egitto, il falco, lo sciacallo e la testa di ibis, esseri dal corpo umano presentati in una prospettiva frontale all’osservatore ma con capo, armi e piedi di profilo, sono immagini forti. Alcune storie degli dei che hanno accompagnato i rituali religiosi egizi sono sopravvissute e hanno influenzato molte religioni successive. Poiché non sapeva leggere, per comprendere le verità della sua religione, la maggior parte degli Egiziani dipendeva dai riti e dalle immagini che li accompagnavano. Dobbiamo accettare che la maggior parte di ciò che è sopravvissuto è parte di riti funerari e che deve esserci stato molto più della religione dell’antico Egitto di quanto siamo a conoscenza. Sebbene non possiamo ricreare nulla del luogo che queste immagini e i riti ad esse associati rappresentavano nella cultura egizia pur tuttavia conosciamo le storie raccolte da scrittori quali Erodoto e Plutarco.

Osiride era il nipote del potente Re, dio del sole. Regnò su una terra che non conobbe malattia o morte. Fu un tempo di giustizia e abbondanza, un’età dell’oro, la nascita di civiltà. Ma il fratello di Osiride, Set, dio delle tempeste del deserto, divenne geloso del potere di Osiride e del favore di cui godeva presso gli dei e quindi convinse con l’inganno Osiride a entrare in un cofano magico in cui lo chiuse e che gettò nel Nilo. Non soddisfatto di questo, Set aprì il cofano e tagliò il corpo di Osiride in 14 pezzi che celò in 14 luoghi sparsi per l’Egitto. Con Osiride, che fu il primo a morire, la morte entrò nel mondo.

Iside, sua sorella e moglie, era una grande maga e considerata tra gli dei più potenti. Lamentando la morte del marito, Iside peregrinò per l’Egitto e scoprì le parti del corpo di Osiride che Set aveva nascosto. Rivolgendosi al grande dio Anubis per aiuto, Iside ricompose il corpo di Osiride e gli ridiede vita. Anubis aveva reso ciò possibile imbalsamando il corpo di Osiride, cosa che era stata fatta per la prima volta. Riportato in vita dal potere di Iside, Osiride giacque con lei che gli diede un figlio che chiamò Horus. Ma Osiride non poteva restare nella terra dei vivi. Come prezzo della sua nuova vita fu relegato nel mondo dei morti di cui divenne re e giudice. Horus divenne il re della terra d’Egitto, nonostante numerosi conflitti con lo zio Set. Horus fu il primo dei Faraoni che governarono in Egitto per 3.000 anni.

La storia di un’età dell’oro distrutta da un dio malvagio e restaurata da un dio morente che risuscita e dà una nuova vita all’umanità è una storia che si riverbera nel tempo. Originariamente, la figura più potente della storia era la dea che risuscita, Iside. Non solo dea della magia, lei divenne la dea della fertilità, della nuova vita, della maternità e un potente intercessore presso Osiride nel giudizio dei morti. Facendo ciò assorbì il ruolo di altri dei egizi in un processo chiamato sincretismo che mostrava la tendenza verso la diffusione di credi religiosi monoteistici nel mondo greco-romano ed oltre. Iside governò come la grande Regina del Cielo e datrice di vita in tutto l’Estremo Oriente, ad Alessandria e in molti altri centri della cultura greco-romana, fino al sesto secolo d.C.

L’influenza che la sua adorazione ebbe sulla crescente religione del Cristianesimo è stata immensa, e può vedersi nel culto della Vergine Maria. Maria viene menzionata solo di sfuggita nei primi scritti cristiani, tuttavia quando il culto di Osiride scomparve Maria fu una delle figure più adorate dai Cristiani. Quindi, piuttosto stranamente, fu il Cristianesimo a dare vita continua e risonanza a Iside, alle sue immagini e alle sue storie, e a influenzare  la nostra visione dell’antico Egitto.

3.Un’antica storia egizia

Molto di ciò che conosciamo dell’antico Egitto ha a che vedere con morte, riti funerari, tombe e aldilà. La nostra visione è influenzata dai tipi di prove che sono sopravvissuti fino in tempi moderni. Ma esiste molto altro sulla vita dell’Egitto oltre a il Libro dei morti e alle Piramidi come frammenti di un altro tipo di letteratura, incantesimi, magie, inni – e storie recuperate da generazioni di archeologi. Le storie sono state raccolte da Gaston Maspero e sono disponibili in Racconti dell’Antico Egitto.

Ecco un estratto da Khufu e i Maghi.

Così, un giorno in cui Sua maestà si era recato al tempio di Ptah, signore di Ankhutaui, e quando Sua Maestà fece visita alla casa dello scriba, lettore capo Ubau-anir, con il suo seguito, la moglie del lettore capo Ubau-nir vide un vassallo tra quelli che erano dietro il re: dal momento in cui lo vide, lei perse cognizione del luogo in cui si trovava. Gli inviò la sua servitrice che le era vicina per dirgli “Vieni, che possiamo giacere insieme per lo spazio di un’ora; indossa le tue vesti di festa.” Gli fece portare uno scrigno pieno di vesti raffinate, e lui venne con la servitrice nel luogo in cui lei si trovava. E quando i giorni passarono, poiché Ubau-anir aveva un chiosco in riva al lago, il vassallo disse alla moglie di Ubau-nir: ”C’è il chiosco al lago di Ubau-anir; se vuoi potremmo fermarci un poco lì.” Allora la moglie di Ubau-anir mandò a dire al maggiordomo che aveva l’incarico del lago, “Fai preparare il chiosco al lago.” E quando venne la sera scese al lago per fare un bagno e la servitrice era con lui e il maggiordomo sapeva cosa stava avvenendo tra il vassallo e la moglie di Ubau-anir E quando la terra si illuminò il secondo giorno il maggiordomo andò a cercare il lettore capo Ubau-anir e gli raccontò queste cose che il vassallo aveva fatto nel chiosco con sua moglie. Quando il lettore capo Ubau-anir venne a conoscenza di ciò che era accaduto nel chiosco disse al maggiordomo “Portami i mio scrigno d’ ebano ornato di oro e argento che contiene il mio libro di magia.” Quando il maggiordomo glielo ebbe portato, egli modellò con la creta un coccodrillo, lungo sette pollici, e recitò su esso le parole contenute nel suo libro di magia; gli disse: ”Quando quel vassallo verrà a immergersi nel mio lago trascinalo sul fondo dell’acqua.” Diede il coccodrillo al maggiordomo e gli disse,“Appena il vassallo si immergerà nel lago, secondo il suo solito di ogni giorno, gettagli dietro nell’acqua il coccodrillo di cera. “Il maggiordomo allora se ne andò e portò con sé il coccodrillo. La moglie di Ubau-anir mandò a chiamare il maggiordomo che aveva l’incarico del lago e gli disse,” Fai preparare il chiosco sul bordo del lago, perché vado a soggiornare lì.” Quando arrivò la sera il vassallo andò, secondo il suo solito di ogni giorno, e il maggiordomo gli gettò dietro il coccodrillo nell’acqua. Quando scese la sera il vassallo andò secondo il suo abito di ogni giorno, afferrò il vassallo, lo trascinò sul fondo dell’acqua. Il primo lettore, Ubau-anir si presentò davanti a lui e gli disse, “Piaccia a Sua Maestà di venire a vedere la meraviglia che è successa al vassallo nel tempo di Sua Maestà.” Sua Maestà allora andò con il primo lettore  Ubau-anir. Ubau-anir disse al coccodrillo, “Porta il vassallo fuori dell’acqua.” Il coccodrillo venne fuori e portò il vassallo fuori dell’acqua. Il primo lettore Ubau-anir, disse,”Fallo fermare,” e lo fece fermare davanti al re. Allora Sua Maestà, re del l’Alto e Basso Egitto, Nabka, giusto di voce disse, “Ti prego! Questo coccodrillo è terrificante.” Ubau-anir   si chinò, afferrò il coccodrillo, e nelle sue mani divenne soltanto un coccodrillo di cera. Il primo lettore  Ubau-anir, raccontò a Sua Maestà il Re dell’Alto e Basso Egitto, Nabke, giusto di voce, quello che il vassallo aveva fatto nella casa con sua moglie. Sua Maestà disse al coccodrillo, “Prendi ciò che è tuo.” Il coccodrillo afferrò il vassallo, lo trascinò sul fondo del lago e non si sa cosa accadde al vassallo e di esso. Sua Maestà il Re dell’Alto e Basso Egitto, Nabka, giusto di voce, fece portare la moglie di Ubau-anir nell’ala nord del palazzo; fu bruciata e le sue ceneri gettate nel fiume. Ecco questa è la meraviglia che accadde al tempo di tuo padre, il Re dell’Alto e Basso Egitto, Nabka, giusto di voce, ed è una di quelle eseguite dal primo lettore, Ubau-anir.” Sua Maestà il Re Khufui, giusto di voce, disse quindi, “Sia presentata a Sua Maestà il Re, Nabka, giusto di voce, un’offerta di mille pani, cento boccali di birra, un bue, due ciotole d’ incenso e anche una focaccia, un litro di birra, una ciotola d’incenso da dare al primo lettore, Ubau-anir, poiché ho veduto la prova della sua cultura. E si obbedì all’ordine di Sua Maestà.

Malgrado non si sappia nulla del periodo di composizione, questo racconto, o serie di racconti, potrebbe facilmente riflettere una tradizione orale del 2000 a.Cristo o prima. Sembra riflettere il mondo di Le mille e una notte che deriva, secondo gli studiosi, da originali indiani.

4.12 Racconti sull’antico Egitto

L’antico Egitto ha ispirato scrittori da Apuleio di Algeria nel 180, autore de L’asino d’oro, con il suo famoso omaggio a Iside, a Roger Zelazny la cui storia immaginaria del 1969 Creatures of Light and Darkness rappresentava gli dei egizi come protagonisti.  L’argomento ha attratto in particolare scrittrici che spesso scrivono di personaggi femminili su cui nulla di storico si sa, o famose regine come Hapshepsut o Cleopatra. La gamma di attendibilità storica va dal meticolosamente ricercato, e ispirato, fino alla semplice pretesa di scrivere una storia d’amore o d’avventura. Questi 12 sono scelti da elenchi altrui: ne ho letti solo tre e riassunto pareri dei revisori degli altri da

        amazon.com.

1877 Georg Ebers, Uarda: Un racconto dell’antico Egitto

Un romanzo su una figlia di Ramsesse II. Ebers fu un egittologo che scrisse narrativa per interessare i lettori alle scoperte che stavano facendo gli archeologi durante la sua vita, inclusa la sua propria. Recensito su Amazon come ‘narrativa’, ma divertente.

1937 Joan Grant, Il Faraone alato

Sekjetra diventa un ‘faraone alato’, sia sacerdotessa che governante nella Prima Dinastia. Grant scrisse romanzi che ricordavano le sue precedenti incarnazioni. Sia che lo si creda o meno i suoi libri sono sorprendenti ricreazioni vivaci dei tempi antichi. Questo è stato il suo primo romanzo.

1949 Mika Waltari, Sinuhe l’Egizio

Su un giovane Egiziano che diventa il medico di corte di Akhenaten. Recensito come uno dei maggiori storici e romanzieri, il suo libro è tra la migliore narrativa storica mai scritta. Un best seller rimasto in stampa dalla prima pubblicazione.

1971 William Golding, Il dio scorpione

Una novella su un sovrano dell’Antico Egitto al tempo precedente i faraoni. Golding è uno dei maestri della prosa inglese e il romanziere più fantasioso del 20esimo secolo. Non tanto una storia quanto una incursione inquietante nei preconcetti dell’antichità dei lettori.

1976 Allen Drury, A God Against the Gods

Su Akhenaten, il faraone che adottò il monoteismo, e sua moglie Nefertiti. Idiosincratico, ben studiato e ben scritto, ha diviso i lettori nella sua interpretazione di questo faraone e dovrebbe essere letto in combinazione con altre opinioni del periodo quali quella di Waltari.

1977 Pauline Gedge, La figlia del mattino

Su Hatshepsut, la donna faraone che governò sull’Egitto nel XV secolo a.C. Questo è un romanzo a tutti gli effetti, con un rapporto al suo argomento sconosciuto alla storia. Mentre il dettaglio storico è ben studiato, non è il punto principale della storia.

1983 Norman Mailer, Antiche sere

Probabilmente il libro più colto sull’Antico Egitto che abbia mai letto, questo romanzo cerca, e riesce, di presentare la sua storia da un punto di vista contemporaneo (la maggior parte dei romanzi storici sono in qualche modo anacronistici). Questo è uno sforzo sostenuto di immaginazione creativa che non esita ad essere oscura, offensiva e mistica, tutto allo stesso tempo, nella certezza che possibilmente questo era ‘com’era’.

1989 Moyra Caldecott, Hatshepsut: figlia di Amun

Antico Egitto 3500 anni fa – una terra governata da un potente re donna, Hatshepsut. Il libro divide i lettori ed è recensito come o troppo realistico o troppo fantastico. Caldecott scrive narrativa commerciale per il mercato e il libro piacerà a chi ama la fantascienza.

1995 Christian Jacq, Ramses: Il figlio della luce

Sulla gioventù di Ramses II, il più grande faraone egiziano. E’ stato un best seller e ha portato ad altri quattro libri della serie. E’ in realtà una fantasia storica su un personaggio di nome Ramses che vive in un luogo chiamato Antico Egitto. Piacevole, ma non dice nulla sul tempo e luogo in cui è ambientato.

1996 Judith Tarr, Re e dea

Su Hatshepsut, il faraone donna della 18ma dinastia dell’Egitto. E’ una soap opera ambientata nell’Antico Egitto e divertente. Non è profonda, non dice nulla sulla natura umana, non fa luce sul passato ma è ben scritto e ben costruito e ci si passa un tempo piacevole.

1998 Naguib Mahfouz, Akhenaten, Dweller in Truth

Sul faraone che tentò di introdurre il monoteismo nell’antico Egitto. Uno dei maggiori romanzieri egiziani fa ad Akhenaten il trattamento di Citizen Kane. L’idea non è di raccontarci i fatti ma di farci pensare a ciò che forse è successo ad Amarna in termini che non fanno violenza alla nostra conoscenza della natura umana. Destinato al fallimento ma in un modo interessante.

2008 Michelle Moran, Nefertiti

Sulla bella moglie del faraone Akhenaten del XIV° secolo a.C. E’ un romanzo storico di stile Mills and Boon. Alle lettrici probabilmente piacerà più che ai lettori in quanto racconta la storia da un punto di vista esclusivamente femminile.

Il quadro che ricaviamo dalla lettura di questi libri è in molti casi lontano da qualunque quadro accurato di com’era la vita nell’antico Egitto. E’ probabile che non possiamo mai ricavare un tale quadro da un’opera di narrativa. In realtà non sappiamo se Ramses II fosse un grande guerriero, che Akhenaten volesse introdurre il monoteismo, che Hatsheput fosse un’usurpatrice: queste sono supposizioni di studiosi basate su limitata evidenza. Gli scrittori di storie immaginarie e avventura in particolare mi sembrano scrivere e riscrivere sempre la stesa storia con qualunque periodo interscambiabile con un altro (il che non impedisce ai libri di essere piacevoli). Ma tali letture danno l’idea che l’antico Egitto fosse popolato soprattutto da ragazze di nobile origine che alla fine divennero regine, malvage sacerdotesse che tramavano ai danni dei faraoni, grandi re guerrieri, e molta magia. Non dimentichiamo il 99% che lavorava nei campi o nelle opere pubbliche, i molti artigiani specializzati la cui opera ancora ci attrae, i mercanti che viaggiavano nell’Estremo oriente in cerca di beni rari, i diplomatici che negoziavano con potenze straniere, i narratori di storie e tutti i molti personaggi dell’antico Egitto di cui sembra che nessuno abbia scritto nelle opere di narrativa.

5. La maledizione della mummia

Se la narrativa non offre un quadro troppo accurato dell’antico Egitto che idea ci facciamo da altre forme popolari? Il classico del 1932 di Karl Freund La Mummia  con Boris Karloff e Zita Johann ha il suo effetto usando l’idea della reincarnazione per ottenere un tipo di minaccia di ‘ritorno dei morti vivi’ e la getta in un Rotolo di Thoth che può riportare i morti in vita. Sebbene ciò sia realmente quello in cui gli Egiziani credevano che potesse succedere, essere imbalsamati regolarmente, sfuggire alla depredazione da parte dei saccheggiatori di tombe, e sopravvivere al giudizio di Osiride, l’idea che molti dell’antico Egitto possano lasciare le loro tombe dotati di vita eterna è l’ultima cosa che vorremmo. Karloff fa un buon lavoro con le sue stranezze e minacce.

La maledizione della Mummia fu? Uno stunt di giornale che pubblicizzava storie sulla scoperta del 1922 da parte di Howard Carter della tomba di Tutankhamun. La sopravvivenza della mummia era vitale per la speranza di ogni Egiziano di immortalità e riti, immagini e provviste lasciate dai parenti cercavano di assicurare questa sopravvivenza.  Ma potenzialmente ogni tomba fu saccheggiata da ladri nei tempi antichi e di solito le mummie distrutte. I ladri stavano commettendo sacrilegio e sarebbero incorsi in una teribile maledizione. Ma naturalmente non esiste prova che la maledizione sia durata fino in tempi moderni. Il finanziatore della spedizione di Carter, Lord Carnarvon, morì l’anno dopo che la tomba era stata aperta (era stato malato per i precedenti 20 anni). Ma la maggior parte della gente associata con la scoperta, incluso lo stesso Carter, morì di vecchiaia.

Queste idee si basano sulla conoscenza di antiche credenze egiziane.  Gli Egizi volevano vivere per sempre e fecero dei passi per assicurarsi ciò. Ma uno sguardo a una mummia ci dice che avevano terribilmente torto. Tuttavia condividiamo lo stesso desiderio e c’è una specie di orribile fascino nel modo in cui guardiamo agli antichi riti funerari.

Gli antichi Egizi credevano nella reincarnazione e molti che advocate tali visioni oggi, dai seguaci dei Teosophists a Lobsang Rampa, fanno riferimento a queste credenze egizie. Tuttavia esiste poca rappresentazione accurata di ciò su cui realmente pensavano gli Egizi sull’argomento, anche se alcuni citano da il Libro dei morti (citato fuori contesto alcuni brani possono essere molto fuorvianti) e l’argomento si estende a includere coloro che credono che alieni da qualche remota galassia stanno inviando conoscenza mistica a gente illuminata qui sulla erra.

Le piramidi hanno affascinato coloro che le hanno viste per migliaia di anni. Poiché siamo una civiltà tecnologica tendiamo ad essere più  affascinati dai successi dell’ingegneria, malgrado non manchino credenze che le piramidi sono più che tombe. Costruite per osservazioni astronomiche e ad aiutare il viaggio faraonico verso distanti galassie dopo la morte, mezzi che focalizzano l’energia e molte altre credenze. Di nuovo, esiste poca presentazione accurata in ciò che gli antichi Egizi credevano in queste teorie.

Il semplice fatto che le piramidi sono sopravvissute così a lungo non dovrebbe essere preso fuori contesto. Le piramidi erano originariamente coperte di calcare e dovevano apparire bianche, lisce e con ornamenti d’oro anche sulla superficie. Erano circondate da estesi complessi di templi, e le aree circostanti ospitavano anche una vasta popolazione di sacerdoti che offrivano continui riti e lavoranti che nutrivano se stessi e i sacerdoti del cibo coltivato nelle vicinanze. Esistevano strutture come la barca del faraone, una nave in scala reale dietro il suo tempio funerario, su cui egli viaggiava verso la vita successiva. Le piramidi erano il punto focale di ciò che erano delle piccole cittadine. Teorie che ignorano questi fatti devono essere considerate solo per il loro valore di intrattenimento.

La storia dell’Egitto

E’ incredibile vedere quanto poco sappiamo della storia dell’antico Egitto, delle credenze e del modo di vivere. Le piramidi, le mummie, il Libro dei Morti e altre opere antiche, miti trasmessi da successivi autori greci, tutti danno una storia molto frammentata. La ‘storia’ generalmente accettata dagli studiosi si basa su un libro scritto nel 250 a.Cristo in greco da un sacerdote egizio di nome Manetho. Il libro di Manetho non ci è rimasto ma lo sono molte compendi. Non sappiamo quanto accurato egli fosse, potrebbe aver inventato alcuni resoconti, come hanno fatto altri storici antichi. Manetho Apparentemente introdusse l’idea di dinastie per raggruppare faraoni che in qualche modo riteneva correlati Ne menziona molti di cui non abbiamo altra notizia. Altra evidenza storica usata dagli studiosi si basa su iscrizioni sopravvissute, l’equivalente di proclami governativi, e che aveva una funzione di propaganda non di registrazione di fatti.

Così l’antico Egitto è ancora un mistero, un focolaio di monomania, superstizione e storie dell’orrore. La Sfinge guarda con il suo sorriso enigmatico tutte le nostre teorie. Probabilmente starà lì dopo che la nostra civiltà raggiungerà lo stadio di auto-distruzione.

©2015 Translation copyright Gianna Attardo.

43. OMAGGIO A VIVALDI

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Piazza San Marco a Venezia del contemporaneo di Vivaldi Canaletto (Giovanni Antonio Canal 1697-1768)

Tutti conoscono Antonio Vivaldi, il Veneziano che ha scritto Le Quattro Stagioni, una serie di concerti per violino da cui è difficile separarsi. Sono in ogni ascensore, ristorante, centro commerciale, così frequenti da  causare a volte una reazione allergica. Dicono che la musica di Vivaldi sia sempre uguale, che si sia ripetuto infinitesime volte, il fatto è che hanno ascoltato Allegro, Primavera più di 600 volte.

In realtà Vivaldi è stato uno dei grandi esploratori musicali e, al pari di Mozart, la sua opera sembra prefigurare molti sviluppi futuri nella musica classica europea. E’ stato uno dei musicisti più influenti di quella tradizione. Di nuovo come Mozart, Vivaldi fu noto alla maggior parte dei suoi contemporanei come uno strumentalista eccezionalmente dotato: nel caso di Mozart fu il piano, nel caso di Vivaldi il violino. Fu un nome familiare in tutta  l’Europa e, fatto ancor più notevole, dopo la sua morte fu totalmente dimenticato e sconosciuto per 200 anni, eccetto agli specialisti, fin quando, dal 1950 in poi, i negozi di musica cominciarono a essere inondati dalle registrazioni della sua musica. Ora è di nuovo popolare come non lo fu mai in vita.

Se si può dire che se il movimento romantico e il primo stile moderno in musica sono un po’ come i Led Zeppelin, allora Vivaldi è un po’ come i Beatles. Un soffio di aria fresca che ha rivelato l’0nnipresenza di entrambi e per un lungo tratto. Non ci si addormenta ascoltando un pezzo di Vivaldi. Ecco il suo Gloria con l’English Concert di Trevor Pinnock:

https://www.youtube.com/watch?v=XQx2TWgxX14

Un quadro anonimo del 1723 circa, ritenuto opera di Vivaldi, e una incisione di François Morellon la Cave del 1725 da uno spartito di Vivaldi. Una volta tolta la parrucca entrambi sembrano la stessa persona.

Venezia

Vivaldi nacque a Venezia nel 1678 da un ben noto violinista dell’orchestra della chiesa di S.Marco. Nel 17esimo secolo Venezia aveva smesso di essere la grande potenza marittima di un tempo e il tramite principale tra l’Impero Ottomano e il resto dell’Europa. Alla fine perse la sua indipendenza con Napoleone nel 1797, ma i resti della sua immensa ricchezza e magnificenza rimasero. I dipinti di Tiziano, Tintoretto, Veronese attraevano ancora gli amanti dell’arte da tutto il mondo e la fama di musicisti quali Gabrieli e Monteverdi influenzava compositori di tutta l‘Europa.

Ai tempi di Vivaldi Venezia era il centro europeo della musica e soprattutto dell’opera ed il centro europeo dell’intrattenimento con un numero enorme di case da gioco e bordelli. I turisti vi si riversavano in massa, perdevano il loro denaro e spesso si lasciavano dietro ragazze incinte, una situazione che fu la base della carriera di Vivaldi.

Il Carnevale di Venezia. Così tanta allegria, così tanti intrighi, così tanto trovatelli, così tanto lavoro da insegnante per Vivaldi.

Gli ospidali

La Chiesa aveva conservato un certo numero di ospidali (luoghi di accoglienza) a Venezia, alcuni  risalenti al Medioevo. Poiché il numero di trovatelli e neonati abbandonati era in aumento, il governo della città sovvenzionò queste istituzioni che si espansero fino ad includere altre funzioni quali quelle di orfanotrofio. Gli orfanotrofi tentavano di raccogliere denaro per coprire le spese e mantenevano orchestre e cori che offrivano spettacoli pubblici (dopo tutto Venezia era la città della musica). Alcune di queste orchestre divennero famose in tutto il mondo e gli ospidali si trovarono a gestire un vero e proprio conservatorio di musica.

Uno di questi ospidali, l’Ospedale della Pietà, era situato vicino la residenza di Vivaldi. Vivaldi fu impiegato dalla Pietà la prima volta nel 1703 quando aveva 25 anni, l’anno in cui ricevette anche gli ordini. Era quindi un impiegato adatto. Mantenne un legame con la Pietà per la maggior parte della vita lavorando come impiegato, impresario e compositore freelance in quanto altri impegni e la sua fama crescente gli rendevano difficile restare nello staff dell’ospedale.

La Pietà impiegava staff per curare tutti gli aspetti della musica. Fabbricanti di strumenti, insegnanti,  compositori ed esecutori erano attinti soprattutto dagli orfani della Pietà. Nel caso dei ragazzi la maggior parte degli orfani era indirizzata a un mestiere di apprendista, se ragazze venivano date in moglie. Ma se qualcuna di queste mostrava di avere talento veniva recrutata come membro dell’orchestra o come suo staff di sostegno. Alcune furono musiciste tutta la vita e famose al pari dei musicisti. I visitatori arrivavano in gran numero per ascoltare l’orchestra della Pietà. Per evitare qualunque ombra di scandalo (dopo tutto, Venezia era la città dei bordelli) le ragazze si esibivano celate dietro una grata, ma questo lasciava solo spazio alle fantasie, e ascoltatori come Jean-Jacques Rousseau hanno consegnato resoconti infervorati delle loro fantasie. Naturalmente le ragazze non erano bellezze rare, ve ne erano di carine, di normali, alcune presentavano deformazioni se i loro genitori avevano contratto la sifilide, altre erano giovani e altre meno giovani. Furono grandi esecutrici come vocaliste o strumentaliste, fatto di cui siamo a conoscenza in quanto le composizioni scritte da Vivaldi per loro sono molto difficili da suonare per interpreti moderni. Bisogna essere speciali per suonare un Vivaldi.

Orazio Gentileschi (1563-1639), Giovane donna che suona un violino

Il prete rosso

Questo era il soprannome di Vivaldi. Come suo padre, aveva i capelli rossi nascosti secondo la moda del tempo sotto una folta parrucca. Ma perché un violinista e compositore, che era in grado di vivere del suo talento, si fece prete? Vivaldi entrò nella chiesa nel 1693 all’età di soli 15 anni e ricevette gli ordini 10 anni dopo. Adempì ai suoi doveri sacerdotali solo per tre anni dal 1703 al 1706  e ne fu dispensato per motivi di salute.

Nel 18esimo secolo, almeno, la Chiesa era una carriera non un vocazione. Raramente i religiosi erano santi ma solo membri ordinari della società, sebbene di un certo prestigio. Un contemporaneo di Vivaldi, il romanziere inglese Lawrence Sterne più giovane di 35 anni. si fece prete all’età di 25 anni in quanto aveva uno zio che poteva offrirgli un sostentamento nella Chiesa. Lo stesso Sterne era sia povero che malato di tubercolosi e questa sembrava una soluzione ideale. Quando, più tardi nella vita, Sterne scoprì la sua vocazione di scrittore e divenne famoso in Europa, abbandonò la Chiesa e raccolse ogni bocciolo su cui poteva mettere le mani.

Nel caso di Vivaldi la situazione era leggermente diversa. Era divenuto famoso come maestro violinista (probabilmente dietro insegnamento ricevuto dal padre nella prima fanciullezza, ossia prima dell’età di 15 anni) ma era anche un uomo molto malato. Era stato battezzato il giorno della nascita, la levatrice  credeva che sarebbe morto solo poco più tardi. Non morì, sopravvisse fino all’età di 63 anni (Sterne fino ai 55) ma per tutta la vita lamentò una “tensione nel petto”. Ciò è stato interpretato come una forma grave di asma, una infiammazione cronica delle vie respiratorie che impedisce una respirazione normale. Una causa presunta è la presenza di microbi nella muffa e ve ne era molta a Venezia. Le complicazioni insorgono quando il sofferente viene colto dal panico al pensiero del soffocamento, il che spesso porta a un attacco. Se il piccolo Vivaldi non avesse respirato, ciò avrebbe spinto la levatrice a chiamare un medico. Questa malattia, sempre presente nella vita di Vivaldi, avrebbe significato la fine della sua carriera musicale in qualunque momento. Ma nella Chiesa gli sarebbe stato garantito un sostentamento, indipendentemente da quale. Abbracciare il sacerdozio fu una specie di polizza assicurativa per lui. Se le cose non avessero funzionato sarebbe stato accudito. Diversamente avrebbe sempre potuto trovare una scusa.

Vivaldi mise tuto ciò che aveva nella sua musica che è piena dell’amore per la vita di un uomo che sa di poter morire da un momento all’altro. Quelli che ricompongono o ‘adattano’ Le Quattro Stagioni, perché sono diventate troppo familiari, devono ricordare quanto all’origine s fossero orprendenti e originali per il pubblico. Ecco Trondheim Soloist con violinista solo Mari Silje Samuelsen che esegue Estate. Osservate la mano sinistra  https://www.youtube.com/watch?v=g65oWFMSoK0. La musica dovrebbe essere suonata con emozione, non ridotta a semplice tecnica, con un riferimento al libro degli Ecclesiastes (“C’è una stagione per ogni cosa”). Ecco Samueldsen con Inverno

https://www.youtube.com/watch?v=Yu6Hr9kd-U0&list=PLB19BBF522B5340E2&index=4

Concerto di Gala nella Vecchia Procura in onore della figlia dello Zar 1780 di Francesco Guardi

Insegnante e compositore

All’età di 25 anni, per la sua reputazione Vivaldi fu impiegato dalla Pietà come insegnante di violino c come virtuoso di quello strumento. La Pietà richiese anche una certa quantità di composizione e Vivaldi aderì alla richiesta trovando il suo talento quasi immediatamente, forse grazie ai musicisti grandemente dotati con cui si trovò a lavorare.

Quello che fece fu rivoluzionario.  Inventò il concerto strumentale, un contrasto tra uno strumento principale e il resto dell’orchestra. Lo stile prevalente della musica era musica di chiesa, in gran parte corale. Perciò Vivaldi fu parte del movimento di secolarizzazione della musica. La sua ispirazione per la forma di concerto era vicina: l’opera.

Venezia era il centro operatico dell’Europa. Sei teatri dell’opera, tenuti occupati a tempo pieno per gran parte dell’anno, intrattenevano i Veneziani e tutti i visitatori che affluivano in massa per ascoltare le ultime esibizioni dei cantanti in voga. Le opere erano messe in scena da imprenditori, o impresari, che noleggiavano il teatro, pagavano il librettista e il compositore, ingaggiavano i cantanti e la squadra addetta al lavoro dietro le quinte e si occupavano della pubblicità. Con un tale pubblico ricettivo potevano fare grandi profitti, ma si assumevano anche il rischio di grandi perdite. Il pubblico amava o detestava l’opera.

Vivaldi amava l’opera e il suo lavoro strumentale è impregnato delle sue possibilità drammatiche. Lo strumento principale parla al resto dell’orchestra e l’orchestra risponde in un contrasto che è essenzialmente drammatico.

Vivaldi scrisse per molti strumenti, soprattutto il violino ma anche l’oboe, il fagotto, il violoncello, il clarinetto, il flauto, il corno, il mandolino, il liuto, il flauto, la tromba, la viola d’amore e l’organo, presumibilmente perché esistevano solisti di talento di questi strumenti alla Pietà. Compose anche opere profonde di musica sacra, alcuni dei suoi maggiori lavori sono composizioni per la Messa.

Una scena da Zanaida 1763 musica di Johann Christian Bach

Impresario

Ma Vivaldi voleva di più. Nato povero, il suo lavoro per la Pietà gli portò fama in tutta Europa ma non denaro. Come Mozart doveva scoprire più tardi, per guadagnarsi clienti prosperosi bisognava apparire prosperosi. Uno stile di vita lussuoso era un modo per attrarre lavoro altamente pagato da un pubblico aristocratico. Ma se il lavoro, o la paga, non si concretizzavano, si rimaneva oberati di debiti. Il ruolo di un impresario d’opera sembrava a Vivaldi la soluzione ideale.

Vivaldi affermava di aver scritto quasi 100 opere. E’ probabile che siano state incluse ripetizioni e opere di altri per le quali scrisse arie. Forse la metà di quel numero sarebbe una cifra più appropriata. Ma se contava sul fare fortuna con l’opera fu deluso. Lentamente, inevitabilmente, contrasse debiti. Le ragioni erano molte ma la più importante fu che Vivaldi non aveva per l’opera la disposizione che aveva per il concerto. Forse era più difficile scrivere per cantanti d’opera temperamentali che per gli orfani della Pietà.  Non che abbia scritto brutte opere, ma erano medie, con nulla da segnalare da parte della sempre crescente competitività.

In secondo luogo, quando Vivaldi si volse all’opera aveva oltrepassato la metà della sua carriera e della fama. Lentamente, il centro musicale si stava spostando a paesi dell’Europa centrale quali la Germania, lontano da Venezia. La gente cominciava a dimenticare chi fosse Vivaldi, un nome che aveva cessato di essere familiare in Europa.

Il terzo motivo era costituito dall’opposizione della Chiesa. Un prete coinvolto nel mondo licenzioso dell’opera non era la pubblicità che la Chiesa desiderava dopo la Controriforma. Inoltre lui fece parlare di sé per il suo legame con una cantante, il mezzosoprano Anna Girò. Sebbene lei fosse più giovane di 32 anni di Vivaldi, 18 contro i suoi 50 anni, o a causa di questa differenza di età, si era sparsa la voce che i due avevano viaggiato e vissuto insieme, e che la sorella di Anna era parte del ménage. Nessuno credette alla storia di Vivaldi che i tre erano solo buoni amici. Vivaldi conosceva Anna da quando lei aveva 10 anni. Alla fine gli fu proibito di continuare e questo significò la sua rovina finanziaria.

Canaletto, Ritorno del Bucentoro al Molo il giorno dell’Ascensione, 1732

Reputazione

Nel 1718 Vivaldi si trasferì a Mantova per due anni alla ricerca di un patrono aristocratico. Quando lasciò Venezia, per fare un tentativo all’opera a Vienna alla fine della vita, era probabilmente coperto di debiti, forse ammalato, e ormai un nome del passato. Vivaldi morì a Vienna nel 1741 quasi totalmente nell’anonimato. Dopo la sua morte, molta della sua opera andò perduta. Altri musicisti l’avevano tenuta in gran conto e in una certa misura aiutarono a conservarla. Johann Sebastian Bach ammirava l’opera di Vivaldi e traspose alcuni concerti per altri strumenti. Si ritiene che questo abbia aiutato Bach ad imparare la composizione. Quando gli storici della musica arrivarono a apprezzare Vivaldi, il Movimento Romantico era in piena auge e lo stile di Vivaldi fu anatema per loro. Fu saldamente relegato nella posizione di compositore barocco minore il cui lavoro era ampiamente svanito fin quando un enorme mucchio di spartiti autografi fu scoperto nel 1926. Lentamente, l’originalità fenomenale, l’estensione e la forza della sua realizzazione si palesarono e Vivaldi ridivenne popolare.

La verve e l’esuberanza dei concerti di Vivaldi porta vivamente alla luce la Venezia del 18esimo secolo. Era la musica di un uomo che la salute precaria costringeva a vivere alla giornata. Vivere era probabilmente molto prezioso per lui. Divenne uno dei maggiori violinisti, e le sue composizioni, spesso scritte per la sua propria esecuzione, sono tra le più difficili da eseguire per i violinisi. Molte suggeriscono un quadro disegnato vividamente. Le Quattro Stagioni,  con i sonetti che le acccompagnano  descrivendo la natura e le sue creature, non sono l’unica evocazione del mondo di Vivaldi. I suoi concerti fanno venire alla mente un luogo emozionante di movimento veloce e azione vigorosa, e sarebbero una colonna sonora appropriata per un film d’azione del periodo.

L’opera di Vivaldi è simile a quella che successivamente fu chiamata musica a soggetto, musica che descrive un luogo o una situazione particolari. Come il suo contemporaneo Canaletto, più giovane di vent’anni, Vivaldi ci mostra com’era Venezia ai suoi tempi. Lo fa con l’intelligenza di Goldoni, più giovane di trent’anni, con suoni evocativi, non parole, ed evoca anche il senso di avventura e l’amore per la vita presenti nelle memorie originali di Casanova, cinquant’anni dopo Vivaldi.

©2014 Materiale originale copyright Phillip Kay. Immagini e altro materiale concessione Creative Commons. Informate l’autore di qualunque violazione.

©2015 Translation copyright Gianna Attardo.

42. EVA E ADAMO

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

La storia del Giardino dell’Eden e di come Adamo ed Eva persero il Paradiso attraverso la tentazione del serpente è uno dei miti di maggiore influenza in molte culture. Ma la storia non è quello che sembra. Viene dal Tanakh ebraico o Bibbia, dal libro chiamato Genesi. Cosa troviamo lì?

Genesi 1

Questo è un libro che spiega come tutto ha avuto inizio. Il mondo, l’umanità, il popolo ebraico. La Genesi contiene due descrizioni di Adamo ed Eva. Ecco la prima (cito dalla traduzione di The New English Bible, OUP 1970). “Poi dio (il cui nome è il Canaanita El) disse, ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza e domini su…pesci, uccelli, bestiame, tutte le bestie selvatiche sulla terra…’ A immagine di dio creò lui, li creò  maschio e femmina. Dio li benedisse e disse, crescete e moltiplicatevi…’” (Genesi 1, 26-31). Dopo un problema causato dall’uccisione di Abele, il primo figlio di Adamo, continua: “Adamo aveva 130 anni quando generò un figlio a sua immagine e somiglianza, e lo chiamò Seth che sostituisce l’ucciso Abele. Dopo la nascita di Seth visse 800 anni ed ebbe altri figli e figlie. Visse 930 anni e poi morì.” (Genesi 5, 3-5). Non ci sono problemi eccetto l’uccisione di Abele. Si tratta di un breve racconto. Adamo ed Eva vengono creati dal potere di dio, ricevono dominio sugli altri animali e viene loro detto di avere figli.

Genesi 2

In seguito, un redattore sconosciuto aggiunse a queste racconto una versione di un altro autore che forma i capitoli 2 e 3 della Genesi. Questo è il pezzo che tutti ricordano. Questo secondo racconto drammatico ci dice non solo dell’origine del genere umano. Spiega come terminò un’Età dell’Oro e iniziò un’era più imperfetta.

“Poi il signore dio (il cui nome è ora Yahweh, YHWH) “formò l’uomo dalla polvere della terra e inalò nelle sue narici lo spirito della vita… Poi il signore dio piantò un giardino nell’Eden lontano ad oriente…e nel centro del giardino collocò l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male…Il signore dio disse all’uomo “Puoi cogliere i frutti di ogni albero del giardino ma non dell’albero della conoscenza del bene e del male; poiché il giorno in cui ne mangerai da esso di sicuro morirai’…’il signore dio gettò l’uomo in uno stato di  trance, e mentre dormiva, prese una delle sue costole e richiuse la carne. Il signore dio poi sviluppò  la costola, che aveva preso dall’uomo, in una donna…Ora erano entrambi nudi, l’uomo e sua moglie, ma non sentivano vergogna l’uno per l’altro.

“Il serpente era più scaltro di qualunque altra creatura selvatica che dio aveva creato. Disse alla donna, ‘E’ vero che il signore vi ha proibito di cogliere frutti da qualunque albero del giardino?’ Eva disse, possiamo mangiare i frutti di qualunque albero tranne di quello situato al centro del giardino…”’Se lo faremo moriremo’. Il serpente disse, ‘Naturalmente non morirete. Dio sa che appena mangerete i vostri occhi si apriranno e sarete come dei che conoscono il bene e il male’…Quando la donna vide che il frutto dell’albero era buono da mangiare…ne prese un pò e lo mangiò. Ne diede anche un po’ al marito che lo mangiò. Poi gli occhi di entrambi si aprirono ed essi scoprirono di essere nudi. Quindi misero insieme foglie di fico e si coprirono i lombi”. Si confessarono e Dio li cacciò dal Giardino. “L’uomo chiamò sua moglie Eva perché lei era la madre di tutte le creature. Il signore dio fece delle tuniche di pelle per Adamo e la moglie e con esse li ricoprì. Disse, ‘L’uomo è diventato come uno di noi conoscendo il bene e il male; e se ora allungherà la mano e coglierà anche il frutto dell’albero della vita, lo mangerà e vivrà per sempre? ‘ Quindi il signore dio lo cacciò dal giardino dell’Eden…” (Genesi 2,7 – 3,24)

Genesi aggiunta

E’ tutto quello che sappiamo dalla Genesi di Adamo ed Eva, tre brevi capitoli. Ma altri sono stati aggiunti alla storia. La gente di solito pensa che la Genesi contenga più materiale di quanto non faccia. Nella Genesi:

*       manca la storia

La Genesi fu scritta intorno al 540 a.C., e la storia fu inventata da Erodoto intorno al 450 a.C. La Genesi racconta l’inizio delle cose, non è un libro di storia.

*        manca il diavolo

Il serpente che convince Eva a mangiare il frutto dell’Albero della Conoscenza è un animale astuto. Uno intelligente. Non è visto come maligno o diabolico come è descritto nel Paradiso Perduto di Milton.

*       manca la tentazione

Il serpente vuole concedere un beneficio ad Eva e lei ad Adamo. Ascoltano l’ammonizione di dio, poi il suggerimento del serpente (sia dio che il serpente dicono la stessa cosa sul frutto dell’albero). Dio non vuole che conoscano il bene e il male, il serpente sì. Anche in miti precedenti il serpente era buono.

*       manca il Peccato Originale

E’ venuto con S.Agostino. Gli esseri umani non vengono maledetti. Adamo ed Eva sono costretti a lasciare il giardino. Viene loro detto che la vita sarà più dura ma dio li ama ancora e fornisce loro di che coprirsi.

*     manca la punizione.

Dio costringe Adamo ed Eva a lasciare il giardino per ragioni pratiche, per impedir loro di mangiare il frutto dell’albero della Vita. Ora conoscono il bene e il male e ciò li ha resi mortali. Apparentemente il serpente perde le gambe e deve strisciare (non molti si sono immaginati un serpente con gambe che offre il frutto proibito); Eva partorirà con dolore (a questo punto non ha idea di cosa siano sesso o parto e quindi non sa cosa dio voglia dire); e Adamo dovrà rivoltare la terra invece di raccogliere i frutti (di nuovo, in realtà non sa di cosa dio stia parlando). Queste “maledizioni” non sono una punizione.

*      manca il paradiso, manca l’inferno

A questo stadio queste idee non erano presenti nel Giudaismo e questo significava che

*    manca la salvezza

Queste idee sono tutte aggiunte alla storia originale. Ciò che è successo è che il racconto ebraico è stato alterato per rafforzare alcune dottrine della Cristianità. Non sappiamo chi abbia aggiunto alcune di queste idee ma esse non compaiono nelle scritture, ebraiche o cristiane. Non sono nella Genesi. Che cosa vi è?

I due alberi

L’autore dei capitoli 2 e 3 della Genesi incentra la sua versione della storia su due alberi. Dio pianta un giardino a est dell’Eden dove passeggia nel fresco della sera e dove colloca Adamo ed Eva. Dio è immaginato come un essere umano simile a loro. Sia lui che il serpente parlano ad Adamo ed Eva che possono capirli. Dio ha almeno un altro compagno (forse la sua moglie di un tempo, Ishtar) cui lui esprime la sua ansia che Adamo ed Eva sono diventati “come uno di noi” e potrebbero ora nutrirsi dell’Albero della Vita e divenire immortali ora che hanno mangiato il frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male. Si crea una certa confusione qui in quanto Adamo ed Eva erano originalmente immortali. E’ stato il cibarsi del frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male che li ha resi mortali. Apparentemente mangiare il frutto di entrambi gli alberi li trasformerà in dei. Si è detto che dio non abbia proibito di mangiare il frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male ma che abbia ammonito che porterà morte se mangiato. Caccia Adamo ed Eva dal Giardino per impedir loro di cibarsi dall’Albero della Vita.

In un certo modo, non completamente spiegato, questi due frutti sono importanti. Veniamo a conoscere soltanto il frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male. Mangiare questi frutti rende Adamo ed Eva “come uno di noi”, come dei, tuttavia li rende anche mortali e consapevoli della loro natura sessuale. Sembra che questa conoscenza, del bene e del male, sia il motivo per cui devono lasciare il Paradiso. Solo incontrando difficoltà impareranno a distinguere completamente il bene dal male, a sviluppare una natura morale e a progredire verso la perfezione, una perfezione che hanno perduto con autoconsapevolezza. Questo è troppo comunemente visto come una punizione per il peccato di disobbedienza, seguendo le idee di S.Agostino, ma ritengo che l’autore dei capitoli 2 e 3 sia più sottile. Guardate le alternative che descrive: vivere senza distinguere il bene dal male ed essere immortali; o conoscerne la differenza e diventare mortali. Saremmo completamente umani se non potessimo distinguere il bene dal male? Penso che l’autore della Genesi 2 e 3 abbia aggiunto alla storia dell’albero dell’immortalità custodito dal serpente e ‘mangiato’ da coloro che seguono i riti di Ishtar/Ashtoreth una storia di come l’umanità sia arrivata a distinguere il bene dal male. Questa preoccupazione morale è il suo grande contributo al libro: come siamo separati da dio in questa vita ma possiamo ritrovarlo attraverso i riti dettati da Mosè  che ci aiutano a distinguere tra bene e male.

Il serpente

Il serpente del Giardino dell’Eden è stato associato al Diavolo. Ma pensiamo solo: dio non vuole che Adamo ed Eva prendano un po’ dell’albero della vita o possano distinguere tra bene e male. Il serpente pensa che sia una buona idea. Anche noi e anche tutte le religioni. Prima il serpente è il guardiano dell’albero per Eva e ora assume la forma di una figura ricorrente in religione, il dio burlone che agisce in modo inaspettato simile al dio Hermes della religione greca che non sorprendentemente porta un serpente attorcigliato intorno al caduceo, il suo simbolo di potenza. Il giardino di Hera ai confini del mondo occidentale dove crescono le mele d’oro che donano immortalità è custodito dalle Esperidi e da un serpente. Dio è presentato alquanto negativamente dall’autore dei capitoli 2 e 3 della Genesi, come qualcuno che vuole celare la conoscenza. Perché? Poi sembra temere che Adamo ed Eva mangino il frutto dell’altro albero e li caccia dal Giardino per impedirlo. Di nuovo, dobbiamo chiederci perché. Il consiglio del serpente è il più saggio ma qui ci troviamo di fronte a un dio invidioso.

La figura del serpente appare in molte religioni. Il serpente è saggio perché immortale; immortale in quanto muta pelle e si rinnova periodicamente. Nella religione antica della Dea il serpente guidava le sacerdotesse. Il serpente era presente nell’adorazione della madre, Ishtar, alcuni supponevano fosse la moglie del dio in un originale politeistico del Giudaismo. Nei capitoli 2 e 3 della Genesi il serpente parla solo a Eva. E’ possibile che questo si colleghi a un rito della Dea in cui la sacerdotessa/dea invocava la saggezza del serpente. Eva è l’unica interessata alla distinzione tra bene e male. E’ lei che insegna.

Gilgamesh

Il patriarca Abramo o Ab-ram, la cui storia è narrata anche nella Genesi, visse nella città di Ur in Sumeria. Viaggiò attraverso la fertile mezzaluna fino alla terra di Canaan a causa di una lunga siccità che rese la vita difficile in Sumeria intorno al 2000 a.C. Portò con sé, oltre alla famiglia e al bestiame, molti racconti di Sumeria che furono tramandati in storie ai suoi discendenti e sono presenti nella Bibbia. Al tempo del viaggio di Abramo, un eroe della Sumeria, di nome Gilgamesh, forse un antico re di Uruk, vicino Ur, divenne il centro di una serie di poemi. Vennero ampiamente cantati o recitati come lo furono originalmente i poemi di Omero ma anche trascritti da scribi su tavolette di argilla alcune delle quali, sebbene incomplete, sono sopravvissute. Sarebbero stati molti, raccontati in numerose versioni differenti, ed alcuni sono stati tramandati nella Bibbia.

Gilgamesh ama il selvaggio Enkidu, suo unico pari come guerriero. Enkidu si innamora di una donna, una prostituta del tempio di nome Shamhat che lo addomestica, gli taglia i capelli in una storia che si rifà a quella dell’eroe  Sansone. Enkidu muore, ucciso per vendetta dalla dea Inanna/Ishtar. Gilgamesh va in cerca della pianta dell’immortalità, entra nell’oltretomba, trova il giardino degli dei dove sono alberi che danno gioielli. Attraversa le acque della morte e incontra l’immortale Utnapishtim, sopravvissuto all’inondazione, la cui storia somiglia a quella di Noè. Camminando a stento sul fondo dell’oceano per coglierla Gilgamesh trova la pianta che riporta la giovinezza. Ma viene rubata da un serpente.

In breve: un eroe entra nel giardino creato da dio in cerca del frutto dell’Albero della Vita per l’amico morto. Un serpente lo sconfigge, ruba il frutto e diventa immortale. All’eroe viene detto che la sua sorte è morire e impara il bene e il male. Potrebbe questo essere l’originale di Genesi 2 e 3? L’autore di Genesi 2 e 3 è l’artista migliore. L’immagine di dio che si china per raccogliere una manciata di polvere in cui soffia la vita o il serpente che dice a Eva che apprenderà la differenza tra bene e male non sono stati mai dimenticati.

Darwin e Russell

Quindi anche quando gli scienziati prospettano uno scenario diverso, la gente resta attaccata alla vecchia storia di Adamo ed Eva. E’ molto più bella, più piena di poesia, saggezza e idee che echeggiano nella mente di tutti. Ma le due storie non possono essere entrambe vere. O possono esserlo?

La Genesi è stata interpretata come il racconto di un periodo intorno al  4000 a.C. I moderni antropologi, usando una struttura ipotizzata da Charles Darwin e simultaneamente da Alfred Russell Wallace, basata su precedenti studi sulla crescita della popolazione e sulla geologia, calcolano che il primo essere umano chiamato homo abilis sia vissuto circa 2,3 milioni di anni fa, Non un vero umano ma il

primo ad usare arnesi. Un altro precursore dell’uomo, l’Homo erectus, mostrò un improvviso aumento nella dimensione del cervello, fu il primo ad usare il fuoco e visse circa un milione di anni fa. Umani con una struttura scheletrica simile a quella dell’uomo moderno si sono sviluppati 400.000 anni fa e sono chiamati homo sapiens. 50.000 anni fa questa specie si comportava in modo molto simile al nostro, usava il linguaggio, viveva in comunità e creava arnesi di pietra più complessi e semplici tecnologie. E 5000 anni fa siamo diventati ‘civilizzati’.

Le prime reazioni a queste teorie (basate su resti di scheletri e di arnesi) sono state di orrore. Invece di Adamo ed Eva simili a dei, gli umani in origine furono qualcosa di simile agli scimpanzé odierni e si comportarono in modo analogo. Tuttavia non erano scimmie o scimpanzé ma precursori dell’umanità, qualcosa di unico. Quelli che accettarono l’evidenza e le teorie erano confusi. Il Giardino dell’Eden era in Africa? Dio era nero? L’idea di qualcuno che somigliava a uno scimpanzé che accettava frutti che riteneva fossero buoni distrugge l’aspetto della colpa della perdita dell’Eden.

La narrazione dell’autore della Genesi si incentra sull’Albero della Conoscenza del Bene e del Male- Mangiare il suo frutto iniziò il lungo viaggio dell’uomo dalla vita animale alla vita umana. Come la storia di Gilgamesh, la teoria dell’evoluzione non è troppo diversa dalla storia di Adamo ed Eva. Perché quella storia contiene verità spirituale.

La parola di Dio

Questo saggio separa la storia di Adamo ed Eva dal resto della Bibbia (e le fedi di cui forma una parte) per guardarla con una prospettiva fresca. Alcuni sentono che la Bibbia è la “parola di Dio” e non può essere interpretata in modo diverso da quello autorizzato dalla loro fede. In realtà, l’analisi storica e la fede sono attività distinte e coesistono anche nella stessa persona. La “parola di Dio” non ha mai significato che dio abbia scritto la Bibbia o che abbia parlato. Significa che i suoi scrittori erano ispirati divinamente e che il contenuto ha verità spirituale. Sette diverse del Giudaismo e della Cristianità hanno Bibbie diverse. La “parola di Dio” si applica a tutte le versioni, o solo agli originali ebraici e greci, o anche alle traduzioni in altre lingue? E le tradizioni orali del commentario? La Bibbia è parte di una fede ma anche un testo che usiamo per esplorare il pensiero dei nostri antenati.

©2015 Translation copyright Gianna Attardo.

41. FEDE E FATTO

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Di recente ho letto con una certa tristezza un commento fatto da un Cristiano inferocito all’affermazione di un altro a proposito di un documentario su Gesù. “Spero che brucerai all’Inferno”, ha detto. Sembra un prezzo alto da pagare per avere un’opinione divergente. Mi ha fatto pensare…

Una delle maggiori sventure capitate alla religione della Cristianità è  la concezione erronea che sia basata su eventi storici. I tentativi di provare i ‘fatti’ della fede, o negarli, hanno solo dato come risultato molte ingiurie e, anche peggio, molto spargimento di sangue tra coloro che avevano opinioni diverse. Nel frattempo, le sue dottrine vengono ignorate.

Sembra che gli eventi chiave della Cristianità abbiano una collocazione storica. Si dice che Gesù sia stato condannato a morte dal Procuratore romano della provincia della Giudea, Ponzio Pilato, che è stato in carica dal 26 al 36 d.C. Si diceva che Gesù avesse predicato in Galilea quando Erode Antipa,  figlio di Erode il Grande, era Tetrarca dal 4 a.C al 40 d.C. Questo tuttavia è l’inizio e la fine di qualunque fatto storico nella vita di Gesù.

Uno sguardo a uno dei primi documenti rimasti della Cristianità, il Vangelo di Marco, scritto intorno al 70 d.C.  che rivela poca informazione storica. A parte i due amministratori romani sopra menzionati, non vengono menzionati altri personaggi storici noti. Non esiste struttura cronologica per collegare la sequenza di eventi a un tempo o luogo particolari tranne il fatto che la crocefissione ebbe luogo il giorno dopo la Pasqua (anno non specificato).  Sebbene vengano menzionate città come Capernaum, Tiro, Sidone e la Decapoli (dieci città) e aree interne a Gerusalemme come il Monte degli Ulivi e Gethsemane  non lo sono mai con alcuna descrizione geografica o indicazione che l’autore conoscesse i luoghi di cui si parla.

Un’attenta occhiata a Marco rivela anche che il Vangelo consiste di gruppi di storie provenienti apparentemente da fonti diverse. Il Vangelo è una sorta di antologia di storie di miracoli, parabole ed eventi della Passione, sistemati da un redattore di cui non conosciamo il nome. (Non ci è noto alcun nome associato a qualunque autore del Nuovo Testamento eccetto quello di Paolo di Tarso:  i nomi a nostra disposizione risalgono tutti al periodo dal terzo secolo in poi quando la prima chiesa preparava il canone delle scritture).

Tuttavia Marco, e gli altri Vangeli canonici, danno l’impressione di essere documenti storici in quanto sono in primo luogo narrazioni ed esposizioni di dottrina con una struttura narrativa e in secondo luogo opere di un genere popolare al tempo della composizione, biografie dell’eroe. Ciò che noi oggi chiameremmo racconti fantastici, su eroi come Alessandro il Grande o Apollonio di Tiana , furono scritti a partire dal secondo e terzo secolo d.C. e avrebbero avuto antecedenti nel primo secolo.

Una volta che riconosciamo l’assenza di dati storici è più facile leggere i libri del  Nuovo Testamento per quello che sono, documenti religiosi che rivelano buone novelle ai convertiti a una nuova religione. I Vangeli offrono un’ambientazione per la dottrina primaria della nuova fede, il credo che Gesù era figlio di dio, che era morto per salvare l’umanità dalla punizione dei suoi peccati. Il modo in cui questa dottrina venne in essere può essere ricostruito.

Evoluzione di una fede

A. E’ iniziata con una fase orale, cosa era stato detto e ricordato di Gesù e dei suoi motti. La dottrina di Gesù può essere stata una messa a fuoco sull’interno Regno di Dio raggiungibile da parte di tutti coloro che vivono una vera vita spirituale. Questo può aver incluso un credo nella futura fine e nel giudizio finale. Questo fu conservato dai seguaci di Gesù guidati, dopo la sua morte, da Giacobbe, fratello di Gesù (Giacomo il Giusto) nel periodo 37-70 d.C. E’ improbabile che all’origine molto si conoscesse della storia di Gesù prima dei suoi ultimi giorni a Gerusalemme. Probabilmente si diceva che era un ‘figlio di dio’ nel solito significato giudaico, cioè, un uomo santo, un profeta. Nel 70 d.C. Gerusalemme, e i seguaci giudei di Gesù, e le loro idee, furono distrutti dai Romani durate una ribellione giudaica.

B. La fase orale fu seguita da una fase scritta. Questo periodo iniziò con l’opera di Paolo di Tarso, un Greco giudeo ‘gnostico’ (nel significato di ispirato, da dio, non Gesù), con un’ interpretazione greca di cosa il termine ‘figlio di dio’ significava. Paolo di Tarso trascorse almeno gli anni 50-70 d.C. viaggiando nel mondo greco, diffondendo le sue idee e fondando ‘chiese’. La principale idea di Paolo era che Gesù era figlio di dio, e quindi anche dio, che era morto per salvare l’umanità dalla punizione dei suoi peccati. Si ebbero violente dispute tra Paolo, e Giacobbe, Barnaba e Pietro a Gerusalemme. Tuttavia furono fondate le chiese paoline ad Antiochia, Efeso, Alessandria, Corinto, Roma e in altre città. Il Nuovo Testamento consiste in scritti delle varie chiese fondate da Paolo. Quello di Paolo fu l’unico sforzo missionario e le sue opinioni prevalsero quando i suoi seguaci organizzarono una chiesa e un’ortodossia cristiana dal 200 d.C. in poi.

C. Man mano che le idee di Paolo cominciarono a diffondersi in Grecia furono oggetto di speculazione metafisica da parte di altri maestri che pretendevano di ‘conoscere’ o essere ispirati (gnosi). La cosmogonia metafisica, gli insegnamenti che dipendevano pesantemente dall’allegoria per ‘spiegare’ gli eventi che raccontavano di Gesù, le storie dei seguaci di Gesù, o di un dio femminile: questi sono alcuni dei cosiddetti ‘vangeli gnostici’ scoperti a Nag Hammadi e in altri luoghi dell’Egitto dal 1945. Questi  documenti furono scritti in lingua copta e datati intorno al 400 d.C., traduzioni da originali greci datati 100-250 d.C. Il periodo di queste composizioni fu probabilmente più ampio, forse dal tempo di ‘Marco’ 70 d.C. fino al 400 d.C. quando l’ultimo fu bollato come ‘eresia’. Questi Vangeli sono molto diversi dalla struttura narrativa dei quattro Vangeli canonici. Questi insegnamenti ‘gnostici’ si separarono in divisioni sempre maggiori e furono soppressi come eresie.

D. Da circa il 200 d. C. le chiese fondate da Paolo iniziarono a sistematizzare il loro credo e le loro scritture. Nacque l’idea di ‘ortodossia’, il credo professato dalle chiese paoline fu ritenuto l’unico corretto. Seguì molta persecuzione e molte scritture furono bruciate. Le chiese che sopravvissero a questo periodo sono state parte di un movimento oggi noto come ‘Cristianità’. Erano un’unica chiesa malgrado esistesse una disputa su a quale centro dare il primato. Questa unità, così com’era piaceva all’Imperatore Costantino che aveva combattuto con successo contro i suoi nemici per unificare l’Impero e voleva una sola chiesa le cui dottrine sostenessero la sua supremazia. Ottenne quell’appoggio divenendo lui stesso Cristiano intorno al 337 d.C. sul letto di morte. La Cristianità raggiunse la sua unità con un’ indagine accurata per assicurarsi che ogni scrittura desse supporto  alle dottrine paoline. A ciò fece seguito il Concilio di Nicea nel 325 d. C., il Credo di Nicea, un canone delle scritture. Alla prima di queste fu quella cui fu dato il nome di Marco, scritto intorno al 70 d.C.

Storia nel vangelo

Quando si tratta di Gesù ci troviamo davanti  allo strano fatto che tutto ciò che sappiamo su di lui viene da documenti scritti nell’arco dei 50 e 250 anni successivi alla sua morte, in un paese che non visitò mai  e in una lingua che non parlò mai.

Si è detto che Gesù fosse un Giudeo che visse nelle terre tra il Libano e la Giordania, che parlava Aramaico e che visse fino al 30 d.C. Gli scritti su di lui vengono dalla Grecia, furono scritti in Greco da gente che precedentemente o praticò il Giudaismo o una delle religioni dell’Impero Romano come il Mitraismo, numerose generazioni dopo il tempo di Gesù. Gli scritti non sono un prodotto del Giudaismo. I Giudei sono tutti blasfemi perché si riferiscono a Gesù come un figlio di dio. La pretesa di essere dio è a volte confusa con la pretesa di essere un Messia nel Vangelo, tuttavia il Messia era un re della casa di Davide che si diceva venisse a restaurare il regno come Davide aveva fatto nel passato. Questi concezioni erronee sorsero in quanto il Nuovo Testamento è fondamentalmente un documento greco, e riflette credi di gente religiosa in Grecia.

Il Vangelo chiamato Marco  ha vari brani in cui un gruppo storico di maestri giudei “i Farisei” rilevano che Gesù non sembra essere molto osservante della Legge (cap.2, versi 15-17. Cito dalla Scholar Edition of the Gospels realizzata da una commissione del Jesus Seminar, soprattutto perché usa linguaggio contemporaneo, il che ritengo molto importante). Nelle sue risposte Gesù fa notare la differenza tra la sua religione e il Giudaismo. Questi brani devono risalire a dopo la fondazione della chiesa dell’autore e quindi non possono essere storici. Non c’è prova che Gesù abbia rotto con il Giudaismo per fondare una chiesa non giudea. Non sarebbe stato crocefisso come ‘Re dei Giudei’ se lo avese fatto.

Poi seguono numerosi episodi in cui Gesù è accusato di cacciare i demoni essendo  posseduto da un demone più forte, fatti questi stimolati da ‘i Farisei’ e un gruppo, ‘gli Erodiani’, partigiani di Antipa, figlio di Erode il Grande, allora sovrano di Galilea (3, 2-6). Sembra improbabile che un gruppo politico in Galilea associato con Erode complottasse contro i Farisei, non tanto pedanti riguardo la Legge come i Sadducei, per uccidere Gesù. Era (secondo Marco) venuto in qualche villaggio dove aveva curato i malati. Il punto che fa Marco è drammatico, un anticipo della storia che racconterà poi della Passione e non storico.

La storia successiva di Marco è il racconto della morte di Giovanni Battista (6, 12-29) completo di un cattivo tiranno che realizza i desideri e la moglie che odia l’uomo santo perché lui ha condannato il suo matrimonio. In realtà era probabilmente secondo il costume giudeo che Erode sposasse la moglie di suo fratello (vedi 12, 18-19) ma non in Grecia dove Marco scriveva. La storia della vita e della morte di Giovanni non ha probabilmente fondamento storico.

Al 12, 12-17 Marco introduce gli “Erodiani”, questa volta a Gerusalemme, lungi dal loro territorio, per chiedere riguardo il pagamento delle tasse all’Imperatore. Pagare le tasse è pro Romani, non pagarle è dei ribelli (“Zeloti”) e del Messia. Gesù dice di pagare le tasse. La sua risposta è spesso ritenuta enigmatica e una confutazione di coloro che cercavano di intrappolarlo ma non è niente del genere. E’ obbedienza alla legge.

Al 12, 28-34, nel più importante comandamento, Marco cita un detto del contemporaneo di Gesù Hillel, trovato nel Talmud. Hillel il Vecchio era noto per i suoi detti come “chi non è per me è contro di me”, “non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te”; e “ama il tuo dio con tutto il cuore: e ama il tuo simile come te stesso”. Questi detti sono stati attribuiti a Gesù da Marco.

Il capitolo 15 racconta di Gesù davanti Pilato che è riluttante a crocefiggere un supposto Zelota, Gesù, al punto dove lui offre alle folle una scelta tra Gesù e un altro Zelota, Barabba (“figlio del padre”). Potrebbe essere un errore per Barnaba? Questa è una tradizione sconosciuta alla storia. Pilato era in realtà un governatore severo, criticato a Roma per la sua severità. I due ladri sono nella narrazione della crocefissione di Marco in realtà Zeloti. E’ improbabile che le folle giudee abbiano complottato contro gli Zeloti e a favore dei Romani.

In questi brani citati il Vangelo di Marco si riferisce alle situazioni storiche del tempo di Gesù. Tutti possono essere visti come non storici, basati non solo su vaghe conoscenze ma utilizzati per il loro effetto drammatico, non per creare un ambiente storico.

La buona novella nel vangelo

Il Vangelo si rivolge a coloro che vogliono entrare nella nuova chiesa. Marco inizia raccontando della vera identità di Gesù. Si verifica un miracolo, una colomba che rappresenta dio che appare in cielo e si sente una voce che dice: “Tu sei il mio figlio amato” (1, 10-11).Marco poi drammaticamente ripete il suo miracolo d’apertura (9, 2-13) in cui i cieli si aprono e dio parla e dice che Gesù è suo figlio. Anche gli apostoli vedono Mosé ed Elia che sono silenziosi. Tutto ciò era blasfemo a Gerusalemme dove dio aveva detto “non avrai altro dio fuori di me” ma è esattamente il messaggio di Paolo.

Marco continua per dire come Gesù ha cominciato come insegnante, ritirandosi nel deserto a meditare, poi visitando villaggi in Galilea dove compiva miracoli e cacciava demoni (1, 21-28). E’ probabile che nessun dettaglio del genere, riportato oralmente in Aramaico, sia sopravvissuto oltre 40 anni e sia stato sentito da Marco in Grecia. Ma lui può aver udito storie di Apollonio di Tiana che circolavano in Grecia ed erano simili.

Marco quindi presenta la parabola del seminatore (4, 1-9). Le parabole furono introdotte dai Farisei per facilitare l’esposizione delle scritture per l’uomo della strada. Ma la parabola del seminatore non è chiara. In realtà Marco dice in seguito : “Ti si è stato dato il segreto del regno imperiale di dio; ma alla gente comune tutto è dato in parabole” (4, 11). L’insegnamento è diviso in due: parabole che confondono il significato; e la dottrina segreta che solo gli apostoli conoscono. Questo potrebbe solo essere in relazione a un tempo in cui una gerarchia della chiesa stava iniziando a formarsi e dice al seguace che lui o lei sarà istruito da un ‘vescovo’. Mostra che Marco ignorava cosa fosse una parabola.

Ci sono due famose storie su Gesù il mago, i pani e i pesci e il cammino sull’acqua (6, 31-53).  Come le storie delle guarigioni queste non hanno significato spirituale, e ritraggono Gesù come un girovago creatore di miracoli, come Peregrino nella satira di Luciano di Samotracia o Apollonio di Tiana come era ritratto nelle storie del tempo in cui Marco scrisse. Come parabole queste storie avrebbero  portato un messaggio importante sulla fede. Marco le trasforma in storie della grandezza di Gesù.

Il capitolo sette riguarda soprattutto la purezza spirituale. Paolo sentiva che non c’era bisogno per i convertiti greci di seguire la Legge del Giudaismo. La chiesa di Gerusalemme guidata da Giacobbe pensava che dovessero. Esisteva  una disputa a riguardo e Paolo racconta esempi in cui Giacobbe inviò insegnanti a correggere ciò che Paolo aveva insegnato. Il capitolo è una breve dichiarazione in sostegno della visione di Paolo messa in bocca a Gesù.

Ora viene il credo in Gesù come Messia (8, 27-30), ripetuto (10,32-34). Nel capitolo otto Marco dice che Gesù ha predetto che sarebbe morto e risorto dopo tre giorni. Questa è la dottrina definitiva delle chiese paoline e Gesù stesso non avrebbe potuto dirlo senza una condanna per blasfemia. Una tale affermazione avrebbe negato l’intera storia della crocefissione. Questa confusione tra il re di Israele e il re del Cielo non può essere di origine giudaica e deve risalire al tempo delle missioni di Paolo in Grecia.

Gesù poi entra a Gerusalemme (11, 1-11). C’è un episodio in cui manda avanti un discepolo nella città e la folla lo saluta come Figlio di Davide, cioè il Messia, il Re dei Giudei che doveva cacciare i Romani. Poi l’intera folla si disperde e si dimentica il saluto.

Quindi segue l’entrata nel tempio e il rovesciamento dei tavoli dei prestatori di denaro (11, 15-19). Questo era un attacco al sacrificio nel tempio, il cuore della pratica dell’antico Giudaismo. Era sacrilegio ed era improbabile che un osservante giudeo agisse così. (Il tempio aveva la sua moneta in quanto riceveva offerte in molte monete e trovava più facile trattarne solo una. Chi cambiava il denaro cambiava il denaro di sacrificanti in moneta del tempio in modo che essi potessero comprare un animale da sacrificare).

L’episodio è un’affermazione in accordo con l’insegnamento d Paolo che Gesù era venuto a creare una nuova alleanza. Mostra che Marco era stato all’oscuro del Giudaismo del tempio.

Il capitolo 14 di Marco riguarda l’arresto e il processo a Gesù da parte del Sinedrio. In realtà è la storia della fondazione del rituale centrale della prima chiesa. I sacerdoti e gli eruditi tramano per uccidere Gesù senza nessun motivo dato. Giuda accetta di ‘tradirlo’ qualunque cosa questo significhi. Si fanno preparativi per l’ultima cena. Giuda viene identificato come il ‘traditore’. Vanno tutti al Monte degli Ulivi. Gesù dice che gli apostoli lo tradiranno. Si spostano a Gethsemane e Gesù ha una visione. Arrivano Giuda e i soldati del tempio e Giuda identifica Gesù. Se queste persone hanno tramato per uccidere Gesù perché non sanno chi egli sia? Al processo Gesù viene identificato come il Messia, il che non è, e quella che è ritenuta blasfemia, il che non era. Si crea nuovamente la confusione tra Messia e Re del Cielo. Non c’erano testimoni. L’accusa, e la posizione di Giuda, non sono chiare. Era improbabile che Ponzio Pilato lasciasse ai Giudei tenere un processo durante l’equivalente di legge marziale. Come resoconto di un processo questo è una baraonda. Ma non è un processo in realtà. E’ la storia di come dio ha mandato il figlio a morire per la salvezza dei fedeli. Mi chiedo quanto somigli ai riti di Mitra.

Il Vangelo termina con la sua dichiarazione più importante. Dopo il sabbath le donne vanno a imbalsamare il corpo di Gesù ma viene detto loro da un altro che piange che Gesù è risorto ed andato in Galilea (16, 1-8). In realtà gli uomini crocefissi non furono sepolti, parte dell’orrore di quella punizione. Marco dà a Gesù una tomba in modo da poter raccontare “è risorto”, la dottrina centrale della cristianità.

La buona novella

Questa narrazione può solo essere letta con difficoltà se è interpretata come storica. Veniamo costantemente distratti dalle concezioni erronee dell’autore, improbabili affermazioni sulle procedure legali dei Giudei e dei Romani, logiche errate, mancanza di organizzazione del materiale, mancanza di fonti: tutti criteri che normalmente applichiamo agli scritti di storia. Anche se accettiamo le credenze e le pratiche quali erano in uso al tempo in cui il lavoro fu composto abbiamo difficoltà. Approcci quali: gli uomini possono compiere miracoli; lo spirito maligno vagabondò per il mondo ed entrò nel corpo degli uomini; questa narrativa è vera, quindi deve essere accaduto così; questo fu predetto nelle scritture quindi è quello che è accaduto; questo è quello che la chiesa crede oggi quindi deve essere quello che Gesù ha detto. Noi non ragioniamo più in questo modo.

Era più semplice. Dio ha mandato il figlio a soffrire e morire in modo che con la sua agonia potesse redimere l’umanità dal peccato originale. Dio non poteva morire ma risorse il terzo giorno e salì in cielo. Credeteci e anche voi sarete salvati,

Dimenticate la Legge ebraica. Dimenticate i falsi credi dei seguaci di Orfeo o Adonai o Mitra. Seguite le istruzioni del vostro vescovo e sarete uniti in Gesù e vivrete per sempre.

Nessun sistema di credo si è mai diffuso con la rapidità della Cristianità con il suo essere complicato e difficile da comprendere. La prima chiesa aveva solo una o due dottrine e si diffuse come un incendio. Solo quando divenne la religione di stato di Roma le cose si complicarono.

Quindi come entrò nella Cristianità l’idea di storia? All’inizio le fedi più praticate erano quelle di Iside e Osiride e di Mitra con seguaci in tutto l’Impero. Si è chiesto cosa era differente nella Cristianità? In termini di dottrina non c’era differenza, Ma in realtà  c’è stata. Gesù era nato ed era morto a Gerusalemme sotto Ponzio Pilato. Non era un mito, cioè, un’idea falsa, fantasiosa come altre religioni. Intorno al 400 d.C., con la Cristianità come religione di stato dell’Impero, l’idea di storia avrebbe dovuto essere abbandonata dai suoi insegnamenti come non più rilevante. Ma non lo fu e da allora sono sorte controversie basate su ciò che realmente accadde o non accadde:  bene, è più facile che amare i tuoi nemici, non è vero?

©2015 Translation copyright Gianna Attardo.

40. GESÙ: L’EVIDENZA

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

E se scoprissimo che gli autori dei vangeli hanno commesso un errore? C’erano stati veramente numerosi Gesù Cristo in Giudea contemporaneamente (in realtà esisteva qualche Jeshua) e se avessero confuso la storia di due di loro? Uno era un grande insegnante e operatore di miracoli di nome Jeshua, l’altro un oscuro falegname che era stato implicato in disordini civili, poi crocefisso dai Romani e conosciuto ironicamente come Christos (il Re), uno dei molti sedicenti Messia del tempo. Agendo su ispirazione divina, il fariseo Paolo aveva visto l’uomo crocefisso come un’incarnazione di dio mandato a salvare l’umanità dai suoi peccati. Quale uomo fu più importante? Per quale sussistevano maggiori prove della sua esistenza? In quale credereste?

L’unicità di Jeshua

La prova dell’esistenza di Gesù Cristo è in apparenza fondamentale per la fede di molti Cristiani. Allah, Jehovah, Ishtar, Zeus, Mitra, Iside e le altre figure venerate nell’antichità non erano esseri umani viventi. Gesù è l’unico nel suo genere. A volte altri dei hanno preso sembianze umane, ma Gesù è nato come essere umano, ha patito la morte ed è risorto. Altri dei hanno patito la morte e sono risorti come Osiride, Atthis e Orfeo, e apparentemente i Misteri Eleusini greci hanno offerto qualcosa di simile a una comunione sacra e vita eterna in paradiso ai devoti attraverso la partecipazione nell’esperienza della dea Demetra e di Persefone che trascorse del tempo nell’Ade ma riuscì a tornare sulla terra come la nuova vita della primavera. Tuttavia non si pensava a queste divinità come umane  (i Misteri Eleusini possono essere stati il modello cui Paolo di Tarso si rifece per trarre significato dalla morte di Jeshua, in quanto può aver incluso un’ultima cena, una partecipazione alla vita del dio attraverso la condivisione di un pasto, una comune discesa nell’oltretomba preceduta da una confessione di colpe e un rito di resurrezione accompagnato dalla promessa di vita eterna in cielo. Paolo, che era di cultura greca, può aver conosciuto gli iniziati).

Valutare l’evidenza

Molti sono stati i tentativi di trovare evidenza di Gesù. La prima cosa da notare in questo tentativo è il nome. Gesù è il Latino per l’Aramaico Jeshua, o l’Ebreo Joshua. Come Giacomo e Giuda, è stato uno dei nomi più comuni in Giudea, Samaria e Galilea nel primo secolo, quindi un riferimento a questo nome senza requisiti può indicare chiunque.

In seecondo luogo, ‘evidenza’ non equivale a ‘fatto’ o ‘prova’ sebbene alcune persone tendano ad usare tutte e tre le parole come se avessero lo stesso significato. Pensiamo a un tribunale, dove l’evidenza è valutata da una giuria prima di giungere a una decisione. Si comincia, non si finisce, con l’evidenza.

Nel valutare autori antichi è anche da ricordare che essi usarono convenzioni differenti da quelle di oggi. In una fonte antica un’affermazione non è un fatto. Raramente sappiamo su quale evidenza si basa. Di solito uno scrittore ha esaminato altri che pretendevano di sapere qualcosa dell’argomento su cui stava scrivendo, ma raramente ne ha valutata la competenza a parlare con autorità. Gli scrittori si sentivano liberi di aggiungere dettagli dalla conoscenza generale e spesso ne aggiungevano alcuni che ritenevano probabile che fosse reale o parole che ritenevano probabile che fossero state dette. Il punto di tutta la scrittura antica sia in Grecia che a Roma era la retorica: non era ciò che veniva detto ma come era detto che era importante. Leggere, o molto più probabilmente ascoltare queste opere, (si trattava di una cultura preponderantemente orale) era praticare l’arte della civilizzazione. Ricordiamo anche che queste opere vennero successivamente copiate a mano, a volte da gente che non sapeva leggere la lingua in cui erano scritte, quindi i testi variano. in alcuni mancano dei paragrafi, in altri vengono aggiunti dei paragrafi, in altri errori difficili da rilevare.

Non sappiamo quali documenti siano stati conservati dai governi del passato, cosa contenessero o se siano sopravvissuti. Per esempio, riguardo il processo a Jeshua, Pilato può aver fatto un resoconto all’Imperatore al suo ritorno a Roma ma che molto probabilmente ne avrebbe riassunto i termini come amministratore e sarebbe stato usato per giustificare la sua condotta e promuovere la sua reputazione piuttosto che come un resoconto dettagliato di eventi. Tutta l’informazione sulla prima Cristianità che abbiamo da fonti non cristiane oggi sarebbe valutata alla stregua di voci. Non fatti, non prova, ma evidenza circonstanziale.

Fonti non cristiane

La bibbia sembra essere un buon punto di partenza per provare l’esistenza della vita di Jeshua. Per le credenze dei primi Cristiani può contenere evidenza, ma evidenza delle loro credenze non è prova dell’esistenza di Jeshua, proprio come evidenza delle credenze dei membri della religione di Iside non è prova dell’esistenza di Osiride. Quindi i riferimenti non cristiani sembrano più promettenti, più imparziali. Quali sono questi riferimenti antichi non cristiani a Jeshua?

Josephus, Antiquities 18.3-4

Joseph ben Matityahu visse tra il 37 e il 100 d. C. Fu uno storico giudeo che scrisse un resoconto degli affari giudei per i Romani intorno al 94 d. C. Le sue Antiquities includono brevi riferimenti a Jeshua, Giacomo e Giovanni Battista, alcuni dei quali hanno materiale aggiunto da un successivo scrittore cristiano.

“Ora era in questo tempo Gesù, un uomo saggio. E lui si creò un seguito tra molti Giudei e molti di origine greca. E quando Pilato, dietro suggerimento dei principali uomini tra noi, lo condannò sulla croce, quelli che lo hanno amato prima non lo hanno abbandonato. E la tribù di Cristiani, che così ha preso il suo nome, non si è estinta ad oggi” (Questa è una versione di questo brano con aggiunte cristiane rimosse).

Non siamo a conoscenza delle fonti di Josephus. Scrisse 60 anni dopo la morte di Jeshua e, più di qualunque altro scrittore superstite eccetto Paolo e Marco, è il più vicino in tempo agli eventi qui descritti. Comunque, se si paragona questo resoconto a quello di Tacito sembra probabile che entrambi gli storici abbiano utilizzato la stessa fonte, un sistema di credo elaborato dai Cristiani riguardo la loro dottrina centrale, che Jeshua morì sotto Pilato per i loro peccati. Il riferimento ai seguaci greci suggerisce che l’informazione è giunta a Josephus da un Cristiano greco che sarebbe solo esistito dopo l’attività missionaria di Paolo. Sembra che qui abbiamo un’affermazione delle credenze dei primi Cristiani gentili, non una prova dell’esistenza di Jeshua.

Plinio, Epistole, x.96

Plinio il Giovane visse tra circa il 6 e il 112 d. C. Fu avvocato e amministratore, amico di Tacito e scrisse lettere all’Imperatore Traiano per consigliarlo su come trattare i Cristiani che erano un problema in quanto si rifiutavano di onorare gli dei ed erano quindi colpevoli di tradimento.

“Avevano l’abitudine di incontrarsi in un certo giorno stabilito prima dell’alba, quando cantavano in verso alternato un inno a Cristo, come a un dio, e si legavano con un solenne giuramento di non compiere alcuna azione malvagia, di non commettere mai frode, furto o adulterio, di non fornir mai falsa testimonianza o negare fiducia quando chiamati a fornirla; dopo di che era loro abito separarsi e poi riunirsi per condividere il cibo-ma cibo di tipo comune e innocente”.

Plinio, come Josephus e Tacito, sta riferendo su ciò che credevano i Cristiani. Ha bisogno di spiegare che il pasto condiviso, il corpo e sangue di Cristo, non era cannibalismo, come a volte asserito, ma cibo comune. Sia Plinio che Tacito si riferiscono alla divinità adorata come Cristus. Questo significa unto, re, e nel contesto del tempo, Messia. Non si fa menzione del nome di Jeshua o Gesù. Ci furono apparentemente molti contendenti per il tanto atteso Messia al tempo di Gesà, quindi questi Cristiani (seguaci del Messia) avrebbero potuto adorare chiunque (ma probabilmente Jeshua).

Tacito, Annali 15.44

Gi Annali coprono gli anni 14-68 d. C, i regni di Tiberio e Nerone, e furono probabilment scritti dopo il 116 d.C, oltre 80 anni dopo la morte di Jeshua. Il brano in questione è circa dell’anno 64 d. C. Tacito era estremamente prevenuto contro molti imperatori romani, soprattutto  Nerone. Il brano mostra Nerone responsabile di un incendio disastroso a Roma (improbabile) desideroso di gettare la colpa su gruppi di Cristiani nella città, noti per l’atto proditorio di rifiutarsi di adorare le religioni di stato.

“ Nerone attribuì la colpa…a una classe odiata pe le sue abominazioni, chiamata Cristiani dalla popolazione. Cristus, da cui il nome ha avuto origine, soffrì la sanzione estrema durante il regno di Tiberio per mano di…Ponzio Pilato e la più maligna superstizione, verificatasi al momento, scoppiò di nuovo non solo in Giudea, la prima fonte del male, ma perfino a Roma”.

Quello che Tacito dice è che i Cristiani esistevano a Roma e non erano voluti. Non erano il loro credo. Si poteva credere in qualunque cosa nell’antica Roma, perfino seguire un uomo che era stato crocefisso. Ma i Cristiani si rifiutavano di adorare gli dei. Erano in effetti una quinta colonna, irriverenti, gente sacrilega abominata da cittadini di rispetto. Tacito riferisce credenze del primo secolo, non sta offrendo fatti. Non era uno storico così obiettivo.

Luciano, La Morte di Peregrino, 11-13

Luciano fu un artista satirico che visse nel secondo secolo d.C. Proveniva dalla regione della Turchia, l’antica Assiria. La sua Morte di Peregrino 170-180 d.C,) è un attacco, comune nella sua opera, ad un fraudolento insegnante che ingannava i suoi studenti. Peregrino era un filosofo che fu cristiano per un certo tempo prima di far parte della scuola di pensiero cinica. Luciano evidentemente riteneva divertente che si dorasse un criminale.

“I Cristiani…adorano un uomo fino ad oggi-il distinto personaggio che ha introdotto i loro nuovi riti e fu per questo crocefisso…E’ è stato impresso su di loro dal loro originario legislatore che sono tutti fratelli dal momento che sono convertiti, negano gli dei della Grecia e adorano il saggio crocefisso e vivono secondo le sue leggi”.

Quindi di nuovo abbiamo evidenza non cristiana che fornisce informazione sulle credenze dei primi Cristiani ma ancora nessuna evidenza dell’esistenza di Gesù. In tre di questi quattro brani si afferma soltanto che Gesù è morto sotto l’amministrazione di Pilato ma era tenuto in tale venerazione che i suoi sostenitori gli sono rimasti leali e hanno continuato a onorarlo. Questo sembra che venga da una fonte comune, qualcosa ben nota sui Cristiani. La credenza ha elementi comuni a un mito della resurrezione trovato su tavolette di argilla sumeriche e babilonesi che raccontano la storia di Atthis che morì e risorse per portare vita eterna all’umanità. Lo stesso mito è stato trovato in Grecia, questa volta intorno al nome di Adonai consorte di Afrodite (una forma di Adonai o Signore, titolo di Baal consorte di Ishtar). Difatti i primi Cristiani attribuirono questo tipo di valore alla morte di Jeshua.

Ma in aggiunta esiste un dettaglio che è piuttosto eloquente. Le credenze cristiane riportate dicono in modo specifico, Jeshua è morto quando Ponzio Pilato era Prefetto o Governatore della Giudea e fu condannato a morte da lui. Quindi, sebbene non esista evidenza dell’esistenza di Gesù nella letteratura a nostra disposizione, vi è evidenza che i primi Cristiani credevano nella storicità della sua morte addirittura nel 94 d.C., una credenza piuttosto unica.

Il Credo

Queste citazioni sembrano un referimento a eventi reali ma non  lo sono. Non sono evidenza contenuta negli archivi governativi del tempo di Jeshua che in qualche modo rimasero e furono consultati da scrittori greci e romani: non abbiamo evidenza di questa procedura nell’opera di nessun autore antico superstite e sarebbe strano se fosse così solo in riferiemento a Jeshua il cui caso era una nota in calce nelle opere di questi autori. I brani derivano da un sistema di credo che i primi Cristiani recitavano, simili al tardo  credo di Nicea che recita in part:

“Per noi fu crocefisso sotto Ponzio Pilato;

ha patito la morte e fu sepolto”

Quello che abbiamo da queste prime fonti è un’indicazione che i Cristiani avevano elaborato un sistema di credo nel periodo 94-116 d.C. che conteneva elementi trovati nel credo di Nicea del 325 d.C.

“Crediamo in un solo Signore, Gesù Cristo,

unico figlio di Dio,

eternamente generato ael Padre,

Dio da Dio, Luce da Luce, vero Dio da vero Dio,

generato, non fatto,

di un Essere con il Padre.

Attraverso di lui tutte le cose furono create.

Per noi e per la nostra salvezza

Egli è sceso dal cielo:

per il potere dello Spirito Santo

si è incarnato dalla Vergine Maria, e fu fatto uomo.

Per noi fu crocefisso sotto Ponzio Pilato;

ha patito la morte e fu sepolto.

Il terzo giorno risorse

secondo le Scritture;

ascese in cielo

e siede alla destra del Padre.

Verrà di nuovo in gloria per giudicare i vivi e i morti,

e il suo regno non avrà fine”.

In altre parole tutta l’evidenza indica che la Cristianità era una fede non una scuola di storiografia. Nelle lettere di Paolo è un continuo credere nel potere salvifico della morte e resurrezione di Jeshua. Poco sulla sua vita o sul processo, quello non era importante. Il massimo che possiamo trovare è che, inerente all’importante fatto della morte di Jeshua, i primi Cristiani credevano che vi fu un processo sotto Ponzio Pilato. Questa credenza di per sé non implica che Jeshua fosse processato in tal modo. I Cristiani lo avrebbero creduto vero se ci fosse stato un brano nei profeti che indicava che sarebbe avvenuto. Non si può dire troppo spesso che i Cristiani non cercassero fatti banali ma escatologici.

Cercare evidenza dell’esistenza di Jeshua è mancare l’intero punto della Cristianità, come scoprire che Bacon era il vero autore dei drammi di Shakespeare manca il punto essenziale, che i drammi sono suprema poesia.

I vangeli

Poi ci sono i vangeli. Michael Glehorn scrive su Probe : ”Sebbene esista schiacciante evidenza che il Nuovo Testamento è un documento accurato e affidabile…” http://www.probe.org/site/c.fdKEIMNsEoG/b.4223639/k.567/Antica_Evidenza_di_JGsù_from_NonChristian_Sources.htm) – ma non ritengo che molti sarebbero d’accordo con questa affermazione. I vangeli e altri documenti raccolti insieme come il Nuovo Testamento non sono storia, ed esiste schiacciante evidenza che non lo sono. Credo che gli autori di quei documenti avrebbero considerato sacrilega tale pretesa di valore storico. I vangeli erano vangeli, buone notizie, affermazioni della credenza ai membri della chiesa e convertiti che la salvezza era stata trovata attraverso la morte e la resurrezione di Jeshua.

Ecco uno scenario per coloro che insistono che il Nuovo Testamento è una raccolta di documenti storici e non una affermazione di fede. Si dice che Jeshua sia morto all’età di 30 anni. Per il suo tempo quella era una mezza età. Molti erano morti una decade prima. Un uomo di 50 anni sarebbe stato considerato anziano. Quindi, se qualcuno della famiglia di Jeshua, amici o discepoli, gli sopravvisse, molto probabilmente non sarebbe stato di molto. Se qualcuno visse fino a 70 anni sarebbe stato trucidato  quando Tito prese d’assalto Gerusalemme.

Le prime opere rimaste su Jeshua sono le sette lettere autentiche di Paolo di Tarso, scritte in Grecia intorno al 60-70 d.C.  I vangeli sono stati scritti intorno al 70-100 d.C. Altro materiale del Nuovo Testamento risale agli anni 100-200 d.C. Questo materiale è stato dunque scritto tra 40 e 170 anni dopo la probabile morte di tutti gli apostoli e di Jeshua (a meno che avessero una durata di vita come i patriarchi del Vecchio Testamento), ben lungi da dove Jeshua morì, in Grecia e Roma, quando tutti coloro che avrebbero potuto aggiungere dettagli autentici erano stati distrutti con Gerusalemme. Dato che si diceva che Jeshua era un falegname della Galilea, le possibilità che lui o il suo circolo fossero alfabetizzati erano scarse. I suoi insegnamenti sarebbero stati trasmessi oralmente. Tali storie sarebbero state riportate in Aramaico, una lingua che non sappiamo che gli autori del Nuovo Testamento comprendevano. Nessuna conoscenza dettagliata della sua vita sarebbe rimasta, nessun aneddoto riguardo i discepoli. Possiamo immaginare che un grande predicatore visse e insegnò e trasmise la sua saggezza ai suoi seguaci. Siamo a conoscenza di altri tali insegnanti del tempo. Non era improbabile. Come la maggior parte dell’esperienza umana svanì alla sua morte o poco dopo.

La dottrina di Paolo

Comunque, quarant’ani dopo la sua morte rimangono documenti su Jeshua. Le lettere di Paolo furono scritte da un uomo che non conosceva Jeshua, non sapeva cosa avesse insegnato, ma aveva una teoria sul significato della sua morte. Jeshua sarebbe stato un contemporaneo del nonno di Paolo. Le lettere di Paolo sono prova, l’unica che abbiamo, del fatto che gli insegnamenti di Jeshua avevano impressionato profondamente alcuni che lo avevano conosciuto e che questi erano stati colpiti dalla sua morte. La sua morte aveva bisogno di essere spiegata. Era la morte ingiusta di un uomo buono. Paolo aveva questa spiegazione. Era così radicale che doveva rompere con il Giudaismo e formare una nuova fede, la Cristianità.

Gli altri documenti del Nuovo Testamento sono successivi rispetto alle lettere di Paolo. Furono scritti in risposta alla sua interpretazione del significato della morte di Jeshua. Gli scrittori dei vangeli non avrebbero potuto sapere nulla della vita di Jeshua che era morto 40 o 50 anni prima che essi cominciassero a scrivere, nella lontana Gerusalemme. Tuttavia, scrivevano per coloro che credevano nel significato della morte di Jeshua come sottolineato da Paolo. Avevano un elenco tradizionale di detti, alcune parabole, e scritture dalla Bibbia ebraica, il Talmud, scritti che conosciamo come i Rotoli del Mar Morto, ed anche conoscenza dei riti delle religioni greche. Scrivevano per celebrate la nuova fede conosciuta come Cristianità. E nonostante gli autori ai cui nomi sono stati legati, i vangeli erano anonimi. Non sappiamo chi li scrisse, ma certamente non gli apostoli cui sono stati attribuiti che erano tutti morti 40 anni prima che queste opere fossero scritte. Inoltre, è probabile che tutti i grandi vangeli avessero molteplici autori, come quasi tutti i libri sia del Nuovo che del Vecchio testamento. Gli scrittori del Nuovo Testamento furono ispirati a scrivere dalla loro fede, non dalla conoscenza fattuale di Jeshua.

L’evidenza, per quel che riguarda gli autori dei vangeli, includeva brani delle scritture ebraiche che loro arbitrariamente scelsero di considerare profezie. Quando lo fecero, ne seguì che poterono poi tracciare eventi della vita di Jeshua, poiché la scrittura ebraica che citarono era prova che l’evento aveva avuto luogo. Da qui la nascita a Betlemme, la nascita da una vergine e molti altri brani (‘vergine’ era un errore di traduzione nella Vulgata di ‘nubile’, ragazza in età da marito).

I vangeli includono una struttura storica, i nomi dei governanti, ma ciascun vangelo presenta differenze. Includono genealogie, ma ciascun vangelo presenta differenze. Includono storie popolari come la fuga in Egitto e la nascita in una mangiatoia, ma ciascun vangelo presenta differenze.

Paragonando i cosiddetti vangeli Sinottici gli studiosi sono in grado di affermare che nella composizione erano preceduti da elenchi di detti e raccolte di parabole o lezioni morali. Credo che anche altre fonti fuono usate per creare i vangeli, come miti classici e pratiche religiose e scritture ebraiche.

Quindi da dove è provenuto il racconto evangelico? Ritengo che sia un mito. Prima di procedere oltre abbiamo bisogo di guardare alla parola “Mito”. Non una bugia, non un fatto, ma un’intera categoria di esperienza. Leggete Il potere del mito o L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell per l’importanza del mito. Quando i primi Cristiani hanno detto ai convertiti la nostra religione è la verità, è accaduto realmente, che le altre religioni sono miti, menzogne e insidie del diavolo, essi si stavano impegnando nella conversione. Era una promozione di vendita. Non dobbiamo preservare la loro retorica oggi.

Guardiamo la storia di Orfeo ed Euridice, una delle religioni misteriche dell’antica Grecia. Migliaia di persone ci credevano. Un grande suonatore di lira come Orfeo effettivamente scendeva nell’Ade e resuscitava sua moglie Euridice solo per voltarsi e perderla all’ultimo minuto? Possiamo trovare evidenza di un fatto effettivamente accaduto? I Greci avrebbero pensato che si trattava del tentativo di un folle. Era un mito, qualcosa con cui abbiamo perduto familiarità.

L’analogia più prossima cui riesco a pensare è la funzione della metafora in poesia (sebbene non abbiamo familiarità nemmeno con quella). Quando il Bruto di Shakespeare in Giulio Cesare dice “c’è una marea negli affari degli uomini/che, presa al momento giusto, porta alla fortuna” non sta dicendo che c’è molta acqua intorno  e che il suo esercito farebbe meglio a spostarsi per evitare di bagnarsi. Invocando il ritmo del mare lui conferisce alle sue ambizioni e piani una dimensione ispiratrice più ampia della vita che dà a lui maggiore energia per perseguirli. Anche il mito funziona così.

La storia del dio che muore e risorge per dare vita eterna all’umanità riguarda proprio la più vecchia storia mai raccontata. La troviamo nei resti della prima civiltà conosciuta nella Sumeria 4000 a.C, la troviamo a Babilonia, in Siria, in Grecia, nell’area del Mar Nero, in Italia e perfino, con modifiche, in Germania. Il mito impegna parti fondamentali del cervello di cui non siamo consapevoli. Aiuta a dare significato alle nostre vite creando una prospettiva per loro più ampia di quanto possiamo fare altrimenti. Pensate a un neonato di poche settimane. La vita è una macchia confusa di colori, forme e suoni. Alla fine il neonato riconosce la forma calda e morbida con il rumore sordo come un luogo di nutrimento sicuro in cui stare. Da lì le esplorazioni del mondo diventano possibili, spazi investigati, paure soffocate e distinzioni fatte nell’area circostante sempre in espansione. Il mito è parte di questo processo. La fede è parte di questo processo. La prima Cristianità era parte di questo processo.

Comprendere i vangeli

Ciò che dobbiamo evitare è giudicare gli autori dei vangeli come scrittori disonesti, o difenderli come onesti, come creatori di mito (falsità) o registratori di fatti. Questi tentativi sono astorici  e mostrano ignoranza delle convenzioni di scrittura e dei sistemi di credo del primo secolo. Oggi valutiamo l’originalità. Allora non si faceva. Oggi attribuiamo allusioni e citazioni. Allora non si faceva. Oggi discriminiamo tra verità e probabilità da un lato e finzione e eventi improbabili dall’altro. Allora non si faceva. Leggiamo e prendiamo in considerazione. Loro ascoltavano ed erano influenzati dalle loro emozioni.

Val la pena ripetere, era una buona notizia. La vita dei convertiti era stata trasformata dalla nuova fede. Si attendeva il messia. I Romani pensavano che era stato l’Imperatore Augusto, che aveva stabilizzato l’Impero e posto fine a quasi 100 anni di guerra civile. I Giudei pensavano che dovevano realizzare il Regno di Davide. I Cristiani credevano che significasse l’avvento di un salvatore del mondo. Ma Jeshua era venuto. Tutti coloro che credevano in lui dovevano essere salvati. Era una buona notizia. Nessuno era interessato a scrivere un resoconto storico, una vita di Jeshua. La storia non era ancora stata inventata, tranne il caso eccezionale dell’opera di Tucidide.

La ricerca del Gesù storico è uno delle grandi perdite di tempo del nostro recente passato. Il tentativo di provare o negare l’esistenza di un oggetto spirituale di fede è insignificante e futile, una sorta di gioco di società in cui si cimentano entrambe le parti per nascondere la loro mancanza di impegno, speranza, fede e carità. Sia se si tenta di provare che Jeshua è esistito o non è esistito si sta facendo esattamente quello che il fondamentalista fa, impegnarsi in un atto di ateismo. Un fondamentalista cita le scritture per predicare odio e distruzione verso ciò che non ama o teme. Uno storico, o antistorico, cita le scritture per provare o smentire la fede. Qualcuno potrebbe provare l’esistenza di Zeus? Che a un certo periodo un uomo di più di due metri e mezzo, di robusta corporatura e armato con un’arma esplosiva a propulsione che i Greci scambiarono per un fulmine effettivamente venne giù dalle pendici del Monte Olimpo per chiedere tributo a Dodona? Omero presenta una storia della dea Elena, figlia di Zeus e Leda che può essere stata una versione argiva di Afrodite. Secondo lui, lei sposò Menelao e poi fuggì con Paride di Troia e così fece precipitare la guerra di Troia. Omero ha trasformato il mito in storia? Gli studiosi ancora discutono a questo proposito. Nessuno può provare o negare la fede e il tentativo è bizzarro, un segno di che bancarotta spirituale siamo diventati nel XXI° secolo. Il dibattito sul Gesù storico è ciò che George Carlin avrebbe chiamato un maggiore contesto ideologico del cavolo, iniziato da coloro che hanno pochissima fede.

Una nota personale per concludere: non sono cristiano, sebbene lo sia stato una volta, e da bambino volessi fare il prete. Penso che la Cristianità abbia un valore immenso e che sparsi tra i vangeli e le lettere del Nuovo Testamento siano molti brani di saggezza che ispirano senso di dovere. Posso capire che piangere la morte di Jeshua e sentire gioia alla sua resurrezione sia un’esperienza appagante (ma dubito che qualcuno oggi senta questo), proprio come veleggiare sulle navi di Adonais e piantare i nuovi germogli nella terra era un’esperienza appagante e gioiosa per gli antichi Ateniesi. Così mi sento quando guardo il sorgere del sole e il tramonto e contemplo la forza misteriosa in azione in stelle e alberi. Sono religioso nel mio sentirmi pieno di stupore e gioia quando considero la mia piccolezza e l’entità e la forza dell’universo e che tutto questo è qualcosa che non posso mai comprendere.

©2015 Translation copyright Gianna Attardo.

39. IL PRIMO MISSIONARIO

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

La storia di una fede è un argomento che mi affascina da molto tempo. E’comunque difficile da studiare senza accettare alcuni fatti sulla fiducia, e ricercare i dati mette la fede in discussione. Ho ritenuto far meglio separare questi due modi di vedere. Confonde meno. Questo è il mio risultato su San Paolo di Tarso, il primo missionario.

L’analisi dei suoi documenti esistenti nella loro sequenza originaria getta luce sull’evoluzione della Cristianità. Ma raramente si guarda all’argomento in questo modo. Si è ossessionati da questi due approcci: da un lato la ricerca del Gesù storico, che è probabilmente una chimera, con nessuna prova che lo renda possibile; dall’altro la posizione degli ortodossi che hanno un Nuovo Testamento che leggono in ordine cronologico in modo da dargli le sembianze di uno sviluppo storico di cui non esiste prova.

Il Nuovo Testamento è stato analizzato dai linguisti. Ciò ha permesso loro di stabilire, entro limiti ragionevoli, la sua data di composizione. Il Nuovo Testamento (considerato cronologicamente) consiste di sei o sette cosiddette Lettere scritte da alcuni suoi convertiti tra il 60 e il 130 d. Cristo. Non sappiamo nulla sulla vita di S.Paolo che possa essere cronologicamente verificato, né sulla vita di Gesù e né sugli autori anonimi degli altri libri del Nuovo Testamento, nonostante siano stati loro dati dei nomi.

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Da documenti romani, da dati quali la cosiddetta Pietra di Pilato e riferimenti in Tacito sappiamo che Ponzio Pilato fu Prefetto della Giudea dal 26 al 36 d. Cristo, che fu richiamato a Roma da Tiberio per rispondere dei disordini causati dal suo severo trattamento dei Giudei e che dopo un interregno di Marcello fu sostituito da Marullo dal 38 al 41 d. Cristo. Nel secondo periodo continuarono i disordini a Gerusalemme per l’offesa causata ai Giudei dalla decisione dell’Imperatore Caligola di farsi raffigurare come un dio in una statua collocata nel Tempio.

Sembra possibile, ma non provato, che un rabbino riverito di nome Jeshua (nella comune lingua aramaica), proveniente dalla Galilea e che predicò tra il  30 e il 35 d. Cristo, possa essere rimasto coinvolto nelle misure repressive di Pilato e giustiziato come sedizioso. L’unica informazione storica conservata nella dottrina della tarda chiesa fu l’affermazione al Consiglio di Nicea che “Gesù soffrì e fu crocefisso sotto Ponzio Pilato”. Si deve essere trattato di circa il 35 d. Cristo, prima che Pilato venisse richiamato.

Paolo di Tarso afferma che il posto di Jeshua fu preso da uno dei suoi fratelli, Giacobbe, (Ya’akov in Aramaico), noto in seguito come Giacomo il Giusto. Si dice che i discepoli, dispersi in Galilea al tempo dell’esecuzione di Jeshua, fossero tornati a Gerusalemme forse portando con sé Giacobbe. Giacobbe e i suoi seguaci furono a Gerusalemme tra il 40 e il 70 d. Cristo, presumibilmente annientati dall’esercito romano insieme alla città.

Se possiamo credere al Sermone della Montagna di Matteo, che non ha alcun valore storico ma che può essere derivato dalle Lettere di Paolo, è possibile che Jeshua abbia insegnato una forma mistica di Giudaismo basata sulla purezza personale e la rettitudine, che abbandonava molto del rituale della Legge, nell’ipotesi che stesse arrivando la fine del tempo e con essa il Regno di Dio e che i credenti dovessero  accettare questo Regno nelle loro anime. Forse Giacobbe insegnò le stesse dottrine. Ci può essere stato un piccolo gruppo di Giudei, forse circa 100, che formarono una delle molte sette in cui il Giudaismo era diviso in quel periodo che riveriva Jeshua come uomo santo al pari di Hillel.

Sempre secondo la tradizione, uno dei seguaci di nome Stefano mostrò l’intolleranza che doveva essere tipica della Cristianità emergente in quanto la pietà personale fu sostituita dalla dottrina. Lui e altri seguaci di Joshua e Giacobbe divennero oggetto di critica da parte dei Giudei più ortodossi, probabilmente perché sembrava che abrogassero la Legge. Stefano, che era un Giudeo ellenizzato come Paolo di Tarso, sfidò le autorità giudaiche e fu perseguitato e condannato a morte dal Sinedrio per lapidazione che era, secondo la legge, la punizione per blasfemia. Paolo dice di essere uno che si unì in questa spinta per l’ortodossia. Doveva trattarsi del 45-50 d. Cristo.

Si dice che nel 50 d. Cristo ci sia stato a Gerusalemme un consiglio dei seguaci di Jeshua reso necessario dagli insegnamenti di Paolo considerati discutibili dal gruppo ora guidato da Giacobbe. Dopo ciò che era accaduto a Stefano, probabilmente non volevano dare nell’occhio. Molto di questo è supposizione ma qualcosa nell’insegnamento di Paolo era considerato blasfemo dal gruppo intorno a Giacobbe. Quali erano gli insegnamenti di Paolo?

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Paolo era nato intorno al 10 d. Cristo a Tarso, capitale della provincia della Cilicia e suo centro maggiore. La città era di cultura greca, i suoi cittadini erano romani e la sua tradizione giudaica era farisea non sadducea, il Tempio e la setta politicizzata basati a Gerusalemme.  I Farisei si distinsero durante l’esilio babilonese come un gruppo di scribi e rabbini che conservavano le tradizioni quando il Tempio non era più esistente. Possono essere grosso modo descritti come l’equivalente della classe media e i Sadducei come gli aristocratici, impegnati in un ampliamento della loro base di potere negli instabili tempi del primo secolo. Spesso si occuparono del commercio ed ebbero una certa importanza economica nel Giudaismo.

Paolo, il cui nome giudaico era Saul (in vita usò entrambi i nomi secondo le circostanze), e la sua famiglia erano Farisei, benestanti, gente colta impegnata nell’ortodossia.  Si può pensare che, nonostante la sua ortodossia, sia stato attratto dagli insegnamento di Jeshua, come tramandati da Giacobbe, per la sua insistenza sulla purezza rituale. Ma sembra che sia stato veramente turbato dal destino di Jeshua. Non era sinceramente possibile accettare che un santo uomo, di straordinaria saggezza, fosse stato ucciso dai Romani come un comune criminale. Tutti coloro che avevano conosciuto personalmente Jeshua nutrivano questa stessa difficoltà. Molti abbandonarono quegli insegnamenti in blocco a causa di questa ignominia. Sembra che all’inizio Paolo sia stato uno di questi.

Per la sua educazione greca e la familiarità con molti devoti Greci a Tarso, Paolo avrebbe conosciuto la religione di quella gente. A Efeso, più a sud, era venerata la Grande Madre Astarte. A Cipro Afrodite. Queste religioni erano tutte simili a quella precedente sumerica della dea Inanna. Una caratteristica loro comune era che la dea aveva un consorte, il consorte, sebbene immortale, muore, la dea resuscita il consorte che attraverso le sue sofferenze ottiene l’immortalità per tutti i suoi seguaci devoti. Nel nord della Grecia esisteva un rito simile a Orfeo, e ad Atene un altro a Demetra. Tutti questi iniziarono come celebrazioni della rinascita della natura attraverso i cambiamenti stagionali, ma durante il primo secolo l’idea della salvezza personale prevalse su queste fedi. Al tempo di Paolo, e in seguito, i riti di Iside e Mitra offrivano l’immortalità ai fedeli e attraevano più membri di quanto facesse la Cristianità. L’idea della resurrezione era particolarmente diffusa nelle religioni di tutto l’Impero, la ragione per cui gli Egiziani imbalsamavano i loro morti. Queste fedi non erano fedi missionarie mentre la Cristianità lo era. Paolo può aver trovato queste idee attraenti, ma da Giudeo ortodosso non avrebbe potuto abbracciare la loro dottrina. I due sistemi di credo, in Adone, come era venerato ad Atene e a Corinto (Adonai, ‘Signore’) e in Jeshua e il suo credo nell’avvento del Regno e nel bisogno di purezza rituale, possono aver creato un forte conflitto nella sua mente finché Paolo trovò un modo di risolverne le differenze.

Perché Jeshua morì di una morte tanto disonorevole? Poteva essersi trattato di Adonai, il Signore, il figlio di dio, trattato crudelmente dal re dell’aldilà e morente per dare immortalità a tutti coloro che credevano in lui? Soltanto un dettaglio era sbagliato in questa soluzione. Per gli ebrei ortodossi si trattava di blasfemia e punibile con la morte, per i Greci, d’altro lato, era perfettamente comprensibile. Dio aveva figli, molti. Il dio che muore per salvare i suoi sostenitori era noto attraverso le religioni misteriche. Quindi, quando Paolo elaborò le sue idee, probabilmente negli 40-50 d. Cristo, trovò i Greci disposti ad ascoltare ma i Giudei scandalizzati Nel 50 d. Cristo la controversia giunse a un punto critico, Paolo fu convocato a Gerusalemme e redarguito per la sua mancanza di ortodossia. Fu convenuto che lui dovesse predicare soprattutto ai Greci, presso i quali aveva riscosso molto successo. Predicò in lungo e largo nel mondo greco per dieci anni, 50-60 d. Cristo e in seguito morì, forse in Spagna, probabilmente non in una prigione romana, un classico racconto di martire della chiesa primitiva, ma forse di malattia o vecchiaia nel 80 d. Cristo. Lasciò dietro di sé lettere, sebbene ne restino solo sette, e i molti che convertì alla sua nuova fede e che attrassero altri alla conversione.

Molto di quanto appena detto è supposizione. Tutto ciò che in realtà sappiamo su Paolo consiste nei pochi dettagli contenuti nelle sue lettere scritte tra il 50 e il 60 d. Cristo. Al tempo dello pseudo-Luca, trent’anni dopo, Paolo era diventato una figura romanzata, un eroe dalla chiesa primitiva. L’autore del terzo Vangelo e degli Atti, lo pseudo-Luca, medico e pittore secondo la tradizione, fu un maestro di ekphrasis, un genere tardo di letteratura greca che descriveva i dipinti con parole (o più generalmente un’arte nella forma di un’altra). Le immagini sia del vangelo  di Luca che degli Atti, quali la grande luce che gettò Paolo a terra sulla strada per Damasco, sono effettivamente dei dipinti, ma non descrizioni di eventi. In quanto tali, erano lettura che suscita interesse ma non necessariamente storicamente attendibili. Gli  Atti differiscono molto dalle lettere di Paolo ed è probabile che lo pseudo-Luca si sia rifatto a una tarda versione romanzata, non alla descrizione di Paolo.

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Le lettere di Paolo che sono pervenute, o alcune di loro, ci permettono di comprendere sia il suo evangelismo che lo sviluppo delle sue idee su Jeshua, ormai conosciuto con un nome romano, Gesù. Le lettere rendono chiaro che ciò che fu poi chiamato Cristianità  fu la creazione di Paolo e che non era accettabile ai seguaci originari di Jeshua che erano guidati da Giacobbe e avevano sede a Gerusalemme. Questo gruppo era giudeo e per esso poteva esserci solo un dio. Non esisteva nessun possibile figlio di dio nel Giudaismo. I seguaci di Jeshua tentarono di pacificare i Giudei ortodossi a Gerusalemme e attesero l’avvento del Regno di dio come Jeshua aveva loro predetto. Ciò che ricevettero fu la distruzione totale nel 70 d. Cristo quando i Romani rasero al suolo Gerusalemme e trucidarono tutti quelli che rimasero entro le sue mura. Paolo, che secondo il Giudaismo era un eretico e un blasfemo, sopravvisse, e fu la sua interpretazione del significato della morte di Jeshua che divenne la Cristianità. Questa era una religione che, singolarmente, aveva un fondatore che non poteva appartenerle, e i cui insegnamenti erano irrilevanti per le sue dottrine di fondo.

La prima lettera di Paolo pervenutaci, scritta intorno al 52 d. Cristo, era rivolta ai Tessalonicesi. Paolo si rivolge a una chiesa alle prime armi che aveva fondato a Tessalonica in Macedonia composta di Greci (Gentili), alcuni dei quali erano turbati dal fatto che se fossero morti prima della seconda venuta di Gesù non si sarebbero salvati. Paolo li riassicura che i morti saranno resuscitati e che tutti saliranno in cielo. Menziona “il figlio di dio, che lui ha risuscitato dai morti” (traduzione NVI). Una seconda lettera ai Tessalonicesi, scritta l’anno seguente, di dubbia autenticità, rassicura di nuovo i fedeli riguardo la seconda venuta. Sembra che qui Paolo predichi l’avvento del Regno di dio, che era probabilmente il messaggio di Jeshua, ma vi aggiunge un dio salvatore (dai misteri greci).

Nel 55 d. Cristo Paolo scrisse ai Galati (a nord della sua provincia della Cilicia) in numerose chiese che aveva fondato, affermando la sua autorità di apostolo. Dopo l’incontro con Giacobbe a Gerusalemme nel 50 d. Cristo Paolo aveva perduto prestigio e autorità per aver promulgato dottrina ortodossa non autorizzata da Giacobbe, probabilmente relativa alla natura divina di Gesù e al significato della sua morte. La chiesa di Gerusalemme aveva inviato discepoli nella Galazia per restaurare l’ortodossia. Paolo affermò la sua autorità. Quello che era in gioco era come i Greci o i non Giudei dovessero convertirsi. Gerusalemme asseriva che dovevano entrare nella Legge e convertirsi al Giudaismo, di cui il movimento di Jeshua era una setta. Paolo non era d’accordo. Lui asserisce il suo ruolo di apostolo ai Gentili e respinge il bisogno della circoncisione e la rigida osservanza della Legge. Sono note le parole “non c’è né Giudeo né Greco, né schiavo né uomo libero, uomo o donna, per voi sono tutti uno in Gesù”. Egli è “inviato da Gesù Cristo e dio Padre, che lo ha risuscitato dai morti”.

Nello stesso anno, 55 d. Cristo, appena dopo aver scritto ai Galati, Paolo si rivolse alla sua chiesa a Corinto. La città era rinomata per il culto di Afrodite (incluso il tempio della prostituzione) e per il suo consorte Adonai morto e risorto. Nel suo messaggio Paolo mette in risalto la purità sessuale e Gesù come figlio, non marito, di dio. Qui anche il gruppo di Gerusalemme guidato da Giacobbe aveva inviato discepoli a correggere l’eterodossia di Paolo. Di nuovo Paolo afferma la sua autorità, ricevuta direttamente da Gesù, con la quale intendeva essere stato ispirato dalla sua visione mistica del Signore. Paolo menziona l’importanza della purezza rituale, come insegnato originariamente da Jeshua, per essere pronti per l’avvento del Regno. Risponde a molte domande sulla moralità. Quindi menziona ciò che è un’integrazione della dottrina misterica ellenistica nei suoi insegnamenti. Gesù è morto per i nostri peccati, ha detto. E’ risorto il terzo giorno  e così tutti i fedeli saranno resuscitati da lui. Ciò è vicino a quello che probabilmente si insegnava a Eleusi e avrebbe reso la conversione molto più facile per i Greci che avevano già familiarità con queste idee. Paolo menziona le cene della comunità dove ai suoi seguaci veniva insegnato a mangiare pane e bere vino in ricordo della morte di Gesù. “Ogni qualvolta mangiate questo pane e bevete questo calice proclamate la morte del Signore fin quando verrà (di nuovo)” Questa era anche un’idea familiare ai Greci dalla religione di Mitra.

L’anno seguente, mentre era ancora a Corinto, Paolo scrisse alla chiesa a Roma. Esistevano numerose chiese. Alcune erano di Giudei che attendevano il Messia, altre seguivano l’appello di Jeshua alla purezza e all’accettazione del regno di dio. Tuttavia, l’autorità di Paolo fu di nuovo sfidata ed egli scrisse in parte per preparare i fedeli alla sua visita a Roma dove intendeva recarsi dopo aver visitato Gerusalemme per pacificare Giacobbe e i suoi seguaci. Riafferma la sua missione ai Gentili. Poiché stava trattando di dottrine saldamente radicate ma provenienti da fonti diverse Paolo trovò necessario sottolineare in dettaglio i suoi insegnamenti. Ciò che emerge è la distinzione tra ‘fede’ e ‘opere’. La fede significa totale accettazione di Gesù redentore, le opere significano appartenenza a una chiesa attraverso osservanze formali, quali la Legge ebraica. Ma attraverso la fede il credente diventa uno con Gesù, di cui si può dire che risorge sempre, ascende in cielo e il fedele con lui. Osservanza formale non significa niente in questo contesto. Qui bisogna ricordare che Paolo era un mistico così come un missionario, una combinazione unica. Questa lettera contiene i precetti originari noti come il Sermone della Montagna poi messo in bocca a Gesù, e l’ammonimento a non giudicare gli altri successivamente trovato in Giovanni come parabola:  chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Nel 57 d. Cristo Paolo scrisse da Efeso ai Corinzi. Questa di solito è chiamata la seconda lettera sebbene esistano segni di altre indirizzate a questa chiesa, quindi la lettera è una specie di antologia. E’ in gran parte una difesa dei suoi insegnamenti e  un resoconto dell’opposizione che avevano destato e, tuttavia, di nuovo, un’affermazione della sua autorità a insegnare, derivata da Gesù stesso. Sembra una prova del fatto che a Gerusalemme alcune delle dottrine di Paolo suscitavano serio interessamento, e che si facevano strenui sforzi per correggerle.

Probabilmente l’ultima lettera pervenutaci è quella diretta alla sua chiesa a Filippi in Macedonia scritta nel 60 d. Cristo. Una volta ancora Paolo si difende e afferma la sua autorità a insegnare, il suo amore per Gesù e il desiderio che la chiesa lo segua in ciò. Una volta ancora esprime lo strano miscuglio di combattività e credo estatico in Gesù e nel significato della sua morte. Forse la resistenza che incontrò da parte della chiesa di Gerusalemme rese Paolo intollerante. Sotto tutta l’affermazione della sua missione e la condanna di coloro che vi si opponevano si celava un uomo che aveva alla fine trovato pace, nonostante i suoi crucci e tribolazioni.

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Questo è tutto ciò che sappiamo con certezza su Paolo. Per 10 anni viaggiò per la Grecia, disputando con il gruppo a Gerusalemme guidato da Giacobbe sull’interpretazione della vita e degli insegnamenti di Jeshua. Fondamentalmente, Paolo non riusciva ad accettare che Jeshua fosse morto di una morte inutile sulla croce. Quella morte doveva aver avuto un significato. Per i seguaci di Gerusalemme la morte di Jeshua era volere di dio che essi dovevano accettare ma per Paolo era un segno di un nuovo testamento. Lentamente formulò una dottrina che incorporava molti aspetti della religione dei riti misterici greci nell’originario concetto di quello che insegnava. Non era un filosofo, non aveva un sistema di credo coerente, ma era un proselita ostinato e tenace. Non abbiamo molta informazione sulla teologia di Paolo, probabilmente espressa oralmente in maggiore profondità ai capi delle chiese che aveva fondato. Ritengo probabile che se Gerusalemme non fosse stata distrutta non avremmo mai sentito parlare di lui. I seguaci di Giacobbe fecero del loro meglio per cancellare la sua opera.

©2015 Translation copyright Gianna Attardo.

38. CANZONI IN DO

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Le donne hanno un’ estensione vocale che copre approssimativamente la gamma tra do maggiore e do di petto in tono (leggo che è qualcosa che ha a che vedere  con la relativa brevità delle loro corde vocali rispetto a quella degli uomini, sebbene questo non sia mai stato uno svantaggio). Non so se è perché sono un uomo ma sono molto attratto dalla voce delle donne e alcune dei miei cantanti preferiti sono donne. Mi chiedo, ma le donne sono attratte dalla voce maschile nello stesso modo? Il canto è parte della danza dei sessi? Molte canzoni sembrano trattare di rapporti difficili o finiti male (o forse è solo perché gli autori di canzoni non sono molto bravi nei rapporti). Di certo ci piace ascoltarle.

Ecco alcune cantanti, ciascuna famosa a modo suo, ma non abbastanza. A mio avviso tutte meritano di essere ampiamente conosciute. Tutte cantano     meravigliosamente, in un tono ben più basso del Fa della Regina della Notte nell’aria “La vendetta dell’Inferno” del Flauto Magico di Mozart. Una scelta di voci eccezionali fatta a caso.

Cesária Évora

Cesária proveniva da Capo Verde nell’Oceano Atlantico, a ovest del Senegal, e, ad eccezione di alcuni viaggi in Portogallo e a Parigi dove incideva, vi è rimasta per la maggior parte della vita. E’ morta nel 2011 all’età di settant’anni. Ha inciso una dozzina di album, tutti dai quarant’anni in poi, fase in cui aveva sviluppato una voce profonda, altamente espressiva. L’album che ha fatto breccia è stato Miss Perfumado del 1992 che includeva forse la sua canzone più conosciuta, Saudade. Cesária cantava nello stile locale delle isole di Capo Verde, il morna, uno stile che sembra molto simile al fado ma con i sofisticati arrangiamenti parigini che Cesária usava, in un certo modo più veloci in tempo. Era idealmente adatto ad esprimere saudade ed era una combinazione di un veloce ritmo di danza e una specie di blues. Qui Cesária si esibisce in Saudade a Le Grand Rex Paris nel 2004: https://www.youtube.com/watch?v=dNVrdYGiULM (l’amante di una donna se ne è andato. Tornerà, scriverà una lettera, la ama? Siede sola e si domanda).

Rosana Arbelo

Più a nord di Capo Verde, e al largo del Marocco nell’Oceano Atlantico, si trovano le Isole Canarie ed è da lì che proviene Rosana Arbelo. Già trentenne si trasfersce a Madrid e incide il suo primo album Lunas Rotas nel 1996. Dotata di un bel tono di voce caldo e armonioso, Rosana è largamente conosciuta per la sua abilità di autrice così come per i sette album che ha inciso. Il primo Lunas Rotas ha riscosso un tale successo che è stato messo in circolazione tre volte in vari formati, occupando senza nessuno sforzo i primi posti nelle classifiche di album in lingua spagnola. Grande cantautrice, le canzoni dei suoi album spesso danno l’impressione di familiarità. Ci vuole un po’ per accorgersi che non le abbiamo mai sentite prima ma che stiamo ascoltando per la prima volta musica pop classica, suoni che circoleranno per un certo tempo. Una voce di cui innamorarsi e canzoni che uniscono l’intensità del blues con la passione del flamenco. Ecco Carta Urgente dal quinto album di Rosana Magia del 2005: https://www.youtube.com/watch?v=B91-KkxBXOk (“ci sono cose che scrivo su biglietti per non dirle…cose che non hanno senso senza di te…”)

Azam Ali

Azam Ali è nata in Iran e si è trasferita in Canada quando era adolescente. E’ la vocalista dei gruppi VAS e Niyaz, e come solista ha inciso quattro album, il primo, Portals of Grace, nel 2002. L’album comprende musica europea del XII° e XIV° secolo con accompagnamento autentico e la sua bella voce da soprano. Queste piccole canzoni hanno una purezza quasi unica e somigliano a degli inni. Comunque ascoltarle è un’esperienza rasserenante e confortante. La voce di Azam è quello che resta in mente, uno strumento etereo che rende le canzoni medievali non contemporanee ma eterne. Ecco Lasse Pour Quoi da Portals of Grace (purtroppo non dal vivo): https://www.youtube.com/watch?v=gmpl6bnIq84 (“ahimé perché l’ho respinto, lui che mi amava così…” dal XIV° 14th secolo: come non siamo cambiati da quei secoli)

Kiran Ahluwalia

Kiran è nata a Patna nello stato di Bihar, nell’India nord orientale, ed è emigrata in Canada da bambina, sebbene ora viva a New York. Ha inciso cinque album dal 2000, molti dei quali introducono musica tradizionale indiana, soprattutto il ghazal della Persia e del Punjab. Il ghazal è un componimento poetico elaborato che esprime amore e perdita, un incrocio tra un sonetto e il blues. Kiran cerca di conservare le egualmente elaborate convenzioni di molti stili vocali indiani (le tecniche di molti strumenti sono spesso apprese attraverso vocali). Il suo album stupendo del 2005, che prende il nome da lei, presenta questa musica antica con un mix di accompagnamento strumentale indiano e occidentale moderno. L’album seguente, Wanderlust del 2007 getta nel mix il violino celtico e il banjo. Ecco una traccia dall’album Wanderlust, Terey Darsan, che mostra la fusione ipnotica di stili antichi e moderni che Kiran e il suo complesso realizzano.  https://www.youtube.com/watch?v=4QyQAG7mvpM.    Liriche  di Mohammed Quli Qutub Shah e musica di Kiran Ahluwalia. Il desiderio del ghazal si incontra con la fusione jazz della musica di Kiran, e semplicemente funziona.

Sezen Aksu

Sezen è la regina del pop in Turchia dove reputazione e influenza rivaleggiano con quelle di Elvis e Michael Jackson negli USA. Dal suo debutto nella metà degli anni Settanta Sezen ha inciso più di 25 album e la sua influenza si è diffusa in tutta l’Europa. La sua musica ha portato alla occidentalizzazione del pop in Turchia che precedentemente aveva profonde radici nella musica tradizionale. Un tesoro nazionale che per molte ragioni rappresenta la Turchia nel mondo moderno, lei è il cuore della Turchia. Sezen canta con un tono profondo, passionale, coinvolgente ed è anche una cantautrice di talento. Ascoltare i suoi album in ordine di incisione è una buona introduzione alla musica pop turca ma le sue incisioni più recenti sono più accessibili in quanto più familiari per l’orecchio occidentale. Deliveren (2000) o Bahane (2005) sono un buon punto di partenza. Ecco Gülümse (Smile), dall’album omonimo del 1991. https://www.youtube.com/watch?v=KtOwqDBABmQ, Una donna alletta con lusinghe il suo amante dopo un litigio e gli dice che lo ama malgrado questo (“Vieni, sorridi, Lascia andare le nuvole. Come altrimenti sopravviverei? Vieni, sorridi…)

Haris Alexiou

Il nome di battesimo di Haris Halexiou inizia con un suono gutturale pronunciato nella parte posteriore della gola, difficile da pronunciare per uno straniero. ‘Haris’ significa ‘grazia’ ed è conosciuta dai suoi fan con il diminutivo ‘Haroula’. Dal 1975 Haris è la cantante greca più popolare nel suo paese. Ha inciso 33 album di cui 28 hanno raggiunto il disco di platino o d’oro in Grecia ed è altrettanto polare in Turchia (che ha in comune con la Grecia molti elementi culturali). Canta in vari stili dal rebetika (un gruppo di stili urbani originariamente cantato da figure del mondo della malavita per enfatizzare machismo e dissenso politico) alla laika (una fusione di pop e molti ritmi di danza della Grecia), canzoni scritte da famosi compositori greci quali Hadjidakis, Theodorakis, Loizos, and Nikos Antypas/Lina Nikolakopoulou. Haris stessa è una acclamata cantautrice. Ha debuttato nel 1995 con l’album ’88 Nefeli Street. Buoni album da ascoltare sono quello, To Paihnidi Tis Agapis (Gioco d’amore) del 1998 e Paraxeno Fos del 2000. Qui di seguito Ola se thimizoun (“Tutto mi parla di te…”) liriche di Manolis Rasoulis e musica di Manos Loizos. https://www.youtube.com/watch?v=c5kc_pXHy-M Non solo una grande cantante: una grande musicista.

Glykeria Kotsoula

Probabilmente la Grecia ha il maggior numero di grandi cantanti rispetto a quello di qualunque altro paese del mondo, ad eccezione del Brasile, e una delle maggiori è Glikeria.  Ha iniziato la sua carriera nella metà degli anni Settanta e ha inciso più di 24 album che non solo sono double platinum in Grecia ma sono popolari in Turchia, Siria, Israele (Gliykeria canta anche in  Ebraico) ed Europa. Dotata di una delle voci più particolari dei cantanti contemporanei i toni fumosi di Glykeria sono immediatamente riconoscibili. Il gold album del 1998 Maska (Masks) è un buon punto di partenza per apprezzarla. Presenta una collaborazione con Natacha Atlas e rilevanti suoni sintetizzatori dell’era. Degno di ascolto è anche il suo album di inni ortodossi greci (So, so) O Glyki Mou Ear del 2006. Ecco Anna da Maska. https://www.youtube.com/watch?v=LJqPGqLSgdE (purtroppo non una versione dal vivo).

Melina Kana

Originaria di Salonicco, nella Macedonia, Melina attualmente vive ad Atene. E’ una delle molte vocaliste greche e canta liriche di alcuni tra i migliori poeti greci moderni con un accompagnamento che evoca il Medio oriente e anche il suono unico del rebetiko. Il suo tono bello, armonioso e intimo si può ascoltare nei suoi 24 album che vanno dall’inizio degli anni novanta ad oggi. Accessibile è la compilazione del 2000 Portrait che raccoglie il meglio dei suoi album precedenti: a tutti gli effetti ogni traccia è la migliore. Ecco una versione dal vivo di Milo Gia Sena (Parlo di te testo e musica di Thanasis Papakonstantinou https://www.youtube.com/watch?v=_iUwCPDRZXA&list=PLEB70EDC4CAFFA1FB. Melina esegue con il gruppo Ashkabad (o Ashgabat), dal nome della città capitale del Turkmenistan nell’Asia Centrale, luogo di provenienza dei musicisti.

Gianna Nannini

Con 28 album incisi a partire dal 1976 Gianna si è confermata una delle maggiori rock and roll star italiane. La sua produzione è varia come quella del cantante la cui voce le viene  spesso paragonata, Rod Stewart. Il suo album del 1998 Cuore è quello che preferisco. Ecco una versione di Un giorno disumano dal suo album inciso a Cologne nel 1999. https://www.youtube.com/watch?v=EJBX_T6Gacg&list=PL045305BE23E2C856. Val la pena di guardare l’intero set, un suono dal vivo veramente eccellente.

Adriana Calcanhotto

Adriana è una dei molti cantautori della MPB, il pop del Brasile. Dopo il suo primo album del 1990 ne ha incisi otto ed anche numerosi album di canzoni per bambini. Ha un bel tono di voce caldo e intimo ed è anche un’abile chitarrista. Amo il suo album del 2002 Cantada ma qualunque suo album vale più di un ascolto casuale. Qui interpreta Devolva-me (Restituiscimi) dal suo album del 2000 Publico: http://www.youtube.com/watch?v=8W6O8XQjRP4. E’ tutto un bluff “strappa le mie lettere, non cercarmi più; restituiscimi la mia foto, è meglio per noi così”, ma in realtà lui vuol dire non “restituiscimi la mia foto” ma “torna da me e amami di nuovo”. La canzone è stata scritta da Renato Barras negli anni Sessanta. Il fatto sorprendente è come, solo con la voce e la chitarra   Adriana   trasformi la canzone dal convenzionale a qualcosa di profondamente personale: ascoltiamo il crepacuore di qualcuno. Adriana aggiunge profondità a qualunque cosa canta.

Clara Nunes

Clara è stata e probabilmente ancora è una delle maggiori vocaliste della musica popolare brasiliana /e ce n’è di competizione). A partire dalla fine degli anni Sessanta ha inciso un album all’anno fino alla sua morte avvenuta a quarant’anni nel 1983, molti dei quali hanno venduto milioni di copie in una fase in cui quei numeri erano sconosciuti in Brasile soprattutto per quel che riguarda le cantanti, Clara è deceduta a causa di una reazione allergica all’anestetico nel corso di un intervento minore alle vene varicose. Oltre 50.000 persone hanno seguito il suo funerale, molte delle quali ancora scioccate dalla morte di Elis Regina avvenuta nell’anno precedente. I dischi di Clara vendono bene ancora oggi a trent’anni dalla sua morte. Segue una versione di una delle sue canzoni più famose scritta da Chico Buarque su richiesta di Clara, Morena de Angola, su una donna che ancora continua a ballare nonostante la guerra nel suo paese: http://www.youtube.com/watch?v=QgQSisKqSgY. Quasi tutte le sue incisioni dal vivo mostrano l’allegria contagiosa che Clara ha portato con le sue canzoni.

Dulce Pontes

Dulce è originaria del Portogallo ed è una cantante che estende di continuo la sua gamma di stili e, spesso letteralmente, la sua gamma vocale. Ha cantato fado, musica pop e classica. Al primo album inciso nel 1992 sono seguiti altri nove. A me piace molto Caminhos del 1996 che include musica folk tradizionale nel suo mix di stili. Ecco qualcosa che mostra la sua gamma:

http://www.youtube.com/watch?v=G0oi1wP-qG4.

Uxía Dominguez Senile

Uxìa viene dalla Galizia, la terra celtica a nord del Portogallo e ovest della Castiglia sulla costa atlantica dell’Europa. Definire la sua musica folk sarebbe una semplificazione in quanto lei mischia msica tradizionale spagnola, portoghese e gallega con quella dell’Andalusia e i suoi arrangiamenti sono contemporanei perfino quando usa strumenti tradizionali. L’album che preferisco è Estou vivindo no ceo del 1995. Ecco Menino do bairro negro (Boy ….): http://www.youtube.com/watch?v=7nov8Ix01pE dal release del 2011 Meu canto.

Tanita Tikaram

Tanita (Anita con una T lei spiega) viene da un background Indo-Fiji e Malese ma è nata in Germania e cresciuta in Gran Bretagna. Ha inciso nove album dal 1988 ma nessuno ha avuto il successo del primo, Ancient Heart. Tanita ha una voce insolita, profonda e dolente, e scrive il tipo di canzoni sul cui significato si può discutere per giorni. Alcune delle sue canzoni sono semplicemente indimenticabili. Da notare inoltre i superbi arrangiamenti. Le mie preferenze vanno a Lovers in the City (1995) e Sentimental (2005). Ecco di seguito I might be crying dal primo di quegli album:

http://www.youtube.com/watch?v=sga9Y-Ky910; e Play me again dal secondo :

http://www.youtube.com/watch?v=mK_QNyMbmzw.

Sandy Denny

Sandy Denny è probabilmente la cantante di maggiore influenza di questo elenco e la sua bella voce si può ascoltare nel terzo e ultimo album che ha inciso con il gruppo rock pioniere della Gran Bretagna Fairport Convention, Liege and Lief (1969). Si tratta dell’appropriato Farewell, Farewell,

http://www.youtube.com/watch?v=HnWry5P_WFY.

©2015 Translation copyright Gianna Attardo.

37. BIA – CANTANTE, COMPOSITRICE, INTERPRETE

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Bia Krieger, spesso nota semplicemente come Bia, è una cantante affascinante e seducente con una voce dai toni vellutati che ha inciso cinque CD negli ultimi 15 anni. Bia è canadese solo di nome, di Montreal, Quebec, ma la sua storia è più complicata.

Lei e i suoi genitori sono costretti a fuggire a causa della dittatura militare che prende il potere in Brasile nel 1964, governa con il terrore fino al 1974, e non viene totalmente espulsa prima dell’amnistia del 1980. Il regime non tollera alcun dissenso e quando il dissenso prende forma nella musica popolare, seguono rappresaglie. Una delle figure culturali più popolari, Chico Buarque, fugge in Italia nel 1970. Musicisti di primo piano del Tropicalismo, Caetano Veloso e Gilberto Gil vengono esiliati e vivono immalinconiti a Londra per due anni dal 1970 al ‘72. Nel Cile ha luogo una reazione simile da parte della dittatura militare al potere che agisce con efferata crudeltà. Nel 1973 Victor Jara, illustre insegnante, drammaturgo e compositore viene torturato, bastonato, perde l’uso delle mani colpevole di aver composto ed eseguito con l’accompagnamento della chitarra canzoni di protesta. Viene poi ucciso con un colpo di pistola. La situazione non è così drammatica in Brasile ma la minaccia è presente.  In queste culture i musicisti possono essere dei poeti,  i poeti dei leader e i cantanti dei politici. E’ una dimensione di cui essere consapevoli.

La famiglia di Bia fugge dapprima in Cile, quindi lascia il Cile per il Perù e alla fine va in Portogallo. Bia trascorre da esiliata il periodo tra i tre e i 12 anni e torna a Rio de Janeiro nel 1980 per completare l‘istruzione scolastica e iniziare l’università. E’ un periodo di instabilità per lei dato che in seguito lascia di nuovo il Brasile per viaggiare in Europa e alla fine stabilirsi a Parigi dove inizia la sua carriera musicale. Il produttore francese Pierre Barouh le offre un contratto che si risolve nel primo album di Bia La mémoire du vent, in gran parte un tributo a Chico Buarque. Nel 1998 Bia ottiene una piccola parte in un film di Claude Lelouche, Hasards ou coincidence, e ne interpreta la colonna sonora, una canzone di Chico. Seguono una serie di concerti in Giappone, Italia e Quebec,  è particolarmente popolare nel Quebec dove si esibisce in più di 100 spettacoli. Altri album vengono prodotti, Sources, inciso a Rio nel 2000, in cui emerge come cantautrice,  e Carmin nel 2003 dove tutti i brani, eccetto due, sono sue composizioni. Coeur Vagabond del 2006 riprende il tour de force della sua prima incisione facendo da trampolino di lancio per compositori brasiliani (Djavan, Buarque, Veloso), le cui canzoni sono cantate in Francese, e per compositori francesi (Gainsbourg, Brassens, Keren Ann) i cui testi sono eseguiti in Portoghese. Questi album si risolvono in tour promozionali e Bia viaggia più che mai da est ad ovest in Europa e poi in Turchia. Il quinto CD di Bia, Nocturno, esce nel 2008. E’ un album di sue composizioni cantate in Portoghese con alcuni brani in Spagnolo e Inglese. L’album del 2015 di Bia, dal titolo molto appropriato Navegar, continua il suo viaggio di esplorazione, autoscoperta della sua storia musicale. Come Nocturno, è una collaborazione con Erik West-Millette, con cui ha scritto la musica, con liriche di Bia e canzoni di Thomas Mendez, Villa Lobos (“Melodia Sentimentale”), Gianmaria Testa e Lennon e McCartney.

Al pari di molti artisti il talento di Bia si mostra in vari campi. E’ un’abile chitarrista, danza sul palcoscenico come una professionista, ha una voce calda ed espressiva abbastanza diversa da dare alle sue canzoni maggiore profondità senza focalizzare l’attenzione su essa, e sa comporre e cantare in numerosi stili (e lingue), afro-Brasil, bossa nova, chanson, pop, MPB, samba. Quello che amo dei CD di Bia è che sono messi insieme con buon gusto. Nessun virtuoso, niente trip hop o musica d’ambiente (grazie al cielo: vai a casa Ibiza). Solo melodia, ritmo, un gruppo saldo e un’apertura a tradizioni e culture realizzata in un modo inaspettato. Immaginate una canzone di Brassens in Spagnolo con un arrangiamento di bossa nova! Si parla di incrocio culturale. E’ questa la musica di Bia. Le circostanze l’hanno fatta crescere sotto l’influenza di molte culture (ricordate quanto è stato importante per voi negli anni della crescita?). Ora Bia dà ai suoi ascoltatori l’opportunità di ampliare il loro mondo mentre si godono la cosa più preziosa, buona musica. Per qualche motivo mi viene in mente lo slogan di Woody Guthrie “questa macchina uccide i fascisti”. Per quanto possa essere inverosimile forse la musica di Bia ha una funzione  politica.

La musica

Navegar, l’album del 2015 di Bia, viene registrato in parte a Rio in parte a Montreal. Continua la collaborazione con il bassista Erik West-Millette di Nocturno e tutte le tracce, tranne cinque, presentano liriche di Bia e musica di Bia e West-Millette. Il tema del viaggio è provvisto di rimandi, pur privo di eccessiva enfasi, dalla canzone che dà il titolo che narra di disavventure, un destino noto ai naviganti da Odisseo in poi, a una citazione da una poesia di Camo˜es. ‘My inventory’ elenca tutte le cose inappropriate che ci portiamo dietro mentre andiamo. L’incalzante “Cucurrucucu Paloma” con Alejandra Ribeira è seguita dalla bella “Melodia sentimental” di Villa Lobos e Vasconcellos, a mio parere due dei momenti più belli dell’album. Una delle migliori canzoni è “Risada”, con Joe Grass alla chitarra, melodia e parole che si rafforzano a vicenda per rendere al meglio la canzone. L’album presenta numerose collaborazioni con altri artisti, per me personalmente la migliore è “La tua voce”, una canzone di Gianmaria Testa che lui canta con Bia accompagnandosi alla chitarra. Nell’insieme l’album è più vivace del meditativo Nocturne e pieno di varietà in tempo, con lamenti, canzoni d’amore, chanson e quella che potrebbe essere una canzone per bambini. Gli arrangiamenti sono semplici, chitarra, basso, violino, fisarmonica, tromba, armonica, di solito due strumenti che danno sostegno alla dolce voce di Bia che tuttavia riesce con discrezione a esprimere la gamma di stati d’animo trasmessi dal suo materiale. Bia canta in Portoghese, Spagnolo,  Francese e Inglese. Il viaggio che intraprendiamo nella vita si interseca in questo album con il viaggio di Bia dall’emisfero nord allìemisfero sud attraverso le culture del Brasile, della Spagna, della Francia per produrre uno dei sui album più melodiosi. Il libretto che accompagna il CD contiene alcune splendide foto di Rio di Tina Alonso che deve essere una fotografa famosa, ma è certamente una fotografa di talento.

Nocturno, uscito nel 2008, è una collaborazione tra Bia e il suo produttore e suonatore di basso Erik West-Millette. I due hanno scritto sette delle 15 canzoni dell’album (incluso un numero strumentale, Coffee in bed), e Bia da sola altre sette. E’ anche inclusa una ripresa di Los Hermanos di Yupanqui, presente nel CD del 1996  La mémoire du vent. L’album si distacca dall’opera precedente di Bia, segno del suo continuo sviluppo come cantautrice, con arrangiamenti che fanno uso di corni, organo e ciò che sembra un sintetizzatore. Si tratta di una pacata collaborazione introspettiva come si confá al titolo. Una traccia che per me si distingue è Personne di Bia, una delle sue migliori canzoni, accompagnata da un clarinetto e oboe e con Thomas Hellman, un cantante del Quebec autore di un album di successo in Francia, L’appartement, suo credito, che l’accompagna nel canto. Notevole è anche Venha, scritta in collaborazione, un pezzo molto melodico con un abile accompagnamento di chitarra. L’album evidenzia il fatto che un importante filo del lavoro di Bia è stata una collaborazione con altri musicisti, spesso visti in concerto, come nel recente con Yves Desrosier. Ciononostante, in questo album, nonostante la scrittura eseguita in collaborazione con West-Millette, gli scoltatori troveranno l’affermazione più personale di Bia, una meditazione melodica, ritmica, abilmente realizzata.

Coeur Vagabond del 2006 (“Il mio cuore vagabondo vuole tenere il mondo dentro di me” Veloso e Costa, Domingo 1967) sembra riprendere il primo album di Bia, La mémoire du vent in quanto contiene un mix di compositori brasiliani e francesi le cui canzoni Bia ha tradotto cantando le canzoni brasiliane in Francese e le francesi in Portoghese. E’ in realtà un album molto centrato, uno il cui stile è molto brasiliano, nello stile bossa/prima MPB. I compositori comprendono Laurent Voulzy, il suo partner compositore di un tempo Alain Souchon, Serge Gainsbourg, Henri Salvador, la meravigliosa Keren Ann Zeidel, Georges Brassens tutti Francesi e Michel Rivard del Quebec, ed è una scelta di qualcuno che conosce la sua musica. Il Brasile, paese di un migliaio di grandi cantanti/cantautori, è presente con compositori quali Caetano Veloso (che ha contribuito con la traccia che fa da titolo all’album, un titolo dall’ultima gamma di materiale Shy Moon non da Estrangeiro), Chico Buarque e Tom Jobim, Vinicius de Moraes e Baden Powell e il grande Djavan e Bia Krieger, il cui unico brano è Bilingeu. I brani che a mio parere colpiscono sono Portrait en noir et blanc di Buarque e Jobim,  Appel di De Moraes e Powell,  Amour secret di Djavan e A má reputação di Brassens. Gli editori hanno cercato di fare chiarezza fornendo prima il titolo della canzone nella lingua in cui è cantata, poi in parentesi il titolo originario, in modo da poter vedere al primo sguardo per esempio che il titolo di Brassens era originariamente La mauvaise réputation. Gli arrangiamenti sono minimi, a volte solo una chitarra acustica, lasciando alla voce della cantante e alla melodia della canzone il compito di guadagnarsi l’attenzione dell’ascoltatore. Il flauto di Dominique Bouzon è usato in alcuni brani con moderazione ma efficacia. Come molta musica brasiliana questo è un album che ripaga di un’attenzione più concentrata, armonioso in superficie come un cappuccino, ma ricco di una bellezza riservata e improvvisa dopo ripetuti ascolti.

Carmin, un album uscito nel 2003, rappresenta il debutto di Bia come cantautrice. Lei ha avuto un ruolo nella composizione di 11 dei 13 brani. Inoltre, le sette tracce che (per me) spiccano sono tutte sue composizioni, Helena, con un leggero ritmo di bossa, Je n’aime pas, Lobo, Andei procurando, Endereço, in un vivace tempo di danza, e Ilhabela che ha un tocco di tango nell’arrangio. L’album presenta una versione di Sábio Rei dell’amico espatriato Silvano Michelino. Malgrado io non capisca le sue parole, in termini di musica ed esecuzione questo è un risultato sostanziale. Dal momento che questo è un CD di Bia è anche presente l’ormai prevedibile riconoscimento di influenze e ammirazione, una canzone di Gianmaria Testa (Polvere di gesso), una poesia di Chico Buarque (tradotta in Dans mon coeur), una composizione di Henri Salvador (J’ai vu) – in Portoghese naturalmente. La traccia più straordinaria è un inno tradizionale delle Ande che Bia chiama Inti, una invocazione al sole scandita dal suono di un tamburo, piuttosta ipnotico da ascoltare. Brano ben noto è una composizione di Bia, Mariana, inclusa in una raccolta Putumayo di cosiddetta ‘musica da sala d’attesa’ ma che non è così banale come potrebbe sembrare. Nell’insieme questa è un’incisione molto più concentrata delle precedenti di Bia che erano tutte piene della ricchezza delle tre culture dell’America Latina, della Francia e del Brasile. In Carmin, abbiamo una donna brasiliana che esprime le sue radici. Ma contrariamente ad altra musica brasiliana questa viene eseguita da un complesso di musicisti francesi e franco-canadesi, cantata in parte in Francese. Inoltre presenta compositori francesi, italiani e sud-americani. E’ qualcosa che solo Bia sa fare.

Sources, inciso in parte a Rio de Janeiro esce nel 2000. In questo album Bia emerge come compositrice: cinque dei 12 brani sono suoi. Questi includono due composizioni straordinarie, Baby Neném e Sous le vent du monde, quest’ultima con un accompagnamento al piano molto efficace.  Il plurilinguismo è ancora presente e si estenden questa volta a includere un brano in Inglese (Golden Slumbers di Paul McCartney, da Abbey Road e da una poesia di Thomas Dekker) e uno in Italiano, Piccoli Fiumi di Gianmaria Testa dal suo album del 2000 Il valzer di un giorno. Testa è, a quanto pare, un degli eroi di Bia, e anche mio (vedi https://phillipkay.wordpress.com/2010/10/24/gianmaria-testa-sotto-voce/). Questa è senza dubbio la migliore traccia dell’album, una bella canzone eseguita estremamente bene e con un meraviglioso accompagnamento di fisarmonica e chitarra che sfrutta al meglio l’atmosfera di delicata malinconia. L’album include un’altra versione di Complaint Africaine di Duino presente nel primo album di Bia in un arrangiamento molto diverso, un percorso  che suppongo sia da esplorare. Un altro brano straordinario è Araurum Kim Kim, scritto dal prolifico e ingegnosissimo Adão Xalebaradã (che ha recitato in una piccola parte in City of God di Meirelles, malgrado sia morto solo un anno dopo l’uscita del film), un buon modo di rammentare che nella musica brasiliana sotto l’suberanza della samba e la sofisticazione della bossa nova si trova il ritmo dell’Africa. Il collegamento di Ballade pour un matin di Jacques Higelin con Golden Slumbers è uno dei momenti migliori dell’album. Sembra che Higelin sia una delle influenze che hanno agito su Bia come su molti altri cantanti. Questo è un altro mix eclettico di  ‘cantante/cantautore’, bossa, samba e chanson, canzoni che devono significare molto per Bia e che lei interpreta in modo da significare molto per chi le ascolta. E’ difficile mettere insieme un album con sei brani su 12 straordinari e Sources resta uno dei miei preferiti.

Il primo CD di Bia, La mémoire du vent, esce nel 1996 e viene ripubblicato molte volte. Questo è un album che piacerà agli ammiratori del grande cantante/poeta brasiliano Chico Buarque: comprende sei sue canzoni, la maggior parte in traduzione francese. Si tratta di un fatto importante. Chico, a detta di alcuni, è la risposta brasiliana a Shakespeare. Per una cantante sconosciuta adattare (!) le sue parole può essere sembrata pura presunzione. In realtà Bia non è soltanto un’ammiratrice di Chico, ma la sua protégé e, penso, che lui la accompagni in un brano. La miglior traccia dell’album è Barbara di Chico, un’interpretazione piena di sentimento con un eccellente accompagnamento di chitarra e flauto. L’album mescola abilmente le tre culture importanti per Bia e che sono parte del suo background: la francese, l’ispano-americana, la brasiliana. Spesso traduce liriche da una lingua all’altra (ad esempio Chico in Francese, Brassens in Spagnolo). Un altro compositore presente nell’album è Jean Duino, un cantante/cantautore di Port de Bouc, sulla costa mediterranea della Francia. Ciascuno dei suoi tre brani è un esempio straordinario di eccellente composizione: Le miroir aux oiseaux,  La tour de Constance e, in particolare, Complainte Africaine, il lamento di un uomo che al risveglio si trova su una nave carica di schiavi africani e in rotta per l’America, presentato in stile soukous con accompagnamento di una chitarra ritmica e di un flauto. Il grande George Brassens è presente in una traduzione di una sua canzone (Por uma muñeca) con un accompagnamento jazz ipnotizzante alla chitarra. E’ inclusa una versione di Los Hermanos di Atahualpa Yupanqui. Il contributo di Bia è la composizione, Un million d’étoiles, un brano dal sapore di bossa che in questo contesto deve essere un omaggio a Jobim. L’accompagnamento musicale è sottolineato ed eseguito con maestria, con una raffinatezza che i parlanti di lingua inglese associano al jazz ma che nelle culture di provenienza delle canzoni non sono parte di nessun genere.  Sono tutte canzoni che esprimono una visione personale del mondo, proteste alle ingiustizie, ironia sul destino, fantasia e pentimento. Si trovano qui alcuni dei giganti della cultura sud-americana e francese. Si tratta di un amalgama molto autobiografico, musica scelta, ritengo, in quanto ha significato qualcosa nello sviluppo di Bia ed è una presentazione di successo.

Compositori

Georges Brassens http://en.wikipedia.org/wiki/Georges_Brassens

Chico Buarque http://en.wikipedia.org/wiki/Chico_Buarque

Djavan http://en.wikipedia.org/wiki/Djavan

Jean Duino http://www.dailymotion.com/video/x4bayy_jean-duino-la-complainte-africaine_music

Serge Gainsbourg http://en.wikipedia.org/wiki/Serge_Gainsbourg

Jacques Higelin http://en.wikipedia.org/wiki/Jacques_Higelin

Bruno Martino http://en.wikipedia.org/wiki/Bruno_Martino

Michel Rivard http://en.wikipedia.org/wiki/Michel_Rivard

Henri Salvador http://en.wikipedia.org/wiki/Henri_Salvador

Alain Souchon http://en.wikipedia.org/wiki/Alain_Souchon

Gianmaria Testa https://phillipkay.wordpress.com/2010/10/24/gianmaria-testa-sotto-voce/

Caetano Veloso http://en.wikipedia.org/wiki/Caetano_veloso

Laurent Voulzy http://en.wikipedia.org/wiki/Laurent_Voulzy

Adão Xalebaradã http://pt.wikipedia.org/wiki/Adão_Dãxalebaradã

Atahualpa Yupanqui http://en.wikipedia.org/wiki/Atahualpa_Yupanqui

Keren Ann Zeidel http://en.wikipedia.org/wiki/Keren_Ann_Zeidel

Discografia

Navegar (2015, Biamusik)

1 Navegar (Krieger, West-Millette) 3:21

2 Mon inventaire (Krieger, West-Millette) 3:03

3 Beijo (Krieger, West-Millette) 3:22

4 Ondas (Krieger, West-Millette) 3:46

5 Besame mucho (C.Velasquez, E.Granados) 3:59

6 Cucurrucucu paloma (Tomas Mendez) 4:05

7 Medodia sentimental (H.Villa-Lobos, D.Vasconcellos) 3:50

8 Laranja (Krieger, West-Millette) 4:42

9 Eleanor Rigby (Lennon, McCartney) 4:19

10 Risada (Krieger, West-Millette) 4:19

11 La tua voce (Gianmaria Testa) 3:04

12 Sai (Krieger, West-Millette) 3:37

13 Petit voyou (Krieger, West-Millette) 3:08

Pyjama Party (2012) libro/CD per l’infanzia con illustrazioni di Caroline Hamel e canzoni di Bia

Concert intime (2010) con Yves Desrosiers

Nocturno (2008, Audiogram)

1 Feio (Krieger, West-Millette) 4:10

2 Caminhar (Krieger) 3:19

3 Nocturno (Krieger, West-Millette) 1:52

4 Vehna (Krieger, West-Millette) 3:13

5 Personne (Krieger) 3:46

6 Vento (Krieger, Papasoff) 4:16

7 Momento de Graça (Krieger) 1:52

8 Sombres (Krieger) 0:58

9 Revolta (Krieger) 3:32

10 Coffee in Bed (Krieger, West-Millette) 1:24

11 Madalena (Krieger) 3:06

12 Los Hermanos (Yupanqui) 3:27

13 Exil (Krieger, West-Millette) 5:03

14 Foi a Flor (Krieger, West-Millette) 3:48

15 Mes Zaricots (Krieger, West Millette) 7:41

Le Géant de La Forêt (2007, musical per bambini)

Cœur Vagabond (2006, Sony BMG)

1 Cœur Vagabond [Coração Vagabundo] (Veloso) 3:52

2 Ilha Do Mel [Belle Île En Mer] (Voulzy) 3:01

3 Tão Sentimental [Foule Sentimentale] (Souchon) 3:16

4 Portrait En Noir Et Blanc [Retrato Em Branco E Preto] (Buarque, Jobim) 4:26

5 Água Na Boca [L’eau À La Bouche] (Gainsbourg, Goraguer) 2:44

6 Comme Une Vague [Como Uma Onda] (Motta, Santos) 3:32

7 À La Fontaine [Lavadeira Do Rio] (Lenine, Tavares) 3:48

8 Appel [Apelo] (DeMoraes, Powell) 3:12

9 Como Eu Sonhei [J’ai Tant Rêvé] (Michel, Modo, Salvador) 3:39

10 Amour Secret [Meu Bem-Querer] (Djavan) 2:57

11 Estrela Do Mar [Bille De Verre] (LeForestier, Rivard) 4:09

12 L’échelle De La Douleur [a Dor Na Escala Richter]  (Faraco) 3:01

13 Jardim [Jardin D’hiver] (Biolay, Biolay, Keren Ann Zeidel…) 2:26

14 Bilingue (Krieger) 2:54

15 A Má Reputação [La Mauvaise Réputation](Brassens)2:34

Carmin (2003, Saravah)

1 Carmin (Intro) (Galdino, Krieger, West) 0:53

2 Mariana (Krieger) 3:12

3 Polvere Di Gesso (Testa) 4:03

4 Helena (Krieger) 2:39

5 Eu Vi (J’Ai Vu) (Krieger, Modo, Salvador) 3:37

6 Je N’Aime Pas (Krieger) 2:41

7 Lobo (Krieger) 2:59

8 Andei Procurando (Krieger) 3:26

9 Sábio Rei (Krieger, Michelino) 3:52

10 Endereço (Krieger) 3:24

11 Ilhabela (Krieger) 3:57

12 Dans Mon Cœur (Terezinha) (Buarque, Krieger) 2:44

13 Inti (Traditonnel Aymara) 11:41

Sources (2000, Audiogram)

1 Araurum Kim Kim (Xalebaradã) 4:03

2 Baby Neném (Krieger) 3:22

3 Les Mures Sauvages (Krieger) 3:43

4 Piccoli Fiumi (Testa) 5:56

5 Minha Andorinha (Krieger) 3:43

6 Olga Maria (Krieger) 3:13

7 La Nuit de Mon Amour (Barouh, Duran) 4:06

8 Ballade Pour un Matin (Higelin)/GoldenSlumbers (Lennon, McCartney) 3:18

9 Sonho Meu (Carvalho, Lara) 3:36

10 Complainte Africaine (Duino) 4:59

11 Aunque Es de Noche (de la Cruz, Pradal…) 4:06

12 Sous le Vent du Monde (Krieger) 4:13

La Mémoire Du Vent (1996, Saravah)

1 A Volta Do Malandro (Buarque) 2:40

2 Mon Amour (Barouh, Vallejo) 3:01

3 Photo! (Barouh, Mille) 4:42

4 Bárbara (Bia, Buarque) 4:52

5 Estate (Bruqhetti, Martino) 5:23

6 La Nuit des Masques (Barouh, Buarque) 3:24

7 La Grán Péraida de Alhama (Anonyme, Ibañez) 5:15

8 Le Miroir aux Oiseaux (Duino) 4:04

9 La Tour de Constance (Duino) 4:52

10 Un Million d’Étoiles (Bïa) 5:29

11 Los Hermanos (Yupanqui) 3:28

12 Rémi (Bïa, Buarque) 3:19

13 Hasards ou coïncidences (Buarque) 3:50

14 Le Chevalier (Bïa, Buarque) 4:34

15 Por Una Muñeca (Brassens, Pascal) 0:45

16 L’ Horaire et le Temps (Barouh, Vallejo) 7:16

17 Complainte Africaine (Duino) 6:02

©2011, 2015 Materiale originale copyright Phillip Kay. Immagini e altro materiale corteee concessione di Creative Commons. Si prega di informare l’autore di qualunque violazione

©2015 Translation copyright Gianna Attardo. 

36. IL SORRISO DI LEONARDO

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.
E’ interessante vedere, quando scrutiamo appena al di sotto della superficie ed esaminiamo un argomento, quanto gran parte della nostra conoscenza sia vaga. Gli esperti discutono, gli ignoranti hanno certezze. Questo è vero nel caso degli studi su Leonardo e le sue realizzazioni. Cercando di sapere più dell’uomo e delle sue opere, e spinto dalla mia enorme ammirazione, sono venuto a conoscenza di eventi che ignoravo e influenze totalmente estranee alla mia idea dell’Italia del Rinascimento. E che vi era molto più da scoprire.

Tutto quello che avevo fatto era stato rivedere un film che avevo visto in precedenza e tirar fuori dallo scaffale i libri su Leonardo che avevo già letto. Sfortunatamente, la mia opera preferita su Leonardo, Vita di Leonardo da Vinci di Renato Castellani, 1971, probabilmente il miglior film televisivo che abbia mai visto, è ormai disponibile solo in una edizione devastata messa in circolazione da Questar, priva di tutto il brillante commento di Giulio Bosetti. Peccato, in quanto negli Anni settanta Castellani è stato uno dei migliori registi di un’Italia che stava vivendo l’età d’oro delle grandi produzioni di capolavori con registi come Antonioni e Fellini. Castellani vinse un premio sia per il copione che per la regia. Per Questar, suppongo, era solo un documentario su Leonardo.

La serie della BBC mi ha rivelato aspetti delle invenzioni di Leonardo a me sconosciuti; la biografia di Robert Payne ha messo in luce il rapporto tra Leonardo e l’arte orientale che avrebbe conosciuto a Firenze; quella di Antonia Vallentin è responsabile della mia ammirazione e la biografia di Charles Nicholl mi ha fatto dubitare delle accuse di omosessualità di Leonardo e mi ha fornito informazioni sullla sua raccolta di libri. Questi libri sono stati da me citati nel mio saggio precedente su Leonardo.
La nascita di Leonardo
Piero, padre di Leonardo, è per molti versi una figura facile da comprendere. Era un uomo ambizioso e intraprendente, un dominatore che di solito riusciva ad averla a modo suo, e perseguiva i suoi interessi, in tutti i modi possibili, senza molti scrupoli. Divenne molto ricco e molto influente negli affari di Firenze. Svolse attività legale per molte istituzioni religiose della città.

Ma cosa pensava di Leonardo, il bambino che aveva generato fuori dal vincolo coniugale insieme a una giovane donna di nome Caterina? La maggior parte di ciù che sappiamo della nascita di Leonardo viene dal padre di Pietro, Antonio, anch’egli un notaio. Lo stesso Antonio ne registra la nascita:

“E’ nato un mio nipote, figlio di Ser Piero, mio figlio, sabato 15 aprile, alle tre del mattino (tre ore dopo la mezzanotte). E’ stato chiamato Lionardo. E’ stato battezzato dal sacerdote Piero di Bartolomeo”. Poi Antonio menziona i presenti al battesimo.
“Papino di Nanni Banti
Meo di Tenino
Piero di Malvolto
Nanni di Venzo
Arrigo di Giovanni the German
Monna Lisa di Domenico di Brettone
Monna Antonia di Giuliano
Monna Nicolosa del Barna
Monna Maria, figlia di Nanni di Venzo
Monna Pippa di Previcone.”

Il documento di Antonio datato 1452 fu inviato agli archivi di stato di Firenze. Forse era una sorta di censimento della popolazione e Antonio avrebbe seguito una procedura ufficiale nella registrazione della nascita. Da notare che a questo punto non si accenna ad alcuna illegittimità. La nascita deve aver avuto luogo a casa della famiglia di Caterina per la quale deve essere stata una sorpresa. Al battesimo della chiesa locale tutti i presenti vengono identificati con precisione, con riferimento a genitori e mariti. Nulla di segreto sul battesimo tranne che non si fa menzione della madre, che a quanto pare non era presente. A questo punto è possibile che Piero si aspettase di ricevere la dote di Caterina e avesse intenzione di sposarla in seguito quell’anno. Forse il sesso prematrimoniale aveva l’obiettivo di forzare la mano alla famiglia di Caterina.
Antonio, e Piero, festeggiavano la nascita di un figlio. Piero si sposò quattro volte ed ebbe 12 figli ma nessuno, per vent’anni, dopo Leonardo. Il suo ultimo figlio nacque quando aveva poco più di quarant’anni. Aveva bisogno di un erede, un notaio, per accrescere la prosperità della famiglia. A quanto pare non doveva essere Leonardo.

Invece, non molto tempo dopo, sempre nel 1452, Piero sposò una giovane donna, Albiera, probabilmente nella speranza che gli desse dei figli, incluso un maschio ed erede. Nell’anno in cui era nato Leonardo Piero lo aveva battezzato e quindi riconosciuto e poi aveva tentato di metterlo da parte come figlio ed erede sposando Albiera e successivamente procurando a Leonardo un lavoro da apprendista presso un pittore. Albiera morì senza figli nel 1464 e Piero si sposò una seconda volta con Francesca nel 1465. Francesca morì senza figli nel 1475. Durante quegli anni Leonardo aveva lasciato la casa del nonno a Vinci e si era trasferito a Firenze nella casa del pittore Verrocchio dove avrebbe imparato l’arte della pittura e tutte le abilità ad essa associate e poi aveva messo su il suo proprio studio forse con l’aiuto di Piero o forse no.

Qualcosa deve essere successo nel 1452. In un primo momento Piero riconobbe Leonardo come figlio suo e tuttavia più tardi. nello stesso anno, fu risoluto nel metterlo da parte. Solo poco tempo dopo, nello stesso anno, da ‘prematuro’ Leonardo divenne ‘illegittimo’. Piero, oltre a procurare a Leonardo una professione si interessò poco a lui. Se ne tenne a distanza per tutta la vita. Data la sua natura severa, dominatrice può essere stato un bene per Leonardo.

A me sembra una faida di paese. Piero avrebbe cercato vendetta. Aveva fatto probabilmente un patto con la famiglia di Caterina e questa non lo aveva rispettato, cosa che lui non perdonò in quanto avrebbe implicato una perdita di denaro. Forse pensava di mettere le mani su una grande dote ma la famiglia di lei non poteva permettersela, forse fingeva di essere più ricca di quanto non fosse nella speranza di condividere un po’ del benessere di lui. Questo Piero non lo avrebbe dimenticato.

Quindi, in un certo modo, sebbene figlio riconosciuto, Leonardo non aveva un padre. Ma sembra che fosse circondato da patrigni. E’ stato detto che suo nonno Antonio lo amava, e l’altro figlio di Antonio, Francesco, era suo amico e compagno quando Leonardo visse a Vinci. Francesco non faceva il notaio: Antonio dice che “viveva in casa e non faceva niente”, forse un’indicazione della sua dedizione allo studio. Si diceva che Albiera, matrigna di Leonardo, a quel tempo senza figli e destinata poi a morire di parto, amasse profondamente il piccolo Leonardo. Sua madre Caterina era andata sposa ad un altro e non aveva potuto aver cura del bambino negli anni della crescita.
Cinque anni dopo il documento che Antonio presentò nel 1452 troviamo un’altra sua dichiarazione annuale relativa al 1457 inviata allo stato. In essa sono elencati gli abitanti della casa in cui vive: lui e sua moglie, Piero e la moglie Albiera, suo figlio Francesco e suo nipote Leonardo “ìillegittimo, nato da (suo figlio Piero) e Caterina ora moglie di Piero del Vaccha da Vinci detto Attaccabriga”. Perciò scopriamo il nome della madre di Leonardo e il suo stato ormai di illegittimo.

Questo Attaccabriga era un artigiano benestante e proprietario di terra a Vinci, non cosÏ prospero come la famiglia di Piero, e il suo matrimonio con Caterina ci dice che lei era di famiglia rispettabile e che lui, al contrario di Piero, era soddisfatto della dote che portava. Piero aveva rifiutato lei, la sua famiglia e con lei suo figlio. Può darsi che Antonio abbia insistito che fosse lui a prendersi cura di Leonardo nella sua casa. Può darsi che ci siano stati litigi tra Antonio che voleva un erede e il vendicativo Piero che non voleva avere niente a che fare con Caterina o la famiglia di lei o suo figlio.

L’unica altra cosa che sappiamo di Caterina è che probabilmente era una bella donna. Da Giovane Leonardo era noto per la sua eccezionale bellezza fisica e non avrebbe ereditato il suo aspetto dal padre i cui ritratti rimasti mostrano un viso violento, carnoso con naso e mento prominenti e un’espressione dura. La moglie di Attaccabriga, presumibilmente ancora Caterina, in quanto non esiste traccia di un secondo matrimonio contratto da lui, visse oltre la mezza età ed ebbe vari figli. Nel 1490 Attaccabriga morì. Nel 1495 Leonardo pagò per un fastoso funerale per Caterina.

Il sorriso di Leonardo
Tendiamo a immaginare il passato in termini di ‘ere’ o ‘epoche’, quando il traffico era solo a senso unico. Crediamo che il Rinascimento, per esempio, fu un’epoca in cui la cultura greca era diffusa in tutta l’Europa occidentale, soprattutto in l’Italia, in gran parte a causa della caduta di Costantinopoli nel 1453, e che diede origine a una nuova fioritura delle arti che ha segnato l’inizio della storia dell’Europa moderna e della conseguente nascita degli stati nazione che vediamo ancora oggi. Le cose erano più complesse.

Sappiamo, in un’altra parte del cervello, che il Mar Mediterraneo era un potente mezzo di comunicazione che collegava tutte le culture che si affacciavano sulle sue sponde. Gli antichi Greci fondarono colonie in Francia, i Vichinghi saccheggiarono e costruirono un regno in Sicilia, le Crociate inviarono centinaia di migliaia in un giro turistico della Terra Santa. Uno dei principali agenti di unificazione dell’intera area del Mediterraneo, dopo la caduta dell’ Impero Romano d’Occidente e l’inizio della sua lunga lotta contro i Turchi in Oriente, fu l’Islam che formò un impero immenso sulle coste orientali, meridionali e occidentali di quel mare.

Gli Italiani, in particolar modo i Veneziani, i Genovesi e i Fiorentini, si arricchirono con il commercio con l’Islam e gli schiavi furono una delle merci più lucrative. Esistevano grandi mercati di schiavi a Chios e Caffa che ne vendettero più a Firenze che a qualunque altra città italiana. Il commercio iniziò intorno al 1366 ed era ancora in pieno sviluppo nel 1453, quasi cent’anni dopo. Trattare con l’Islam non era un problema a condizione che si potessero fare affari. Le nuove classi di ceto alto che si arricchirono con il commercio inventarono anche l’attività bancaria e la ragioneria nonché la contabilità. “Quasi tutti gli schiavi in Italia erano servitori domestici e le più ricche (famiglie) nella maggior parte delle città ne avevano almeno uno” afferma Liana Cheney a Lowell. Nel 1452 il Papa autorizzò i ‘Cristiani’ a praticare la schiavitù, ad asservire gente di tutte le nazioni che non erano cristiane.

Nel 1440 l’Impero Mongolo orientale era frammentato e molti schiavi venduti sui mercati europei ora includevano Mongoli catturati in guerre con popoli su cui una volta avevano governato. Questi non erano seguaci dell’Islam ma Buddisti e viaggiavano con le loro famiglie e i beni che intendevano vendere che comprendevano immagini del Budda e spesso rotoli di carta che riproducevano paesaggi di ispirazione cinese. Quindi accadde che quando Leonardo divenne ospite nelle case di nobili e ricchi Fiorentini poco dopo il 1470 vide gli schiavi tartari e i loro rotoli e le immagini esposte come merce esotica dai possessori di schiavi. Forse il vegetarismo, il pacifismo e la purità sessuale di Leonardo ebbero inizio al tempo in cui conversava con i Buddisti? Egli vide per la prima volta il sorriso enigmatico del Budda e i panorami nebbiosi delle montagne amati dai pittori cinesi.

Shen Zhou, Poeta su una montagna c.1500. Dipinto e poesia di Shen Zhou:
“Bianche nuvole circondano la cintola della montagna come una sciarpa,
Gradini di roccia si arrampicano in alto nel vuoto dove l’angusto cammino porta lontano,
Solo, curvo sul mio rozzo bastone lo sguardo fisso in lontananza
Al mio desiderio di note di un flauto rispondono i mormorii della gola”

Quindi alcuni degli aspetti degni di nota dell’arte di Leonardo divengono più comprensibili. Tecniche quali lo sfumato, in cui toni e colori sfumano gradualmente l’uno nell’altro producendo contorni attenuati o forme indistinte, sono una caratteristica della pittura classica cinese quale quella di Shen Zhou qui mostrata. Vediamo il sorriso enigmatico, gli occhi semichiusi e i capelli ricci in innumerevoli immagini del Budda (a volte lo sguardo per noi peculiare dei ritratti di Leonardo era solo il risultato di una moda fiorentina del tempo e non aveva un significato particolare per il pittore. Alla fine del XV° secolo le donne aristocratiche dovevano rasarsi ciglia e sopracciglia e eliminare i capelli al centro dell’attaccatura). Qualcosa di simile a queste caratteristiche è evidente nell’arte straordinariamente originale che Leonardo produsse dopo la fine del suo apprendistato presso la bottega del Verrocchio quando si mosse per le case dei ricchi mercanti a Firenze in cerca, indubbiamente, di una commissione. Poiché era un pittore tanto influente è più facile dimenticare come Leonardo sconvolse i suoi contemporanei con la natura rivoluzionaria della sua arte, tanto incredibilmente originale quanto rilevanti erano le sue idee scientifiche annotate nei Notebooks.

Leonardo e la sua biblioteca
I libri stampati furono disponibili in Italia a partire da circa la metà del XIII° secolo, grazie alla storica invenzione di Johannes Gutenberg, anche se per molti anni i collezionisti preferirono testi scritti e dipinti a mano. E’ straordinario che Leonardo sia stato tra i primi Italiani a mettere insieme una biblioteca personale. Era un autodidatta e sempre avido di conoscenza quindi, dopo tutto, non deve sorprendere.

I libri menzionati nei Notebooks dal 1480 in poi, elenchi di libri da leggere o acquistare, includono più di 100 titoli. Ogni riferimento ai libri è fatto in base al soggetto o a parte del titolo. Forse alcuni sono manoscritti, alcuni manoscritti dello stesso Leonardo, ma i libri elencati di seguito sono stati identificati come quelli che certamente Leonardo lesse. Ve ne erano probabilmente molti di più. Leonardo leggeva in italiano, francese e si sforzava di comprendere le opere in latino.

•Una grammatica latina popolare di Aelius Donatus. Leonardo stava studiando il latino.
•Una traduzione italiana del 1476 della Naturalis historia di Plinio 
•Un poema del 1482 dal titolo Morgante maggiore di Luigi Pulci, un amico di Lorenzo de’ Medici
La Bibbia
•De Re Militari di Roberto Valturio, 1483, sia nell’originale latino che nella traduzione italiana, fonte di idee per la progettazione di armi
• Historie di Livio in traduzione italiana 
•Opere di Ovidio in traduzione italiana 
•Les Fables de Esope (in francese) del 1484
•Un libro su Platone, Theologia platonica di Ficino, 1481. In latino, e testo fondamentale presso la scuola platonica dei Medici a Flrenze
•Travels di Mandeville (in italiano)
•Summa arithmetica di Luca Pacioli, Il ‘padre della contabilità’ e amico intimo di Leonardo, 1494
•De re aedificatoria dell’Alberti (un altro grande ‘uomo del Rinascimento’), 1485 (in latino), sull’architettura
•Rithmi di Gasparé Visconti, 1493, un poeta forse amico di Leonardo
•De urbe Roma di Bernardo Rucellare,1471. Rucellare fu un altro amico di Leonardo
•Giriffo calvaneo, poema di Luca Pulci, 1479
•Le opere di Roger Bacon
•Sulla formazione del corpo umano nel ventre di Egidius Romanus, pubblicato a Parigi nel 1515
• edizioni di Petrarca, e di Dante, che Leonardo cita varie volte nei Notebooks.

I Notebooks contengono altri titoli, per chi fosse interessato alle letture abitudinali di un genio, in un tempo in cui leggere e libri non erano un fatto tanto comune. Opere tecniche su oreficeria, pietre preziose oltre ad autori classici, testi di architettura e storia romana, poemi popolari degli autori che egli conobbe personalmente che ci si può aspettare che Leonardo abbia letto, racconti di cavalleria, opere di matematica e contabilità, anatomia e grammatica.

La scelta dei libri fatta da Leonardo era naturalmente limitata e lui in parte passava da un soggetto all’altro quando li acquistava mano mano che nuovi titoli che lo interessavano apparivano sul mercato. Ma Leonardo era un autodidatta, e lo si vede. Il cosiddetto autodidatta mostra mancanza di struttura e organizzazione nella sua conoscenza, ha grandi vuoti in ciò che conosce riguardo ciascun argomento e a volte manca di una preparazione di base essenziale. A Leonardo mancava una comprensione del latino e del greco. Il latino in particolare era la lingua del sapere, Petrarca, ad esempio, pubblicò molti titoli in latino. La mancanza del latino era anche una mortificaione per Leonardo, un segno della mancanza di educazione formale che gli veniva dalla sua nascita illegittima. Compensava studiando così tanto?

Il sorriso
Da questi aspetti della sua vita Leonardo può esser visto come un uomo desideroso di nuova esperienza e conoscenza. Ne era assetato. Pescava con infallibilità le innovazioni del giorno, i nuovi libri, ma anche la nuova pistola, che venivano rapidamente incorporati nei suoi progetti per nuove macchine, le tecniche interessanti che voleva usare, come la prospettiva, che conobbe attraverso i dipinti del nord Europa, e lo sfumato dall’arte orientale che aveva avuto modo di osservare. La sua abilità nell’assimilare nuove tecniche a sua volta lo rese il pittore più influente del tempo. La capacità di integrare nuova conoscenza è anche uno dei segni di una intelligenza non comune. Tutti noi costruiamo un mondo di conoscenza ed esperienza, e quanto più lo facciamo tanto più difficile è integrare nuova esperienza e conoscenza in quella che già possediamo. Tutto deve essere riorganizzato, il che richiede una notevole flessibilità intellettuale. La maggior parte di noi non la possiede. E’ una ragione per cui invecchiando diveniamo più convenzionali e rigidi nei nostri modi. Leonardo seppe integrare nuova conoscenza in un grado che non ha precedenti. Lo stava ancora facendo al momento della morte, una ragione in più della sua eccezionalità.

©2014 Translation copyright Gianna Attardo.

35. ESPLORARE LEONARDO

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Mi sono sempre sentito un po’ intimidito dalla figura di Leonardo da Vinci. Come si può capire quello che è probabilmente l’uomo più intelligente che sia vissuto, forse centinaia di volte più intelligente del candidato successivo, immagino con un quoziente intellettivo di circa 2000, geniale quanto Galeno, Aristotele, Raffaello, i Fratelli Wright, Benjamin Frabklin, Isaac Newton e una decina di altre persone messe insieme che hanno inventato le discipline attraverso cui contempliamo ed esploriamo la vita? Leonardo ha fatto quello che loro, e molti altri, hanno fatto senza alcun aiuto o assistenza, semplicemente usando la sua mente. Lo si potrebbe definire senza esagerazione un essere sovrumano.
Non sorprende non poterlo comprendere. Tuttavia un attento esame di alcune delle sue attività ci porterà a una certa comprensione dell’uomo.

L’omosessualità di Leonardo
“Ovviamente era omosessuale” ha detto l’accademico esperto del Rinascimento italiano nella serie Leonardo (BBC 2004) “dormiva e aveva rapporti sessuali con uomini”. “Oggi è opinione diffusa che Leonardo fosse omosessuale”, afferma Charles Nicoll nella sua biografia di Leonardo (Allen Lane London 2004) e quindi deduce che esisteva una certa sostanza in quello che chiama “Il caso Saltarelli” .

Si tratta di una denuncia anonima che risale al 1476, secondo la quale un gruppo di giovanotti, che includeva Leonardo, aveva praticato sodomia. Non vorrei essere giudicato da un tribunale di cui Nicholl fosse il giudice. “Bene, ovviamente il prigioniero è colpevole” direbbe ai giurati, “quindi non esaminate le prove troppo da vicino; confermeranno che l’uomo è colpevole”. Forse agli omosessuali non piacerebbe il riferimento alla colpa, ma riconosceranno la presa di posizione riguardo la sessualità tra individui dello stesso sesso. ‘Omosessuale’ in questi due riferimenti è un secco rifiuto, un compiaciuto atteggiamento di arroganza verso presunti comportamenti tipici di omosessuali.
Ho trovato gli stessi riferimenti nella biografia di Robert Payne (Doubleday, NY 1978) sebbene questi fosse più incerto e nel complesso ritenesse Leonardo eterosessuale. Saltarelli viene menzionato anche da Antonia Vallentin nella sua biografia (Viking Press NY 1938, trad.EW Dickes). Vallentin si spinge oltre affermando che si riteneva che l’accusa di sodomia provenisse dalla scoperta di Platone da parte di un gruppo di umanisti fiorentini. Si credeva, con notevole ignoranza, che gli antichi Greci indulgessero in attività omosessuale e che Platone lodasse questo comportamento in dialoghi quali il Symposium. Non molti in Europa leggevano Platone nel 1476.

Chi era l’accusatore nel caso Saltarelli? Lo Stato fiorentino aveva un sistema di cassette in cui i cittadini potevano depositare lettere accusatorie anonime contro chiunque non piacesse loro. Lo Stato indagava in base al principio che non vi è fumo senza arrosto, tuttavia doveva essere in possesso di prove fondate prima di procedere per via legale. Saltarelli era stato accusato e indagato in precedenza e sembrava che le autorità avessero compreso che le accuse erano state fatte con premeditazione e le avessero archiviate. Nicholl deduce dai dettagli geografici contenuti nella lettera accusatoria che lo scrivente era un commerciante locale noto nell’area. Payne ritiene che possa essersi trattato di un sacerdote e fa notare che lo scrivente non conosceva Leonardo troppo bene dato che questi non viveva più all’indirizzo fornito, ossia alla bottega del Verrocchio.

Neppure questa volta furono trovate prove fondate quindi le accuse vennero archiviate (il risultato più comune di queste indagini). Tutti gli accusati furono rilasciati ma serbarono il ricordo di una o due settimane difficili in prigione. Naturalmente a quel tempo le prove si ricercavano attraverso la tortura e nel caso in cui vi fosse una conferma delle accuse gli uomini venivano torturati fino ad ottenerne una confessione, poi esiliati o perfino bruciati sul rogo nel caso in cui lo stato avesse voluto vendicarsi. Questo accadde a Savonarola nel 1498, solo 22 anni dopo il caso Saltarelli. Meno di 100 anni dopo un altro grande artista, Christopher Marlowe, fu assassinato dallo Stato inglese, per aver fatto il doppio gioco come spia ma dopo che la sua reputazione fu macchiata per una sua presunta osservazione in difesa dei due mali, fumare tabacco ed essere pederasta. Abbiamo quasi perduto Leonardo agli inizi della sua carriera anche se gli esperti sono unanimi nel dire che Leonardo non era l’oggetto principale dell’accusa, il suo nome insieme a quello di altri erano stati aggiunti a un elenco per celare l’attacco a un aristocratico, il vero obiettivo.

Ma quali sono le prove della presunta omosessualità di Leonardo? Le riassumerei in questo modo:
1. Il riserbo dell’uomo. Aveva indubbiamente qualcosa da nascondere.
2. Era scapolo. Leonardo non si sposò mai.
3. Il suo stretto sodalizio con giovani che studiosi trovano per lo meno attraenti.
4. I suoi dipinti includono raffigurazioni di giovani uomini considerati dai critici ‘androgini’.
5. e il cosiddetto ‘caso Saltarelli’.
Questi cinque punti non sono naturalmente prova di una qualunque corretta definizione del termine. Forniscono solo terreno per pettegolezzi. 1. Leonardo era riservato. Era impegnato in studi proibiti dalla chiesa. Rischiò di essere ‘indagato’ dall’Inquisizione come poi accadde a Galileo. Ma non era così riservato. Nessuno poteva comunque comprendere i suoi concetti. 2. Leonardo non si sposò mai. E nemmeno il Papa. Forse la Caterina, ritenuta sua madre, per il cui funerale lui pagò generosamente nel 1495, all’età di 43 anni, era in realtà la sua amante? Gli omosessuali spesso si sposano (con donne). 3. Gli artisti erano giovani che vivevano in stretta prossimità gli uni con gli altri e dipingevano da modelli nudi. La loro moralità è sempre stata vista con sospetto. Tutti i maestri del Rinascimento vissero con i giovani che istruivano. 4. I giovani che Leonardo dipingeva non erano androgini ma angeli e santi, non comuni esseri umani. D’altra parte Leonardo probabilmente dipinse i migliori ritratti di donne mai eseguiti. 3. Lo Stato fiorentino scagionò Leonardo e gli altri imputati dall’accusa di sodomia. Una seconda denuncia fu archiviata senza indugio. Nessun caso. Nessun dubbio. Innocente.

In poche parole, non esiste prova dell’omosessualità di Leonardo. Non sappiamo nulla della sua sessualità ma vogliamo saperlo per formulare ipotesi. Sfortunatamente queste ipotesi sono spesso presentate come fatti. Facciamo lo stesso con Shakespeare, inventare storie su di lui è una vasta industria editoriale. Spero che non accada con Leonardo in quanto merita uno studio più serio.

Se si può fare qualche deduzione sulla sessualità di Leonardo è che non sembrava essere molto interessato al sesso. Può darsi che avesse un impulso sessuale debole (ciò non toglie che possa aver avuto una donna o un uomo diverso per notte. Non abbiamo informazioni). Può darsi che fosse asessuato, malgrado questa sia una conclusione estrema. Di recente è venuta alla luce una certa prova nascosta di un’ altra persona dal sapere enciclopedico. A quanto pare un amico di Richard e Isabel Burton ha riferito che la coppia aveva un rapporto ‘platonico’ senza sesso e che questo era un desiderio di Richard. Forse a un esperto in 20 o 30 campi rimane poca energia da dedicare al sesso. Burton era anche ampiamente sospettato di omosessualità. Ho il dubbio che queste conclusioni rivelino soltanto che negli anni 2000 molti di noi sono preoccupati dal sesso, niente di più.
D’altra parte, le sue Annotazioni rivelano che Leonardo era profondamente affettuoso, sensibile ed energico.

Capiva le persone molto bene, si dedicò ai suoi interessi per tutta la vita senza grandi impedimenti (a parte il caso Saltarelli). Forse l’affetto e l’empatia che sentiva per gli altri venivano dal sapere che non poteva mai condividere le sue idee. Una chiacchierata con Leonardo avrebbe terrorizzato e confuso i suoi contemporanei e nelle cose che lo interessavano profondamente Leonardo fu per tutta la vita completamente solo. Avrebbe provato grande piacere nelle scoperte del suo Salai come nel volo degli uccelli che liberava dalla cattività: in parte gioia per il loro essere e in parte analisi di ciò che li motivava e di come si muovevano. Quelli che lo conoscevano devono averlo trovato molto distaccato, probabilmente ciò che di lui faceva andare su tutte le furie il carattere fortemente litigioso di Michelangelo.
Le Invenzioni di Leonardo

Per tutta la vita Leonardo dovette guadagnarsi da vivere, ed ebbe anche una casa e una posizione da mantenere. I quadri su commissione non abbondavano, anche a causa della sua crescente reputazione di uno che non li portava a termine. Quindi frequentemente dovette rivolgersi a progetti di ingegneria e cercò di suscitare l’interesse degli eserciti che allora attraversavano in lungo e largo l’Italia per essere impiegato come ingegnere militare. Lo fece con riserva poiché sembra che sia stato un pacifista. Le sue Annotazioni sono piene di disperati commenti sul come gli esseri umani amassero aggredirsi e uccidersi a vicenda e avvertimenti a se stesso per non lasciar cadere le macchine che inventava nelle mani sbagliate. Qualunque mano era sbagliata ma spesso Leonardo aveva un vero bisogno di denaro.

Durante le riprese del film gli autori della serie della BBC del 2004 ebbero una buona idea. Invece di limitarsi a stupirsi dei disegni di modelli contenuti nelle Annotazioni perché non costruire le macchine descritte nei progetti e vedere se funzionavano?

Scelsero quattro disegni: un paracadute, un aliante con equipaggio o macchina volante, un carro armato e un muta subacquea per sabotare flotte nemiche. Come scoprirono subito, le macchine non funzionavano. Il carro armato aveva ingranaggi che funzionavano nella direzione opposta; l’aliante era a dir poco, irregolare; la muta subacquea non aveva sufficiente riserva d’aria.

I produttori cinematografici impiegarono una unità speciale dell’esercito britannico per alcune costruzioni e l’unità notò una peculiarità negli ingranaggi necessari a muovere il carro armato. Si muovevano in senso contrario rispetto alla conoscenza comune del tempo. Certamente Leonardo non avrebbe fatto un errore tanto elementare. Supponendo di no girarono uno degli ingranaggi di 180° e la macchina funzionò perfettamente.

Leonardo aveva progettato una macchina terrestre la cui locomozione era affidata a quattro uomini che azionavano due ingranaggi a mano collegati a ruote motrici circolari in modo che il carro potesse muoversi su terreni ineguali. I fianchi erano montati ad un angolo che deviava colpi delle armi da fuoco e missili. Su una torretta sopra i macchinisti sedeva un comandante, e uomini armati erano collocati nei fianchi del carro armato che poteva essere rotato per mantenere un fuoco continuo su un unico obiettivo o usato per far fuoco contemporaneamente da varie direzioni. La pistola era stata introdotta solo recentemente in Italia, quindi Leonardo lavorava con una tecnologia ‘d’avanguardia’. Perfino tenendo conto della lentezza con cui il carro armato si muoveva e si caricavano polvere e palla per i cannoni una volta scarichi la macchina di Leonardo era una potente macchina da combattimento senza precedenti per il suo tempo. Il verdetto dell’unità dell’esercito: questa macchina avrebbe causato terrore e demoralizzazione su un campo di battaglia e molto probabilmente avrebbe gettato il panico tra le linee nemiche.

Non fu mai costruita. Nessun generale poteva capirla. E l’errore nel disegno? Quasi certamente un espediente di copyright teso a impedire che il disegno fosse rubato e la macchina fosse costruita per altri.

La stessa procedura fu seguita per gli altri congegni che l’unità prese in esame. L’aliante funzionò perfettamente appena gli fu aggiunto il pezzo della coda che dava stabilità e controllo. Il disegno della coda si trovava su un’altra pagina delle Annotazioni. L’aliante era molto simile a quello costruito dai Fratelli Wright. La muta aveva un aggeggio ulteriore che forniva una provvista d’aria al sommozzatore. Si trovava su un’altra pagina delle Annotazioni, e doveva essere cercato. Ma c’era. La riservatezza di Leonardo era probabilmente prova del fatto che le macchine avrebbero funzionato se fossero state costruite come lui le aveva progettate. Ma non furono costruite mai. La natura visionaria, fantascientifica dei congegni di Leonardo disorientava i suoi contemporanei la maggior parte dei quali era sotto pressione a gestire un esercito di fanti e cavalieri. Perfino il paracadute, fatto con materiali e metodi usati all’epoca di Leonardo, non fu mai utilizzato a quel tempo e ci volle un temerario che rischiasse la vita gettandosi da un aeroplano durante la realizzazione della serie della BBC per mostrare che funzionava alla perfezione.

Ciò che il collaudo delle macchine mostrò fu che Leonardo capiva le leggi della gravità, la forza di un punto d’appoggio, l’uso delle correnti d’aria per volare e la pressione dell’acqua e come muoversi efficacemente sotto di essa. Non ebbe a disposizione fonti erudite e antecedenti. Anche se alcuni di questi congegni fossero stati inventati prima, Leonardo non avrebbe potuto leggerli in quanto non conosceva né il greco né il latino. Era tutto fatto osservando e ragionando sui risultati dell’osservazione. Ciò suggerisce che i sensi di Leonardo erano straordinariamente acuti e precisi. forse più di quelli di chiunque altro e forse fornivano dati al suo cervello più dei sensi di chiunque altro.

Quello che più gli difettava erano le basi matematiche. Era essenzialmente un fisico e, questo dovrebbe essere sottolineato, un fisico che era anche un pittore. Come e perché le cose apparivano nel modo in cui erano era una domanda importante per lui, non costruire una struttura teorica matematica, direzione che la scienza moderna aveva intrapreso da Cartesio.

La mancanza di struttura di Leonardo è evidente nelle Annotazioni dove ogni pagina ha un miscuglio di caricature, progetti, disegni, elenchi, titoli di libri, citazioni, liste delle spese, idee per brevi storie (a volte si divertiva con l’idea di scrivere favole) e molti altri argomenti. Dopotutto, erano annotazioni . Qualunque cosa disegnasse era in qualche modo bella, il prodotto di una perfetta coordinazione tra mente e mano. Ma dopo 12000 pagine, 120000 annotazioni e un certo numero di falsi inizi Leonardo non riuscì a dotarsi dell’abilità organizzativa di raggruppare le idee, di cui era così fertile, in una sequenza più ordinata e pubblicare i libri che voleva pubblicare. Supponendo, naturalmente, che avrebbe trovato un editore.
Leonardo rimase il maggior artista dell’Italia rinascimentale e il maggior uomo pieno di idee che sia mai vissuto ma le decine di libri eruditi che intendeva scrivere e che aveva scritto in brutta copia rimasero inediti. Sapeva che la sua conoscenza sarebbe finita con lui. Si dice che nel suo ultimo anno di vita si sia rammaricato, ‘Così tanto da fare. Così tanto ancora da fare’. Anche per un superuomo Leonardo era troppo ambizioso. Non vi era limite a quello che sapeva fare. Nessuno, tranne il tempo.

Quindi mise tutto in un solo dipinto, un’opera che iniziò come un ritratto commissionato mai completato. La Gioconda in realtà ha tutto. Il passato, geologico e personale, le tecniche più recenti e l’abilità di Leonardo. Il sorriso di Caterina quando lo vide per l’ultima volta prima che lui entrasse nella casa di suo padre. Lui deve averle chiesto” Quando ci rivedremo” e lei deve aver risposto “Presto”.E fin dall’età di sei anni avrebbe dovuto comprendere perché le madri mentono ai loro figli.
La Gioconda è l’opera che mi ha mostrato che i dipinti mutano come fanno anche le persone, sempre mutevole mentre sembra lo stesso. Il dipinto cambia a seconda del modo in cui è incorniciato, dell’angolo di osservazione, della luce, da cos’ altro lo circonda. La riproduzione cambia a seconda dell’inchiostro, della carta, del software che corregge il colore, della risoluzione, del tipo di stampante. Esistono Gioconde grigie, verdi, arancioni, marroni, gialle. Alcune sono scure dove lei sembra una negra, altre in cui è bianca come la neve, in alcune si possono vedere dettagli del suo sorriso che in altre è celato in ombra. Gli esperti affermano che nessuna donna che fosse stata ritratta al tempo di Leonardo avrebbe avuto i capelli sciolti o un abito tanto privo di ricercatezza. Il ritratto doveva essere alla fine di qualcuno con cui lui un tempo aveva vissuto. Forse sua madre? Ma perché non supporre che fosse la sua amante? Forse lei sta dicendo in tono di rimprovero ”Oh Leonardo!” Allora, di nuovo, deve aver dipinto ricordi.

©2014 Translation copyright Gianna Attardo.

34. ALLA RICERCA DEL PARADISO

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Nel 1935 in testa alle classifiche era la canzone Cheek to Cheek di Fred Astaire e Irving Berlin: “Heaven, I’m in Heaven, and my heart beats so that I can hardly speak..” E’ dove tutti vogliamo essere.

In quest’ultima settimana ho guardato The Power of Myth, una serie di interviste con lo studioso di mitologia Joseph Campbell registrate nel 1987 da Bill Moyers nella tenuta di George Lucas in California. Le sei conversazioni di un’ora ciascuna hanno gettato luce su molti aspetti come è accaduto la prima volta che ho guardato il programma e sebbene non sia un tipo in cerca di un guru. Joseph Campbell è quanto di più prossimo abbia incontrato. Tra le decine di idee fertili introdotte dai due partecipanti una in particolare ha colpito la mia attenzione.
A un certo punto Campbell dice che il paradiso non è un luogo. E’ uno stato dell’essere. Ovvio no? Se è un luogo, dov’è? Nel cielo? Su un altro pianeta? Forse in un’altra dimensione, qualunque cosa questo significhi,  forse nel futuro, dopo la fine del mondo. Ma il mondo nel senso della terra, o il sistema solare o l’universo?
Paradiso naturalmente è un altro termine per cielo, quello che vediamo quando guardiamo in alto, dove si trovano le stelle e i pianeti e da dove scendono la pioggia e i raggi del sole. Ma quello non è il paradiso che cerco.
E’ più simile al Monte Olimpo, la montagna situata nel nord della Grecia dove vivevano gli dei greci. Non in una collocazione precisa. Nessuno in realtà ha scalato la vetta di quel monte per vedere se nei tempi antichi vi vivevano gli dei. Non ce n’era motivo. Loro stavano ‘lassù’ lontano. Il Paradiso è dove è dio, da qualche parte dove non possiamo andare a patto di rispettare certe condizioni. Come morire.
Esiste una certa confusione tra i due significati di paradiso soprattutto in quanto in inglese il termine deriva etimologicamente da Heofen (cielo). Una volta il Cielo non era il luogo dove si formava il tempo (atmosferico) e dove si trovavano le stelle. Era dove si trovava dio. Ora lo chiamiamo ‘spazio’. Vagamente ateo vero? Abbiamo tolto il cielo agli dei e non gli abbiamo lasciato un altro luogo in cui vivere.
Per gli antichi Egizi il Paradiso era fuori dell’universo, un luogo senza stelle. Quando si moriva, se tutto andava bene, si finiva oltre l’universo senza la possibilità di tornare indietro. Ciò mi insospettisce quanto il Nirvana o moksha che indubbiamente sono uno stato dell’essere, non luoghi.
Il fatto è che se il paradiso non è un luogo allora dio non può vivere lì. Per noi dio è un essere divino, il che è una contraddizione in termini. Dio non può essere un essere perché questa è una qualità animale e la usiamo per noi stessi: un essere umano. Gli esseri abitano i luoghi. Ma, ora che ci penso, un’entità che è eterna, immortale, onnipotente non può essere limitata dal tempo o dallo spazio, o dall’energia o dalla massa.

Quindi dimentichiamo la preghiera “Padre Nostro che sei nei Cieli”. L’idea di Campbell era che se il paradiso non è un luogo allora ci si può trovare lì in qualunque momento. E, ha affermato, l’unico momento in cui vale la pena esserci è quando si è vivi. Forse è per questo che siamo vivi,  in modo da poter raggiungere il paradiso.

Quando prendiamo in considerazione altri sinonimi del termine paradiso ritroviamo la stessa contraddizione di base, lo stesso duplice significato. Paradiso per esempio. Paradiso e anche Giardino dell’Eden, più generalmente un giardino o, dato il tempo e il luogo in cui il concetto è stato usato, un’oasi. E’ dove non ci sono sabbia e sole, un luogo con alberi e acqua.
E’ il luogo in cui ci trovavamo quando eravamo cacciatori e raccoglitori prima di inventare la ‘civiltà’, quando vivevamo nel Giardino dell’Eden. Allora la vita era più semplice. E, a ben riflettere, piuttosto buona. Un’età dell’oro.
Paradiso, e gli altri termini che usiamo per riferirci ad esso, era all’origine un luogo ben definito. Ma spiritualmente è stato usato in senso metaforico. A dire il vero, si dice che l’Ebraico sia una lingua molto metaforica e si presti facilmente alla poesia, come il Cinese. In tutti i libri della bibbia troviamo la metafora, una forma di espressione concreta di uno stato mentale. “Quaranta giorni e quaranta notti nel deserto” significa un periodo indefinito, un tempo lungo. “Presso il fiume di Babilonia piangevamo quando ricordavamo Gerusalemme” indica il dolore dell’esilio.

La poesia è un buon esempio da prendere in considerazione quando si tratta di concetti spirituali. La poesia non ha alcun significato., non sprecate il tempo a cercarlo. La poesia è un altro modo di conoscenza, oltre quello razionale. E’ uno stato dell’essere, a dire il vero, uno stato naturale, uno che tutti troviamo facile adottare. Comprendiamo cosa significa “Posso paragonarti a un giorno d’Estate?”. Non abbiamo bisogno di pensare a giorni di sole, o forse a un campo di grano su cui soffia il vento o a qualunque altro giorno d’estate che abbiamo vissuto. Non è questo il punto. E’ che sappiamo che la stagione avanza, l’estate si trasforma in inverno, la freschezza svanisce da tutto ciò che amiamo. Lo sentiamo in mille modi diversi indipendentemente da chi siamo. E Shakespeare usa questo senso del tempo che passa e della desolazione per elogiare l’amata. Sappiamo che è quello che fanno gli amanti e sappiamo anche che non sono sciocchi come sembrano. Come dice Campbell nessuno si chiede cosa significhi un fiore.

Perciò abbandoniamo la parola ‘dio’ con tutto il suo significato letterale di un vecchio che sta sù in cielo e invece pensiamo alla divinità. Abbandoniamo la parola ‘Paradiso’ e pensiamo invece a una condizione in cui possiamo raggiungere la grazia.
§ Grazia significa essere in contatto con il divino e anche con gli effetti di questo contatto. Siamo in armonia con il mondo e noi stessi, completi, armoniosi. Ci moviamo leggiadri “proprio come una ballerina” nella canzone di Van Morrison
Ma se è lui che arriva da te
E ti senti come se non potessi andare avanti
Tutto quello che devi fare
E’ suonare un campanellino
Sollevarti e sollevarti
E sollevarti
Proprio come una ballerina.
Per raggiungere la grazia non dobbiamo andare in nessun luogo speciale. La divinità è tutt’intorno. Come ha detto Gesù “bussa e ti verrà aperto”. Un modo di raggiungere la grazia è liberarsi delle nostre preoccupazioni. E’ sorprendente vedere quanto tempo dedichiamo a girare intorno a un obiettivo, a una paura, a un’ossessione. Un effetto di questo modo di procedere è raggiungere un risultato., un altro è essere ciechi di fronte a ciò che ci circonda e vederlo in un modo sbiadito e distorto dalle nostre preoccupazioni. Guardare qualcosa direttamente spesso è vederlo come se fosse la prima volta, fresco, chiaro. E in alcuni casi divino. Come TS Eliot scrive in Little Gidding
Noi non cesseremo l’esplorazione
Giungeremo là onde partimmo
E conosceremo il luogo per la prima volta.
Gli lberi, le piante ma anche le persone che amiamo. Dobbiamo solo smettere di essere infastiditi dal loro essere come sono e non come pensiamo, vogliamo che siano.
Questo senso di impegno nel mondo è quello che Gautama chiamava il samara. L’idea è raggiungere l’immobilismo, evitare reazioni istintive alle cose che vogliamo, temiamo, mal sopportiamo e desideriamo. I Buddisti pensano a questo stato come a una libertà che risulta nel superamento, in uno spegnersi della candela, chiamato nirvana. Da un altro punto di vista, dal lato divino piuttosto che da quello umano, il nirvana è molto simile alla grazia.
I Cristiani credono in una sorta di sequenza di eventi tutti collocati nel tempo sebbene verificatisi nell’eternità. Prima viene il peccato originale in base al quale ogni umano è condannato all’inferno a causa della donna personificata in Eva. O è stato un errore di dio? Poi vengono l’incarnazione e la crocefissione di Gesù attraverso cui i Cristiani ottengono perdono e redenzione. Questo avviene per sottomissione, o Islam, (termine arabo) a dio. Da ciò viene il dono di dio che è la grazia. Questi sono eventi nel mondo ‘reale’. Poi viengono la fine del mondo (o del sistema solare o dell’universo) il giudizio finale e il Paradiso. Alcuni credono che i loro corpi corrotti verranno ricomposti ed esisteranno fisicamente in Paradiso. Altri credono che c’entri qualcosa chiamato anima.
Due aspetti di questa sequenza mi colpiscono. Primo, il credente è passivo, Dio fa tutto, il credente si sottomette. Secondo, per la maggior parte, accade non in questa vita ma in tempi precedenti e poi dopo la morte. Quanto al presente, i credenti cercano semplicemente di essere buoni. Da notare che sebbene perdonati dal sacrificio della crocefissione c’è ancora una verifica alla fine del mondo o alla morte (le opinioni differiscono) . Non è facile entrare. nel Paradiso.
Troviamo un equivalente greco nella storia di Admeto, un argonauta che era un favorito di Apollo. Quando quello si trovò in punto di morte Apollo persuase le Moire a permettere a qualcun altro di morire in sua vece. Solo la sua amata moglie Alcesti si offrì. Il dio Eracle salvò Alcesti dagli Inferi. La storia è analoga a quella di Euridice, moglie di Orfeo, che muore ma è salvata dal marito che scende negli Inferi per sottrarla alla morte. Entrambi questi miti sono collegati ai riti di Demetra a Eleusi. Il dio Orfeo, o il favorito o sacerdote Admeto, muore e un mortale prende il suo posto negli Inferi. Il dio Orfeo, o Eracle, soffre o muore ed entra negli Inferi e salva il credente, Euridice o Alcesti. Gli amanti si guadagnano la vita eterna e vivono nei Campi Elisi, l’idea greca del.Paradiso. Nessun peccato originale ma l’idea di un dio che muore. E il Paradiso. Se siamo in possesso della grazia saremo resuscitati ed entreremo nel Paradiso.
L’incarnazione è al centro della dottrina del Cristianesimo. Dio è diventato mortale, ha sofferto ed è morto per salvare il mondo. Una contraddizione, no? Dio ha creato il mondo, dio è il mondo, il mondo è sacro, il mondo è dio. Poi il Male entra nel mondo. Per qualche ragione solo l’umanità è separata dal resto del mondo, è malvagia, peccatrice. La creazione e la salvezza del mondo sembrano parte dell’evoluzione di dio. Questa materia viene toccati dal racconto profondamente spirituale di fantascienza del 1937 di  Olaf Stapledon, Star Maker.
Non abbiamo memoria della nostra prima infanzia. Il passaggio nel canale della nascita, l’uscita alla luce e all’aria, la paura primordiale e il conforto materno, la riunione al battito sentito nel ventre quando ci stendiamo accanto alla madre fonte di cibo e vita. Queste memorie vengono trasformate in memorie religiose quando cresciamo? E’ questo il paradiso, questa vicinanza, questo amore che tutto avvolge ?
Campbell ci rammenta che queste idee, peccato e redenzione e paradiso non sono eventi in una religione ma riti compiuti per una ragione. L’idea del rito introduce l’idea dei ruoli, o parti, degli attori a teatro. Nella storia della creazione troviamo dio onnipotente, poi Lucifero, Satana, entra nel quadro. Chi è Satana? Un altro dio? No. Un dio in qualche modo minore, un angelo? Come può un dio minore sfidare un dio onnipotente? Satana, allora  deve essere dio. Dio e Satana hanno un ruolo che consente alla creazione di svilupparsi in una lotta tra bene e male. In questo senso evolutivo Satana è Tempo che muta e altera tutte le cose. Nella storia della redenzione troviamo Gesù, e poi Giuda, il traditore. Entrambi sono essenziali alla storia. Non vi è redenzione senza Giuda. Lui salva l’umanità sebbene indirettamente. Il ruolo di Gesù e Giuda permette alla redenzione di procedere ed essere efficace. E l’idea del ruolo, delle parti, suggerisce non eventi nel tempo ma stati dell’essere, stati dell’anima. Per Campbell questi processi erano chiamati mito.
Mi sembra che non si possa letteralmente andare alla ricerca del paradiso. Bisogna essere in uno stato tale da averne esperienza e allora quello stato è lo stato della grazia. La grazia tuttavia può essere raggiunta in molti modi. Il più remunerativo è la ricerca del sacro. Non ha niente a che vedere con la preghiera. O forse è preghiera. Il sacro è tutto intorno anche quando pensiamo che ci siano solo bassifondi e spazzatura, cattivo gusto e folle insensibili. Non si vede nelle cose, negli oggetti, ma nelle azioni. E non solo nelle azioni ma nel modo in cui vengono compiute queste azioni. E’come se ci fosse una dimensione della grazia, un livello di grazia, che ci tocca ogni tanto. E’ una ricerca non di significato ma di quello che semplicemente è.

Potrebbe essere il sorriso sul viso di un vecchio che sembra mostrare compassione. Potrebbe essere l’emozione di un bambino di fronte a un oggetto piuttosto comune, diciamo un carrello della spesa. Potrebbe essere le cascate del Niagara o il Monte Everest o il Grand Canyon. Forse un gatto che medita. Un fiore di susino, la quiete al calare della neve, un uccello nel tuo giardino. Migliaia e migliaia di cose in tale abbondanza come le stelle della Via Lattea. Tu non fai niente. Semplicemente guardi e comprendi e senti. Non ti sentirai più irritato con quel gradasso che nel quartiere fa il prepotente con te. Quanti traumi deve aver sofferto per essere diventato così.

Ed ecco la grazia. Ecco il  paradiso.

©2014 Translation copyright Gianna Attardo.

33. HARAPPA

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Sembra che intorno al 3000 a.C. un gruppo di città sia improvvisamente sorto sulle rive del fiume Indo con i suoi sette rami in un’area del Pakistan e dell’India nord-occidentale, appena a est dei confini moderni dell’Iran e dell’Afghanistan, confinante a nord e a est con due catene montuose e a sud con il Deserto di Thar.

Lothal, Mohenjodaro e Harappa sono i siti maggiormente noti ma ne esistono centinaia di altri, grandi e piccoli. Le città sono notevoli per due ragioni sia in quanto mostrano abilità ineguagliate, per il periodo e la posizione, nella costruzione e progettazione sia per il mistero che avvolge la gente di questa cultura. Sorte improvvisamente da un’origine sconosciuta sono scomparse altrettanto improvvisamente 1500 anni dopo lasciando rovine di città, manufatti e una scrittura che non è stata decifrata. Queste genti hanno realizzato sistemi di drenaggio per la rimozione delle acque reflue, acquedotti per il trasporto di acqua fresca, docce, bagni con scarico, ponti e strade in pietra. Hanno prodotto in massa oggetti necessari, come mattoni per l’edilizia, usato un sistema standardizzato di pesi e misure, messo a punto un piano regolatore standard per le loro città e si sono impegnate a lungo negli scambi commerciali con città lontane a ovest di Sumer.

Lo scenario sembra fatto su ordinazione per una spiegazione del romanzo Roadside Picnic/Stalker dei fratelli Strugatsky. Alcuni viaggiatori cosmici provenienti da un pianeta su Andromeda atterrano sulla terra con un problema al loro disco volante, sono abbandonati per circa mille anni durante i quali usano le loro competenze tecnologiche avanzate per la creazione di sofisticate città complete di sistemi fognari di stile moderno e di acqua corrente. Alla fine riparano la loro astronave e tornano su Andromeda. O forse, una spiegazione dei marziani  di HG Wells che soccombono a batteri terrestri prima che i superstiti riescano a sfuggire a un ambiente ostile. Tutti coloro che credono che la cosiddetta civiltà abbia avuto origine da una razza aliena tecnologicamente superiore troveranno questa idea interessante.

§
Ciò che sappiamo dei popoli antichi dipende tutto dal loro ambiente. Se essi fecero uso di argilla cotta o fango o pietra abbiamo resti delle loro attività. Se usarono legno, foglie o tessuto non abbiamo nessun elemento superstite per andare avanti. Ciò che conosciamo delle prime civiltà umane in realtà riguarda solo quelli che lavorarono con materiali durevoli. Tutte le altre prime civiltà che sono esistite fianco a fianco con quella dei Sumeri o dell’Egitto e hanno fatto uso di legno o altri materiali deperibili non hanno lasciato traccia. Ma ci sono state.
Da circa il 10.000 a. C., quando per la prima volta sono state sperimentate la semina di erbe selvatiche e la raccolta sistematica dei cereali, gruppi si sono raccolti in insediamenti per rendere queste attività più semplici. Lentamente, man mano che una maggiore offerta di cibo ha portato a un aumento della popolazione, questi insediamenti sono cresciuti. Una popolazione mondiale di circa cinque milioni di umani si è vertiginosamente decuplicata. A poco a poco, altri gruppi sociali, quali pastori e cacciatori raccoglitori sono stati marginalizzati e la coltivazione agricola è diventata la forma dominante della comunità umana. Rifugi temporanei per i raccoglitori sono stati sostituiti con strutture permanenti. Si è creata la città. Questo processo è stato lento e ha impiegato circa seimila anni per essere completato.
E’ stata una fortuna a metà. Da un lato, una fonte sicura di cibo, una maggiore capacità di proteggere i piccoli dai predatori e una varietà di tecnologie emergenti, dall’altro, più tempo speso nel lavoro e meno in attività culturali, un generale declino nella salute a causa di una dieta più limitata e l’ascesa di capi della comunità che sfruttavano il resto della popolazione. Molti problemi che conosciamo ancora oggi si sono sviluppati in primo luogo in questa fase: la segregazione dei sessi, lo sviluppo del capitale a sostituzione del baratto e l’invenzione della ricchezza, la nascita delle classi sociali basate dapprima sulle professioni. Era la civiltà come la conosciamo ancora oggi.
Molta confusione è causata dall’immaginare l’origine di una cultura in un solo centro, in Sumer, Iran, o più a nord, o in Harappa a partire da circa il 10.000 a.C. per poi diffondersi ad altre culture urbane. Questo è il ricercare l’ “origine della civiltà” in un solo luogo influenzati forse dalla storia del Giardino dell’Eden. Sono esistite molte civiltà antiche a partire dal 10.000 a.C. quando si è sviluppata l’agricoltura e sono esistiti molti altri centri che non hanno lasciato traccia. Lo scambio culturale si è fertilizzato attraverso il commercio.
Per quanto riguarda la tecnologia, tutte le invenzioni di base sono state fatte nelle prime fasi dello sviluppo della specie umana da parte di gruppi di cacciatori raccoglitori. Idee come l’uso domestico del fuoco, la cottura del cibo, gli utensili, il vasellame, la cultura, la religione e i ruoli sociali. I pastori avevano contribuito all’addomesticamento di animali quali il cavallo, e il bestiame e in seguito allo sviluppo della ruota per il trasporto e la guerra. L’invenzione di edifici permanenti per la città è venuto con la rivoluzione agricola. Il resto del nostro sviluppo tecnologico è stato relativamente minore.
Le comunità umane hanno eguagliato in questo modo lo sviluppo di ogni essere umano. Gli individui sviluppano la maggior parte delle loro abilità nei primi due anni. Lo sviluppo successivo è relativamente minore. Così è stato con le comunità.

§
Gli archeologi hanno scoperto una irregolaritù di queste fasi di sviluppo ad Harappa. Sembra che la gente di questa cultura non abbia iniziato facendo a mano mattoni di fango per l’edilizia come altrove. Sembra che abbia iniziato con mattoni prodotti in massa da uno stampo, cotti al forno, lavorati industrialmente. Anziché con edifici dapprima costruiti a caso, a seconda delle esigenze, sembra che ad Harappa i costruttori abbiano iniziato con il piano di una città molto grande e costruito secondo tale piano ampie strade ad angolo retto, area destinate a scopi specifici quali deposito di grano o bagni  pubblici. Come se già avessero un’idea di come doveva essere una grande città. Queste città erano un po’come quelle di Creta minoica o dell’Egitto.
Parimenti notevole è come queste città finirono. Sembra che tutte siano state abbandonate. In alcuni siti altra gente si è spostata nelle città vuote e ha continuato una cultura simile, se non altrettanto compiuta, e la documentazione archeologica sembra essere continua. Ma non lo è. Un gruppo, che ha costruito le strutture, improvvisamente si è trasferito altrove.; un altro gruppo, collegato ai successivi popoli dravidici che dovettero essere spinti verso sud quando gli Indoeuropei arrivarono dopo circa il 2000 a.C., prese il loro posto. Cosa può essere accaduto?
A parte gli alieni della teoria di Andromeda, che non può ricevere conferma fin quando non entriamo in contatto con la prossima galassia, esistono delle possibilità che potrebbero spiegare non come queste civiltà sono sorte ma come sono finite.
La civiltà di Harappa, della Valle dell’Indo, è stata originariamente un’altra Mesopotamia. Ha avuto origine tra due fiumi, l’Indo e il Ghaggar-Hakra. Il Ghaggar è oggi il letto asciutto del fiume dove di tanto in tanto scorre l’acqua, ma un tempo era abbondante come l’Indo. A partire da circa il 3000 a.C., quando stava emergendo la stessa cultura Harappa, forze geologiche hanno deviato l’acqua dalle pendici dell’Himalaya. E’ stato un processo lento e graduale. L’area in cui è sorta questa cultura era in origine un po’ come la Valle del Nilo, dove un approvigionamento di acqua abbondante non da un fiume ma da due sistemi fluviali  produceva una ricca messe di colture come cotone, sesamo, piselli, orzo e cotone durante un’ inondazione annuale. Quasi impercettibilmente, il Ghaggar fornì sempre meno acqua. Probabilmente questo processo fu accelerato dalla deforestazione praticata dagli insediamenti data la necessità di abbattere alberi e altra vegetazione per ricavarne cibo e riparo per gli animali.
Alla fine le città furono circondate da una lunga striscia di terreno paludoso dove fluiva una volta il Ghaggar. E’ probabile che molta gente sia morta o sia stata resa inabile dalla malaria per l’attacco da parte di una crescente popolazione di zanzare. In altre città, più protette, si sarebbero verificati enormi aumenti di popolazione poiché la gente che aveva costruito sul Ghaggar si spostò nelle aree più fertili. La malaria si sarebbe diffusa in tutte le città. La malaria è stata una delle principali cause del declino di molte civiltà antiche, tra cui quella di Roma. Ancor oggi è una delle principali cause della stagnazione economica e della povertà e uccide più di un milione di persone ogni anno. Oltre alla morte, provoca una febbre debilitante e disordini neuromuscolari.
Questa è la situazione che le combattive tribù Indoeuropee si sono trovate davanti al loro arrivo nell’area. Come avevano fatto a Creta e Troia qui saccheggiarono e distrussero una cultura indebolita e debilitata e spinsero verso sud i sopravvissuti. Gli eroi del Rig-Veda non furono eroici quanto volevano che gli altri supponessero.
§
Nel 2600 a.C. erano quattro le aree su cui fiorivano città che avevano il governo organizzato che questo sviluppo implicava. L’Egitto, dove l’architetto Imhotep creò il primo complesso piramidale per il Re Djoser. L’Egitto aveva legami commerciali con Cnosso, dove l’architetto Dedalo creò il palazzo di Cnosso per il re Minosse. L’Egitto aveva anche legami commerciali con Sumer dove il grande costruttore Gilgamesh stava facendo Ur, la città più potente. Ur, a sua volta, aveva legami commerciali con Harappa dove nello stesso periodo un anonimo architetto creò un piano regolatore per un anonimo re Harappa. Era un’epoca in cui le idee viaggiavano in lungo e in largo: le civiltà si fecondarono l’una con l’altra e non ha molto senso determinare quale sia stata la ‘prima’.

La civiltà di Harappa rimane misteriosa in quanto nessun testo antico è sopravvissuto. Questo popolo aveva un sistema di scrittura i cui frammenti sono sopravvissuti su ciò che sembrano sigilli, contrariamente ai documenti su cui erano apposti. Forse questi erano scritti su una foglia vegetale deperibile come la successiva foglia di palma secca usata nel sud dell’India o il papiro nel Medio oriente. L’analisi computerizzata ha confermato che i simboli usati sui sigilli costituivano un sistema di scrittura, ma questi non sono sufficientemente completi da fornire un alfabeto o indizi di una grammatica. Potrebbero essere  una combinazione di sistemi pittografici e ideografici con sistemi fonetici.

L’unica testimonianza sopravvissuta che ci permette di descrivere la cultura consiste in resti edilizi e sculture ma questa potrebbe cambiare con i risultati di scavi successivi, quindi le conclusioni sono altamente sperimentali. Non esistono templi superstiti, a quanto pare, nessun altare sacrificale. Potrebbe non essere esistita una classe sacerdotale professionale (come non esisteva nell’antica Atene). Gli archeologi hanno identificato ciò che sembrano granai e bagni pubblici. Queste strutture possono aver avuto una funzione religiosa ma non c’è modo di stabilire se abbiano avuta l’una o l’altra. Alcuni siti hanno rivelato l’esistenza di botteghe di artigiani, magazzini, altri cimiteri e corredi funerari. Sembra che le città non avessero mura di protezione e, ancora, non abbiamo prove di armamenti o conflitti armati né dell’esistenza di una casta dominante o di un impero che comprendeva tutti i siti scavati. Ogni sito era probabilmente una città/stato indipendente come la polis greca. Alcuni sarebbero stati più ricchi di altri. Ci sono somiglianze con resti della cultura minoica.
Si dice che gli Ariani della cultura vedica non adorassero Shiva, aspetto che lascia spazio all’interessante possibilità che Shiva fosse un dio della cultura Harappa. Non vi è modo di dire se le sculture superstiti siano divinità eroi o re ma coerentemente con ciò che sopravvive di altre culture le si potrebbe ritenere divinità che il popolo di Harappa venerava. Una scultura descritta come una ballerina potrebbe essere una signora della danza cosmica. Esistono anche figure di persone modellate in creta con volti da uccello che potrebbero essere divinità, o alieni provenienti da Andromeda. I sigilli forniscono abili rappresentazioni su piccola scala di buoi, elefanti e altri animali del tempo, così come l’esempio frustrante incompleto della scrittura di Harappa.

Una dea con il seno nudo e una campana per gonna mostra una somiglianza con le dee/sacerdotesse minoiche, malgrado senza serpenti.

Un dio è ritratto in una posa simile alle immagini di Gilgamesh che tiene a bada bestie feroci. Queste sculture sono prova di miti simili o erano una volta gli oggetti sacri di un mercante di Cnosso o Ur residente nella città della regione dell’Indo?

Riguardo la provenienza di questo popolo, mentre l’apparenza di una tuta spaziale, la testa da uccello o le divinità ritratte nelle sculture sembrano rafforzare la teoria degli alieni di Andromeda, in realtà è più probabile che i vari livelli di cultura sempre più completa che questa gente ha raggiunto nei siti esistenti abbiano cancellato tracce precedenti, meno sviluppate, delle loro realizzazioni e abbiano dato nelle rovine superstiti la fuorviante impressione di un popolo apparso dal nulla con realizzazioni tecnologiche stupefacenti.

Abbiamo davvero bisogno di entrare al più presto in contatto con Andromeda.

©2014 Translation copyright Gianna Attardo.

32.  FALSE PRETESE

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Povero Francis Scott Fitzgerald! Pare che per la sua vita dissoluta sia entrato nella storia della letteratura dalla porta di servizio. Molti che scrivono su di lui sembrano fare versi di disapprovazione. Lo si studia all’università come un grande scrittore ma tutto quello che si sa della sua vita è che è stato un lussurioso.

Commercio di scandali Mi sembra che una recente biografia scritta da Jeffrey Meyers (Harper NY 2013) rientri in questa categoria. Nonostante l’opera si basi su un’ampissima ricerca, il contenuto si risolve in un lungo elenco censorio di commenti scandalosi, notizie ghiotte riportate da chiunque ha conosciuto Fitzgerald  e a volte da chi era nella stessa città in cui si trovava lui. Sebbene nel riassunto finale Meyers menzioni lati positivi di Fitzgerald, gentilezza e generosità, empatia, coraggio e dedizione allo scrivere, l’autore ha compiuto, ben prima di allora, un vero e proprio assassinio del personaggio. Meyers accetta tutte le affermazioni scandalose riportate su Fitzgerald e le prende alla lettera suggerendo di rado un qualche motivo meschino o pregiudizio, aggiunge informazioni su ogni singolo incontro sessuale di Fitzgerald, che quindi sembra un depravato sessuale nonché un frequentatore di bar. Poi icorre anche a una certa psicologia da dilettanti riguardo l’incapacità sessuale di Fitzgerald di cui individua le origini nella sua latente omosessualità. La valutazione finale di Fitzgerald come scrittore equivale a una doccia fredda.

In tutta la sua estesa ricerca Meyers, intenzionalmente o no, si è cimentato in un genere sfortunato, la biografia scandalistica di una celebrità, solitamente riservata a una star del cinema, come ha fatto Irving Schulman nella sua dissacrante biografia di Jean Harlow. Quando ho terminato la lettura del libro di Meyers ho ritenuto che Fitzerald meritasse qualcosa di meglio. Si dà per scontato che un libro di estesa analisi letteraria appartenga al mondo dell’accademia e non sia per il comune lettore, tuttavia una biografia sensazionale è all’estremo opposto e fa di Fitzerald una figura stereotipata che non abbiamo bisogno di valutare più in profondità. Questo tipo di libro vende in quanto fa appello al nostro interesse lascivo per gli eccessi delle celebrità ma non serve ad altro.

Sembra che il problema sia che Fitzgerald ha vissuto una vita che ha suscitato le reazioni censorie dei bigotti e dei puritani e che i suoi eccessi abbiano oscurato i suoi successi.
Guardate come Fitzgerald è stato definito “la voce dell’Età del Jazz”, “l’inventore della Generazione Perduta” (?), “esaurito”, “talento sprecato”, “alcolizzato”, “classico della letteratura americana”, e così via. Amiamo applicare etichette la maggior parte delle quali serve a vendere libri e non dovrebbe essere presa sul serio. Ma lo è.

L’essenziale su Fitzgerald.
Ritengo che ci siano alcune cose su Ftzgerald che dovremmo dimenticare.
1. I film. Non guardate un film, un romanzo o una storia basata su Fitzgerald  pensando che si tratti soltanto di un leggero divertimento.
2. Zelda. Era dispendiosa, capricciosa, squilibrata e distruttiva. Merita uno studio tutto suo e non come parte della storia di Fitzgerald.
3. I racconti brevi. So che alcuni sono buoni. La maggior parte non lo è. Sono tipiche storie d’amore da rivista mensile, scritte per far soldi.
4. L’alcolismo. Fitzgerald era un uomo malato e non fu diagnosticato e curato come avrebbe dovuto essere. Ma questo non ha avuto alcun effetto negativo sui suoi scritti.
Quello che ci rimane sono cinque romanzi e l’atteggiamento di Fitzgerald verso di loro. Questo è la vita e il tempo di un romanziere, questi gli aspetti essenziali da prendere in considerazione.
Di qua dal Paradiso (This side of Paradise,1920, scritto quando Fitzgerald aveva 24 anni). Un tipo di storia alla Saturday Evening Post elaborata a lunghezza di romanzo. E’autobiografico ed è stato il primo romanzo a ritrarre giovani universitari istruiti della classe media, gente della generazione del dopoguerra e la ‘nuova’ donna, la ragazza emancipata. Ha il fascino facile di Fitzgerald, superficialità e sentimentalismo. E’ stato un best seller per due mesi ma ha portato pochi soldi.
Belli e dannati (The beautiful and damned, 1922, scritto quando Fitzgerald aveva 26 anni). Un’altra opera distruttiva basata su ciò che stava accadendo a Fitzgerald e a sua moglie quando conduceva una vita stravagante, si rifiutava di affrontare i problemi e Zelda cominciava a mostrare quell’instabilità che poi risultò in follia. Spiega in modo convincente cosa lo attraeva di lei ma non riesce a spiegare, e non poteva, come sarebbero sopravvissuti. Le vendite furono deludenti.
Il grande Gatsby (The Great Gatsby, 1925, scritto quando Fitzgerald aveva 29 anni). Fitzgerald raggiunse una distanza dal suo soggetto sufficiente a fargli scrivere una favola al limite con il mito, un mito sulle debolezze delle speranze e conquiste americane entrambe limitate dal materialismo. Nonostante la forza della scrittura, rimane un melodramma senza un centro psicologico. Originariamente intitolato  Trimalchio at West Egg, è uno studio dell’eccesso che evita l’autoanalisi incestuosa dei primi due libri rispetto ai quali vendette meno della metà del numero di copie. Fitzgerald guadagnò meno di $5,000 per ciascuno dei tre,
Tenera è la notte (Tender Is the Night,1934, scritto quando Fitzgerald aveva 38 anni). Tutte le forze e le debolezze di Fitzgerald si sommano in questo romanzo troppo lungo, scritto tre volte e in un linguaggio eccessivamente elaborato. Ancora una volta rovinato dal sentimentalismo, non riesce a convincere che i rapporti descritti sono reali: ma la scrittura è superba. Un altro racconto su Fitzgerald e Zelda. Molto stava andando male al momento della composizione e Fitzgerald dovette rimaneggiare la trama dei personaggi per far fronte a nuovi disastri che si erano verificati nella sua vita. Ricavò poco denaro dalle vendite.
Gli ultimi fuochi (The Last Tycoon, 1941), scritto quando Fitzgerald aveva 44 anni). A stento la verità su Hollywood che Fitzgerald può aver desiderato offrire, è più fedele alla realtà e di conseguenza più profondo di qualunque altra cosa aveva scritto. Fitzgerald, sempre uno scrittore disciplinato poiché conosceva la sua facilità nello scrivere, creò i suoi personaggi più complessi e li riempì di sentimento e significato come mai aveva fatto prima. Se non doveva essere il Grande Romanzo Americano quando lo terminò (è lasciato incompiuto) il prossimo lo sarebbe stato con certezza.
Ecco il nucleo della vita di questo scrittore. Dopo aver tentato per vent’anni, con sforzo incredibile, di essere un bravo scrittore, maledetto per avere una penna facile e un bisogno di autoanalisi che lo distraeva dal suo vero proposito, Fitzgerald aveva quasi raggiunto il suo scopo, il riconoscimento come maggiore romanziere vivente. Raggiungere questa reputazione gli avrebbe alleviato i dubbi su se stesso. Ma morì proprio prima di riuscirci. Lo chiamiamo un grande scrittore. Forse è qualcosa di meglio. Quasi un grande scrittore. Chiunque ami il buon scrivere e la letteratura amerà l’uomo e i suoi libri. Nonostante tutti i suoi errori Fitzgerald  visse una vita con devozione a valori spesso osservati nella violazione. Val la pena leggere e rileggere i suoi cinque romanzi.
Gettare via la spazzatura Alcuni aspetti della vita di Fitzgerald vanno valutati e poi dimenticati,  come suggerito prima. Sono stati innalzati da fatti a stereotipi.
Durante la sua vita Fitzgerald ha provato gli eccessi della buona e della cattiva sorte; a volte fama e ricchezza, altre oscurità e povertà; la stima di amici e del pubblico e il disprezzo e l’inimicizia; la tragedia personale nei rapporti e una tendenza all’ autodistruzione che durò tutta la vita. I suoi romanzi danno l’impressione di abbozzi di ciò che doveva essere il Grande romanzo americano, ma non riuscì mai a scriverlo, forse vi riuscì solo in parte.
Invece ha fatto di sé una leggenda. La storia di un uomo che ha guadagnato troppo e ha sperperato con una vita stravagante e l’eccesso di alcol. Un rapporto tragico con una moglie pazza. Questa è roba per i film di Hollywood, se osservata più da vicino, con nessuna intenzione di colpire, svanisce.
Fitzgerald era un alcolizzato? Molti lo hanno visto bere. Quando si ubriacava faceva le sue belle figuracce come fanno molti. Lui stesso si pentiva del suo comportamento, se ne scusava con garbo e lo analizzava secondo il suo solito. Era vero? Molti che si sentirono imbarazzati per la sua ubriachezza fecero un ulteriore commento, non spesso ripetuto. Dicevano che si ubriacava con un solo bicchiere (di solito di gin). Nonostante la quantità massiccia di alcol che sembrava consumare, e che pagava a prezzi gonfiati, lui stesso beveva solo un bicchiere e i suoi ospiti e amici, e Zelda,  bevevano il resto.
Meyers spiega che questa ‘ebbrezza’ era il risultato di ipoglicemia, livelli enormemente bassi di glucosio nel sangue, che porta ad ataxia, mancanza di coordinamento dei movimenti dei muscoli. Gli effetti visibili sono pronuncia indistinta di parole, tremore e incapacità di stare in piedi senza barcollare. Questa condizione è associata all’abuso cronico di alcol. Ossia, l’abuso di alcol può portare alla ipoglicemia, uno stato che può manifestarsi in modo simile all’ effetto dell’ebbrezza. Quando Fitzgerald faceva le sue figuracce, come accadde quando si infilò sotto un tavolo e abbaiò come un cane, può aver provato a nascondere una spaventosa incapacità di stare in piedi. (Meyers, tipicamente, dedica 400 pagine di commenti scandalosi al bere di Fitzgerald e aggiunge questo commento sulla ipoglicemia nel suo ultimo capitolo).
Alle feste che Zelda agognava intensamente si comprava e consumava molto alcol in quanto Fitzgerald cercava di essere all’altezza di grandi bevitori come Hemingway. Ma lui stesso non lo consumava.
Meyers fa una digressione in cui paragona Fitzgerald a Hemingway e Faulkner. Tutti e tre bevevano molto, lo si presume nel caso di Fitzgerald, gli altri due erano alcolizzati. Interessante notare che l’opera di Faulkner e Hemingway perse forza con l’avanzare degli anni, mentre quella di Fitzgerald migliorò. La sua opera, nonostante il presunto alcolismo, fu portata avanti con scrupolosa dedizione, e migliorò con il tempo.

Quando si analizza l’alcolismo di Fitzgerald si scopre che si trattava soprattutto della sua incapacità a reggere gli alcolici. Un vero uomo può reggere l’alcol e battere gli altri a chi beve di più. Non Fitzgerald. Era sotto al tavolo dopo un solo bicchiere. Perciò Hemingway lo disprezzava.  Ma i valori di Hemingway non erano autentici. Lui era uno che si dava delle arie in modo patetico, che non riusciva ad affrontare la realtà e si uccise,  quindi non dovremmo prendere sul serio questo tipo di critica,
Ciò di cui dovremmo renderci conto è che Fitzgerald ebbe bisogno di cure mediche fin dall’età di 20 anni, non le ricevette mai, la sua ipoglicemia non fu mai diagnosticata e invece i suoi medici trattarono il suo alcolismo con la ‘disintossicazione. Per questo morì all’età di 44 anni.
Fitzgerald fu uno scrittore scadente che sprecò il suo talento I critici di Fitzgerald evocano spesso tutte quelle storie scritte per Scribner’s e il Saturday Evening Post per spiegare perché non lavorò più seriamente. Costoro ritengono che la lunga lotta con Tender is the Night, con The Last Tycoon rimasto incompleto fu il risultato della perdita di tempo dietro un lavoro di poco conto e del bere. Sembra che il  presupposto sia che tutto quello che Fitzgerald doveva fare era morire di fame in una soffitta, dimenticarsi della moglie malata, crescere la figlia, e soprattutto smettere di bere e l’ispirazione gli sarebbe venuta. Ma era un ragazzo cattivo e di conseguenza fu punito. Questi critici superficiali, bigotti pensano che scrivere un libro sia così facile? Di certo non ne hanno scritto uno. L’aspettativa sembra essere che Fitzgerald si sarebbe dovuto soltanto applicare e una decina o più di grandi romanzi avrebbe ricevuto il Premio Nobel, la ricompensa per essere stato buono.
I Notebooks di Fitzgerald dovrebbero essere una lettura d’obbligo per questi critici. Mostrano la scrupolosa raffinatezza del suo mestiere, la meticolosità, l’uso di ogni briciolo di esperienza e la sua trasformazione in buona narrativa. Fitzgerald seppe scrivere fin da bambino ma aveva bisogno di imparare ad avere qualcosa da dire. Al contrario di Hemingway, ad esempio, che elaborò uno stile esatto, influente di grande effetto, non ebbe mai niente di importante da dire (tranne che a se stesso).
Fitzgerald si guadagnò da vivere pubblicando storie, ben pagate, su riviste, poi come sceneggiatore, ben pagato, di Hollywood. Nessuno dei suoi romanzi vendette apprezzabilmente fin dopo la sua morte. Troppo tempo si spreca a parlare di come queste storie abbiano distrutto il talento di Fitzgerald. Non lo hanno fatto. Il suo talento crebbe con il tempo e stava ancora crescendo quando all’improvviso morì. Queste storie gli diedero un reddito e uno stile di vita che era pericoloso e diedero a Zelda l’opportunità di sprecare il denaro e distruggere la sua carriera di scrittore. Non vi riuscì in quanto Fitzgerald era un artista troppo disciplinato.
Fitzgerald fu socialmente un fallito Dall’età di cinque anni Fitzgerald visse il trauma, o la serie di traumi, che doveva renderlo pieno di dubbi su se stesso, creargli un complesso di inferiorità e farlo incline ad aspettarsi sempre il peggio. Si identificava con il padre raffinato e non amava l’ eccentrica madre che tuttavia era il genitore più forte. Uno sguardo a Fitzgerald mostra che seguì il modello psichico della madre, non del padre, sviluppando una sensibilità ‘femminile’ per sfumature di colori e di stati d’animo, empatia verso gli altri e combinò questo con il dubbio di sé e la mancanza di fiducia nelle sue reazioni. Per tutta la vita guardò gli altri come modelli di ruoli e accettò umilmente le loro critiche. Attrasse inevitabilmente bulli che si ingrassarono sulle sue dipendenze.
La mancanza di fiducia in se stesso lo rese un amico dipendente da coloro che desideravano approfittare di lui per soddisfare i propri bisogni, lo spinse anche in un rapporto ossessivo con Zelda, lo rese esitante nello scrivere che cambiò dal facile all’eccessivamente ricercato. Per l’alcolismo, in cui il dubbio di sé lo fece cadere, fu giudicato da mercanti di scandali e amici della stessa risma in modo bigotto. Ma gli standard dell’America puritana non sono gli unici, e qui, ipocriti. Il libro di Meyer è pieno dei disastri sociali di Fitzgerald. E’ una erronea lettura scandalistica della sua vita sociale.

Più rilevante è l’accusa che Fitzgerald non riusciva a gestire il denaro. Lui, o piutttosto Zelda, sperperò i suoi guadagni all’inizio della carriera. Poi, per badare a moglie e figlia  contrasse forti debiti che le sceneggiature per il cinema a mala pena riuscirono a coprirle e morì in povertà. La sua vita è un esame del vivere basato su valori materialistici grossolani. e la sua narrativa una sottile condanna di questo.
Zelda Sua moglie era importante per Fitzgerald, per tutti motivi errati. Gli diede qualcuno di cui prendersi cura e questo aumentò la sua fiducia in se stesso; gli rovinò la vita, una dona neurologicamente instabile che divenne incapace di badare a se stessa; una donna mentalmente squilibrata quando lui la incontrò e che lo divenne ancor di più con gli anni. La sua è una storia triste. L’agonia in cui gettò il marito man mano che la sua malattia peggiorava fu terribile. Ma lui era uno scrittore. La usò come materiale e la sua narrativa è arricchita dal rapporto. A Fitzgerald furono sempre attribuiti errori che in realtà erano di Zelda e piuttosto che rimproverarlo dovremmo riconoscere la sua lealtà a lei.
Cosa rimane Fitzgerald era un uomo di immenso fascino, fisicamente attraente per i suoi occhi verdi e capelli biondi, immensamente intelligente e ovviamente dotato di talento. Era di costituzione delicata e fu sempre malato negli anni della maturità, cosa che raramente mostrò. La mancanza di fiducia in se stesso spesso gli guadagnò il disprezzo degli altri insieme all’invidia per i suoi successi. Dietro tutti i giudizi proferiti su Fitzgerald ce ne sono due. In realtà non viene censurata la quantità di alcol ma l’incapacità di reggerlo e di diventare e restare ricco. Due giudizi illegittimi.
La vita di Fitzgerald fu dedicata quasi interamente a trasformare la sua facilità nello scrivere nella capacità di scrivere narrativa significativa. Riuscì in questo intento e si  meritava di raggiungere di più. Mostrò anche lealtà a una moglie e ad amici che approfittarono di lui, lo costrinsero a sprecare il suo talento e minarono la fiducia che aveva nel cercare di usarlo.  Questa fu la sua vera tragedia.

©2014 Translation copyright Gianna Attardo.

31. L’OMICIDIO DI JFK

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Questo saggio su un omicidio commesso cinquant’anni fa è scritto per tutti quelli che, come me, non si sono soffermati sui dettagli di quel crimine (i pochi di noi!) e tenta di offrire una visione sommaria la più ampia possibile. A mio avviso, riflettere su un qualunque evento storico e chiedersi cosa sia realmente accaduto può offrire un notevole contributo alla visione che ciascuno ha della storia e al modo in cui interagiamo per formarla. Non sono un esperto di quanto scrivo e non ho alcuna informazione sugli eventi trattati, tuttavia ritengo che osservare e porsi delle domande rivelerà molto a quasi chiunque lo faccia.
Oggi, cinquant’anni fa nel 1964 (in realtà il 22 novembre 1963) il Presidente John Fitzgerald Kennedy fu ucciso a Dallas durante il tour della campagna per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti. Non mancano ‘spiegazioni’ sul come e perché dell’omicidio e sul responsabile: è il crimine irrisolto più famoso del mondo. Al momento dell’accaduto ero un adolescente e la cosa principale che ricordo sono i caratteri cubitali dei titoli dei giornali. In seguito mi sono capitati sotto gli occhi molti libri su questo crimine e io, a mia volta, ho cominciato a riflettere su cosa poteva essere accaduto. Esaminare con cura quegli eventi lontani porta a considerazioni intereressanti e anche a chiedersi come creiamo la storia, non come la registriamo. John Fitzgerald è famoso per essere stato la persona che quasi da sola ha impedito lo scoppio di una guerra nucleare con l’Unione Sovietica. Perché fu assassinato?
I TEMPI
Gli Anni sessanta erano un mondo diverso da quello di oggi e bisogna comprendere cosa accadeva, in America e altrove, per arrivare a capire perché alcune persone possano aver agito come hanno fatto. Era un periodo di quasi guerra civile negli USA, in Francia e Irlanda, il pericolo della bomba nucleare era reale, molte persone si sentivano minacciate dagli eventi. Vari interessi possono aver motivato quell’omicidio, ma è essenziale dar via a un esame tenendo sempre in mente questo complesso background.
*I Diritti Civili Martin Luther King Jr, probabilmente il più grande oratore americano, guidò la Marcia su Washington il 27 agosto 1963 e pronunciò il suo discorso ‘Ho un sogno’. Questo influenzò nel 1964, 1965, e in seguito, la legislazione contro la discriminazione. Portò anche alla formazione di gruppi che si battevano per i diritti delle donne, dei Messicani, degli Ispano-americani e degli omosessuali. Negli Anni sessanta l’America era vista da molti come una nazione in cui una plutocrazia bianca, protestante, aveva usurpato i diritti di molti gruppi di minoranza e questa usurpazione si imponeva all’attenzione con veemenza ed efficacia. King ricevette il premio Nobel per la pace il 14 novembre 1964 ma venne indagato dall’FBI come comunista (e per qualunque altra accusa che l’FBI poteva affibbiargli per discreditare il suo ruolo di attivista). Nel 1967 King si dichiarò apertamente contro la guerra nel Vietnam e organizzò una marcia di protesta a Washington il 15 aprile 1967. Venne ucciso il 4 aprile 1968 a Memphis nel Tennessee apparentemente da James Earl Ray. Ray, come Oswald, affermò di essere una vittima, che investigatori dell’FBI avevano ucciso King e di essere stato ingaggiato per fornir loro una copertura. Gli venne consigliato di dichiararsi colpevole per evitare la condanna a morte e in seguito tentò, senza successo, di modificare la sua dichiarazione. Sembra certo che l’FBI e altri gruppi nel governo addetti alla sicurezza vedevanoo King come una minaccia. Esistono dei paralleli su come furono compiuti i due assassinii, di King e JFK,. Uno potrebbe ben essere la chiave dell’altro.
° La Guerra Fredda Termine coniato da George Orwell. La rivalità che si era creata tra le due superpotenze Stati Uniti e Unione Sovietica per il dominio politico implicò due guerre su ampia scala, la guerra di Crimea, 1950-53, e la guerra del Vietnam, 1955-75, la paura rossa negli USA perseguita dal Senatore Joseph McCarthy dal 1950 al 1956, l’azione politica e militare contro Cuba comunista, inclusa la fallita invasione della Baia dei Porci del 1961 e la crisi missilistica del 1962, l’azione politica e terrorista contro i governi del Sud America che si protrasse dagli Anni cinquanta ai settanta, la corsa agli armamenti e l’accumulo di armi nucleari, la corsa allo spazio e una massiccia escalation di spionaggio reciproco con aumenti del budget e dei poteri della CIA. E’ in dubbio se le tanto proclamate differenze politiche tra comunismo e capitalismo fossero interamente una componente della Guerra Fredda che fu probabilmente iniziata per assicurarsi il controllo economico dei mercati strategici e giustificata da appelli all’idealismo politico e dalla paranoia popolare contro i ‘rossi’. Il Presidente Kennedy, sebbene inizialmente un sostenitore di McCarthy e un convinto anticomunista, al momento della morte aveva modificato considerevolmente le sue opinioni e cercava di porre una fine alla Guerra Fredda e operare un ravvicinamento al Premier Khruschev. La forte opposizione anticomunista che aveva visto questa espansione in una ‘guerra fredda’ aveva significato un crescita di tipo politico e finanziario per i molti che nell’amministrazione e nel settore militare si opponevano alle sue decisioni.
° La guerra nel Vietnam La guerra nel Vietnam uccise quasi 4 milioni di Vietnamiti, Cambogiani e Laotiani (gli ex- Indocinesi) e oltre 50.000 soldati americani negli anni 1955-75 quando gli USA combatterono per impedire al Governo Comunista di impossessarsi del paese. In molti modi fu una continuazione della Guerra di Crimea. Sia la Crimea che il Vietnam rimasero divisi in nazioni più deboli a nord e a sud. Nello stesso periodo l’America dovette combattere per impedire l’elezione di governi comunisti nel Sud America. La legittimità di un paese democratico che impedisce ai popoli dell’ Asia e del Sud America di eleggere il governo che desiderano è discutibile. La guerra si trasformò in un attacco aereo americano con l’uso di defoglianti e altre armi chimiche come bombe convenzionali contro un esercito guerrigliero difficilmente rilevabile. Entrambi gli schieramenti furono accusati di crimini di guerra incluso l’uso della tortura. Oltre che per la spesa fenomenale che gli Usa dovettero affrontare, la guerra fu molto impopolare, in quanto molti uomini chiamati alle armi erano i ‘figli dei fiori’ dell’era hippie. Oltre un terzo della popolazione americana giunse ad opporsi alla guerra, e il Presidente Johnson, che annullò la decisione dell’assassinato Presidente Kennedy di ritirare le truppe e che invece aumentò truppe e armamenti nel Vietnam, si rese molto impopolare.
°La cultura giovanile Alla Marcia su Washington dell’agosto 1963 guidata da Martin Luther King parteciparono due membri di alto profilo della cultura pop, Bob Dylan and Joan Baez. Il Presidente, JFK e sua moglie Jackie godevano di alta credibilità presso i giovani. Durante gli Anni sessanta un numero senza precedenti di adolescenti aveva sviluppato un approccio a molti problemi quali la politica, l’uso delle droghe, la convinzione della corruzione del potere, l’uso del potere che era radicalmente diverso da quello dei genitori. Volevano un mondo diverso da quello che la precedente generazione aveva amministrato così male ed erano abbastanza numerosi, affluenti ed eloquenti da riuscire quasi a crearlo. La pillola anticoncezionale accelerò la causa del femminismo, Malcolm X fu ucciso a New York ma il movimento del Black Power continuò. I Beatles dominavano la cultura e le classifiche della musica pop e aiutarono a rivoluzionarla. I giovani entrarono nella produzione di musica e divennero estremamente influenti. Dopo dieci anni di scontri sanguinosi tra polizia e studenti e altri manifestanti, nel 1969 si tenne nello Stato di New York il Festival di Woodstock che tentò di mostrare al mondo che la cultura hippie era basata sulla pace e sull’amore. Una quantità massiccia di droghe fu messa in circolazione da fonti sud americane, molte figure prominenti sulla scena della rivoluzione hippie e della musica pop ne morirono e il movimento divenne commercializzato e meno idealistico e assunse atteggiamenti Punk e Rap.
°La criminalità organizzata Era veramente organizzata. Zone e attività erano tenute sotto controllo e quelli che ne erano a capo lavoravano sodo con poliziotti e politici per assicurarsi che le cose andassero lisce. Assassini, ladri e altri fuorilegge erano mischiati a politici e membri dell’amministrazione del governo altrettanto corrotti (naturalmente è tutto diverso ora). Uno dei più corrotti era Jimmy Hoffa, leader del sindacato Teamsters, che divenne, lui e i suoi complici, milionario appropriandosi dei fondi del sindacato e gestendo frodi sugli alloggi. Hoffa era un amico intimo di Lyndon Baines Johnson, vice presidente sotto JFK. Può darsi che I Kennedy abbiano avuto in mente di incriminare Johnson per corruzione e disonestà nell’uso dei fondi pubblici. Hoffa era legato a J Edgar Hoover, capo dell’FBI, che era sempre più interessato a combattere l’espansione del comunismo che la criminalità organizzata. Hoffa era anche vicino a molti capi della Mafia per i quali agiva da banchiere. Robert Kennedy aveva intenzione di incriminare Hoffa. I fratelli Kennedy volevano lasciare un segno ma si fecero pericolosi nemici. Il 5 giugno 1968 quando Robert Kennedy si presentò come candidato democratico all’imminente elezione presidenziale, fu ucciso, presumibilmente, dall’anti Israeliano Sirhan Sirhan, nonostante prove che dimostrano che il colpo fatale partì da un’altra arma.
Questo è il background da prendere in considerazione quando si tenta di comprendere le questioni di fondo dell’omicidio di JFK. Potenti criminali collusi con il governo, rabbia popolare a favore e contro i diritti civili per i gruppi di minoranza, rivalità politica con l’Unione Sovietica, ostilità verso adolescenti che stavano creando la loro cultura alternativa e una guerra in Asia che nessuno voleva. Molte persone avevano a cuore questi problemi. Chi era a favore e chi contro la Bomba; chi si ribellava alla vecchia generazione attraverso la musica pop e il consumo delle droghe sperando di creare un mondo migliore; i più anziani che pensavano che si dovese vietare tutto; chi era a favore e chi contro il Vietnam, a favore e contro i comunisti. Molti non avevano le idee chiare su ciò cui si ribellavano, collegando il ritiro dal Vietnam o l’assunzione di droghe al comunismo. Gli Stati Uniti dovevano prendere posizione militare o cercare di trovare un modo per fermare la Guerra Fredda? Significava forse essere comunisti? Nessuno sapeva molto sulla criminalità organizzata.
ALCUNE VITTIME
Un aspetto dell’omicidio di John F Kennedy è l’esistenza di altre vittime, che morirono al momento e in seguito, che si potrebbero connettere a quell’omicidio o potrebbero esserne state fonte di informazioni. Il libro di Jerry Kroth Conspiracy in Camelot (qui di seguito) elenca 84 nomi di persone legate in qualche modo all’omicidio di JFK la cui causa di morte fu identificabile in 78 casi. Tra i nomi si trovano 20 omicidi, 19 morti accidentali, 13 suicidi, solo 17 morti per cause naturali. Le morti si verificarono realmente e sono incontrovertibili. Kroth si spinge troppo avanti?
“Fino a oggi sono stati presentati tre dati o gruppi di dati per suggerire che una cospirazione è una conclusione giustificabile: (1) Esiste prova fisica che suggerisce un colpo frontale al Presidente; (2) Le cause di morte di oltre 78 individui connesse con JFK o l’omicidio sono statisticamente anomale; e (3) esiste una concomitanza tra un sorprendente totale di undici morti e due convocazioni di udienze sull’omicidio di Kennedy nella metà degli Anni settanta”. (Jerry Kroth, Conspiracy in Camelot p.102)
In primo luogo la morte di figure più preminenti:
°Marilyn Monroe, amante di JFK e RFK scaricata da RFK, minacciò di dire tutto, uccisa dalla Mafia in modo da implicate RFK il 4 agosto 1962
°John Fitzgerald Kennedy, forse temuto dalle fazioni conservatrici e dall’FBI in quanto ritenuto a favore dei comunisti, colpito a morte il 22 novembre 1963
°Lee Harvey Oswald, legato come doppio agente alla CIA, colpito a morte dal gangster e contatto FBI Jack Ruby il 24 novembre 1963
°Malcolm X, leader influente dei militanti afro-americani ucciso da killer organizzati dall’agente dell’FBI John Ali il 21 febbraio 1965
°Jack Ruby, contatto della Mafia e dell’FBI, in rapporto con le forze di polizia di Dallas, morì di embolia polmonare poco prima di un nuovo processo il 3 gennaio 1967
°Martin Luther King Jr, ministro e leader afro-americano, ucciso da James Earl Ray, che accusò l’FBI, il 4 aprile 1968
°Bobby Kennedy, combattivo pubblico ministero nei processi contro figure della criminalità organizzata, colpito a morte da Sirhan Sirhan e forse da un altro il 5 giugno 1968
°Edward M Kennedy ferito in un incidente aereo il 19 giugno 1964, coinvolto in un incidente mortale, ritirò la nomina a Presidente il 18 luglio 1969
°Jimmy Hoffa, Presidente del Teamsters Union, condannato per corruzione e frode, scomparso, presumibilmente assassinato, il 30 luglio 1975.
Nel suo libro Jerry Kroth menziona 84 morti di figure minori, incluso le seguenti
°Karyn Kupcinet amica di Jack Ruby, che può aver avvertito dell’omicidio di JFK,
strangolata il 28 novembre 1963
°Maurice Baker, poliziotto di Dallas, amico di Jack Ruby, si uccise con un colpo di fucile il 3 dicembre 1963
°William Hunter giornalista, intervistò Jack Ruby, colpito al cuore da un poliziotto il 23 aprile 1964
°Gary Underhill ex investigatore della CIA disse che la CIA era implicata nell’omicidio di JFK, colpito alla testa e ucciso l’8 maggio 1964
°Jim Koethe, amico di Jack Ruby, in procinto di pubblicare un libro sull’omicidio di JFK, ucciso da un intruso (con un colpo di karate) il 21 settembre 1964
°Mary Mayer, amante di JFK e moglie di un agente della CIA, colpita a morte il 12 ottobre 1964
°Rose Cherami, amica di Jack Ruby, investita per la seconda volta e uccisa il 4 settembre 1965
°Dorothy Kilgallen colonnista di rubrica mondana indagata dall’FBI, intervistò Jack Ruby, suicidio o ingestione di barbiturico l’8 novembre 1965
°James Worrell vide un uomo, non Oswald, lasciare il Book Repository dopo l’uccisione, perse controllo della moto e fu ucciso il 6 novembre 1966
°David Ferrie, amico di Oswald, poco prima della deposizione morì di emorragia al cervello il 22 febbraio 1967. Lasciò una confessione di suicidio.

I dettagli riportati non sono la parte importante ma il modello generale. Quante sono le probabilità che così tante persone prominenti e testimoni in una indagine muoiano di morte violenta? Se un vostro amico morisse di morte violenta e anche numerose altre persone che conoscete dovessero morire di morte violenta voi sareste soddisfatti di ritenerle una coincidenza? Coloro che si oppongono all’idea di cospirazione avanzano dubbi sulle controversie, a giusta ragione, poiché gli elenchi di Kroth si sono allungati enormemente e inutilmente. Ma come potete spiegare il modello di così tante morti violente connesse con l’omicidio? Notate la morte di Jack Ruby. I lettori di Agata Cristie sapranno come un assassino può uccidere iniettando l’aria di una siringa vuota nell’arteria della vittima e farla sembrare una embolia polmonare. Notate la morte di James Worrell. I lettori di Ian Fleming conoscono gli effetti che può avere l’immissione di una sostanza esterna nel serbatoio della benzina. La macchina può improvvisamente bloccarsi ad alta velocità. Aggiungo che non c’è assolutamente prova del verficarsi di ciascuno di questi due eventi. Come potrebbe esservi? Sono menzionati solo nei romanzi gialli. Ma credo che qualunque spiegazione che non può spiegare o non spiega questo modello sarà falsa o fuorviante.

ALCUNE RAGIONI °
JFK pensava di effettuare un avvicinamento a Khruschev. Questo lo fece apparire a favore del Comunismo?
°JFK riteneva che fosse giunto il momento di ritirarsi dal Vietnam. Questo disturbò l’establishment militare?
°JFK si riteneva pronto a porre fine alla CIA. Questa reagì per impedirglielo?
°RFK intimidisce Jimmy Hoffa, reclutato dalla Mafia e amico dell’FBI e altri membri della Mafia. La Mafia reagì?
°JFK in procinto di rendere pubblica la carriera criminale di LBJ e destituirlo da Vice presidente. Johnson sarebbe ricorso a un crimine?
°JFK redasse il Civil Rights Bill l’11 giugno 1963 e parlò in televisione condannando la violenza razziale in Alabama. Questo provocò l’ostilità dei razzisti?
“In questo contesto arrivò Kennedy che prima di essere eletto fece il discorso convenzionale sulla minaccia della Guerra Fredda-Unione Sovietica ma che, dopo la fallita invasione della Baia dei Porci e la successiva crisi missilistica di Cuba, cambiò strada agli occhi del complesso militare-industriale. Fece un patto con Khrushcev e promise di lasciare Cuba in pace; e cominciò cercando di ridurre l’esercito di Cubani anti-castristi della CIA; firmò il Trattato del Bando di Test Nucleari; si preparava a permettere al Partito Comunista Italiano di entrare in una coalizione di governo in Italia, qualcosa che la CIA aveva cercato di impedire dal 1945, spendendo nel tempo di milioni di dollari e corrompendo completamente la società italiana; si prometteva di tagliare le spese della difesa americana all’estero per ridurre il deficit della bilancia dei pagamenti e intendeva iniziare con il ritiro degli USA dal Vietnam. Queste non sono azioni di un Guerriero della Guerra Fredda. La crisi missilistica cubana aveva spaventato i poltici che vi erano coinvolti.” (Robin Ramsay Who Shot JFK)
Queste potrebbero essere delle buone ragioni e non devono essere basate su fatti: considerarle possibilità sarebbe sufficiente. Una delle peculiarità dell’omicidio di JFK è che si presume che sia senza motivo, un colpo occasionale sparato da un killer squilibrato, Oswald. Questa sarebbe l’unica volta nella storia in cui un politico viene ucciso da questo tipo di omicidio. I politici di solito hanno molti nemici. JFK li aveva e omicidio politico. E JFK era circondato da molti Dottor Stranamore.
Kennedy è stato anche il presidente più carismatico che l’America abbia avuto e uno dei suoi maggiori oratori e, insieme ad Abraham Lincoln e Thomas Jefferson, è tra i presidenti più citati. Se era semplicemente retorica o meno JFK scosse gli Americani come pochi hanno fatto. Molti lo ammiravano e molti lo odiavano. Diede voce a molte nuove idee che si stavano affermando negli Anni sessanta. Un linguaggio che gli doveva essere fatale.
Disse “Se non possiamo eliminare le nostre differenze ora, almeno possiamo aiutare a rendere il mondo sicuro per la diversità”. Qualcuno non fu d’accordo.
UNA COSPIRAZIONE?
In linee generali sembra che ci siano due scuole di pensiero sull’omicidio. La prima sostiene le conclusioni della Commissione Warren secondo la quale fu coinvolto un solo uomo armato, Lee Harvey Oswald, che agì per motivi sconosciuti e il cui proiettile colpì due persone, JFK e il Governatore del Texas John Connally. Sebbene fosse formata da un gruppo di consulenti legali, la sentenza della Commissione non fu una dichiarazione di colpevolezza di Oswald: due comitati successivi trovarono erronee le conclusioni della Commissione Warren (sebbene uno fosse incerto). L’altra opinione è che vi furono implicati numerosi omicidi, che Kennedy fu colpito da due proiettili e che esisteva una qualche cospirazione per uccidere il Presidente. Entrambe le scuole di pensiero trovano errori inoppugnabili negli argomenti presentati dall’altra e probabilmente hanno ragione nel farlo, in quanto ritengo che vi siano errori negli argomenti di ciascuna parte.
Kroth and Sabato forniscono esempi che implicano che l’amministrazione Johnson, l’FBI e la CIA, e la Commissione Warren celarono, alterarono e distrussero prove relative all’omicidio di JFK. Se è vero, qui è la vera cospirazione. A mio avviso, ciò farebbe di questi gruppi di persone i complici in un omicidio e, quindi, loro stessi colpevoli di quell’omicidio. Soffocare un’indagine su un omicidio è colludere con l’omicida. Chi sostiene che Lee Harvey Hoswald era un pazzo isolato che non uccise JFK per nessuna ragione specifica si sta attenendo correttamente alle prove a disposizione, ma quelle prove possono essere state manomesse per confermare quella conclusione. Queste sono riflessioni da considerare.
ALCUNE OPINIONI
Uno sguardo in rete rivela l’esistenza di migliaia di siti sull’omicidio, molti danno informazioni ricche di interessanti dettagli, e alcuni richiedono una notevole conoscenza per comprendere perfino di cosa si parla. Ho trovato che la forza di alcune opinioni e lo scambio di vedute a volte rasentavano l’abuso. Mi sembra che ci siano alcune opinioni che potrebbero essere prese in considerazione:
°La teoria del l’uomo armato isolato, Oswald, motivo sconosciuto
°La teoria di un solo uomo armato, una persona sconosciuta, possibilmente un killer assoldato, con Oswald come manovra eversiva
°Due uomini armati, in attacchi organizzati separatamente, forse uno che spara un colpo dimostrativo o come esca, uno che spara per uccidere
°Uomo armato (uomini) sconosciuto, ma la faccenda mascherata per evitare allarme pubblico da parte dell’amministrazione/CIA/FBI/Servizi Segreti
°Uomini armati sconosciuti, ma il fatto coperto per nascondere indagine sul caso LBJ o altri gruppi forse corrotti
°Un complotto di Fidel Castro o di forze anti-castriste
°Un complotto della CIA
°Un complotto della Mafia
°Un complotto dell’FBI
°Un complotto che ha coinvolto due dei suddetti quattro gruppi che hanno agito insieme o separatamente, noti o sconosciuti l’uno all’altro.
Un aspetto legale riguardo Lee Harvey Hoswald che ha colpito la mia attenzione è che Oswald non affrontò un processo e le prove a suo carico non furono esaminate da una corte di giustizia. Quindi da un punto di vista legale l’omicidio di JFK è un crimine ancora irrisolto. L’affermazione che Oswald è l’omicida è legalmente inconsistente ed è passabile di azione legale qualora qualunque membro della famiglia Oswald volesse adire tali vie.
Ad alimentare le teorie di cospirazione sono alcune altre ‘cospirazioni’, ora note come reali, ma senza alcuna connessione nota con l’omicidio di JFK.
°Un’alleanza tra agenti della CIA e membri della Mafia per estromettere Fidel Castro da Cuba (la Mafia vi aveva posseduto casinò ‘nazionalizzati’)
° Ammonizioni da parte di Dwight D Eisenhower che figure nel ‘complesso militare/industriale’ soffiavano sulla guerra nel Vietnam
° La campagna di RFK contro la criminalità organizzata potrebbe aver portato al suo omicidio da parte di sicari della Mafia e forse solidificato l’opposizione a JFK.
ALCUNE DOMANDE
1. Perché un omicidio pubblico, mentre JFK era in tour elettorale circondato da folle di gente? Sembrerebbe un tattica più probabile quella di sbarazzarsi di lui svelando esempi di adulterio che erano anche infrazioni alla sicurezza, tattica che funzionò con John Profumo in Inghilterra il 5 giugno 1963, con Edward Kennedy nel 1969 e quasi arrivò a funzionare con Bill Clinton nel 1996. Questo avrebbe messo JFK fuori gioco e neutralizzato efficacemente la sua politica. O queste rivelazioni sarebbero state accettate dalla generazione del libero amore degli Anni sessanta?
Perché non renderlo inabile o ucciderlo con le sue medicine o con droghe come, apparentemente, accadde nel caso di Marilyn Monroe o sfiduciarlo sulla base delle sue condizioni fisiche? JFK mentì sul suo stato precario di salute quando entrò in Marina e di nuovo quando si presentò candidato alla Presidenza. Questi atti facevano di lui un rischio alla sicurezza e il suo celarli fu a dir poco altamente professionale. Le storie della lotta contro il dolore gli avrebbero solo portato simpatia?
2. L’omicidio, e la professionalità con cui fu portato a termine, fu un omicidio su commissione organizzato dalla Mafia? Tuttavia esistono buone ragioni per cui la Mafia non avrebbe commesso un tale omicidio. Era sotto un considerevole assillo da parte di RFK, il ministro della giustizia, e un tale omicidio sarebbe andato a finire nelle sue mani. Lui avrebbe potuto richiedere poteri speciali e un aumento di budget per perseguire la guerra contro la criminalità, e molto probabilmente li avrebbe ottenuti se l’omicidio fosse stato legato alla Mafia. I killer effettivi sarebbero stati membri della Mafia assoldati per compiere l’atto.
3. L’idea dell’omicidio partì dalla CIA? Un tale omicidio metteva la Cia in cattiva luce perché avrebbe dovuto intercettare qualunque attentato alla vita del Presidente. Era compito suo, o uno dei suoi, e aveva a disposizione un notevole budget per eseguirlo. John A McCone era stato nominato recentemente a capo della CIA ed era improbabile che distruggesse il suo patrono. Tuttavia esistevano nella CIA elementi che mal sopportavano la mutata opinione di JFK su Cuba, soprattutto il fallimento dell’invasione della Baia dei Porci, e questi, insieme a forze anticastriste, potrebbero essere state disposti a creare un incidente come un colpo d’arma da fuoco attribuito a un uomo armato pro-Cuba e anti-Castro per dimostrare a Kennedy che Cuba era ancora un’area instabile e aveva bisogno di una presa di posizione più aggressiva. Si potrebbe dire che esiste una certa evidenza che Lee Harvey Oswald abbia avuto una qualche sorta di doppio ruolo periferico nella CIA e possa essere stato scelto per sparare un tale colpo di avvertimento. Se esisteva, il complotto potrebbe aver ispirato una congiura effettiva di omicidio da parte di un altro gruppo, come l’FBI, usando il supposto uomo armato anti-Castro come capro espiatorio.
4. E l’FBI? In primo luogo una tale uccisione metteva anche l’FBI in cattiva luce in quanto sarebbe dovuta essere a conoscenza dell’attentato e avrebbe dovuto impedirlo. A capo dell’FBI era J Edgar Hoover, che aveva diretto l’FBI fin dalla sua formazione nel 1935 ed era ora vicino ai settanta e considerato senile da alcuni. Hoover era ossessionato dal Comunismo, e dirigeva le attività del suo dipartimento in gran parte raccogliendo informazioni su quelli che lui riteneva simpatizzanti ‘rossi’ quali Martin Luther King Jr. Hoover era furioso quanto il Senatore Joseph McCarthy. La politica di JFK di accordo con la Russia probabilmente gli appariva favorevole al Comunismo. Hoover era conosciuto da figure della Mafia e conosceva Jimmy Hoffa, leader della Teamsters Union, un noto membro del mondo della malavita. E’ pensabile immaginare che Hoover possa essere stato abbastanza squilibrato da avviare una campagna di eliminazione di figure che percepiva come minacce comuniste agli USA. Il suo metodo consisteva nell’ accumulare informazioni screditanti e poi virtualmente ricattare quelle figure per impedir loro di agire. JFK sarebbe stato abbastanza incurante da scrollarsi di dosso il suo atteggiamento?
5. E LBJ? Dopo l’omicidio il principale beneficiario fu Lyndon Johnson. Aveva alle spalle una sgradevole reputazione di corruzione e stava per essere destituito da Kennedy dalla carica di Vice-presidente, ma ora era il Presidente effettivo degli USA. Era amico di Hoover e apparentemente seppe dell’omicidio prima che si verificasse. Ne venne a conoscenza subito, sembra che abbia dato istruzioni alla Polizia di Dallas per arrestare Oswald e ucciderlo in caso di resistenza. Quando la polizia non riuscì a sparare allora Ruby fu chiamato (era noto alla polizia) a fare il lavoro. La Polizia andò in cerca di Oswald anche prima dell’omicidio, presumibilmente perché non si era presentato al lavoro quella mattina nell’edificio del Book Depository, questo a mala pena un crimine. E Oswald era lì secondo altri membri del personale. Johnson organizzò anche la Warren Commission, evitando che RFK investigasse sul caso in qualità di Procuratore Generale. Sembra che la Warren Commission abbia convenuto sul dichiarare Oswald l’unico omicida implicato e lo fece. Questo non dava luogo a procedere a qualunque ulteriore investigazione, pensò Johnson,
6. Fu implicato più di un gruppo? Più di un tentativo di omicidio? Si approfittò di un colpo di avvertimento sparato da un gruppo per perpetrare un vero omicidio? Un omicidio poi una copertura da parte di un terzo gruppo?
7. Oswald fu l’omicida? Oswald non affrontò mai un processo quindi non lo sapremo mai con certezza. Ma mi colpisce che un buon avvocato difensore possa aver tirato fuori dal tribunale il caso contro di lui. Dicono che fu visto per un minuto, forse meno, nella mensa del Book Depository, dopo che il Presidente fu ucciso. E’ questo un alibi? I precedenti di Oswald come tiratore scelto nei Marines sono modesti. Voi membri della giuria affermate che ha salito di corsa cinque rampe di scale, ha preso un fucile, ha mirato, ha sparato tre colpi due dei quali hanno colpito il bersaglio (cosa in cui Oswald non era mai riuscito prima), lasciato dietro di sé il fucile e i bossoli espulsi, sia corso giù per cinque rampe di scale, tutto in cinque minuti?. Esistono ragionevoli dubbi membri della giuria che questo sia stato possibile? Dite che quest’ uomo ha eretto una barriera di scatole di cartone sul posto di lavoro per nascondere le sue attività. Lo sparo di tre colpi non avrebbe svelato quali fossero quelle attività? Allora perché la barriera? Dite che un proiettile ha colpito non solo una persona ma due, la seconda due volte. Quanti altri esempi di una tale ferimento multiplo conoscete? Come spiegate che una pallottola, probabilmente con un involucro di metallo pesante, abbia causato queste ferite e tuttavia il colpo fatale partì da una pallottola di un altro tipo, una pallottola esplosiva che ha mandato in frantumi sparsi da tutte le parti la testa del Presidente, una ferita totalmente diversa dalle altre? Per ultimo, dite che quest’uomo ha lasciato prove che lo hanno incriminato alla scena del crimine, ha sceso le scale e ha bevuto una coca cola nella mensa e poi è andato a casa. State suggerendo che voleva essere accusato di omicidio? Penso che Oswald sarebbe stato rilasciato per motivi di ragionevole dubbio. Non sarebbe mai stato accusato di omicidio. Quindi doveva morire.

8. Perché Oswld fu l’unico sospetto? Dopo tutto, non ve ne era motivo. Perché non fu indagato nessun gruppo ostile alla politica di JFK? La polizia è andata in cerca di Oswald fin dall’inizio dell’indagine. Normalmente avrebbe dovuto parlare con testimoni, studiare le traiettorie dei proiettili, setacciare edifici, cordonare tutte le aree, intervistare e poi perquisire tutti i partecipanti del corteo. Sembra che sapesse chi era Oswald. Lui, da parte sua, sembrava aspettarsi l’arresto. Il taxi di ritorno a casa dal posto di lavoro passò davanti alla sua casa, quindi Oswald poté controllarla prima di scendere. Evitò la sparatoria entrando in un teatro pubblico e gridando ‘non opporrò resistenza all’arresto’ quando fu avvicinato dalla polizia. Alle 12.15 del giorno dell’assassinio Oswald si trovava nella tavola calda del secondo piano, poi fu visto di nuovo alle 12.31. Si presume che sia corso al sesto piano, abbia ucciso il Presidente, e sia sceso di nuovo. Non sapeva quando sarebbe passato il Presidente e non avrebbe potuto sapere che aveva cinque minuti di ritardo sull’orario fissato. Doveva arrivare alle 12.25, è arrivato alle 12.30. Quando fu arrestato non si conosceva la traiettoria delle pallottole che colpirono il Presidente, tuttavia la polizia trovò un comodo ‘covo del cecchino’ al Book Depository e non guardò mai altrove. Sembra che il crimine sia stato risolto in anticipo. A Oswald furono impartite istruzioni per essere il franco tiratore che doveva sparare un colpo di avvertimento e mancare il bersaglio per essere arrestato con quell’accusa minore e poi rilasciato?
9. C’è stata una copertura? Alcuni minuti dopo l’omicidio la limousine del Presidente fu portata al suo albergo e il corpo rimosso per analisi medica. Un uomo, non identificato ma dichiaratosi membro dei Servizi Segreti, ordinò poi al personale dell’albergo di lavare e pulire l’interno della vettura. Perfino al tempo di Sherlock Holmes si sapeva che nessuno doveva interferire nella scena del crimine, tuttavia qui, minuti dopo che era stato commesso, furono rimosse prove vitali a una indagine. In particolare, la rimozione del modello di dispersione del sangue che conteneva l’unica chiara prova del punto di partenza dei colpi. Si può presumere che ci siano state altre alterazioni. Si è affermato che due diverse autopsie mostrarono due ferite differenti e che una di queste era di un altro cadavere fotografato in modo da sviare l’indagine sulla natura del colpo fatale. Nel mio sguardo ai siti internet ho trovato che apparentemente nessun esame era stato fatto dei componenti del corteo a cavallo che circondavano JFK , tuttavia alcuni di loro erano armati. Invece, le attività della polizia furono tutte concentrate sull’arresto di Oswald. Non furono esaminati altri luoghi lungo il percorso del Presidente da cui sarebbe stato possibile sparare un colpo. Questo equivale a dire che dopo l’omicidio di un Presidente le autorità responsabili non indagano sul crimine. E non lo hanno fatto da allora. Cosa implica questo? Invece, tutto lo sforzo è stato concentrato sull’incolpare o discolpare Oswald. Ma e se Oswald fosse un vero capro espiatorio?
10. Il crimine verrà mai risolto? Tranne una piccola confessione (non una folle) probabilmente no poiché la maggior parte delle prove è scomparsa o forse ancora celata. A mio avviso è necessario che l’omicida risponda a queste caratteristiche:
°Deve essere collegato ad almeno qualcuna delle altre uccisioni associate con l’omicidio di Kennedy
°Deve essere stato a conoscenza della collocazione delle forze di sicurezza intorno al Presidente
°Deve aver mostrato di obiettare ad alcune delle politiche di JFK su forti base ideologiche e protestato contro di lui a riguardo
°Deve aver avuto capacità e conoscenze per commettere un omicidio e averle avute prima e dopo l’omicidio di JFK
°Deve aver avuto il prestigio e le conoscenze necessarie per organizzare una copertura dell’omicidio da parte dell’amministrazione LBJ.
Penso che l’omicidio di JFK faccia parte di un gruppo di omicidi derivanti dai tempi dalla Guerra Fredda, e certamente oggetto di copertura da parte delle amministrazioni successive. Penso che le modalità sarebbero state conformi all’atteggiamento del Senatore Joseph McCarthy contro i rossi.

UNA CONCLUSIONE

Uno degli aspetti interessanti dell’omicidio è il grado in cui coinvolge figure e organizzazioni governative che lega al mondo della criminalità. Ciò potrebbe significare che il governo americano non era/è democratico ma un’elite di potere che si associa con i criminali per trarre profitto dal potenziale economico del paese e dalla sua posizione di potere. Il gap tra il votante e la rappresentanza eletta è diventato troppo ampio. Per cui perché votare? Tu non voti? JFK è stato l’Ultimo Democratico? (l’ultimo democratico)? E potrebbe anche dimostrare che la carica di Presidente americano era/è una posizione prestanome non una di autorità effettiva e che JFK fatalmente non comprese questo. I tempi erano difficili. Ma il Presidente ucciso ha mostrato un’insolita abilità di fronte ai problemi che dovette affrontare. La sua morte ha fatto strada a una palude di disastri: Vietnam, uccisioni per i Diritti Civili, continuazione della Guerra Fredda, Watergate, guerra in Iraq. Un lungo elenco.
L’uccisione è una tragedia che segna la fine di un’era di innocenza politica per la maggior parte degli Americani. Quello che si è perduto fu la fiducia nei suoi leader proprio come l’omicidio di JFK nel 1980 fu la fine del ‘potere dei fiori’ e la speranza che i giovani potessero cambiare il mondo.
LIBRI
1. Libra di Don DeLillo (Einaudi 2002) La storia immaginata di Lee Harvey Oswald dà plausibilità al mondo della Guerra Fredda e alla sua opposizione alla presa del potere di Castro a Cuba. Oswald viene presentato come un uomo intelligente che rimase una pedina nei suoi contatti con la CIA e uno le cui vere convinzioni non erano certe nemmeno a se stesso. Suggerisce che l’uccisione può essere stata accidentale, un colpo di avvertimento che in realtà colpì il bersaglio. Un grande libro.
2. American Tabloid di James Ellroy (Mondadori 1995)
Senza dare alcun dettaglio sull’omicidio di JFK Ellroy spiega come fu compiuto il crimine. Rileggetelo: nessuna spiegazione plausibile di come fu compiuto l’omicidio (devo ancora leggerne una che non sia intricata come il rovesciamento dell’Impero Bizantino) ma un quadro di interessi personali, paranoia, durezza e crudeltà che mostra come portarono all’evento. E il gap fatale tra realtà e immagine (da notare il titolo). Inizia bene con una concisa descrizione del milieu dei Kennedy ma divaga sulla collusione Cuba/CIA.
3. Conspiracy in Camelot di Jerry Kroth (Algora 2003)
Un’ eccellente rassegna delle teorie di prove e cospirazione. Non imparziale quanto sembra poiché Kroth ritiene che l’omicidio fu il risultato di una cospirazione. Tuttavia, analizza tutte le teorie. Non riesce ad arrivare a nessuna conclusione chiara. Suggerisce che quelli che hanno una teoria a volte possono avere un’ intenzione nascosta. Il libro include un capitolo di brevi sketch psicologici dei personaggi principali e tenta di guardare a ciò che l’omicidio significa e ha significato per il popolo americano.
4. Who Shot JFK? di Robin Ramsay (Pocket Essentials 2007)
Una sorta di guida (circa150 pagine) sulla quantità allarmante di scritti e teorie sull’omicidio di JFK. Organizzato per temi, a volte mi ha confuso quando tenta di infilare nuove rivelazioni nelle teorie esistenti. Probabilmente un buon punto di partenza se si vuole approfondire opinioni su chi fosse responsabile. Non è una spiegazione chiara e semplice di ciò che in definitiva si conosce. Opta per la teoria di LBJ come killer.
5. The Kennedy Half Century di Larry J Sabato (Bloomsbury 2013)
Ben scritto e totalmente avvincente nella maggior parte delle sue 700 pagine, è un’analisi dell’elezione di Kennedy alla Presidenza, degli anni in cui fu in carica, della campagna per l’elezione del ’63, dell’omicidio, di indagini e teorie e dell’eredità lasciata da Kennedy con cui i successivi otto Presidenti hanno dovuto confrontarsi. Sabato è corretto nella sua valutazione delle teorie di cospirazione, tuttavia non prende posizione sulle prove e, poiché mostra che queste sono state distrutte, sono ancora celate, o sono state alterate, sebbene tenda a incolpare la CIA è costretto a considerarlo un crimine irrisolto.
©2014 Translation copyright Gianna Attardo.

30. STEVE JOBS: FOLLEMENTE GRANDE

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Nel 1977 il grande scrittore di saghe George Lucas ha realizzato uno dei più grandi film campione di incassi di tutti i tempi, Star Wars ed è riuscito a convincere un’intera generazione che tutti potevano essere i cavalieri Jedi che lottavano per affrancare l’universo dalla cattiva repubblica galattica e liberare la principessa Leia con le loro spade laser. Star Wars è stato anche pioniere nella storia degli effetti speciali nel cinema e nel marketing di prodotti basati sul film. Non ho la minima idea di cosa pensasse Steve Jobs di Star Wars, ma lui fu capace di raddoppiare l’impatto del film quando all’inizio della decade successiva convinse gli utenti di Apple Computers in tutto il mondo che fare guerra al Grande Fratello di Orwell significava lottare per la libertà. Anche Jobs era destinato ad avere un impatto come autore americano di saghe. Ma il suo mezzo era la pubblicità e la pubblicità non dura, al contrario della fantasia creativa di Star Wars che stimolò i sogni di milioni di persone. Il famoso spot pubblicitario del 1984, in cui l’atleta manda in frantumi uno schermo su cui il Grande Fratello (altrimenti noto come IBM) sbraita alle masse e dove mostra lo strumento della liberazione, il computer Macintosh di Apple, oggi sembra alquanto sciocco. Il calcio al controllo totalitario che ti digrigna in faccia (immagine di Orwell) non si elimina rompendo qualche vetro.

La biografia di Steve Jobs, opera di Walter Isaacson (Simon and Schuster 2011), fa, diciamo così, un buon lavoro, ma mostra soltanto, all’interno del modo in cui il libro è stato scritto, le contraddizioni inerenti e radicali dell’uomo. A parte ciò resta un’ utile compilazione di materiale originale di documentazione.

Esiste una notevole differenza tra uno scrittore e un cronista, sono stato entrambi e riesco ad apprezzarla. Isaacson è un cronista. Il suo libro è il frutto di centinaia di interviste  a Jobs,alla famiglia e ai colleghi. Isaacson sembra sommerso dal suo materiale che presenta ad hoc, senza digerirlo, né concedersi il tempo necessario per assorbirlo ed arrivare a una visione equilibrata sull’argomento. Forse la casa produttrice voleva garantirsi la vendita del libro nello stesso anno di morte di Jobs. Tuttavia, anche  in precedenza avevo nutrito riserve simili riguardo il libro di Isaacson su Einstein (Simon and Schuster 2007). Molti fatti, ricerca meticolosa, ma assenza di considerazioni sul significato ultimo di entrambe le figure oltre quello riportato dagli intervistati. Ciononostante, entrambi i soggetti sono Politically Correct (trendy) ed entrambi i libri sono diventati dei bestseller.

Einstein è stato un scienziato influente e anche un brillante educatore e ha modificato la consapevolezza della gente comune del suo tempo e del nostro. Lo stesso può dirsi di Jobs, tranne che lui è stato un brillante venditore, non uno scienziato e certamente non un ingegnere informatico. In altre parole, Jobs non dovrebbe essere preso per oro colato perché stava sempre cercando di venderci qualcosa. La vita e le idee di Jobs  hanno effetto su un vasto gruppo di persone, quelle abbastanza affluenti da esplorare un nuovo stile di vita basato sulla tecnologia informatica e rimane influente nel senso che molti oggi considerano essenziali aggeggi elettronici che prima ritenevano opzionali. Jobs ha inventato una nuova definizione di ‘sicuro di sé’, una che riguardava gente con cordini bianchi attaccati alle orecchie.

Ciò che ben presto emerge dalla biografia di Isaacson è la personalità inquieta, maniaco-depressiva, ossessivo-compulsiva e schizofrenica di Jobs, forse non in termini clinico ma di psicologia del comportamento. Pensava di essere al di sopra degli standard di comportamento normale e di poter manipolare gli altri a suo piacimento, fatto che scopriamo in quanto Isaacson riporta opinioni su Jobs  e reazioni sia di amici che di nemici. Alcuni lo disprezzavano e lo odiavano, e lo odiano tuttora, altri lo ammirano e lo adulano. Nel corso del libro si può osservare come Isaacson soccombe al fascino di Jobs e ne diventa un ammiratore. La conquista di Jobs fu che alla fine la sua disfunzione riuscì a ispirare molte persone. Fece letteralmente impazzire altre.

Sembra che Jobs vivesse in un mondo di fantasia dove esistevano solo bene e male, bianco e nero, pro e contro, “prodotti incredibilmente eccezionali” o porcherie. Il fascino di queste polarità ha ripercussioni politiche ed è proprio la prospettiva politica della carriera di Jobs ad avere implicazioni più interessanti di quanto non faccia la prospettiva commerciale. La vita di Jobs è stata uno sforzo costante teso alla ricerca di certezza. Le certezze sono più facili da lanciare sul mercato. Le certezze incatenano la gente.

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Jobs fu adottato da bambino e questo fatto viene subito enfatizzato da Jobs e Isaacson. Isaacson svela una notevole quantità di informazioni sui genitori biologici di Jobs, la ragione per cui fu dato in adozione, il suo rapporto con i genitori adottivi e l’effetto che tutto ciò ebbe sulla sua personalità. Isaacson si fa guidare da Jobs in questo. Jobs considerava importante questa sua realtà personale. In seguito nel libro cambia idea. La sua adozione non lasciò un segno, non influenzò lo sviluppo della sua personalità. A voi la scelta. Isaacson riporta entrambe le versioni, entrambi i punti di vista espressi da Steve Jobs.

Jobs non andò bene né a scuola né al college in quanto non riuscì a inserirsi o a conformarsi. Per sua natura si adattò perfettamente alla controcultura degli Anni sessanta, disse che prendere LSD era stata l’esperienza più importante della sua vita. Fu a fasi alterne vegano e vegetariano e si abbandonò a una dieta rigida fino a un limite estremo che avrebbe potuto danneggiare la sua salute. Passò del tempo seduto ai piedi di un guru in India, sviluppò un fascino per il Buddismo Zen e ammirò il movimento che divenne poi il Whole Earth Catalog. Quest’ultimo doveva diventare un modello di carriera per concludere affari fruttuosi attraverso la vendita di materiale per uno stile di vita alternativo.

Allo stesso tempo Jobs si mostrò un maniaco del controllo assoluto nei suoi rapporti e nei sodalizi professionali, controllo su ogni dettaglio di ciò che gli apparteneva con notevole sofferenza di amici e colleghi. PerJobs se non eri con lui eri contro di lui. Pochi rimasero indifferenti. Jobs aveva scoperto l’ intuizione di Tom Robbins espressa in Even Cowgirls Get the Blues, che puoi cambiare la realtà dal modo in cui la pensi.

Jobs  trovò i rapporti personali difficili e questo continuò dopo che si sposò e si fece una famiglia. Il trattamento che Isaacson fa della vita personale di Jobs è poco convincente e si sospetta che molto sia stato omesso dall’insieme dei dati. Jobs appare uno che, come tutti noi, ha difficoltà nei rapporti e questo aspetto del libro ne costituisce la parte meno interessante, al contrario di quella che riguarda i suoi rapporti con Apple,.

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Il più importante dei suoi primi colleghi fu Steve Wozniak, un vicino che condivideva con lui il fascino per l’elettronica ma in un modo molto più pratico ed efficace. I due dividevano un garage che usavano come officina di lavoro e fu lì che Wozniak concepì l’idea e realizzò modelli concreti del personal computer, uno non per gli appassionati di elettronica ma per tutti noi. E poiché Jobs gli chiese di  farlo.

Chiunque abbia lavorato in un ufficio alla fine degli Anni settanta saprà come erano i computer a quel tempo. Occupavano intere stanze e i programmatori avevano un enorme potere in quanto nessuno sapeva cosa facessero o come lo facessero. Prima della comparsa del personal computer il senso di impotenza diffuso che si provava di fronte a un computer era pari a quello che si sentiva di fronte alla bomba atomica. Wozniak divenne una delle persone più influenti della storia, per esempio di gran lunga più di Johannes Gutenberg. Wozniak non comprese cosa avesse fatto oltre a risolvere impossibili problemi di circuito. Voleva semplicemente condividerli con tutti gli altri del gruppo interessati all’elettronica. Fu un appassionato di informatica in anticipo sui tempi. Non notò neppure la mania di controllo di Jobs. Ma Jobs la pensava diversamente.

Jobs non era diverso da tutti gli uomini d’affari che non erano andati in India. Voleva vendere l’invenzione e voleva anche fondare una società per venderla, una cosa piuttosto audace per un paio di ragazzi.  Ma i tempi erano maturi. Quando fu fondata Apple Computers i proprietari erano tre. Jobs voleva farne una società pubblica, era una follia ma aveva ragione. Come società pubblica,  nel lasso di tre anni, Apple divenne una delle più ricche d’America e Jobs e Wozniac  milionari da un giorno all’altro, poi miliardari. Jobs offrì un contratto a un vicino di nome Bill Gates la cui società, piccola a quel tempo, elaborava software, mossa piuttosto rivoluzionaria a quel tempo. Word ed Excel di Microsoft misero in evidenza la qualità dell’integrazione del computer Apple, una piccola macchina da tavolo con un’interfaccia grafica sviluppata da Apple da un prototipo Xerox e accresciuta dal rivoluzionario software MacPaint creato da un altro gigante dell’industria dei computer, Bill Atkinson. Prima di MacPaint  e dell’iniziativa del mouse Xerox tutto era impartito al computer sulla riga di comando e gli utenti dovevano essere in una certa misura dei programmatori. Dopo MacPaint gli utenti poterono semplicemente usare le loro abilità da non programmatori e l’interpretazione veniva fatta dall’interfaccia, Mac OS, che usava un codice creato per MacPaint.

Lo sviluppo da parte di Apple fu rivoluzionario e cambiò in modo sostanzioso le abitudini e il modo di pensare della gente. Questo è ciò che Apple affermava nella sua pubblicità. Tuttavia è necessario fare una distinzione. Quando Jobs e Apple lo dichiaravano si trattava di pura pubblicità. Servì l’aiuto che Jobs  ricevette da un genio pubblicitario, Lee Clow, ma fu il modo in cui la gente usò la tecnologia che fu rivoluzionario.

E’ difficile stabilire quale sia stato il ruolo di Jobs in questa invenzione. Isaacson  ritiene che sia stato cruciale, che il personal computer non avrebbe avuto uno sviluppo se Jobs non l’avesse lanciato sul  mercato nel  modo in cui lo fece. Non lo so. Fu un’idea rivoluzionaria e utile e penso che sarebbe stata adottata da molte aziende ma il processo sarebbe stato lento, il design radicalmente diverso e non ci sarebbe stata una società, Apple Computers, a ricavarne miliardi di dollari senza Steve Jobs. Jobs non inventò né sviluppò il procedimento necessario ma fece di se stesso e di Apple il fulcro di ciò che garantiva.

In tutta la carriera di Jobs esiste questa ambiguità di fondo. Fu un astuto uomo d’affari capace di usare la tecnologia per far profitti? O Jobs ebbe un ruolo nello sviluppo della tecnologia che stava dietro al personal computer che in qualche modo formò un ambiente in cui potesse fiorire? Fu uno sfruttatore o un ispiratore?

Isaacson affronta l’arduo compito di tracciare le linee della carriera di Jobs come manager di Apple senza impegnarsi in un giudizio. Jobs era il classico cattivo manager che calpestava i diritti di tutti, pretendeva completa obbedienza o si sentiva tradito se non la riceveva, mentiva ai suoi dipendenti, si attribuiva i loro successi e li biasimava per i suoi errori, li insultava, era temuto per i suoi accessi di collera, Poiché non sapeva molto di computer Jobs spesso chiedeva l’impossibile. Ma siccome si trattava di una nuova industria  pochi sapevano con esattezza cosa fosse possibile e cosa impossibile. I dipendenti di Apple frequentemente riuscivano a fare l’impossibile come richiesto.

Alla fine Jobs fu rimosso dal suo incarico di amministratore delegato di Apple. Agli occhi del  Consiglio di Amministrazione lo stile di gestione di Jobs causava una perdita di talenti in quanto lo staff abbandonava il lavoro con rabbia o veniva arbitrariamente licenziato. L’ex presidente della Pepsi, John Scully, fu scelto come amministratore delegato e fece convergere l’attenzione della società sul raggiungimento della stabilità finanziaria anziché sull’esplorazione di nuove tecnologie. Alla fine Jobs fu estromesso completamente e lasciò la società mantenendo solo una quota in Apple.

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Tuttavia questo non lo fermò. Jobs fondò una nuova società,  NeXT Computing. I suoi ingegneri svilupparono un nuovo sistema operativo che doveva  alla fine confluire in Macintosh OS X. Come parte dell’accordo con la Oxford University Press, e sembrerebbe in modo alquanto fortuito, Jobs fondò l’industria dell’ebook nel tentativo di offrire i computer NeXT con strumenti di consultazione quali dizionari e thesaurus. Prese una quota nella Pixar, una società di ‘computer generated imagery’ di George Lucas che venne poi acquistata dalla Disney lasciando Jobs con quote sostanziose in quella società e apparentemente più potente che mai negli affari.

Nel frattempo sembrò che Apple fosse quasi sull’orlo del fallimento. Sotto un susseguirsi di amministratori delegati sviluppò troppe buone idee (inclusi un predecessore dell’iPad, chiamato Newton) senza portarne nessuna a compimento e diversificò la sua gamma fino a un limite esagerato. I costi cominciarono a superare le vendite. Avevano bisogno di aiuto e pensarono che il fondatore della società potesse in qualche modo imprimere una svolta alla situazione. Non esisteva nessun altro da prendere in considerazione.

Jobs tornò e ridusse drammaticamente la gamma dei prodotti R e D e il personale.  In Apple conobbe Jonathan  Ive, probabilmente la figura più influente nel disegno industriale dopo Louis Tiffany (e Jobs ebbe un ruolo simile a Charles, il fratello di Louis nel suo rapporto con Ive). Ive reinventò il personal computer concentrandosi sul design non sul circuito, una tendenza che non si è interrotta da allora. Creò iMac, l’internet computer che si inseriva in una presa sulla parete, veniva usato intuitivamente ed era anche un bel mobile. A causa del successo di iMac il capitale sociale di Apple aumentò vertiginosamente e Apple fu nuovamente leader nel settore dei computer.
Quale fu il ruolo di Jobs? Lui non inventò  iMac, lo vendette. Avrebbe avuto comunque successo? Non potremo mai dare una risposta a questa domanda.

Jobs quindi fece una mossa inaspettata. Avendo ottenuto per Apple il dominio sul mercato per la seconda volta, si allontanò dall’industria informatica. Il computer, disse, sarebbe stato il nucleo dello stile digitale di vita del futuro. Microsoft pensò la stessa cosa e investì nella TV digitale. Nel campo del lettore di musica portatile Jobs notò che i giganti dell’industria della musica non erano preparati per i formati audio digitali. Erano attaccati dalla pirateria che riduceva i loro altissimi profitti, facevano causa ai loro stessi consumatori per presunta pirateria e avevano poco da offrire ai clienti in termini di lettori di musica portatili. Con quella che fu probabilmente la sua mossa più astuta nel campo degli affari, Jobs lasciò John Ive libero di  elaborare un dispositivo che divenne l’iPod e negoziò una licenza di vendita al dettaglio, poi diventata iTunes store, con le società di distribuzione di musica . Lungo il percorso Apple impedì lo sviluppo di tutti gli altri lettori di musica per Macintosh, molti dei quali erano superiori ad iTunes togliendo agli sviluppatori l’accesso alle fonti del codice OS.  Apple inoltre dichiarò, incorrettamente, che la scelta era semplice: pirateria o iTunes. Due mosse che riducevano in modo significativo le scelte del consumatore. Entrambe andavano a vantaggio di Apple.

A questo punto sembrò che Jobs e Apple  avessero riscosso troppo successo. Un’iniziativa precedente, che aveva rappresentato un’altra mossa astuta di Jobs a garanzia di enormi profitti per Apple, era stata quella di Apple Store, punti vendita di computer che dimostravano e vendevano Macintosh. Con iTunes Store, tuttavia, Apple si muoveva nel regno discutibile e illegale dei cartelli privati. Ciò può aver riflesso il fatto che le compagnie di distribuzione di musica, le cosiddette ‘Big Four’, stavano da anni in un cartello privato forzando in alto il prezzo della musica per i consumatori e spingendo in basso i diritti d’autore per i musicisti e, erano di conseguenza diventate tra le compagnie più ricche al mondo. Malgrado la legislazione Anti Trust americana autorizzi il governo a perseguire compagnie che formano cartelli, i governi  raramente possono permettersi di proteggere in questo modo i consumatori. Il  Governo americano vi riuscì nel caso contro Microsoft solo perché la compagnia era stata abbastanza negligente da lasciare prove delle sue attività illegali.

In un certo senso uno come Jobs, maniaco del controllo, era destinato a gravitare in attività di cartello. Il computer Apple per Jobs doveva essere il più possibile perfetto. Allo stesso modo, l’esperienza dell’utente il più possibile perfetta. Ogni dettaglio dell’esperienza era controllato da Jobs Il design nel case, l’ imballaggio, il software, l’eliminazione delle parti non necessarie quali interruttori di accensione e spegnimento e il driver di floppy disk e ora la musica che si sceglie, come e quando la suoni e quanto la paghi. Questo si faceva attraverso il software DRM (Digital Rights Management).

Basta solo immaginare il DRM applicato al normale acquisto, diciamo di un libro stampato. Entri in una libreria e acquisti un libro. Prima devi firmare una dichiarazione con valore legale che non lo presterai a nessuno dei tuoi amici né lo scannerizzerai sul tuo computer, non lo registrerai o ne farai un film. Lo porti a casa. Dimentichi la dichiarazione e presti il libro. Poi scopri che il libro ha una targhetta elettronica in grado di segnalare che è stato portato fuori dalla sede autorizzata. Ricevi una visita dalla CVP (Copyright Violation Police). Il risultato è una multa di 10.000 dollari, confisca del tuo computer. Ora sei segnalato e diventa virtualmente impossibile per te comprare un libro in futuro. Tutti coloro che ascoltano, leggono o guardano i media sono sotto controllo. Possono anche pensare a loro stessi, possono pensarla diversamente (con un’alzata di spalle) nella vita reale, non in una pubblicità.

DRM  ti protegge dai fastidi della polizia, impedisce semplicemente che il tuo libro o file musicale funzionino su software non approvato o su apparecchi e in luoghi non autorizzati. Quanto è utile ciò? Il Grande Fratello bada a te, Perché? Non perché è cattivo. Perché vuole che gli dia sempre più soldi. E lo fai. Lungo il percorso la tua scelta di musica e il suo costo sono controllati da qualcuno altro, non da te. Non hai più accesso a un mercato libero.
Questo è quello che succede quando un maniaco del controllo totale si concentra sullo stile di vita e non sul prodotto. Più di qualunque altra cosa Jobs voleva un’esperienza piacevole e remunerativa per i consumatori che compravano i prodotti della sua società ma poteva garantire quella esperienza positiva solo controllando l’intera linea di produzione dal concepimento dell’ idea al consumo. Jobs lottò contro il cancro negli ultimi due o tre anni di vita. Forse era perché si focalizzò sull’esperienza dell’utente. Voleva che i clienti dicessero “wow” (che furono, dicono, le ultime parole di Jobs).

Ma se volevi dire “wow” dovevi dirlo alla maniera di Jobs. Il lancio dei rimanenti prodotti della Apple sotto la direzione di Jobs fu in quasi tutti i casi opera di John Ive e mostrò una magnifica produzione di meccanismi già ben radicati sul mercato: iPhone, iPad e iCloud. Celato dietro il grande touch screen di iPhone era un ordinario telefono cellulare; e Apple Store, un ampliamento di iTunes Store che fece del telefono un game centre, uno mezzo per fare affari e per continuare a comprare software da Apple. Come iPad dovesse soddisfare lo stile digitale dei consumatori è un mistero perché Jobs non visse abbastanza a lungo per dircelo. Una sostituzione a laptop o desktop? O si intendeva che avessimo tutti e quattro: laptop, iPod, iPad e iPhone? E’ molto.

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Se è vero che  i consumatori continuano ad essere ossessionati dai congegni è altrettanto vero che sono anche estremamente malleabili. Tutti i rivenditori al dettaglio conoscono i vantaggi dell’acquisto ondine: non è necessario affittare un locale e gli acquisti diventano un semplice click impulsivo. Ma mi chiedo quanto può andare avanti, quanto facilmente la gente può essere dominata da una pubblicità offerta da un apparecchio digitale personale. Quanto questa può diventare indicativa.

L’ovvio paragone che viene alla mente è tra Steve Jobs e Adolph Hitler ma prima di parlarne ho bisogno di chiarire che non sto chiamando Jobs un Hitler suggerendo che era un mostro o un uomo malvagio. Ho in mente un Hitler che la maggior parte ha dimenticato. Prima di diventare uno psicopatico alla fine degli Anni trenta, Hitler fu un maestro della politica. Era il centro dell’attenzione ovunque si trovasse. I suoi grandi occhi scuri emanavano uno sguardo avvincente non interrotto dal minimo battito di ciglia per stregare gli ascoltatori. Lo stesso faceva Jobs. Hitler turbava gli altri con improvvisi attacchi di collera, abusi personali totalmente inaspettati. Lo stesso faceva Jobs. Hitler era noto per il suo fascino e per il suo carisma e amici e parenti, politici e diplomatici in visita erano pieni di ammirazione per lui. Lo stesso erano coloro su cui Jobs esercitava il suo notevole fascino. Hitler sapeva poco di questioni militari, tuttavia come Comandante in Capo dell’esercito tedesco interveniva nei piani militari facendo richieste impossibili perfino dopo l’inizio della guerra. I comandanti militari facevano ciò che chiedeva: Hitler era sempre nel giusto. Lo stesso per Jobs e lo staff di Apple Computers. Hitler usò la nuova tecnologia della radio e del cinema per proiettare al popolo tedesco un’ immagine convincente di se stesso e dei suoi obiettivi, trovando e usando esperti in ogni campo necessario. Jobs fece l’equivalente con la tecnologia informatica. Hitler aveva l’obiettivo sconcertante, da molti ritenuto nobile, di purificare la stirpe tedesca e usò mezzi discutibili per raggiungere il suo scopo. Jobs voleva creare uno stile di vita digitale che molti trovassero estremamente piacevole e utilizzò  tecnologia, organizzazione di cartello e  DRM per raggiungere i suoi obiettivi. Hitler fu privato di un’ infanzia normale, era un maniaco del controllo, era emotivamente instabile e tuttavia incapace di formare rapporti. Questo caratterizzava Jobs. Vedo due tipi molto simili, uno che operava in politica e l’altro nelle vendite e nel marketing.

Ma questo non è il punto che desidero fare. Hitler fondò il Terzo Reich non perché fosse malvagio e manipolatore o utilizzasse  un esercito privato per terrorizzare il popolo tedesco. Divenne il Fuhrer perché la gente voleva che assumesse quel ruolo. Guardate i raduni di Norimberga, guardate i visi e vi vedrete una sorta di esaltazione. Tutto è a posto ora. Papà è tornato, il mondo va bene. Hitler ebbe successo perché la gente voleva che lo avesse. Aveva bisogno del Fuhrer come il Fuhrer aveva bisogno di assumere quel ruolo.

E’ di questo rapporto tra leader e popolo che parlo e, per quanto concerne Jobs, del bisogno di novità di cui i consumatori hanno bisogno e di un fornitore di cui fidarsi per soddisfare quel bisogno. La gente vuole essere controllata, è molto più difficile prendere decisioni da soli.  La democrazia è sempre l’opzione meno chiara, quella inefficace, quella che non funziona. Tuttavia, sfortunatamente, è quella adulta, quella responsabile. I politici del consumo hanno tutti la stessa tendenza, la crescita di monopoli. Nel mondo della tecnologia, che conosciamo sempre di meno, si ha bisogno di un fornitore, di un dispositivo, di un marchio di qualità. Jobs ci ha detto in un modo convincente di avere la risposta e che si chiamava Apple. E Apple è diventata la società pubblica di maggior valore al mondo. Semplicemente perché sotto Jobs una volta che stavi con Apple dovevi finire con Apple.

Nel 1895 HG Wells ha espresso la sua opinione sull’eventuale sviluppo dell’umanità in una storia dal titolo La macchina del tempo.  E’ l’anno 800.000  d.C,  l’umanità si presenta divisa in due tronconi i Morlocchi tipo Gollum, che vivono nelle viscere della terra e mantengono macchine una volta utili, e gli Eloi che conducono una vita di divertimento ma di scarsa attività intellettuale simile a bambini in un cortile e ora diventati la fonte principale di cibo per i Morlocchi.  Gli antichi padroni che hanno creato la situazione a loro profitto non sono sopravvissuti e il sistema va avanti automaticamente. Mi chiedo, quegli Eloi hanno rinunciato  alla loro autodeterminazione per il prezzo di un iPad?

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Il libro di Isaacson offre il materiale da me usato per formulare delle valutazioni su Jobs. A causa dei contraddittori giudizi di valore, di cui è pieno il libro, che contengono affermazioni di amici e nemici di Jobs, altri possono trovare nel libro un Jobs differente. Io stesso sono un fan di Steve Jobs e un utente di Apple Macintosh dal 1986. Il Mac ha cambiato la mia vita e mi ha permesso di pensare in modo diverso. Ma la scomoda verità rimane: il libro di Isaacson fa la cronaca dell’ ambiguità fondamentale dei risultati ottenuti da Jobs lungo tutta la sua carriera.

Jobs si appropriò con la frode di invenzioni altrui quando formò Apple Computers e immise sul mercato Apple II? Altri fornirono la proprietà intellettuale, il denaro e fecero l’effettivo marketing e Jobs semplicemente disse a tutti cosa fare. Finì con una fortuna personale che rese possibile il resto della sua carriera  e la reputazione di innovatore che in realtà spettava a Bill Atkinson e Steve Wozniak. Ha rubato il credito  a questi uomini o ha reso le loro invenzioni possibili?.Le invenzioni non si creano nell’isolamento e Steve Jobs ha iniziato nel mondo degli affari al nascere di un’industria. Le innovazioni si realizzavano e si realizzano ogni giorno. Come commentò Isaac Newton sulla sua carriera all’inizio della rivoluzione industriale , “Se ho visto più in là di altri è perché sono stato sulle spalle di giganti” (poi abbandonò l’astronomia e la fisica in favore dell’astrologia e della cultura biblica). Quale fu la vera realizzazione di Jobs? Che fu capace di stare sulle spalle di giganti?

Jobs è stato un inventore? Fu autorizzato a sfruttare molte invenzioni da lui brevettate, ma queste tendevano ad essere un miglioramento di design, quali la sagoma delle scale di vetro negli Apple Stores. Altre innovazioni di Jobs furono prognostici autoavveranti quali la morte del floppy drive o il dominio del web mondiale. Si trovò a prendere decisioni al centro di un’industria, ma erano giuste quelle decisioni motivate dalla mania di controllo e di dominio? E alla fine della giornata, tutto quello che Jobs faceva doveva essere giustificato dal suo dover mostrare l’ultimo prodotto su Macworld e far restar il pubblico senza fiato? Fu semplicemente un altro PT Barnum, un impresario che sfruttò gli altri a fini personali, come Barnum fece con Jenny Lind? Fu un vero evangelista o un Elmer Gantry?

Jobs si è attribuito il merito delle invenzioni di John Ive, iPod, iPhone e iPad? Quanto strettamente hanno lavorato insieme? Jobs ha contribuito all’idea del design o semplicemente si è appropriato del prodotto e lo ha lanciato? Se le cose stanno così, perché Jobs è sempre stato al centro dell’innovazione tecnologica? E’ stato perché aveva occhio per chi sfruttare o ha favorito l’innovazione? Il suo successo è stato di iniettare un po’ dell’abilità di impresario di Mick Jagger nel mondo serio dei patiti del computer?

In fin dei conti, il maggior successo di Jobs è stato far soldi. Lo ha fatto per due volte per Apple, per se stesso, per i suoi soci in affari, per Pixar, per l’industria della musica e della telefonia. E’ per questo che è ammirato, per il semplice fatto di avere ottenuto un successo finanziario? Un visionario inquieto o uno motivato solo dall’idea di vendere un prodotto?

Mi domando, per Steve Jobs la sua iperbole preferita non era in realtà una descrizione di se stesso?

©2014 Translation copyright Gianna Attardo.

29. MEMORIE DI STORIE

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Ho iniziato a leggere all’età di quattro anni. Mi ricordo ancora una raccolta che i miei genitori mi hanno regalato quando avevo cinque anni. Includeva una copia de Le favole di Esopo che mi colpìrono molto mentre un’altra di Le Favole dei fratelli Grimm che non mi piacquero e che mi spaventarono (mi ricordo ancora un incubo in cui c’era il lupo di Cappuccetto rosso). Da allora ho amato leggere. Alcune storie che ho letto sono impresse nella mia memoria e di alcune non conosco l‘origine. Non sono storie particolarmente importanti: semplicemente le ricordo. Forse mi sto raccontando frrottole per divertirmi o rassicurarmi. Eccone alcune.

1. Picasso sulla spiaggia
Era in una rivista nella sala d’attesa di un medico. Non so chi l’abbia scritta e di cosa in effetti parlasse. Ricordo solo questo frammento.

William e Blenda Beeker vengono dalla Florida. Bill è un agente immobiliare di Jacksonville. Sono in Francia, a Cannes, a godersi le ferie annuali. E’ il 1961 e i Beekers godono di una certa prosperità. Non hanno figli, essendosi sposati tardi, ma condividono molti interessi culturali e una passione  per i viaggi. Una mattina di aprile splende un bellissimo sole nonostante spiri un forte vento dal mare. Blenda va a fare una passeggiata lungo la spiaggia mentre Bill è in città per far sviluppare alcune foto. Lei vede un tipo basso, tarchiato che cammina avanti e indietro sulla sabbia in un angolo deserto. Ha un bastone, un ramo di un albero che doveva aver trovato tra rottami trascinati dalla corrente. Blenda si dimentica di lui ma presto lo nota di nuovo perché lui fa movimenti strani. Si inginocchia e scarabocchia sulla sabbia con il bastone poi si alza e cammina avanti e indietro energicamente trascinandosi il bastone. Una volta si abbassa su mani e ginocchia e sfrega con forza la sabbia con le dita. Pigramente lei pensa che starà facendo? Blenda decide che l’uomo è un cretino, un babbeo che sta facendo qualche gioco stupido. Poi, senza alcuna ragione, si ricorda che il pittore Pablo Picasso vive a Mougins, non lontano, in città, sulla collina. Sarebbe divertente se fosse Picasso in spiaggia! Sulla sabbia. Si avvicina. Mentre si avvicina nota che l’uomo è molto vecchio. Ha rughe ed è curvo, ben diverso dal bell’uomo che aveva visto nelle fotografie e nei libri d’arte. Poi guarda la sabbia. E lì, inciso nella sabbia è un quadro di Picasso! Non c’era alcun dubbio. Dapprima si meraviglia. Mentre osserva i dettagli della linee il vecchio borbotta con soddisfazione, rigetta il bastone nell’acqua e si avvia sulla promenade che si inerpica su. Blenda cammina intorno al disegno sulla sabbia, stupita. Aveva visto Picasso dipingere un quadro. Poi nota che i suoi piedi stanno nell’acqua. La marea si sta alzando. Piccoli mulinelli d’acqua salata corrodono il margine del quadro. Acuni solchi nella sabbia si spianano. Inorridita, Blenda si rende conto che la marea che avanza cancellerà il quadro. Come una pazza corre invano avanti e indietro. Se fosse andata via il disegno sarebbe scomparso. Ma come poteva fermare la marea? Un momento dopo le viene in mente di scattare una foto. Ma per farlo sarebbe dovuta andare in albergo a prendere la macchina fotografica. Ci avrebbe messo solo un minuto. Blenda si precipita lungo la salita e per le strade trafficate verso l’albergo. Corre su per le scale perché l’ascensore impiega molto a  raggiungere il suo appartamento. Nessuna macchina fotografica in vista. Blenda apre e chiude cassetti e valigie ma inutilmente. All’improvviso capisce che Bill deve essersi portato dietro tutte e due le macchine. Ha sempre paura di comprare il rullino sbagliato. Blenda si precipita di nuovo in spiaggia sperando di trovare qualcuno che possa scattare per lei una foto al disegno di Picasso. Nel punto in cui l’aveva visto il disegno non c’era più, era coperto da piccole onde colorate. Una nube temporalesca si era addensata sul mare, un colore marrone rossiccio nascondeva il centro del sole cremisi. Il disegno era scomparso. Aveva posseduto un Picasso per pochi minuti e poi l’aveva perso. Blenda si sentì totalmente disperata. Sentì una grande tristezza e scoppiò perfino in lacrime. Quando raccontò tutto a Bill quella sera lui si rifiutò di crederle, perché il suo Picasso sarebbe venuto a Cannes, disse, e perché avrebbe disegnato sulla sabbia, aggiunse. Blenda non gli rivolse la parola per una settimana. Ma dimenticarono il problema. Nessuno dei due lo vide ma un giornale parigino riportò un articolo sull’ultima mostra di Picasso. Conteneva un quadro che il recensore aveva scelto per la sua bellezza. Si chiamava Arrivo della marea. Quando un critico gli chiese di commentare il quadro Picasso disse che non riusciva proprio a ricordarsi di averlo dipinto. Era completamente immerso, disse, nella bellezza di una tempesta in arrivo e nel modo in cui la luce si rifletteva sulle onde e sembrava scivolare nel mare. Voleva dipingerlo ma non sapeva se ci riusciva.

2. Il giocoliere e la regina del cielo
La prima volta che ho visto questa storia è stato al cinema da bambino. Era un cartone animato. Deve essere stato quando si vedevano alcuni film in programmazione, c’era sempre almeno un cartone animato. Ma all’origine era una favola medievale.

Barnabas era un frate francescano. Ma la sua fede vacillava e lui trovava preghiere e digiuno troppo difficili da eseguire giorno dopo giorno. Vissepoi ad Antwerp e andava, ogni volta che gli veniva chiesto per recapitare un messaggio da parte del suo abate, in città a visitare la grande cattedrale di Nostra Signora che a quel tempo era in costruzione. Era l’anno 1500 ma la cattedrale non sarebbe stata completata se non dopo 20 anni. Prima dello scadere di quel tempo Barnaba fuggì, disperando di poter mai diventare un buon frate. Aveva commesso un grande peccato ad abbandonare i voti e sapeva che l’aspettava l’Inferno dopo la morte. Vagabondò per la Francia e la Germania sbarcando il lunario meglio che poteva. Incontrò un vecchio sotto un ponte a Parigi un giocoliere che gli insegnò i trucchi del mestiere e la vita di Barnabas cominciò a migliorare. Era un bravo giocoliere. Faceva giochi rischiosi di destrezza su una fune tesa in alto tra due pali. In una fredda notte d’inverno Barnabas si ritrovò ad Antwerp. Il suolo era coperto di neve e si sentiva debole. Era buio. Non c’era nessuno intorno e andò a visitare la cattedrale di Nostra Signora come aveva fatto quando era un frate. L’edificio era ampio e bello, svettando nei cielo dove Nostra Signora era ascesa per essere con suo figlio Gesù. Barnabas avrebbe voluto entrarvi e pregare, tuttavia sapeva che i suoi peccati gli impedivano l’accesso a quel luogo sacro. Era la notte prima del primo gennaio, un grande giorno di festa di Nostra Signora e Barnabas pregò per ottenere il suo perdono per i suoi peccati come aveva fatto molte altre volte. Forse, siccome stava in piedi davanti la cattedrale, ricordò quando la costruivano e lui era un frate. Barnabas sentì più speranza di quando aveva pregato altre volte prima. Volle fare un’offerta. Insolito per lui, aveva soldi e pensò di metterli nella cassetta delle offerte per i poveri dentro la chiesa. Ma lui era un peccatore. Come poteva entrare nella cattedrale di Nostra Signora? Barnabas desiderava ardentemente il perdono ma i suoi peccati erano troppo grandi. Se Nostra Signora intercedeva per lui avrebbe potuto sperare. Barnabas pensò all’offerta che poteva fare. Aveva solo monete che non poteva offrire. E le sue palle da giocoliere. Dapprima pensò di offrire queste, lasciare le palle di cuoio appesantite con la sabbia e tornare alla vita da mendicante. Si sentì disperato per essere così povero e aver così poco da offrire a Nostra Signora. Tutto quello che poteva fare era il giocoliere. Poi, in piedi sotto la neve che cadeva con le stelle e la luna come unico pubblico, Barnabas cominciò a giocolare. Lo fece per Nostra Signora. Si esibì come non aveva mai fatto prima muovendosi sul marciapiede coperto di neve in una danza piena di una grazia che non sapeva di avere senza mai lasciar cadere le sue palle, lanciandole sempre più in alto finché brillarono nella luce delle stelle con cristalli di ghiaccio. Fece giochi di destrezza finché si accasciò esausto e giacque nella neve che si scioglieva sotto il suo corpo. Tutto era immobile. La cattedrale ancora si innalzava davanti a lui. Barnabas udì un suono tenue e sollevò lo sguardo. Molto lentamente le grandi porte di legno si spalancarono e dentro Barnabas vide un grande altare. A un lato dell’altare era una statua di Nostra Signora. Teneva il bambino Gesù in braccio e Barnabas implorò il suo perdono una volta di più. La illuminava la luce delle candele dentro la cattedrale, un grande candelabro di ottone con dozzine di candele tremolanti nel buio. E allora Barnabas vide il suo sorriso. Lei sorrise con una tale delicatezza che Barnaba pensò che era una donna così giovane. E io l’ho compiaciuta con il mio i miei giochi. Teneva il bambino con una mano e con l’altra fece un cenno per chiamare Barnabas dentro la cattedrale per pregare. E fu perdonato.

3. La vedova di Efeso
Questa è una storia famosa la cui  l’origine è il Satyricon di Petroni,o un libro scritto nel primo secolo, uno dei maggiori romanzi del mondo, tristemente sopravvissuto solo in frammenti. La storia possiede lo humour arguto, dolente che avevano gli antichi Romani.

Claudius era un soldato romano proveniente dalla Spagna con il compito di mantenere la pace a Efeso  in Asia.  Era stato distaccato per fare la guardia ai corpi crocefissi dei quattri ladroni che pendevano dalle croci fuori della città. Una delle più terribili punizioni inflitte agli uomini crocefissi era di vedersi negare la sepoltura, e di lasciare i propri corpi in pasto a uccelli e sciacalli. In tal modo le loro anime venivano disperse al vento e non potevano trovare giudizio nell’aldilà. Il luogo della crocefissione era molto vicino a un campo di sepoltura e il sergente di Claudius sospettava che i genitori degli uomini uccisi avrebbero tentato di riprendersi i loro corpi e seppellirli. Esortava Claudius ad essere vigile. Le lunghe guardie notturne erano tediose con solo un lupo sporadico che andava ad annusare i corpi in decomposizione e ululava lugubremente all’odore. Claudius si sorprese a sentire dei lamenti e a vedere la fiamma oscillante delle candele provenienti da un costoso mausoleo nel cimitero vicino. Avvicinandosi, Claudius vide che dentro il mausoleo stava una vedova accorata, vestita di nero, con il viso coperto da un velo, singhiozzando intensamente sulla tomba di un uomo, marito o padre, lui non lo sapeva. A fianco della donna era la sua domestica che sollevò un dito per chiedergli di fare silenzio e uscì per parlare con il soldato. Il nome della sua padrona era Helena, la moglie di uno dei primi cittadini di Efeso che era morto improvvisamente e si pensava a causa di un’infezione contratta da un suo schiavo. L’uomo stato famoso per la sua giustizia e rettitudine e i suoi amici e funzionari ne sentivano tristemente la mancanza. La moglie era un modello di esemplare devozione e probità che amava il marito devotamente ed era devastata dalla perdita di lui. Claudius si commosse a udire la storia. Vide quanto Helena e la sua domestica fossero emaciate perché ogni giorno andavano a piangere sulla tomba e Melena non accettava cibo e non mangiava da una settimana. Claudius ritornò alle croci dove aveva lasciato mantello e tracolla e la svuotò delle provviste rimaste, vino, fichi e pane e le portò alla tomba. Esortò entrambe le donne a mangiarle. La domestica lo fece con piacere ma Elena pianse e si rattristò ancora di più e non toccò il cibo. Claudius la implorò dicendole che digiunare non le avrebbe riportato il marito morto e solo affrettato la sua propria morte. Finalmente, dopo quasi un’ora di implorazioni e offerte di umili provviste, Claudius riuscì a far mangiare Helena. Parlarono insieme dell’uomo morto  e Claudius sentì che uomo fine, generoso e giusto fosse. Claudius  era un giovane di solo trent’anni, alto, muscoloso,abbronzato, un soldato in ottima forma. Non poté fare a meno di notare che Helena era una donna incredibilmente bella, ora con gli occhi arrossati ma giovane e attraente. A un certo punto  si chinò per prendere un bicchiere di vino e Claudius intravide il suo seno, pieno e rotondo. Senza accorgersene la desiderò e le chiese di far l’amore con lui. In un primo momento Helena si sentì colpita e offesa ma Claudius insistette. Lei vide quanto Claudius fosse bello e cominciò a sentirsi attratta da lui e alla fine dopo due notti di implorazioni del govane si arresero e fecero l’amore. Nel frattempo i parenti dei ladroni videro che i corpi dei ladroni erano rimasti inccustoditi sulle croci e i genitori di uno di loro si fecero venire il coraggio di portar giù il corpo del figlio e seppellirlo. Quando Claudius tornò al suo posto di guardia e vide che mancava un cadavere si disperò. Sarebbe stato frustato a sangue. Avrebbe perfino dovuto prendere il posto del ladrone in quanto il suo superiore lo avrebbe mandato a morte. Non aveva denaro per corromperlo. Raccontò a Helena l’accaduto e lei lo confortò. Prendi il corpo di mio marito e mettilo sulla croce al posto di quello mancante. Nessuno lo saprà, affermò. Quando lui esitò lei disse che era meglio perdere un uomo anziché due. Mio marito è morto e non posso riportarlo in vita. A lui non interessa cosa succede al suo corpo ora. Ma io ho te da amare e non voglio vederti punito o ucciso. Prendi il corpo di mio marito, io me ne assumo la responsabilità. Claudius lo fece e nessuno si accorse che mancava un corpo da una croce. La storia non dice cosa accadde a Helena e Claudius. Forse vissero felici per sempre.

4. Li Po e la luna
Un’altra storia di cui ricordo l’origine. E’ contenuta The Living Past di Ivar Lissner e tratta di Li Po spesso definito il maggior poeta cinese, un genio lirico capace di ritrarre stati d’animo e scene con sorprendente concisione. Li Po  (o in un’altra translitterazione Li Bai) fu un poeta e un ubriacone malgrado non si sia certi se erano il vino o la bellezza che lo ubriacavano.

Fu anche un grande viaggiatore e girovagò per la Cina in lungo e largo. Visse nell’ottavo secolo d.C. quando i re T’ang governarono la Cina. La Dinastia T’ang fu un regime forte che ebbe un grande successo militare che unì il regno e tenne a bada i Mongoli del nord, ma il suo grande merito fu la poesia. Fu una grande epoca della poesia cinese e una delle grandi epoche di poesia nella storia. Li Po ne fu il supremo rappresentante. Era un tempo in cui una minoranza istruita dominava il paese, molto similmente all’Inghilterra del 18° secolo e quando formalismo e istruzione, come nell’Inghilterra di Alexander Pope, erano la forma prevalente dei rapporti sociali. Li Po era diverso. Era simile a un poeta romantico oppiomane o a una star del rock sotto l’effetto della LSD, uno che veniva e andava a suo piacimento. La cosa strabiliante è che aveva centinaia di amici, amici che gli permettevano di andarli a trovare, di mettere in subbuglio le loro vite, che bevevano troppo con lui, perché nessuno poteva bere più di lui, e che poi lo lasciavano andare per la sua strada dopo aver ascoltato illuminazioni e rivelazioni che a volte trasformavano la loro vita. Era come un Socrate cinese, qualcuno di cui non si sarebbe mai sicuri, qualcuno che tuttavia ti incanta e poi ti dà una poesia che ti spezza il cuore.  Molte sue poesie sono sull’incontro con amici e sul ricordo di amici per cui sentiva affetto ma che non vedeva più.  Si fece strada fino alla Corte dell’Imperatore, ricevette un incarico, fu oggetto di una cospirazione ordita da un eunuco geloso e se ne andò di nuovo per la sua strada. Si sposò, ebbe dei figli e di nuovo si mise in cammino. Dava l’impressione di cercare qualcosa e sappiamo cosa fosse. Era la siluetta di un uccello che si stagliava contro la luna piena. Era un disegno nelle foglie trasportate dal vento, erano giovani lepri che saltellano nell’erba o pesci che guizzano in uno specchio d’acqua, un lago tranquillo al tramonto o un silenzioso giardino di un amico. Era la bellezza, e la bellezza è sempre oltre il possibile. Molte poesie di Li Po sono scritte a se stesso. E’ solo in un campo rincorrendo il suo cappello che il vento porta via. E’ in barca in un lago al tramonto mentre le gru ritornano per dormire. E’ sempre preciso, vivamente pittorico, sempre in movimento. Così un giorno Li Po viene a Dangtu, le cui belle montagne e fiumi aveva amato e ammirato così tante volte prima. La sera, è in una barca poco profonda galleggiando sul fiume Yangtse. Ha un fiasco di cuoio di vino e la sua tavoletta per scrivere e stiletto e pennello come faceva sempre. La luna è bassa nel cielo e piena, la luna che aveva celebrato spesso prima, la luna con cui lui danzava in radure solitarie. Lentamente la luna si alza sul fiume, pallida e misteriosa, l’acqua si increspa sulla superficie. Non si ode suono, non un canto d’uccello non un movimento del vento tra gli alberi, non l’ acqua che si infrande contro la roccia. Così tanti anni di ricerca, così tanti momenti trovati e perduti. In un attimo Li Po sa finalmente che quello che aveva cercato era solo nell’attimo e poi svaniva. L’acqua si increspa sulla superficie e lui pensa che gli sorrida. Avere questa bellezza nel cuore finalmente, essere in pace. Li Po si sporge sul bordo, si sporge verso la bella e irraggiungibile luna e si lascia affondare nell’acqua chiara senza lasciare un increspatura dietro di sé. Povero Li Po, la sua ricerca lo ha illuso, ma rimangono a noi nelle sue poesie i suoi momenti di riflessione.

5. L’autostoppista fantasma
Un’altra storia di cui ricordo la provenienza: viene dal libro di Jan Harold Brunvand L’autostoppista fantasma che mi ha insegnato che non smettiamo mai di creare miti se solo sfogliamo un libro pieno di miti moderni. La storia è di solito considerata vera quindi ho creato un contesto.

Quando avevo circa dodici anni sono andato con mia madre a stare in una stazione agricola a Pokataroo, a nord nel Nuovo Galles del Sud vicino Walgett e Lightning Ridge al limite della stazione. Ho frequentato la sua piccola scuola che era composta da una stanza, ho imparato a cavalcare e in generale mi sono adattato a un nuovo stile di vita. La storia che segue è stata raccontata da alcuni amici che mia madre fece in città, Charles and Lucy Skinner, che una sera ci invitarono a cena a casa loro. Non ricordo cosa mangiai ma dopo ricordo di essere un po’ sgomento per gli sciami di moscerini che sbattevano contro le zanzariere della veranda dove sedevamo a prendere il fresco. Charlie cominciò a parlare di una tragedia recente che era accaduta nei dintorni, un paio di ragazze di Sydney, un’inglese e un’americana in ‘visita al paese’. Una, non ricordo quale, stava facendo l’autostop verso la cittadina più vicina, Collarenebri, camminando senza guardarsi indietro, quando una macchina che non volle darle un passaggio accelerò per sorpassarla, slittò accidentalmente la colpì e la uccise. Comunque sembra che Charlie e Lucy (naturalmente li chiamavo Sig. e Sig.ra Skinner in loro presenza)  siano andati a Colle al cinema il sabato successivo e lungo la strada abbiano dato un passaggio a una autostoppista. Lei stava sul bordo della strada, sembrava un po’ sperduta e coperta di polvere e ovviamente doveva aver camminato molto, oltre la fattoria Derwent dove il sentiero di terra battuta si univa alla strada asfaltata che portava in città. Luce si sporse indietro e le aprì il finestrino posteriore dall’interno e lei salì. Luce la trovò un po’ strana ma non so se era per quello che successe dopo. Disse che la ragazza era pallida e sembrava assente. ‘Sembrava vacillante’ così la descrisse Luce che pensai fose uno strano modo di parlare. Una volta in macchina la ragazza non aprì bocca. C’era solo un posto dove possibilmente poteva essere diretta, lo stesso di Charlie e Luce, perciò Charlie non glielo chiese nemmeno. E, riguardo al non aprire bocca, quello non era un problema, ricordo che quando c’era Luce lei parlava per tutti in modo da risparmiar loro la fatica di farlo. Andarono avanti per circa dieci miglia e poi Charlie stranamente accostò la macchina e rallentò. Sembra che avesse gettato uno sguardo nello specchietto retrovisore e non riuscisse a vedere la ragazza. Luce gli chiese perché si stava fermando e Charlie non riuscì a trovare le parole, cosa non comune per lui. Luce si voltò per lamentarsi del suo stupido marito con la ragazza seduta dietro. E lei non c’era. Gli Skinner si allarmarono. Pensarono che la ragazza avesse aperto la portiera posteriore mentre la macchina era in marcia e fosse caduta sulla strada. Fecero un’inversione e rifecero il percorso a ritroso fino a Derwent ma non videro traccia della ragazza. Luce disse che guardò ovunque nella macchina, controllò e cercò qualunque cosa che appartenesse alla ragazza ma non trovò nulla. Disse una cosa strana. Disse che il sedile su cui la ragazza si era seduta era caldo. Gli Skinner entrarono a Collarenebri e andarono da Bill Piper, il vecchio poliziotto che si occupava di faccende legali nella cittadina. Ma non c’era nulla che Bill potesse fare. Gli Skinner non avevano né un nome né una descrizione. Luce disse che semplicemente sapeva che la misteriosa autostoppista era la ragazza che era stata uccisa. Bill stentò un po’ a crederlo ma alla fine lo fece. Ma perché era successo? Come è possibile che un fantasma se ne stia sul ciglio della strada sotto al caldo aspettando un passaggio? I fantasmi non erano forse esseri soprannaturali che si vedono di notte? Bene, gli Skinner chiesero intorno. Nessun altro aveva dichiarato di aver visto un’autostoppista  evanescente. Charlie dovette subire un bel po’ di ironia tipo “è sicuro, non è che se lo sta immaginando?”. Ma gli Skinner erano sicuri. Avevano dato un passaggio a una ragazza. E lei era scomparsa mentre loro andavano verso Colle. Nessuno riuscì a spiegarselo.

6. L’uomo senza peccati
Questa è la mia storia preferita della Bibbia. Ma non ho letto la Bibbia quindi non so dove in effetti l’abbia sentita. Non lo so. La storia è un breve brano posto all’inizio de Il vangelo di Giovanni, capitolo 8. Generalmente si ritiene sia stata aggiunta nel quarto secolo, sebbene è possibile che  la stessa storia faccia parte di un’autentica tradizione su Gesù (esistevano molte tradizioni del genere oltre i quattro vangeli). La storia ha tre elementi peculiari. 1. Gesù difende una donna. 2. Gesù viene attaccato da un gruppo che Giovanni chiama “Scribi, Sadducei e o Farisei” ma su cui è vago (questi hanno poca somiglianza con le sette così denominate). 3. Gesù scrive misteriosamente sul terreno prima di rispondere. La legge ebraica era molto attenta all’eredità e ai rapporti familiari e l’adulterio era considerato un crimine grave. Tuttavia, la legge era molto precisa: la donna e il suo amante dovevano essere ammoniti anticipatamente e due testimoni dovevano testimoniare che l’adulterio aveva avuto luogo. Il caso quindi andava di fronte alla Corte Suprema della Torà che emetteva la sentenza nel Deuteronomio 22. La donna doveva essere portata fuori dalle mura della città del padre e lapidata dai suoi cittadini. Era pratica comune al tempo di Gesù che gli studiosi si riunissero nel Tempio e discutessero sulla Legge e la sua interpretazione e questo sembra quello che succede nella storia di Giovanni. Gesù viene mostrato simile a molti rabbini capace di leggere e scrivere (sebbene era probabile che il falegname e il pescatore della rurale Galilea non fossero istruiti). Nella storia di Giovanni Gesù argomenta che poiché non sono stati prodotti testimoni secondo  la Legge la donna non poteva essere punita con la lapidazione. Quando alcuni rabbini obiettano, Gesù scrive sulla sabbia quello che deve essere un altro passo dal Deuteronomio che rafforza questo argomento. Lungi dall’essere attaccato da “scribi, Farisei e Sadducei” Gesù viene mostrato lui stesso come un Fariseo. Non c’è antagonismo da parte degli ”Ebrei” contro Gesù. Penso che probabilmente la storia è venuta dal Talmud”, o commentario sulle scritture ebraiche, e abbia riguardato un rabbino illuminato e le sue massime come Hillel il Vecchio e fu poi attribuita a Gesù nel Vangelo di Giovanni. E’ veramente un messaggio pieno di illuminazione.

Venne a Gerusalemme per la Pasqua come facevano molti ebrei. La celebrazione nel Tempio era un segno di sottomissione e meritava grande rispetto. Mentre andava da una casa all’altra dei suoi amici era seguito da molte donne perché era uno che sembrava prestar loro grande attenzione mentre altri rabbini comandavano loro di essere obbedienti ai loro mariti o padri. Una di queste donne aveva avuto cinque mariti e sfidando la Legge viveva con un altro uomo cui non era sposata. Altre donne si allontanavano quando lei passava e la maledicevano. Aveva cercato conforto nelle parole di Gesù malgrado i suoi discepoli in un primo momento l’avessero respinta. Si chiamava Miriam e veniva dalla città di Magdala ed era stata ricca ma era stata defraudata dagli uomini cui si era unita e ora era devota all’unico uomo che aveva ascoltato la sua storia e le aveva offerto una guida. Ma questa donna ora era stata portata davanti al Sinedrio e accusata di adulterio. La Legge era severa in questi casi. Se ritenuta colpevole la donna doveva morire dilapidata fuori delle mura della città e abbandonata senza sepoltura. Le prime pietre dovevano essere lanciate dai testimoni che avevano scoperto e denunciato il suo crimine. L’uomo discusse con quelli che volevano la morte della donna. Si presentò alla corte come testimone. La Legge non è meramente giusta, disse, la Legge è anche clemente. Scrisse sulla sabbia che ci devono essere due testimoni e qui ce ne era solo uno. Alcuni degli altri rabbini continuarono a discutere. Alcuni speravano di convincerlo a parlare contro la Legge. Lui li guardò, uno sguardo diretto che vide più di quanto essi volevano vedere. “Tu, e tu, e tu, se siete senza peccato voi lanciate la prima pietra”. E lui conosceva i loro peccati. Lentamente si azzittirono e si dispersero al pari della folla quando vide che la disputa era arrivata alla fine. La donna restò. “Perché sei rimasta?” l’uomo chiese. “Non ti condannerò”. Poi aggiunse “Cerca di non peccare più. La Legge è pietosa ma è clemente”. Questo è l’uomo che i Romani crocefissero quando lui venne trascinato davanti a loro con l’accusa di sedizione.

Mi chiedo come mai queste storie sono rimaste così a lungo nella mia memoria? Di certo per le situazioni che descrivono che hanno fatto vibrare una corda dentro di me. Anche quando conosco l’origine della storia è la mia propria versione che ricordo. Queste sono storie che racconto a me stesso. Qualcuno ha detto (non ricordo chi, dimentico tanto quanto ricordo) che siamo quello che ricordiamo. Non riesco a decidere cosa  queste storie rivelano di me. Probabilmente non molto.

©2014 Translation copyright Gianna Attardo.

28. UNIVERSO DI MERAVIGLIE

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Wonders of the Universe è stata una serie di cosmologia della BBC presentata nel 2011 da Brian Cox che ha avuto il coraggio di tornare da dove la scienza in origine proviene: la metafisica. (Mi ha incuriosito apprendere che la ‘metafisica’ ha avuto origine dall’opera di Aristotele e che il suo nome si riferisce al punto in cui era collocata nel volume, ‘dopo la Fisica’). La serie non è eccessivamente tecnica, è di facile comprensione e invita a porci domande quali “da dove siamo venuti?” e “perché siamo qui?”, domande che prima o poi ci siamo rivolti, che sono al cuore del senso di meraviglia che suscita la nostra esistenza e sottendono la nostra curiosità e disponibilità a sperimentare.

La metafisica si basa su concetti che riguardano la natura dell’essere sviluppati da antiche culture, ma la scienza cosmologica in tempi recenti ha rivelato un mondo che in mera magnificenza oscura ogni idea concepita in tempi precedenti. Sebbene io non sia né un filosofo né uno scienziato mi ha stimolato la possibilità di vedere se avrei potuto aggiornare alcune di quelle domande sul ‘significato della vita’ con dati presi dalla serie. Ritengo che molti troverebbero tale sforzo gratificante.

“Ho veduto l’Eternità l’altra notte
Come un grande anello di pura e infinita luce,
Tutto calmo, poiché era luminoso;
E circolare al di sotto, il Tempo in ore, giorni, anni,
Spinto dalle sfere
Si moveva come una vasta ombra; in cui il mondo
E tutto il suo seguito si lanciavano”. (Henry Vaughan), c.1650)

‘Universo’ significa ‘muoversi come un tutt’uno’ o ’tutto ciò che si conosce’. La serie prende in analisi soltanto quattro concetti: tempo, creazione, gravità e luce.

Tempo
Il tempo: ore, minuti, secondi, lancette di un orologio, calendari, tabelle, consapevolezza dell’età, il tempo nel senso di mancanza di tempo. Siamo un po’ sopraffatti dal tempo. E’ un po’ minaccioso. Tutto troppo facile da dimenticare, è una misura di un altro evento che si verifica in ogni parte dell’universo. Cambiamento. E il cambiamento è l’espandersi dell’entropia in tutta la materia. E’ scritto sul muro. “L’entropia domina!”. L’entropia è stata un’ossessione per il grande scrittore di fantascienza Philip K Dick e viene menzionata in molti suoi libri (come con il poeta Henry Vaughan).

L’entropia è il movimento dall’ ordinamento organizzato o improbabile all’ ordinamento disorganizzato o probabile. L’universo specifico di cui siamo parte (ne possono esistere altri) è iniziato con il ‘big bang’ 13,7 miliardi di anni fa che, tra le altre cose, ha creato lo spazio, tutte le leggi scientifiche e dato origine ad un ordinamento della sostanza altamente organizzato, sebbene turbolento, esplosivo, di dimensione microscopica ma densità enorme. Cosa esisteva prima del ‘big bang’? Un altro universo? Un altro stato di esistenza dell’essere? Nulla? Ma come si può avere il nulla senza qualcosa? Il ‘big bang’ ha creato tutta la materia dell’universo, nel continuum definitivo energia/massa. E poiché ha creato anche il tempo/cambiamento è ancora presente malgrado si sia verificato 13,7 miliardi di anni fa. Nell’universo nulla muore, muta semplicemente forma.

Il ‘big bang’  è stato uno stato di bassissima entropia. Sembra che l’entropia sia lo stato naturale dell’universo. Con il passar del tempo si è osservato che il movimento della materia in spirali di materia galattica e ammassi galattici che producono la fusione e la nascita di nuove stelle è rallentato. Il ‘big bang’ come enorme suono si sta progressivamente affievolendo e a causa di ciò il movimento della materia nell’universo si avvicina all’entropia, finché, alla fine, l’universo consisterà di materia statica, disorganizzata, e non di stelle, pianeti e galassie. Ci vorranno trilioni di anni, letteralmente più di quanto possiamo contare. Allora, forse, ci sarà un altro ‘big bang’ o forse no. La misurazione di questo movimento, o cambiamento, da bassa ad alta entropia, è ciò che chiamiamo tempo. Al margine  dell’universo sembra che le galassie si allontanino l’una dall’altra man mano che l’universo si espande. Più vicino a noi, il movimento della terra intorno al sole e della luna intorno alla terra sembrano immutati. E’ un’illusione creata dal rapporto tra la nostra scala e la dimensione dell’universo.

Il tempo cosmico visto dalla terra non è cambiato molto negli anni dell’evoluzione dell’umanità. Cox ha osservato le rovine delle torri di Chankillo nel Perù ma avrebbe potuto guardare Stonehenge. Qui sono i resti del tentativo di uomini antichi di misurare lo scorrere del tempo usando la più potente forza a quel tempo a disposizione dell’uomo nell’universo conosciuto; il sole. Per loro era un dio potente e che incuteva timore. E continua a esserlo oggi.

Come è triste svilire il giorno, diciannove giorni per gli acquisti di Natale, ventuno alla mie ferie annuali, quando ogni giorno ci presenta un miracolo mentre la nostra terrra in 24 ore ci fa rotare per 40.000 chilometri avvicinandoci e poi allontanandoci dalla luce del sole ed essa stessa ogni anno percorre i 970 milioni di chilometri della sua orbita intorno al sole. E’ un magnifico spettacolo e siamo in prima fila ad osservarlo ogni giorno e ogni notte della nostra vita. Nel frattempo, su Nettuno, gli osservatori farebbero un viaggio di 165 dei nostri anni ogni orbita/anno; per loro il tempo sembrerebbe scorrere più lentamente. E la nostra galassia, la Via Lattea (il termine greco per galassia ‘galaxias’ per prima cosa indicava la nostra galassia) con i suoi sistemi di 200 miliardi di stelle impiega 225 milioni di anni della terra ogni orbita/ per anno galattico intorno al suo centro.

Il tempo può essere misurato: orologi solari, orologi ad acqua, clessidre, orologi a pendolo, orologi atomici. Ma non può essere fermato o riportato indietro perché è una misura di un fenomeno di tutto l’universo, il propagarsi dell’entropia. Per entrare nel passato dovremmo creare materia a bassa entropia da materia ad alta entropia e solo il ìbig bang’ lo ha fatto. La sistemazione ordinata di cui si percepisce la diminuzione e l’aumento di entropia può essere misurata. Ma cosa è misurato? E’ solo ciò che può essere concettualizzato dal cervello umano? Sembra che il futuro venga creato dal passato, il ‘big bang’, in quanto questo ha introdotto bassa entropia, o disegno, in un universo ad alta entropia (che solo allora si creava). Il presente, così cruciale per noi, potrebbe esserlo anche per l’universo.

Il tempo/cambiamento somiglia a un altro continuum, spazio/tempo. Forse sono la stessa cosa, spazio/tempo. Se non esistessimo nel tempo/cambiamento moriremmo. Ma neppure evolveremmo. Questo continuum potrebbe implicare che il ‘big bang’ possa esso stesso essere una forma di vita. Una forma della mente, quello che i credenti un tempo chamavano logos, di cui una caratteristica distintiva è la facoltà dell’organizzazione. Poiché l’universo si muove dall’ordine all’anarchia noi esercitiamo un ruolo intermedio nel processo. Prodotto di un’evoluzione iniziata quasi quattro miliardi di anni fa in un luogo destinato ad essere distrutto quando il sole morirà nel futuro tra quattro miliardi di anni, quel futuro potrebbe essere influenzato dalle nostre azioni e dai loro effetti sull’entropia. Potrebbe non essere molto ma ogni pezzetto conta. Questo potrebbe essere il motivo per cui siamo qui. Da che parte state, per o contro l’entropia?

Creazione
La materia altamente organizzata nell’universo dopo che fu creato era piuttosto dinamica. Quella creazione, e ordinamento, hanno dato origine al calore. Il calore ha alimentato la formazione di elementi semplici e la loro fusione in elementi più complessi. Ciò a sua volta ha dato origine al movimento nella polvere galattica che si formava. Ebbero origine le galassie che a loro volta crearono stelle e pianeti, comete, asteroidi e tutta la materia dello spazio. Si ritiene che questa materia rappresenti circa il cinque per cento dell’universo e che la maggior parte dell’universo sia una sostanza inconoscibile chiamata materia oscura (‘oscura’ come nei secoli oscuri, a significare sconosciuto, nascosto). Ciò è perché non possiamo spiegare completamente l’universo.

Possiamo scomporre la materia conoscibile in componenti sempre più piccole: quark di tipo up, quark di tipo down che formano neutroni e protoni che si combinano con gli elettroni per formare elementi. Il più semplice di questi è l’idrogeno formato da un elettrone che ruota intorno a un protone. L’idrogeno è l’elemento cuore del sole e di molte stelle. Sulla terra si combina comunemente con l’ossigeno per formare l’acqua, due elementi di idrogeno e uno di ossigeno. La storia dell’universo che si evolve è la reazione di questi semplici elementi al calore prodotto inizialmente dal ‘big bang’.

Durante la vita e la morte delle stelle attraverso la fusione si sono formati materia ed elementi più complessi, le trasformazioni delle stelle quali stelle della morte, stelle supergiganti rosse, nane rosse, novae, supernovae, buchi neri. Questa materia si è propagata ad altre galassie e stelle e attraverso la fusione si è combinata per creare i 94 elementi naturali conosciuti nell’intero universo: il fondamento di tutta la materia, inclusi noi.

Questa è l’occupazione dell’universo nel suo stadio attuale. Aastronomi e fisici sono in grado di spiegare le rappresentazioni dell’universo come trasformazioni all’interno delle galassie dalle scie nebulari di materia stellare alla gravità che si origina per produrne movimenti a spirale che alla fine formano stelle, alle reazioni nucleari che trasformano le stelle di un tipo in un altro e, infine, alla morte delle stelle che diventano nane rosse o supernovae che esplodono e i cui residui formano nebulose per ricominciare l’intero processo. La scia diventa pianeti orbitanti. Una stella della Via Lattea, denominata Gliese 581, è lontana 20 anni luce e intorno a questa stella sono numerosi pianeti. E’ stato congetturato che una di queste g. orbita a un distanza che produce temperatura che contribuisce alla vita ( come la conosciamo sulla terra, che potrebbe essere una aspettativa irrealistica). Potremmo conoscere gli abitanti di g., se esistono, come forse una forma di una civiltà? Penso che le nostre aspettative sarebbero eccessive per permetterci di vedere chiaramente.

Tre pianeti, due lune, due asteroidi, una cometa e analisi spettrale di altri fenomeni stellari: l’esplorazione dell’universo  dà sempre lo stesso risultato: alcuni, almeno, dei 94 elementi conosciuti. Tutto quello che possiamo vedere ed esaminare viene dalla stessa fonte creata dalla morte delle stelle. E questi elementi si combinano e ricombinano incessantemente creando la diversità delle strutture che conosciamo sulla terra, inclusa la vita, inclusa l’umanità. Che stupenda rivelazione, che ispira un timore reverenziale maggiore di qualunque altra indagine effettuata nelle nostre origini.

E’ una storia di fusione nucleare, dapprima di idrogeno, l’elemento più semplice, in elio, l’elemento successivo. Questa è la forza creativa che conosciamo, quella che ha creato l’universo dopo i suoi primi minuti di esistenza, quello che una volta abbiamo chiamato dio, in quanto avevamo una conoscenza talmente limitata della nostra esistenza, dell’universo, e della natura di dio. Se dio è la prima causa, nei termini di Aristotele, il Primo Motore, allora dio è chiaramente qualcosa di diverso dal creatore dell’universo visibile ed è un nostro limite limitarlo così.

I tentativi di guardare ciò che esisteva prima dei tre minuti del ‘big bang’ sono intralciati da difficoltà concettuali (e sono un prodotto della matematica). L’emergenza quindi delle quattro forze che hanno organizzato la materia – la gravità, le forze nucleari deboli e forti e l’elettromagnetismo –  e la formazione delle prime particelle, quark ed elettroni, portano al mondo come lo conosciamo oggi. Ma prima? Possiamo essere limitati nella descrizione di quanto successo da due svantaggi. Il primo è che non sappiamo perché si è verificato un ‘big bang’ e il secondo è che stiamo cercando di conoscere noi stessi e l’auto comprensione ha limiti creati dal punto di osservazione scelto, così come l’occhio ha un ‘punto cieco’. E’ possibile che una spiegazione scientifica, se emerge, possa ‘appiattire’ la realtà, darle un’aria meccanica a causa delle limitazioni stesse di quel metodo di comprensione e anche creare il bisogno di una spiegazione intuitiva, poetica, supplementare.

Gravità
Se il calore sviluppatosi dopo il ‘big bang’ è come Visnu creatore e protettore della materia stellare dell’universo allora la gravità che forma e distrugge la struttura dell’universo è come Shiva. Togliete la faccenda del diavolo e non siamo lontani dai ruoli giudaico/cristiani di Jehovah e Satana. il dio del fuoco e il dio dell’inerzia. La gravità fa crollare le stelle su se stesse e dentro si verificano reazioni nucleari che le fanno brillare. Alla fine, la reazione nucleare si indebolisce, le stelle si frantumano e si produce una supernova che crea nuova materia stellare. All’interno delle galassie e anche dei sistemi solari la spinta gravitazionale ha effetto sull’orbita di ogni corpo stellare, crea la sua orbita individuale e, vitale per noi, è responsabile per il mantenimento sulla terra di un’atmosfera ricca di ossigeno. Il pianeta Marte con una spinta gravitazionale inferiore alla metà di quella della terra non è stato così fortunato e la sua atmosfera e l’acqua della superficie si sono perse nello spazio.

La gravità è una costante dell’universo e la sua azione è visibile nella rotazione delle galassie, del sistema solare, dei pianeti, degli asteroidi, nel mantenimento dell’atmosfera sulla terra, nella spinta gravitazionale della luna sulla superficie della terra, più visibilmente nelle maree, nelle oscillazioni del tempo e nel comportamento degli elementi di cui tutti questi corpi si compongono e nelle orbite degli elettroni intorno ai protoni. La gravità crea un sistema stabile mentre altri fattori quali le reazioni nucleari nelle stelle e i campi di forza opposta dei corpi vicini lavorano per destabilizzarlo.

Un fattore spiacevole della gravità è quello che riguarda la spirale più vicina alla Via lattea, la  Galassia Andromeda, distante due milioni di anni luce (25 milioni di milioni di milioni di chilometri). Andromeda contiene un trilione di stelle, la Via Lattea 400 miliardi di stelle. L’universo si sta espandendo ma mentre sia la Via Lattea che Andromeda si allontanano dal centro dell’ammasso galattico locale si avvicinano l’una all’altra espandendosi nella stessa direzione. La gravità fa sì che collidano. Questo è successo molte volte nella storia delle galassie, incluso in quella della Via Lattea e di Andromeda. Si ritiene che la collisione avverrà tra tre miliardi di anni. Lo spettacolo dalla terra sarà fantastico con centinaia di soli nel cielo.

Se la gravità fosse senziente starebbe operando per ammassare la povere galattica, formarne stelle e quindi farle brillare, poi riciclarle per formare di nuovo polvere. Questo è il fine dell’universo, comunque in questo momento galattico. Quindi dove sta la vita in questo schema? Alcuni affermano che è un mero caso, un sottoprodotto incidentale di altri processi. Ma questo è un giudizio di valore non supportato da prove. Non sappiamo ancora qual è il fine della vita (probabilmente perché ‘fine’ è una struttura creata dal cervello umano) e non sembra che l’astronomia possa dare una risposta.Il massimo che ci può dire è che gli esseri umani indubbiamente non sono al centro dell’universo, non è tutto intorno a noi (o ai nostri peccati), In un certo modo questo non è un fatto inaspettato. Pensare al proposito della vita è come pensare cosa è un pensiero. Si può fare? Siete sicuri che il vostro pensare su un pensiero, se ne potete formare uno, non è distorto e inaccurato in quanto è esso stesso un pensiero? Quindi la vita stessa probabilmente non può mai vedere il suo perché.

Luce
La luce è il mezzo attraverso cui vediamo il mondo e una fonte di molta informazione che abbiamo su esso. La luce è l’unica fonte di informazione che abbiamo sul resto dell’universo. Una qualità che conosciamo della luce è la sua velocità quindi sappiamo anche che il quadro dell’universo, o parte dell’universo, che riceviamo è vecchio quanto il tempo che la luce impiega per raggiungerci da un oggetto osservato e che è molto vecchio perché le distanze stellari sono immense. Guardiamo in alto il cielo della notte  e vediamo non quello che è ma quello che era. Perfino la luce del Sole è vecchia di otto minuti quando raggiunge la terra. La stella più vicina Alfa Centauri sta quattro anni nel passato. Fino ad ora è stato argomentato che esistono 100 miliardi di galassie, ciascuna con miliardi di stelle. Ma noi semplicemente non le vediamo. A causa della natura della luce, che è divisa in uno spettro di colori, possiamo scomporre la luce proveniente da oggetti sia per discernere la loro composizione chimica, in quanto ogni unione di elementi ha un modello spettrale caratteristico che anche per calcolarne il movimento, la dimensione e l’età. E’ vero, in qualche parte questa informazione è relativa a noi in quanto osservatori sulla terra ma tuttavia ci dice molto sull’universo e quello che vi accade dentro. Non possiamo vedere fuori dell’universo.

Dentro l’universo e i suoi 100 miliardi di galassie la stessa Via Lattea è immensa rispetto alla nostra scala terrestre. E’ approssimativamente 100.000 anni luce in diametro cioè la luce che viaggia molto più velocemente di noi   impiegherebbe 100.000 anni per attraversare la galassia che conterrebbe 400 miliardi di stelle.

Osserviamo tutto questo perché il calore prodotto nelle stelle dalla fusione nucleare sotto la pressione della gravità  produce anche luce che viaggia a una velocità costante attraverso l’universo e registra sul nostro nervo ottico un impatto che viene poi interpretato dal nostro cervello. Che cosa grandiosa pensare che questo è tutto un solo processo, un rapporto tra la creazione della luce stellare e la sua ricezione e interpretazione all’interno di uno dei prodotti di quella stessa emissione di luce stellare. Non solo siamo formati da elementi creati da stelle, ma parte di quella formazione ma il nostro occhio/cervello può cercare di comprendere ciò che osserva di quel processo.E’ per me uno dei concetti più reverenziali in cui mi sia imbattuto.

La maggior parte delle persone non guardano in alto, non vedono le stelle (alcuni guardano in alto ma possono solo vedere smog che copre il cielo). La maggior parte degli altri animali non può guardare in alto. Ma, malgrado ci siano molte, molte stelle visibili a occhio nudo, sembreranno tutte uguali finché non le si osservano a un telescopio. Comunque, certi eventi cosmici, le novae, supernovae o hypernovae saranno visibili nel cielo di notte o perfino di giorno. A volte queste sono state osservate dalla terra e ce ne sono molte che potrebbero apparire in qualunque momento. Naturalmente appaiono sempre nell’evoluzione dell’universo e delle sue galassie, semplicemente non possiamo vederne la maggior parte. Cosa faremo quando ne vedremo di nuovo una?  Un oh e ah come quando guardiamo i fuochi d’artificio? O saremo presi dal panico all’arrivo della fine del mondo? E’ una scommessa alla pari. In entrambi i casi sarà sopravvalutare quello che è nel nostro campo visivo come se fosse tutto ciò che esiste. E’ sempre meglio avere una prospettiva ampia e profonda anziché stretta e superficiale. Una nube cosmica vicina nota come Eta Carinae è solo a una distanza di 7.500 anni luce. E’ esplosa nel 1843 ed è stata causa di meraviglia sulla terra. E’ destinata a diventare una supernova in qualunque momento. Tenete gli occhi aperti.

Questo non è tutto quello che la luce fa, Ogni oggetto che la luce raggiunge usa parte della sua energia per sopravvivere. Poiché la luce consiste di uno spettro di colori, la parte dello spettro non usata da ogni oggetto viene riflessa indietro e gli dà il suo colore caratteristico ai nostri occhi. In quel modo la luce ci dà un mondo colorato non monocromatico. E gli umani hanno sviluppato una sensibilità a questo fenomeno che permette loro di registrare questi colori, un dono non posseduto da ogni specie animale. La luce stessa è parte di una gamma più ampia di radiazione elettromagnetica e include microonde, infrarossi, ultravioletti, raggi x e raggi gamma. Perciò le forze elementari, la gravità, l’elettromagnetismo definiscono non solo il nostro mondo e la nostra specie ma anche la nostra esperienza di quel mondo. L’esistenza è un continuum. Lo spazio inizia dentro di noi in quanto iniziamo come parte delle stelle.

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Il presentatore della serie, Cox, e lo scrittore hanno spiegato in modo eccellente una materia scientifica complessa, che è costantemente aggiornata, in modo comprensibile e in particolare con informazioni compresse in modo intelligente o generalizzate. Esiste anche un libro della serie che ho trovato molto utile. La serie presenta riprese straordinarie di luoghi spettacolari in quanto Cox scruta il globo per trovare sulla terra analogie con eventi nello spazio. Ovviamente i produttori vogliono evitare il tipo di presentazione statica a ‘mezzo busto’ e l’operatore Kevin White ha prodotto filmati che farebbero onore a una serie o a un documentario di alta qualità.  La musica di Sheridan Tongue ha i suoi momenti più o meno felici così come le immagini delle stelle generate al computer. Il problema è che l’argomento è talmente spettacolare da un punto di vista visivo che sia le immagini che la musica perdono presto la loro forza. Cox è un presentatore affascinante e la sua reazione personale al tema completa il lavoro. Pericolosamente vicina a un insuccesso, troppo generale per coloro che già sono competenti nell’argomento, troppo dettagliata per quelli interessati solo al fatto visivo, la serie ha funzionato per me. In realtà l’ho trovata sublime. Posso aver detto qualcosa di sbagliato nel mio saggio e fatto osservazioni grossolane, pseudometafisiche ma non guarderò mai le stelle di nuovo nello stesso modo dopo aver visto la serie. Paragonato con il mio standard su questo argomento, Cosmos  del 1980 di Carl Sagan cui ho dato il voto di 10/10, questo merita 8.5/10. E’ una serie molto più breve che non ha la poesia di Cosmos ma è aggiornata dal punto di vista scientifico. Ho imparato molto e visto molte cose belle sulla terra e nel cielo. Ho imparato che, per quanto scopriamo, se perdiamo il senso della meraviglia quella conoscenza è inutile. E di questo tratta quella serie: il titolo dice tutto.

©2014 Translation copyright Gianna Attardo.

27. SEGNI E PRODIGI

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Nel primo secolo d.C un uomo nasce da una famiglia greca nella città di Tiana nell’Anatolia, in Turchia, un’antica città ittita poi nota con il nome di Cristopoli (la città di Cristo) a quel tempo nella provincia romana della Cappadocia. Divenne uno degli uomini più famosi del suo tempo, un insegnante che andava di città in città e un profeta noto come taumaturgo e fu riverito per la sua capacità di risuscitare i morti. In punto di morte una moltitudine lo vide sollevarsi fisicamente in cielo fino a scomparire dalla vista. Si chiamava Apollonio, che significa adoratore di Apollo, il dio del sole (‘Apollo’ è letteralmente ‘il distruttore’, dio delle calamità, munito di arco e freccia: da qui il nome Apollion, l’angelo della distruzione della Bibbia). E’ possibile che queste storie di miracoli siano vere? E se lo sono in che senso lo sono? L’attività di Apollonio fu di dare un contributo ad alcune delle numerose storie su Gesù di Nazareth che si stavano formando nel 380 d.C tempo in cui la religione cristiana crebbe fino a diventare religione di stato dell’Impero romano. Coloro che si opponevano al Cristianesimo hanno descritto Apollonio come un rivale di Gesù. Quanto era vero ciò dato che nel primo secolo Gesù era conosciuto solo da pochi  ebrei settari a Gerusalemme e da convertìti di Paolo in Grecia?

La storia di Apollonio presenta una confusione di periodi storici, ciascuno con le sue proprie inquietudini, che hanno bisogno di essere analizzati per dare un giusto valore all’uomo.

Apollonio visse circa tra il 5 e l’85 d.C. Fu membro della scuola mistica di ‘filosofia’ fondata da Pitagora nel sesto secolo a.C. La sua vita fu descritta da Filostrato, un filosofo greco che risiedette alla corte dell’imperatore Settimio Severo poco dopo il 200 d.C. Filostrato scrisse per il circolo letterario organizzato dalla moglie di Settimio, Giulia Domna che veniva da Emesa, nella Siria, centro di culto di Apollo dove Apollonio era riverito.

Pitagora 540 a.C.
Fu l’epoca del saggio, o mago. La storia inizia con la misteriosa figura religiosa di Pitagora che forse era, come suggerisce il nome, coinvolto nel culto di Pitone, o serpente oracolo che conosceva sia il passato che il presente e poteva offrire un sicuro viaggio di andata e ritorno dall’aldilà da dove i sacerdoti che vi si  avventuravano potevano riportare saggezza e guida per la loro gente. Questo era il ruolo dello sciamano in molte società primitive ed esisteva in forma più elaborata nell’antica civiltà cretese. In Grecia il ruolo di Pitone era svolto dal Distruttore Apollo che si diceva avesse ‘ucciso’ il Pitone ai famosi oracoli di Delfi e Didima, a  Mileto. Si diceva che Pitagora fosse il figlio di Apollo. Questo ruolo di sciamano può essere visto in altri ponti mistici tra il mondo e l’aldilà come nella religione di Orfeo e nei misteri eleusini. E’ celato e male interpretato nella Genesi nella storia di Eva e il serpente nel giardino dell’Eden.

Pitagora è conosciuto attraverso filosofi come Aristotele, i Neo-platonici e lo stesso Platone che creò il quadro di un gruppo di pensatori antesignani della filosofia di Socrate ( i ‘Pre-socratici’). Questi uomini tuttavia non erano tutti filosofi nel senso inteso da Platone. Noi li vediamo come fondatori della tradizione intellettuale occidentale e scienziati della natura che diedero inizio all’approccio sperimentale moderno dello studio del mondo. Ma nei 150 anni tra il 650 a.C. e il 500 a.C. pensatori quali Talete, Anassimandro ed Eraclito, provenienti da Mileto e Efeso, sulla costa meridionale della Turchia, stavano facendo qualcosa di differente (o forse lo stesso). Erano alla ricerca di dio. Dio, come loro lo definivano, era il principio universale, l’unità sottostante la materia in tutte le sue forme. La loro era essenzialmente una ricerca religiosa. Ciò che la rendeva differente da tutte le altre forme di religione era il loro metodo analitico e basato sulle misurazioni. Ragionavano sul dio non lo adoravano.

Alcune di queste figure erano simili a guru. Eraclito di Efeso insegnava ai suoi seguaci usando qualcosa di simile alle parabole Zen. Era noto per parlare per enigmi quali ‘non si può entrare nello stesso fiume due volte’, vale a dire che il mondo e tutti i suoi abitanti cambiano costantemente creando un’illusione che oscura la realtà sottostante e porta alla superstizione. Apparentemente era un insegnante morale che cercava con la sua stessa oscurità di modificare il modo di pensare dei suoi seguaci. Empedocle, di Agrigento in Sicilia, figura più tarda, era noto come saggio e guaritore, dotato del potere di controllare le tempeste. Era un sacerdote nei riti di Orfeo e si diceva che al momento della morte fosse asceso al cielo. Pitagora era una figura di questo genere. Il famoso teorema che da lui ha preso il nome fu più probabilmente insegnato da uno dei suoi seguaci ed era stato precedentemente derivato dagli astronomi babilonesi. Durante la sua vita Pitagora fu principalmente una figura religiosa. Proveniva da Samo, un’isola al largo di Mileto (e a circa 650 chilometri ad ovest di Tirana nell’Anatolia) e visse tra il 570 e il 500 a.C. Pitagora e i suoi seguaci vivevano in comunità monastiche ed erano vegetariani. Credevano nella trasmigrazione delle anime e ritenevano che gli uomini avessero vissuto molte vite. Sembra probabile che Pitagora abbia trasmesso da centri di culto come Samo o Mileto un rituale designato a dare ai credenti accesso alla loro successiva incarnazione. Offriva immortalità ai credenti. I Pitagorici, al pari dei devoti a Eleusi, ebbero una lunga storia, abbastanza lunga da aver influenzato la nuova religione del Cristianesimo. La setta si era diffusa in Italia e in Sicilia e ad est in Anatolia, poiché Apollonio divenne un iniziato.
Le religioni praticate dai Greci e dai Romani non erano tutte culti di stato (polis) designate ad alimentare il patriottismo, sebbene le rovine imponenti dei templi e le storie sugli dei dell’Olimpo tendano a oscurare altre forme di religione quali i culti di oracoli diffusi in tutto il mondo greco e spesso basati sull’adorazione di Apollo, i culti misterici di Orfeo e Eleusi, i culti dei morti, l’adorazione delle divinità dell’aldilà come Ecate e varie forme di magia. La Grecia antica ebbe insegnanti famosi che raccolsero intorno a sé discepoli come fecero i guru in India o i saggi come Confucio in Cina. Molti dei ‘filosofi’ presocratici erano di questo tipo. Essi stessi avevano studiato in antichi centri di conoscenza come Babilonia o Tebe in Egitto. Si diceva che alcuni avessero viaggiato in India. Pitagora era questo tipo di figura religiosa.

Apollonio 50 d.C.
Questa fu l’epoca dei retori o sofisti. Quello che sappiamo su Apollonio deriva soprattutto da Filostrato che stava realmente scrivendo una storia, un racconto di prodigi per intrattenere l’Imperatrice, spacciandola per una storia di filosofia. La figura di Apollonio appartiene alla storia nonostante il racconto di Filostrato rifletta credenze diffuse nel secondo secolo su di lui. Forse il rapporto storia-racconto si potrebbe paragonare a quello relativo alla vita di Alessandro Magno contenuto ne  Il romanzo di Alessandro, un descrizione di prodigi scritta al tempo di Filostrato da fonti orali e tradotta nella maggior parte delle lingue del Medio oriente e dell’Europa.

Il racconto di Filostrato inizia descrivendo i prodigi osservati alla morte di Apollonio e continua con la preparazione alla sua missione nel periodo trascorso solo nel deserto. Viaggiò in Persia e trascorse del tempo con i Magi (plurale di Magus, il saggio noto dai Tarocchi) poi si recò in India dove studiò con i saggi. Di ritorno in Grecia, Apollonio passò del tempo a Efeso dove si trovava il grande tempio della Madre prima di continuare verso Lesbo e partecipare ai riti di Orfeo e quindi verso Atene dove divenne un iniziato ai Misteri Eleusini. Apollonio viaggiò nel Mediterraneo dando consigli a governanti e imperatori a Roma e pronunciando giudizi su argomenti che gli venivano sottoposti. Fece predizioni e compì miracoli e attrasse larghe folle. Quindi passò nella Ionia poi si mise nuovamente in viaggio verso Roma dove ebbe un confronto diretto con il tirannico Domiziano. Apollonio si liberò miracolosamente delle sue catene e rilasciato dalla prigione tornò in Grecia. Sull’isola di Creta fu visto ascendere al cielo in carne e ossa. In tempi successivi fu dedicato un culto alla sua adorazione.

La vita di Apollonio è un tentativo di mostrare che i miracolosi poteri del saggio non venivano dal male ma dal bene. Nel resoconto della vita di Apollonio fatto da Filostrato si trovano descrizioni che equivalgono a diari di viaggio in luoghi distanti dell’Impero e numerosi brevi storie, incluse storie di fantasmi. L’opera non è assolutamente una biografia nel senso comune del termine. Alcuni elementi importanti, come le peregrinazioni intorno ai confini dell’Impero, sono simili alle storie narrate su Pitagora.

Apollonio è realmente esistito ed era conosciuto in differenti province dell’Impero. Attrasse un gran seguito e nelle assemblee tentò di sollecitare riforme di diritto civile e pratica religiosa. Era un uomo santo e riverito, celibe, che si spostava con un piccolo gruppo di discepoli. Fu perseguitato per le sue idee ma non soffrì imprigionamento e punizioni.
Non sembra ci sia motivo di dubitare della sua storia fino a questo punto. Sfortunatamente non esiste nessun’opera contemporanea sulla vita e sulle opere di Apollonio poiché le sue lettere non contengono aggiunte successive, quindi bisogna fare congetture in base a successivi racconti scritti su di lui.

Saggi come Pitagora ed Eraclito avevano vissuto vite molto simili così come anche retori e sofisti del primo secolo. I retori del tempo sono meglio conosciuti attraverso l’attività di Luciano di Samosata che, comunque, fu un intrattenitore, uno che ridicolizzava gli sforzi di filosofi più seri che lui caratterizzava come truffatori  tra i quali fu un certo Alessandro, discepolo di Apollonio e soggetto di un dialogo di Luciano. Si può a buona ragione credere che ci fossero tali impostori. L’entità dell’effetto di Apollonio sul suo pubblico rende ciò probabile sebbene lui fosse qualcosa di più. I retori viaggiavano di città in città, salivano in tribuna e cercavano di eccitare un pubblico parlando in modo memorabile. Nel Atti degli Apostoli di Luca leggiamo che Paolo e altri si comportavano in modo simile. Se Apollonio era un sacerdote di Apollo si può immaginare che abbia tentato di riportare la gente a un’adorazione della vecchia religione come Paolo stava cercando di portarla a una comprensione di una nuova.

Come Paolo, Apollonio era un mistico, un uomo che aveva parlato a dio. Ciò gli dava immensa autorità. Era un uomo santo come i sidhu in India. Era un sacerdote di Apollo che incuteva grande rispetto. Ciò gli dava il diritto di consigliare e, se necessario, rimproverare sia capi civili che religiosi. Pare che si sia rivolto sia alla gente comune, come facevano i retori, che a funzionari in privato. Secondo Filostrato fu anche ricevuto da imperatori, alcuni dei quali erano persone che incutevano terrore. Rimproverare Nerone o Domiziano era sicuramente motivo per imprigionamento. Anche il non farlo portava in prigione. Ma l’Impero romano nel primo secolo era un tempo e un luogo molto sofisticato. Paesani creduloni potevano credere nei taumaturghi realtà cui un cinico come Luciano pose presto una fine.

Penso che i miracoli e i prodigi di Apollonio sono una aggiunta posteriore. Ciò sulla base della difesa di Eusebio, un prominente vescovo del terzo secolo e storico della chiesa cristiana, che scrisse contro un funzionario romano di nome Hierocles che aveva contrapposto sfavorevolmente Gesù ad Apollonio. Eusebio afferma di ritenere piuttosto credibile che Apollonio fosse un filosofo onesto, perfino un uomo santo. “Io, comunque, amico, ritenevo che l’uomo di Tiana  fosse stato, umanamente parlando, un saggio e sono ancora liberamente disposto ad aderire a questa opinione”. Ma naturalmente non avrebbe permesso più di tanto.

Filostrato 220 d.C.
Fu il tempo dei taumaturghi, dei segni e prodigi.  La storia è stata spesso mero pettegolezzo, racconti biografici superficiali a scopo di intrattenimento. Filostrato è classificato come filosofo ma non è Platone. Le sue storie aneddotiche sui filosofi non sono né storia, né filosofia ma racconti misti a fantasia. L’unica cosa insolita nei racconti di Apollonio sono i miracoli attribuitigli da Filostrato. Le storie di Gesù di Nazareth comprendono anche quelle di miracoli, insolito per un battista, zelota o escatologista del suo tempo. E’ possibile che questa preoccupazione del secondo secolo sia un’aggiunta alle storie dei tempi precedenti?

I cento anni che vanno dal 130 al 30 a.C. erano stati un periodo instabile per l’Impero romano durante il quale tutte le classi avevano patito non solo guerra e distruzione ma inflazione, malattia e carestia. Quando Virgilio pubblicò le Ecloghe nel 40 a.C. guardò nella quarta a un’Età dell’Oro, di pace e sicurezza. Accennò a un bambino come portatore di questa epoca di pace. Alcuni ritengono che si riferisse ad Augusto mentre altri che fosse Cristo ma era probabilmente un’astrazione quale Armonia o la Pace stessa. Per 200 anni l’Impero fu saldo nonostante governanti incompetenti o tirannici.

Tuttavia, dal regno di Marco Aurelio. intorno al 180 d.C., l’Impero iniziò il suo lungo periodo di declino e, nonostante le capacità militari di sovrani quali Settimio Severo, molte certezze sulla passata invincibilità dell’Impero romano erano svanite. Allo stesso tempo, l’esistenza di quell’Impero aveva inondato la civiltà romana di idee e credenze nuove e a volte debilitanti. Nuove fedi come le religioni di Iside e di dei salvatori come Mitra e Gesù Cristo offrivano sicurezza e salvezza e il Cristianesimo preparava convertìti per il futuro giorno del giudizio. I cittadini facevano sempre più affidamento su una maggiore sicurezza nella vita futura garantita da taumaturghi nella vita presente.

Filostrato completò la vita di Apollonio dopo che Settimio Severo e Giulia Domna erano entrambi morti, probabilmente sotto il regno del feroce Eliogabalo, un sacerdote del Sole proveniente da Emesa e un parente di Giulia Domna. Eliogabalo aveva solo quattordici anni quando divenne imperatore, era un bel transessuale, travestito, omosessuale che amava fare sesso in pubblico con i suoi partner maschili, incluso suo marito Ierocle che era anche il suo auriga (Fetonte ed Elio).  Eliogabalo introdusse i riti dei siriani Elio e Cibele a Roma. Questi non includevano l’uso del sesso come invocazione agli dei ma Eliogabalo lo portò agli estremi indicando che voleva l’applauso dei suoi cortigiani quando raggiungeva l’orgasmo durante l’atto sessuale con uno dei suoi amanti. Questo era troppo anche per una Roma in declino ed Eliogabalo visse appena quattro anni prima di essere assassinato all’età di 18 anni. Quello di cui Roma aveva maggiormente bisogno ora era un miracolo.

Negli Atti degli Apostoli apocrifi, scritti probabilmente nelle decadi precedenti all’opera di Filostrato (circa 80-200 d.C.), veniamo a conoscenza di un altro uomo santo con poteri soprannaturali, Simone Mago, che si diceva provenisse dalla Samaria. Simone, originariamente menzionato negli Atti degli Apostoli di Luca, diventa negli apocrifi un potente mago in lotta con Pietro e altri discepoli per avere convertìti. Sia Simone che Pietro competono con trucchi magici e naturalmente Pietro vince. Malgrado questa storia sia probabilmente basata sulle competizioni tra Mosé e i sacerdoti egiziani nell’Esodo dove il bastone di Mosé ha l’abitudine allarmante di trasformarsi in un serpente, ci sono prove dell’esistenza di un altro taumaturgo, questa volta in Siria, poco dopo il tempo di Apollonio, le cui imprese sono state gonfiate come lo sono state probabilmente quelle di Apollonio alla fine del secondo secolo. Può darsi che Simone sia stato una figura religiosa, non meramente un prestigiatore ma sopravvivono solo ostili fonti cristiane su di lui che lo ritengono un controtipo di Satana.

In opere scritte nel secondo secolo, alcune delle quali vennero aggiunte al canone del Nuovo Testamento, vengono attribuiti a tutti i discepoli segni e prodigi solitamente imprecisati. Ciò riflette una contemporanea credenza nello stesso Gesù come mago, taumaturgo. Trovo le storie dei miracoli contenute nei vangeli incompatibili con il destino finale di Gesù come preteso messia o re dei Giudei.  Non vengono menzionate nel racconto del suo processo come parte della sua accusa (dove sarebbero state definite un risultato dell’essere posseduto da uno spirito maligno). Molte di esse potrebbero in realtà essere spiegate come errore di interpretazione di una parabola (per esempio, c’era un insegnante che radunò la gente per ascoltarlo e trovò che c’erano solo alcuni pani e pochi pesci per sfamare più di un migliaio di persone. Divideteli, disse, ce ne sarà abbastanza per tutti. Lo fecero e trovarono molte ceste di avanzi. Poiché la sua saggezza fu nutrimento per coloro che ascoltarono). Altre potrebbero riflettere un rito religioso, ad esempio Lazzaro potrebbe essere stato sepolto simbolicamente per rinascere in una nuova fede chiamato da Gesù. Questo era un rito usato nei misteri eleusini greci. Si dovrebbe ricordare che in un primo momento i vangeli furono trasmessi oralmente e che esisteva margine per qualche errore di interpretazione.

La gente di quel tempo voleva taumaturghi. Nella religione trionfante del secolo successivo ne trovò molti, dal famoso Simeone, il pilastro-sedile della Siria all’inizio del quarto secolo alla descrizione di Ireneo di gente resuscitata in Gallia. Discutere sulla supposta o meno veridicità dei miracoli è offuscare il problema. Il punto è la disponibilità della gente a credere nella possibilità dei miracoli. Dopo la grande età della fede del primo secolo in Mitra,  Gesù,  Iside, Demetra a Eleusi e probabilmente in Apollo e in molti altri dei classici di cui non siamo a conoscenza è venuta la fase del consolidamento, principalmente del vincitore nelle dispute di fede, il Cristianesimo. La profusione di segni e prodigi fu prova dell’origine divina del Cristianesimo. Tuttavia anche un segno di superstizione. La fede non ha bisogno di prova.

Parlare del Cristianesimo comunque non dovrebbe oscurare il fatto che altre due fedi importanti lo superavano in numero all’inizio del secondo secolo. Il Mitraismo, derivato dalla mitologia persiana ma che ebbe sviluppo nell’Impero come culto misterico, fu la religione prevalente a Roma per tutto il secondo e terzo secolo. I credenti si riunivano in strutture sotterranee simili a tombe, si scambiavano strette di mano segrete e commemoravano le gesta eroiche dell’eroe Mitra che uccise il toro sacro (come nella vecchia religione cretese) così da ottenere vita per i fedeli, poi ascese al cielo dove regna con il dio sole, Sol Invictus. I fedeli prendevano parte a questo sacrificio attraverso un pasto commemorativo durante il quale mangiavano la carne del toro e ne bevevano il sangue. Il Mitraismo non fu una fede esclusiva e gli iniziati partecipavano ad altri culti. Né cercava di fare proseliti. Attraverso la sua azione eroica Mitra può essere stato collegato al sole e divenuto parte della sua divinità. Non siamo a conoscenza di alcun fondatore del Mitraismo né di insegnanti o taumaturghi ad eccezione dello stesso Mitra.

Dall’Egitto emana ma si diffonde alla fine in tutto l’Impero la religione della Madre Iside e di suo figlio Horus, la Regina del cielo e della Stella della sera. Diventa poi la religione romana più popolare e, nonostante l’affermarsi del Cristianesimo, viene ancora praticata fino alla fine del sesto secolo. Iside era la dea salvatrice che aveva trovato i pezzi del corpo del marito Osiride il sole smembrato da Set dio delle tempeste del deserto e lo aveva riportato in vita.  Era la dea Madre e dipinti e statue di lei che allatta il piccolo Horus si vedevano in tutte le parti  dell’Impero. Un quadro vivido della religione di Iside è offerto dal libro scritto nel secondo secolo da Apuleio dal titolo L’asino d’oro. Un’ importante funzione di Iside era quella di essere la Signora degli incantesimi. Era invocata dai maghi che creavano un incantesimo d’amore o di morte per i loro clienti.

Religioni precedenti quali quella di Pitagora e Apollonio, di Mitra e Iside avevano dato importanza al dio Sole. Ciò facilitò il lavoro dei proseliti cristiani in quanto spiegarono che la loro religione adorava dio il figlio. I Cristiani adottarono anche l’iconografia e i rituali di altre fedi. Questo fu in parte un processo nella tendenza prevalente al sincretismo, la fusione dei credi religiosi, che fu anche la politica ufficiale dell’Impero, almeno sotto Settimio Severo.  Inoltre, rese la conversione più facile: membri di altre fedi furono felici di adottare il Cristianesimo in quanto recava piccolo danno ai loro rituali e trovarono più facile pensare a Gesù come simile a Mitra e a Maria come simile a Iside. Il Cristianesimo ebbe subito una moltitudine di santi, la maggior parte nota per i suoi miracoli. Le altre religioni non furono in grado di competere.

Lentamente la pratica di fede mutò da una trasformazione personale, attraverso un rituale misterico quale quello di Pitagora, a un rituale pubblico, con una connessione sociale come promulgato da Apollonio, a una appartenenza a una organizzazione come accadde quando il Cristianesimo fu adottato come religione dell’Impero sotto Costantino.

©2014 Translation copyright Gianna Attardo.

26. GIANMARIA TESTA: SOTTO VOCE

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Voglio parlare della musica di Gianmaria Testa, un cantante e compositore italiano che apprezzo, e non so come descriverla. Trovo molto difficile parlare di musica che è essenzialmente un’ esperienza sensuale.

Il problema che si ha con i generi musicali è che raramente sono definiti da musicisti, il che è bene per quelli che devono scegliere i CD in un negozio di dischi ma  non lo è altrettanto per descrivere la musica in modo efficace. La musica ha molteplici radici e i musicisti di solito si influenzano a vicenda: evolvono con il desiderio di diventarne uno specifico. Solo i mediocri ci riescono. Gli altri creano il loro proprio stile.

Fats Walzer e Billie Holiday  hanno suonato musica pop ma sono musicisti jazz; Nina Simone era una pianista formata sulla musica classica che ha eseguito canzoni di protesta e canzoni melodiche e che non può essere etichettata sotto nessuna categoria. Il blues ha tracce di ragtime, il rock radici country. Come è stato detto prima, l’unica divisione certa è tra buona e cattiva musica.

Per un parlante di lingua inglese  che per la maggior parte ascolta musica di fondo americano questa ibridazione disorienta ma disorienta ancor di più ascoltare musica di altri paesi. Riteniamo che la musica pop brasiliana sembri jazz; non sappiamo cosa fare di tradizioni come la chanson; non prendiamo sul serio musica come il tango o il rebetiko.

Quindi voglio descrivere la musica di Gianmaria Testa in termini di altra musica e spero di dire cose sensate. Nessun compositore o esecutore italiano può evitare di essere influenzato da Paolo Conte le cui liriche umoristiche, piene di stanchezza del mondo e la tecnica eccellente di pianista hanno attratto l’attenzione sin dagli anni Settanta.  C’è molto del tragico clown di Fatz Waller nelle esecuzioni di Paolo Conte mischiato con le esasperazioni che gli Italiani riservano ai loro propri punti deboli.  Testa ha la voce – immaginiamo che sia Conte che Testa abbiano fumato molte sigarette – ma le loro liriche sono lontane mille miglia: Conte è surreale, nostalgico, esagerato ma Testa è delicato, romantico e quello strano mondo poetico. Di certo li si può descrivere ‘cantanti-cantautori’ come Bob Dylan, Joni Mitchell, Bob Segar ma non saremmo molto precisi se lo facessimo.

Testa ha un vero dono melodico, paragonabile a volte al compositore Simon Jeffes dei Penguin Café Orchestra. Alcuni suoi brani sembrano un quartetto d’archi moderno che esegue un pezzo di Ravel, altri sembrano bebop jazz, finché improvvisamente un clarinetto crea dolce musica pop o una melodia indimenticabile come una di Nino Rota. E furtiva nel background dell’opera di Testa è la poesia in musica di Léo Ferré uno chansonist che ha messo in musica poesie di Apollinaire e Rimbaud e a cui Testa ha pagato omaggio in un CD.

Gianmaria Testa viene da Cuneo, nel Piemonte, vicino al confine francese dell’Italia settentrionale.  (Conte viene da Asti nella stessa provincia, quindi cosa ci dice ciò dei Piemontesi?). Sebbene abbia suonato la chitarra e scritto canzoni da quando era adolescente, la sua carriera ha avuto inizio nel 1995 quando aveva 37 anni. Il suo primo CD Montgolfières è uscito a Parigi in quell’anno e nell’anno seguente Testa ha tenuto uno show  al New Morning Club di Parigi con un combo che comprendeva sax, trombone, clarinetto e fisarmonica. Durante tutta la sua carriera Testa ha mostrato grande abilità e acume nella scelta dei musicisti di supporto e gli arrangiamenti realizzati insieme sono una delle caratteristiche che collocano la sua musica al di sopra dell’ordinario. Il concerto del 1997 all’Olimpia gli ha guadagnato, tardivamente, generale riconoscimento ed è stato seguito da un tour in Europa e Canada nel 1998. Nel 2000 il suo CD Il valzer di un giorno ha avuto molto successo, fatto sorprendente per un album di una sola voce accompagnata semplicemente dalla chitarra di Pier Mario Giovandone. E’ un capolavoro e un pezzo forte della sua carriera.  L’anno 2002 ha visto due omaggi  Guarda che luna! con Enrico Rava, Banda Osiris, Stefano Bollani, dedicato a Fred Buscaglione, un divertente spettacolo di varietà che fa sfoggio di autentico virtuosismo e Omaggio a Léo Ferré, con Roberto Capelli e Paolo Fresu che, sviluppati attraverso varie esecuzioni, hanno poi dato vita a due CD rispettivamente nel 2004 e 2008. Altre esecuzioni acclamate sono state quelle del Festival Jazz di Montreal nel 2005 e 2007. Un forte elemento di teatro è entrato nell’opera di Testa, includendo il CD ‘di concetto’ Da questa parte del mare che esplora l’esperienza della migrazione e che è probabilmente il suo migliore lavoro fino a oggi. Nel 2009 Testa si è esibito in un solo concerto di 21 sue composizioni accompagnato solo dalla sua chitarra uscito più tardi in quell’anno con il titolo Solo Dal Vivo, un’ esecuzione straordinaria che ha attratto un’ entusiasta risposta di pubblico, un altro pezzo forte della sua carriera. Con il passar del tempoTesta si è rivelato un cronista perspicace e delicato degli stati del cuore con un dono melodico che oggi rende molte sua canzoni indimenticabili (e una voce che sta diventando notevolmente più rauca).

Di tutti i sogni che ho,
dei miei miraggi sei tu,
la più improbabile,
sei come un’isola persa nel blu,
e riscoperta
però, irraggiungibile….
(Come un’America da Extra Muros)

(mi ricorda qualcosa più semplice che ho scritto molto tempo fa:
attraverso una nebbia
ho sentito la tua canzone, sempre si affievolisce,
sempre bella…
prendendo il mare
lasciando la tua isola, ammaliatrice
e sperando di trovarti,
circe,
di nuovo).

La maggior parte dei CD di Testa sono disponibili su Amazon.com. Raccomando le registrazioni dal vivo: Testa riesce molto bene in concerto. I CD realizzati in studio contengono tutti i pezzi forti e possono essere apprezzati sia per la splendida abilità di musicista e gli arrangiamenti che per i testi.

YouTube
Come le onde del mare. http://www.youtube.com/watch?v=NFP_GrzWylg
Come di pioggia. http://www.youtube.com/watch?v=6FIE8ryCTOo
Ritals. http://www.youtube.com/watch?v=yaIrRC_4zaw
Il viaggio. http://www.youtube.com/watch?v=jCnRFSJLr6c
Come al cielo gli aeroplani. http://www.youtube.com/watch?v=HxTDxEtPFS4
Gli amanti di Roma. http://www.youtube.com/watch?v=RoA6aQoz52M
Piccoli fiumi. http://www.youtube.com/watch?v=12yNoC_6dnQ
Un aeroplano a vela. http://www.youtube.com/watch?v=q88X1hZsKoY

Le canzoni

(da Montgolfiéres 1995):

Un Aeroplano A Vela :
Un transatlantico di carta ti regalerò
quando dovrai partire
e un capitano con le mani lo navigherà
da questo a un altro mare
un transatlantico di carta ti regalerò
e un aeroplano a vela
ed un pilota con gli occhiali lo piloterà
da questo a un altro cielo
e un canarino canterino addomesticherò
per le giornate scure
di quando il mare e il cielo dicono di no
e non si può viaggiare
una bandiera senza segni ti regalerò
quando dovrai partire
e il vento forte di levante la sventolerà
che si potrà vedere
una bandiera senza segni ti regalerò
e una clessidra d’oro
quando la sabbia del deserto la trascorrerà
ti potrai riposare
e un canarino canterino addomesticherò
per le giornate scure
di quando il vento e il tempo dicono di no
e non si può tornare

(da Il valzer di un giorno 2000):

Piccoli Fiumi :
Ah certi piccoli fiumi di bassa pianura
che arrivano dritti nel mare
e chissà se si accorgon di niente
o si lasciano semplicemente arrivare
assomigliano a certe tristezze
che senza preavviso
allagano i laghi del cuore
e alla solita acqua ci mischiano un’acqua
che arriva da non si sa dove
E ti ho incontrata sperduta
che non c’era più niente da dire
neanche l’ombra di un mezzo saluto
in quegli occhi che pure
mi avevan guardato guardare
non importa quanto tempo è passato
ce ne siamo lasciate noi due
di tracce sul cuore
che nessuna tristezza dovrebbe da sola
dovrebbe poter cancellare
E son ritornato qui
in verità,
per contraddirti
e non mi allontanerà questo silenzio
e la distanza di una giacca abbottonata
sono tornato qui
perché si fa di rincontrarsi
e non mi scoraggerà
nemmeno il vuoto
che ci piglia e che non ci fa più meraviglia
sono tornato qui perché…
certi piccoli fiumi di bassa pianura
che arrivano dritti nel mare
io lo so, non si accorgon di niente
ma si lasciano semplicemente
arrivare

(da Altre Latitudini 2003):

Come Di Pioggia :

Ancora un attimo e sarai
come di pioggia
che lava i marciapiedi e a noi
scivola in faccia
soltanto un attimo e sarai
come la pioggia
per un amore di sabbia
sarai
Di terra umida sarai
dopo la pioggia
vapore dal catrame e poi
caldo che abbraccia
di terra umida sarai
fiore che sboccia
sopra un amore di sabbia
sarai
Sarai come una luna d’inverno
che accende per noi
tutto il cielo che gira qui intorno di noi
Ancora un attimo e sarai
come di pioggia
che lava i marciapiedi e a noi
scivola in faccia
soltanto un attimo e sarai
come la pioggia
per un amore di sabbia
sarai
Sarai come una luna d’inverno
che accende per noi
tutto il cielo che gira qui intorno
sarai
sarai il respiro del giorno

(Da questa parte del mare 2006):

Ritals :

Eppure lo sapevamo anche noi
l’odore delle stive
l’amaro del partire
Lo sapevamo anche noi
e una lingua da disimparare
e un’altra da imparare in fretta
prima della bicicletta
Lo sapevamo anche noi
e la nebbia di fiato alla vetrine
e il tiepido del pane
e l’onta del rifiuto
lo sapevamo anche noi
questo guardare muto
E sapevamo la pazienza
di chi non si può fermare
e la santa carità
del santo regalare
lo sapevamo anche noi
il colore dell’offesa
e un abitare magro e magro
che non diventa casa
e la nebbia di fiato alla vetrine
e il tiepido del pane
e l’onta del riufito
lo sapevamo anche noi
questo guardare muto

Discography

• 2009 – SOLO DAL VIVO ****

Le Chant du Monde / Harmonia Mundi France

• Ladies and gentlemen
• La nave
•Dentro la tasca di un qualunque mattino
• Il valzer di un giorno
• Un aeroplano a vela
• Piccoli fiumi
• Comete
• Seminatori di grano
• Forse qualcuno domani
• Una barca scura
• Polvere di gesso
• Il passo e l’incanto
• 4/3/2009
• Al mercato di Porta Palazzo
• Ritals
• La nostra città
• Sei la conchiglia
• Avrei voluto baciarti
• Gli amanti di Roma
• Biancaluna
• Come al cielo gli aeroplani

2008 – F A LEO

Bonsai Music

• Avec Le Temps (Intro)
• Les Forains
• A Saint Germain Des Pres
• Lettura Da L’art Poetique Di P. Verlaine
• Vingt Ans
• Lettura Da L’art Poetique Di P. Verlaine
• Les Poetes
• F.
• Lettura Da L’art Poetique Di P. Verlaine
• Free Poetique
• Monsieur William
• Lettura Da L’art Poetique Di P. Verlaine
• L’adieu
• Lontano Lontano
• Lettura Da L’art Poetique Di P. Verlaine
• Colloque Sentimental
• Col Tempo/Avec Le Temps

• 2006 – DA QUESTA PARTE DEL MARE ****

Le Chant du Monde / Harmonia Mundi France

• Seminatori Di Grano
• Rock
• Forse Qualcuno Domani
• Una Barca Scura
• Tela Di Ragno
• Il Passo E L’incanto
• 3/4
• Al Mercato Di Porta Palazzo
• Ritals ****
• Miniera
• La Nostra Città

• 2004 – GUARDA CHE LUNA (live) ****
Gianmaria Testa; Stefano Bollani; Enrico Rava; Banda Osiris

• 2003 – ALTRE  LATITUDINI ****

Le Chant du Monde / Harmonia Mundi France

• Preferisco Così
• Il Meglio Di Te
• Dentro Al Cinema
• Solo Per Dirti Di No
• Tuareg
• Come Di Pioggia ****
• Veduta Aerea
• Voce Da Combattimento
• Nient’ Altro Che Fiori ****
• Sei La Conchiglia
• Una Lucciola D’ Agosto
• Potrai
• ‘Na Stella
• Altre Latitudini
• Preferisco Così

• 2000 – Il VALZER DI UN GIORNO *****

Le Chant du Monde / Harmonia Mundi France

• Il Viaggio
• Sono Belle Le Cose
• Dentro La Tasca Di Un Qualunque Mattino
• Un Aeroplano A Vela
• Le Traiettorie Delle Mongolfiere
• Sappi Che Tutte Le Strade
• Come Le Onde Del Mare
• Lampo
• Città Lunga
• Avrei Voluto Baciarti
• Gli Amanti Di Roma
• L’automobile
• Le Donne Nelle Stazioni
• Piccoli Fiumi ****
• Mi Sento Solo
• Polvere Di Gesso
• Il Valzer Di Un Giorno
• Plage Du Prophäte

• 1999 – LAMPO ***

Warner France

• La Tua Voce
• Polvere Di Gesso
• Petite Reine
• Lucia Di Notte
• L’albero Del Pane
• Biancaluna
• Lampo
• Gli Amanti Di Roma
• Comete
• Quello Che Vale
• Canzone Del Tempo Che Passa

• 1996 – EXTRA MUROS ***

Warner

• Per Accompagnarti
• Un Po’ Di Là Del Mare
• Come Un’ America
• Cavalli Di Frisia ****
• Il Mio Gallo
• Joking Lady
• Il Viaggio****
• Via Da Quest’avventura
• La Casa Sulla Collina ****
• Un’altra Città
• Extra-muros
• Canto (Segrete Stanze)

• 1995 – MONTGOLFIERE ****

Label Bleu

• Città Lunga
• Le Traiettorie Delle Mongolfiere
• Habanera
• La Donna Del Bar
• Dentro La Tasca Di Un Qualunque Mattino
• Un Aeroplano A Vela****
• Come Le Onde Del Mare
• L’automobile
• Senza Titolo
• Le Donne Nelle Stazioni
• Maria
• Manacore
• La Terra Delle Colline****

©2013 Translation copyright Gianna Attardo.

25. NON TUTTO IL MALE VIENE PER NUOCERE

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Avete mai parlato del tempo con vicini di casa o estranei? Senz’altro. Tutti lo facciamo. Una conversazione solenne sul tempo potrebbe descriversi come una definizione dell’essere ‘umani’. Senza giungere ad alcuna conclusione.

Una piccola digressione. Avete ma riflettuto su che strana cosa è l’uomo (signore, parlo dell’umanità anche se spesso loro non lo sono)? L’uomo è stato definito possessore di un’anima e fatto a immagine di dio (Genesi), ravanello biforcuto (Carlyle), ossessionato dal sesso (Darwin), simbolista (Burke), dotato di humour (Asimov), incline all’auto drammatizzazione (anon) e preoccupato dal tempo (io). Questo la dice lunga sulla storia umana. (Attenzione, tutte queste definizioni sono opera di uomini).

“Pare che stia per piovere”.
“Sì, è vero. Ma si prevede sole per domani”
oppure,
“Caldo eh?”
“si prevedono 35 gradi a ovest. L’inverno più caldo in 100 anni”.

Perché ci raccontiamo le previsioni del tempo che abbiamo appena ascoltato in televisione o facciamo notare che il sole sta splendendo o che le nuvole sembrano foriere di pioggia? Pensiamo che l’altro possa non avere un televisore o che, per una qualche ragione, non possa alzare gli occhi al cielo?

Certo, guardare il cielo non è più come una volta: piogge acide, effetto serra, asteroidi e frammenti creati dall’uomo che cadono dallo spazio cosmico, bottiglie di Coca Cola gettate da un dio folle.  Meglio non guardare. Quella all’orizzonte è una nuvola o è smog? Di recente a Tokyo si è diffusa tra i pedoni la moda di indossare una maschera da chirurgo per filtrare i fumi di scarico e l’inquinamento. Gli estremisti hanno indossato maschere antigas. Se ricordate la bomba di Hiroshima e l’attacco alla metropolitana di Londra potete vedere da dove vengono.

Forse queste conversazioni sul tempo sono una specie di collante sociale. In un mondo in cui è sempre più difficile essere PC (cioè evitare di offendere gli altri), perché gruppi sempre più numerosi di minoranze fanno le loro rimostranze in pubblico, abbiamo un bisogno disperato di qualcosa di innocuo di cui parlare, qualcosa che non deve ricevere l’appoggio di nessuno.

Come ha detto Bob Dylan:” Non hai bisogno di un meteorologo per sapere dove soffia il vento”. OK, non parlava dell’addetto alle previsioni del tempo in televisione ma ci dà un indizio.  Interessato al tempo Bob. ‘Hurricane’, ‘Idiot Wind’, ‘Blowin’ in the Wind’, ‘A Hard Rain’s Gonna Fall’, ‘Rainy Day Women’, ‘Buckets of Rain’, ‘Shelter from the Storm’. Direbbe l’ultima parola  in una conversazione sull’autobus.

Quale potrebbe essere il senso di conversazioni del tipo:
“Bel tempo”
“Speriamo che si mantenga per il fine settimana”.

Una volta era un collante sociale. Collante sociale sotto forma di un’innocua conversazione con praticamente nessun significato, con il fine di dimostrare che esistono al mondo almeno due persone ragionevoli (anche se non sei assolutamente certo dell’altro). Nel passato si insegnava a non parlare di religione, politica o sesso almeno con gli estranei. Ma il tempo era un argomento sicuro. Quando sono in strada e passo accanto a vicini di casa più anziani loro spesso si fermano per fare un sorriso e commentare sul tempo. Non i più giovani. Dì loro che è una bella giornata e ti fissano stralunati. Per te è la generazione dei serial killer. Diffidenti.

Da giovane vivevo a Kings Cross ed avevo il mio ristorante preferito. Un giorno ho sentito al telegiornale che era stato chiesto a un cliente di lasciare il ristorante perché ritenuto un tipo strano. Questo si è offeso ed è andato via ma è tornato dopo poco con una pistola e ha ucciso quattro persone. Segno dei tempi. Spesso mi chiedo se una breve, insignificante conversazione sul tempo avrebbe potuto calmare quell’anima inquieta.

La cosa strana è che una volta parlare del tempo era come parlare di religione. Una delle terribili manifestazioni del dio erano il tuono e l lampo. Le religioni antiche  sono state costruite intorno agli dei del tempo, Giove con il suo dardo lampeggiante, Thor con il suo martello tuonante, perfino Yahweh era un dio del tempo prima che Isaiah lo trasformasse nell’unico dio e il comando “Sia la luce” aveva più a che vedere con dardi lampeggianti (secondo il racconto della Genesi il sole non era stato ancora creato). Era semplice. Il cattivo tempo poteva distruggere allo stesso tempo il tuo raccolto e la tua piccola comunità. Era spaventoso, potente e misterioso. Il dio era visto come una forza distruttiva  cui si implorava misericordia. Si poteva capire di che umore fosse dalle  condizioni del tempo. Se il sole brillava e le piogge cadevano puntualmente tutto al mondo andava bene e valeva la pena parlarne. Forse le vecchie abitudini sono dure a morire. Parlare del tempo e celebrarlo, implorare pietà nei momenti di cattivo tempo poteva essere una forma di preghiera antica. Tipico degli umani cercare di averli entrambi oggi.

Lagnarsi fa chiacchierare gli estranei. Oggi l’elenco degli argomenti di cui non ci  possiamo lamentare è lungo: dio, ebrei, omosessuali, Afro-americani, disabili, stranieri, tutti questi sono vietati (a meno che non ne siate un membro) perché sono stati ultrabersagliati in passato. Dei tossicodipendenti si può parlare, ma vacci piano, se ti lagni con un tossicodipendente potrebbe tirar fuori una pistola e ucciderti. Instabili, capisci. O potrebbe entrarti in casa quando non ci sei e svaligiartela. Come dice George Carlin, è’ sempre la roba buona. Gli ambientalisti stanno diventando un argomento vietato perché sembrano persone comuni e ti può capitare di trovarti in una discussione con uno che si lamenta e finire col parlare di politica, religione e, se la discussione degenera, di sesso. I fumatori sono ancora accettati. Puoi riconoscerli; i fumatori hanno quei tubetti di erbaccia accesa che aspirano dalla bocca e emettono dal naso e, a quanto pare, pagano 20  dollari al giorno per godere di quel privilegio. Ma i fumatori saranno presto classificati tossicodipendenti e diventeranno argomento vietato ( lo sono già nei ristoranti come una volta lo erano nei vagoni ferroviari). Al momento sembra che il tempo non sia un argomento di cui lamentarsi ma sta diventando un problema ambientale (voglio dire, naturalmente lo è sempre stato ma ora è un problema politico ambientale).  Quello che non vuoi è che l’argomento diventi discussioni sul riscaldamento globale, l’inquinamento industriale, le imposte ambientali, effetto serra e le buste di carta o di plastica per fare la spesa. Il pericolo è che puoi finire col parlare di politica, religione o sesso.

Sarà che religione, politica e sesso diventeranno il prossimo argomento da lamento di cui discutere, il collante sociale del futuro se il tempo diventerà gradualmente non PC?

In fatto di argomento di conversazione con gli estranei I politici già  se la battono con il tempo. Devi scoprire con discrezione le idee politiche del tuo compagno ma di solito è innocuo dire dei politici in carica che sono corrotti, inefficienti, sfruttatori dell’elettorato e sono lì solo per possibili vantaggi personali.  E’ un po’ come dire che è una bella giornata quando splende il sole. Nessuno avrà da obiettare. E’ stato così per 3000 anni ed è una definizione di ‘civiltà’ buona quanto qualunque altra. La maggior parte degli Australiani simpatizzerà con WC Fields che, a quanto pare, una volta ha detto ”Non voto mai per nessun politico. Voto contro!”

Il sesso sta entrando a far parte del dominio pubblico. Ora vale la pena dichiarare che accetti l’omosessualità in quanto mostra quanto sei liberato e tollerante. Attenzione, se esce fuori che la persona che occupa il tuo posto macchina è un omosessuale potrebbe non essere più vero. Sembra che stiamo entrando in una fase in cui il sesso si sta distaccando dal genere. Significa forse che oggi più che mai stiamo diventando anche più sessuati come specie o semplicemente che stiamo tentando di praticare il controllo sulle nascite mentre facciamo sesso? Non ci sono ancora molte persone brave ad andarsene prima di aver detto arrivederci. (E che impatto ambientale hanno i profilattici?)

Tra questi tre argomenti la religione come collante sociale è comunque ancora argomento proibito. Siamo scomodamente consapevoli che un gruppo sempre più numeroso che crede implicitamente che dio ha scritto la traduzione inglese della Bibbia commissionata da re Giacomo si è comodamente stanziato negli Stati Uniti, discendente, ritengono,  di disperse tribù di Israele; e un altro gruppo nel Medio oriente crede a ogni parola del sacro Qur’an. Forse Qin Shi Huangdi e  Li Si la pensavano allo stesso modo. Mentre idee come “Gesù è re” hanno priorità su “ama i tuoi nemici” o “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Può essere pericoloso tirar fuori la religione come argomento con quel tipo simpatico sull’autobus. Potrebbe essere armato.

Comunque al momento il tempo è ancora un collante sociale utile (per coloro che, nonostante il rischio, vogliono palare con estranei). Questo succede perché, qui comunque, il tempo è qualcosa che sta per accadere ma mai accade. E’ come la nebbia a Londra, sempre lì, quindi sempre buona per farci un commento sopra. Gli Australiani vivono in un paese a cavallo tra zone tropicali e temperate perciò hanno il tempo da pareggiare: siccità seguite da inondazioni. Non abbastanza pioggia e poi troppa. Ma sempre più spesso ci sono nuvole. Questo può aver ispirato un informatico della tecnologia a creare un nome per la memorizzazione dei dati on line. Lassù il cielo è chiuso per modifiche e la facciata è stata coperta da una coltre di nuvole. Pioverà? Pare di sì. Ma piove da tre settimane. Nel frattempo sono scomodamente consapevole del mio problema personale con il tempo: ombrelli che lentamente si disintegrano nel portaombrelli. Affronto la pioggia  con un ombrello che non ha stecche o che sono piegate e una tela impermeabile che pende e mi sgocciola sul collo un fiume d’acqua. Una volta ne ho avuto uno che è quasi esploso e le stecche si sono aperte da sole. Altri potrebbero avere lo stesso problema. Mi sento sempre triste quando vedo un ombrello abbandonato sul marciapiede. Qualcuno ci ha rinunciato.

Il tempo è una componente importante della narrativa. Cosa sarebbe Cime tempestose senza la descrizione del tempo?

“Non c’era la luna e ogni cosa culla terra giaceva nella nebbiosa oscurità: non una luce accesa in una casa, vicina o lontana, tutto si era estinto molto tempo fa: e quelli a Wuthering Heights non si vedevano mai – tuttavia, lei asseriva, li vedeva risplendere”.

Roditi il fegato Edward Bulwer-Lytton! E qui il famoso brano del 1830 da Paul Clifford  di Bulwer-Lytton “Era una notte buia e tempestosa; la pioggia cadeva a torrenti – tranne per occasionali intervalli,  quando fu interrotta  da  una violenta raffica di vento che spazzò le strade (perché è a Londra che si svolge la nostra scena), producendo un rumore secco tra  i tetti e agitando violentemente la debole fiamma delle lampade che lottava contro l’oscurità”. Questo è un vero parlare del tempo con frasi che potresti ricordare e dire al tuo vicino. Come ben si sa, Snoopy, la grande creazione di Charles Schultz, ha sfruttato il brano come sua fonte di ispirazione quando scriveva i suoi romanzi.  E si è guadagnato l’immortalità (sebbene forse non a causa di Bulwer-Lytton). Non si dovrebbe dimenticare che Bulwer-Lytton è stato un autore di grande successo ai suoi tempi. I Vittoriani amavano i suoi libri. Forse è così che parlavano del tempo.

“Buio stanotte?”
“Sì. Una notte buia e tempestosa”.

Questo avrebbe potuto ispirare un altro immortale Al Sleet, il metereologo hippie-dipple – “previsioni per questa sera: Buio. Continuerà per gran parte della sera, con  luci sparse verso il mattino.”

Ovviamente, se parlassimo veramente del tempo lo faremmo diversamente. Nel film Crocodile Dundee l’eroe viene avvicinato da alcuni duri di NY muniti di un coltello ed è  per un attimo perplesso dal loro atteggiamento. “Dammi il portafoglio” dice la sua compagna Sue. “Perché?” chiede Dundee. “Ha un coltello” dice Sue. “Quello non è un coltello” Dundee ride e tira fuori dalla cinta  un coltello per scuoiare coccodrilli. “QUESTO è un coltello”.

QUESTA è una descrizione del tempo di uno dei miei autori preferiti.
In un saggio intitolato “Winter Solstice” Charmian Clift  descrive, a 30 anni di distanza , un temporale visto negli anni della sua infanzia. Viveva a Kiama, sulla costa sud del NGS, dove scogliere sovrastavano il mare e ruscelli scorrendo vi confluivano in basso.

“…Inverni drammatici, con cieli turbolenti, spettacolari, di un viola scuro, che roteano e si scontrano, e momenti di preveggenza di una tale quiete da annaspare nel silenzio offuscante  e trattenere il fiato in attesa di segni e prodigi e presagi.
Lampo forse, che infilza,  divide e lacera quell’arazzo color porpora, o  manto che così cerimoniosamente si avvolgeva sopra al nostro mondo invernale. Tuono, che perentoriamente ci  lancia una certa sfida. A noi? Dio a dio, più probabilmente – in combattimento immortale. Allora crediamo negli dei. Quel potere era evidente.

“E poi la pioggia. Distese e fiumi e oceani che sfiorano i campi con un milione di linee diagonali, o a volte verticali, inzuppando i recinti erbosi, gorgogliando giù nelle grondaie, formando corsi d’ acqua dove crescevano le canne lungo il ruscello, facendo un frastuono sul tetto di latta come tutti i timpani che hanno mai risvegliato in Marlborough lo spirito del combattimento e facendo emanare fuori dalla terra un tale odore come non ho mai odorato finora – mai in tutti i miei inverni – un odore del sapore della vita. Terra, cose che crescono, erbacce, alghe, fango del ruscello, sterco di mucca, e fiori bianchi appassiti dalla pioggia.

“Quando pioveva così non andavamo a scuola  perché la scuola stava a un miglio di distanza sulle colline e ci saremmo soltanto inzuppati e  comunque saremmo stati mandati a casa…

“…Allora correvamo. A gambe e testa nude, con la pioggia che ci scivolava sugli impermeabili di gomma lungo il cammino. Giù alla spiaggia selvaggia bagnata e alla sabbia stridente e al mare enorme, scuro e quasi viola  e increspato e spumeggiante del più freddo bianco che sferzava le rocce e le scogliere ma che si ritirava  e avanzava alla foce del torrente e si tingeva di quel fangoso flusso-marea. Increspandosi ora sulla riva, veloce e basso. ..

“…E a volte cadeva la grandine. Allora il cielo era nero-verdastro, un colore magnifico  come l’inizio e la fine delle cose o quello che i bambini immaginerebbero come l’inizio e la fine delle cose. Anche il mare nero-verdastro, che esplode in milioni di piccoli getti saltellanti. Losanghe di torta argentate, che rimbalzano e si sparpagliano e si rovesciano. ..E il rumore sui tetti a risvegliare i morti… E il nero mondo strepitava  e i capelli erano appesi con diamanti.

“…Dopo c’era sempre un arcobaleno, appeso come garza nel cielo, del colore di una vecchia bottiglia verde, dischiuso irregolarmente, con incrinature  e volute dense e oscure e una sola crepa attraverso cui risplendeva il sole…”

Brava, Chairman. Una lunga descrizione e solo un clichè “(a risvegliare i morti”), mentre per il resto di noi il clichè è l’essenza delle nostre descrizioni del tempo.  (Io amo proprio la “sabbia stridente”. Accurata).

Naturalmente la Clift sta scrivendo, non parlando. Il paragone mette in evidenza  alcune interessanti differenze tra i due modi.

Parliamo per rassicurare, sia noi stessi che gli altri. Scriviamo per colpire.

Per questo quando parliamo ci arrangiamo con imprecisioni, spontaneità, perfino incoerenza in quanto integriamo ciò che diciamo con il linguaggio del corpo e altri segnali sensoriali. D’altro lato una scrittura riesce ad essere efficace per la sua precisione. Se smettiamo di voler intendere quello che diciamo il lettore smetterà di leggere (a meno che  stiamo entrambi soddisfacendo reciproche fantasie, un fine significativo in certi scritti).

Di solito nessun altro lo fa notare ma anche Shakespeare parla del tempo in modo  efficace. Nel saggio menzionato la Clift lo cita. La madre di lei, una persona estremamente drammatica, lasciata dalla vita tra mille difficoltà, è accoccolata vicino al fuoco, legge ai figli mentre fuori il temporale infuria con la sua forza spettacolare.

“Soffiate venti e  fatevi scoppiare le gote!  Infuriate! Soffiate!
Cateratte e trombe del cielo riversatevi sulla terra!
Finché abbiate sommerso tutti i campanili, annegato  i galli sulle loro cime.
Voi fuochi solfurei e rapidi come il pensiero
precursori dei fulmini che fendono le querce
strinate la mia testa canuta!
E tu o tuono scuotitor dell’universo,
spianta d’un colpo la solida sfera del mondo!
Infrangi le matrici della natura disperdi tutti in una volta i germi
Che producono l’uomo ingrato!

Romba con quel che hai nel corpo! Vomita o fuoco! Giù a rovesci o pioggia!
La pioggia, il vento, il tuono, il fuoco non sono mie figlie:
Io non vi accuso di ingratitudine, o elementi,
A voi io non ho dato un regno, non vi ho chiamati figli miei,
Non mi dovete obbedienza alcuna; perciò fate cadere su me
Il vostro orrendo arbitrio; io sono qui, schiavo vostro,
Un povero, vecchio infermo, debole, disprezzato,
Ma tuttavia vi chiamo servili ministri,
Voi che avete unito con due inique figliole
Le vostre schiere generate nell’alto dei cieli contro una testa
Così vecchia e bianca come questa. Oh! Oh! E’ infame
Sono un uomo men peccatore che vittima di peccato”. (Re Lear III/2)

Un dolore che fa rabbrividire al punto che una tempesta è l’unica metafora ma una tempesta descritta con esattezza. Almeno una volta Shakespeare si deve essere trovato fuori in una tempesta zuppo fradicio. Questa non sarebbe una efficacia previsione atmosferica in televisione? E se potessimo trovare un attore shakespeariano in declino come metereologo (sai cosa voglio dire Bob) e in costume allora quando con i vicini scrutiamo dubbiosamente il cielo potremmo scambiarci versi da Re Lear .

Potrebbe essere che scrutiamo il cielo con la stessa preoccupazione di Kurt in Cuore di tenebra. (“ Oh l’orrore. L’orrore”). Aspettandoci di vedere la stessa visione del folle John, un’apocalisse con gli angeli della morte? e dio che cavalca in giudizio la nube nera? Forse tutto quell’inquinamento che non avremmo dovuto produrre alla fine tornerà a colpirci? Oh, perché non ho usato il cassonetto del riciclaggio?

O ci stiamo chiedendo se abbiamo perso di nuovo l’ombrello in quanto non sta al suo solito posto e sembra che stia per piovere? Dove è finito quell’accidenti di ombrello? Una volta ho conosciuto una persona che usava esclusivamente ombrelli che rimediava dal  Railways Lost Property  Office. Diceva che ce n’erano milioni e lui faceva sempre un’ottima scelta.

Comunque, buona giornata! Quando lo dite sorridete. Dài …fatemi felice.

©2013 Translation copyright Gianna Attardo.

24. TORRE DI CONTROLLO A MAGGIORE TOM

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Conoscete Space Oddity (Stranezza spaziale) la canzone del 1969 di David Bowie?
“Torre di Controllo a Maggiore Tom
 Il tuo circuito si è spento, 
c’è qualcosa che non va
Mi senti, Maggiore Tom?”

A volte una metafora è il soggetto di ciò che essa stessa illustra. Ricordo quando nel 1985 ho visto il film di Lasse Hallstrom La mia vita a quattro zampe. Capii immediatamente il problema del protagonista Ingemar. I miei genitori si sono separati quando avevo sette anni. Ho trascorso i primi sei a guardarli quando urlavano, si insultavano e si tiravano addosso gli oggetti più disparati e sentivo di trovarmi nello spazio cosmico. Vedevo cose impossibili: la prossima sarebbe stata piccoli uomini rossi su dischi volanti. Uno dei miei primi ricordi è di me che urlo durante una di quelle liti. Avevo quattro anni. Sono entrato in quella lite così.

“Guarda cosa hai fatto al bambino” gridò mia madre.
“Vada al diavolo” disse mio padre. Sbatté la porta e se ne andò al pub.

In realtà non riuscii a sentire le parole di mio padre. Me le sono inventate dopo. Ma lui e mio fratello più grande se ne sono andati e non sono più tornati, quindi suppongo che non volessero bene né a me né a mia madre. Dovevo trovare una spiegazione.

Ingemar, nel film di Hallstrom si preoccupava per Laika, la cagnetta bastarda che nel 1957 i Sovietici mandarono nello spazio dentro lo Sputnik2. Laika non fece molto per la scienza in quanto morì per esposizione al calore dopo solo cinque ore provando che non sapevamo ancora molto di esplorazione spaziale e non ci interessava molto scoprirne di più. Lo Sputnik2 durò cinque mesi poi si aggiunse ai rottami  con cui ancora imbrattiamo lo spazio. Ma erano in ballo grandi temi, la corsa allo spazio, la Guerra Fredda, ‘libertà’ e ‘democrazia’ e Laika era solo una cagnetta. Ma per Laika lei era la sola che importava. Anche Ingemar doveva affrontare altri problemi del tipo sapere come il suo cane era stato abbattuto in quanto scomodo e che sua madre si stava spegnendo lentamente. Fu solo allora, nel 1985, che mi accorsi che anch’io stavo sullo Sputnik. E che è piuttosto complicato scendere.

Una volta qualcuno mi ha raccontato di essere stato costretto dal padre a baciare sulla bocca suo nonno appena morto. Ricorda che gridò “Non è nonno” cosa che mise gli adulti a disagio. Ma il nonno era quello da cui correva quando aveva combinato qualche guaio e voleva scappare di casa. Se ne andavano a passeggio il vecchio e il nipote, il vecchio parlava dei luoghi dove si era rifugiato quando era giovane finché tutti e due cominciavano ad avere fame. E lui tornava a casa e si precipitava in cucina e chiedeva “Mamma, che c’è per cena” e si sentiva molto meglio. Quello era il nonno. L’uomo disse che ci mise un po’ a capire che non ci sarebbero state più quelle passeggiate.

Una delle cose che un bambino deve fare quando cresce è dare un senso al mondo. I figli di genitori litigiosi o che non si amano devono faticare più degli altri bambini. Ricordo che Wolfang Mozart, costretto dal padre già dall’età di quattro anni lo esercitarsi e suonare, spesso gridava frustrato “amami”. L’istinto gli diceva che è per questo che esistono i genitori. Altri bambini, crescendo in situazioni difficili, sviluppano un amore per l’ordine. Tienilo ordinato e non ti farà del male. Ricordo anche di aver letto che la ragione per cui i marinai che prestano servizio sui sottomarini erano così ordinati era perché non c’era posto per il disordine.  Ci avrebbero inciampato letteralmente sopra perciò ogni cosa doveva avere il suo posto. Io stesso ho sempre ammirato l’idea del giardino giapponese. Mi chiedo quali sono gli ideali dei ragazzi di strada?

Mi viene in mente la canzone di Graham Nash da Déjà Vu del 1970
“Insegna bene ai tuoi figli,
L’inferno del loro padre se ne è andato
E nutrili dei tuoi sogni
L’unica cosa da raccogliere, l’unica da apprendere”.

Nash disse che la canzone gli era stato ispirata da una foto di Diane Arbus di un bambino che gioca a Central Park, NY, con una granata giocattolo in mano. Si preparava.  A una persona affetta da turbe psichiche la violenza sembra un modo per restaurare l’ordine.

Il fatto è che come specie a noi tutti piace ferire e uccidere gli altri. E questo vale solo per i moderati. I violenti vanno avanti e lo fanno. Le organizzazioni terroristiche come la CIA in America, il KGB in Russia e i Talebani in Afganistan e Pakistan operano indipendentemente dal governo e organizzano nel mondo colpi di stato in favore di schieramenti opposti nel tentativo di accrescere il loro stato, potere e bilancio, un sinistro esempio del Morbo di Parkinson in attività. Senza alcun principio, a parte l’interesse personale, sebbene si faccia molta retorica intorno a parole come “libertà” e “democrazia” (devi solo dirle quando non esistono). Ad esempio, nel 1973 il governo americano riuscì a “destabilizzare” il governo di Salvador Alllende in Cile e incoraggiò un golpe militare con a capo Augusto Pinochet. Pinochet governò dal 1973 al 1990 e guidò una massiccia violazione dei diritti umani e della dignità che ebbe come risultato 3.000 assassinii, 30.000 persone torturate e imprigionate, 80.000 in stato di privazione nonché la perdita delle libertà civili. Tutto per evitare l’elezione di un governo comunista che era stato popolare. Immagino tutti i bambini cileni che hanno sentito che la loro vita era come Laika perduta nello spazio cosmico.  Forse Pinochet pensava di salvare il mondo in nome della democrazia, ma non lo credo. I Talebani fanno ancora del loro meglio per decimare la popolazione dell’Afganistan e questa è oggi la causa principale delle morti civili in quel paese. Vogliono rendere i Musulmani più devoti. Tuttavia è difficile essere devoto quando sei morto. Mi chiedo se ha più senso per i loro bambini.

Una delle vittime in Cile è stato Victor Jara, un insegnante e direttore teatrale divenuto un poeta e compositore di canzoni popolare . Appoggiò il regime di Allende e cercò di stimolare i Cileni privi di istruzione e poveri. Come tutti i riconoscibili sostenitori di Allende fu preso durante una retata, torturato e assassinato dall’esercito che era andato al potere. Un soldato passa improvvisamente da una vita di privazioni al potere di ferire e uccidere Victor Jara e approfitta dell’opportunità. Chi non lo avrebbe fatto? E’ solo premere un grilletto della mitragliatrice e vederlo saltare in aria. Oggi in Cile si ascoltano le canzoni di Victor Jara che sono ancora fonte di ispirazione. Il suo assassino probabilmente è ancora un uomo infelice. Uno dei costi nascosti di questi scontri è che chi viene eliminato è spesso più ricco di immaginazione, di realismo, di motivazione di chi rimane. Quelli che rimangono sono pieni di risentimento, sono gli inerti, quelli che sono facilmente manipolati. Foraggio per i dittatori.

Non c’è carenza di dittatori. A volte si tratta di generali o capi di gruppi di guerriglia (non intendo soldati di carriera ma quelli che si presumono tali). Se doveste investigare scoprireste che ci sono molti eserciti privati nella vostra zona, tutti armati e addestrati, pronti per essere guidati contro qualcuno appena il capo dà il via. Organizzazioni patriottiche, gruppi di vecchi soldati che usano nomi come “democratico” o “libertà”. Così i poveri parano i colpi dell’impotenza. Nello stesso modo si fa cattivo uso delle arti marziali. Le arti marziali sono una filosofia dell’Estremo Oriente che implica una vita di addestramenti, di superamento dell’io e scoperta di verità eterne attraverso una dura disciplina. Il potere è il potere di concentrarsi, di essere, diverso dal  potere di radunare gli altri con occulte, incomprensibili parole, ma alcuni lo pensano.

C’è chi crede che se hai un fucile gli altri avranno paura di te. Li puoi uccidere perciò dovrebbero temerti. Il fucile non controlla gli altri. Gli altri sono controllati dalle loro paure inclusa quella che tu potresti essere un tipo strano. Tu sei controllato dalle tue speranze inclusa quella che il fucile può farti temere dagli altri. Sono un uomo pauroso. Molte notti mi sveglio perché vedo fantasmi. Se mai vedessi un uomo con un fucile avrei una paura da morire. Ma alcuni non l’avrebbero. Hanno un lavoro da fare, rendersi conto che altri potrebbero ucciderli, pensare che vale la pena correre il rischio. Siamo tutti diversi.

A volte penso che l’umanità è divisa tra quelli che disprezzano chi non la pensa come loro e quelli che costringono gli altri a pensarla come loro. Due forme differenti di fascismo. Il fascismo deve essere lo stato naturale dell’uomo, tribalismo urbano: ci muoviamo da questo stato verso la democrazia, poi verso l’elitismo, poi di nuovo verso l’organizzazione tribale. Noi cinici abbiamo sempre ragione. Ma sotto la pelle un cinico è un idealista deluso. Mi viene in mente la citazione del computer Apple: ”pensa differente” e penso alle corporazioni che come Apple si concentrano sul farci pensare lo stesso, cioè a comprare i loro prodotti (devi solo dirlo quando non esiste).

La storia è un viaggio ciclico da e verso la condizione originaria di organizzazione tribale. Cominciamo (ci dicono gli antropologi)  col definire il nostro gruppo locale o tribù ‘popolo’: gli altri (umani e altre specie) sono non-popolo e buona selvaggina. Procediamo verso la democrazia nelle sue varie forme. Ma la democrazia è una struttura instabile (una storia interessante di per sé) che si autodistrugge periodicamente e torniamo alla tribù e ricominciamo. Inizia quando alcuni maiali cominciano a dire che sono più uguali di altri.

E’ possibile, mi domando, che questa instabilità, questa oscillazione tra integrità e ammasso di eserciti sia dovuta al nostro essere vittime nel viaggio tra infanzia e maturità (intendo maturità fisica). Forse la maggior parte di noi ha dovuto dare un senso a eventi inquietanti durante la crescita e non vi è riuscita bene? Forse più gente si è preoccupata per Laika di quanto si pensi.

Il modo in cui trattiamo i nostri figli è legato inesorabilmente al modo in cui siamo stati trattati da bambini.  Se sono stati severi con noi, se ci siamo sentiti spaventati o offesi dobbiamo dare un senso a ciò prima di poter spiegare privazione e perdita ai bambini con cui veniamo in contatto (e non a parole). Altrimenti ripeteremo semplicemente il modello. Sono tutti anelli di una lunga catena che si allunga da un bambino maltrattato a una madre depressa, a un lavoratore vittimizzato, a una società manipolatrice, a una popolazione avida, a politici disonesti, a un pianeta sfruttato, al ritorno a uno stadio di inciviltà. La maggior parte della popolazione mondiale è vittima della violenza: da Voltaire che dichiarò che non era d’accordo con te ma lotterebbe per il tuo diritto di dirlo a Gordon Gekko nel film Wall Street (1987) che dice “L’avidità è bene”. Gordon non aveva mai sentito parlare di Voltaire.

Aveva mai pensato alla violenza sui minori o al milione di bambini che oggi in America non ha un tetto, al 20% dei bambini che lì vive in povertà e non avrà mai un lavoro decente? Il doppio si duplica ogni anno, bambini cui è negato il gioco, che non svilupperanno nel modo normale. che saranno destabilizzati e facilmente manipolati. E’ il Terzo Mondo, si avvicina, perché siamo ancora la Società Affluente.

In un racconto di J G Ballard Il giardino del tempo’ scritto nel 1962 una coppia affluente vive un’ esistenza ideale e protetta in una bella residenza di campagna finché un giorno nota una massa di gente all’orizzonte, un’orda disordinata di migranti con un mucchio di bagagli, carretti e cavalli che grida furiosamente. Il proprietario della residenza va nel suo giardino squisitamente curato e spezza il gambo di un meraviglioso fiore. Il tempo fa un balzo indietro e la folla scompare e la coppia riprende la sua vita negli agi. Ma poco dopo la folla ritorna e si avvicina più della prima volta. L’uomo spezza un altro fiore e la folla indietreggia verso l’orizzonte ma rimane ancora in vista. Ogni fiore spezzato dà alla coppia una tregua ma lascia la folla e la sua violenza più vicine alla casa. In una sezione finale la casa è in rovina, tutti i bei mobili distrutti, le piante sradicate dal terreno. Non resta niente degli oggetti e delle occupazioni cui la coppia si dedicava prima. E’ una poesia e non ha bisogno di essere ‘spiegata’ ma pensate alle classi aristocratiche che nella Francia del 1789 insistevano sul diritto divino dei re mentre il tricolore veniva issato sulla Bastiglia. I problemi che si ignorano non scompaiono.

Quando crescevo e entravo e uscivo spesso da collegi, orfanotrofi e “ospizi” perché mia madre era ammalata e non poteva permettersi di badare a me ero sempre il ragazzo nuovo. Venivo vittimizzato molto. I ragazzi nuovi lo sono sempre. Ero disorientato, angustiato, preoccupato, insicuro e piccolo, innocente e delicato. Un bersaglio per i duri che imparavano a fare i capi del branco.

Ricordate Robert Ardrey e il suo libro del 1966 L’imperativo territoriale? Vi si faceva l’ipotesi che l’uomo è sopravvissuto come specie acquisendo aggressive tecniche di caccia dai carnivori compreso cacciare in branco uccidendo e spingendone fuori i membri deboli, malati o inabili in modo da rafforzarlo. Questa teoria non ha assolutamente conferma. Cerca di trovare le origini di alcuni tratti del comportamento attuale dell’essere umano nell’antropologia. Sarebbe piaciuta ad Adolf Hitler. In molti modi la teoria di Ardrey mostra somiglianze con quelle di Sigmund Freud. Entrambe hanno tentato  di spiegare il comportamento umano moderno facendo appello a un metodo scientifico ed entrambe hanno immaginatol’esistenza di un impulso sottostante nella psiche umana cui non si potrebbe resistere, che si può solo a volte controllare. Freud pensava che fosse il sesso. Ardrey che fosse l’aggressività. I due sono legati. Migliaia di donne picchiate lo sanno. Il loro tiranno è molto più docile dopo il sesso.

Ma Ardrey e Freud erano pessimisti o, almeno, patologi (è questo il termine per chi tratta di patologia del comportamento?). Nella vita di ogni giorno il sesso viene sublimato ma l’aggressività è repressa. Quindi è importante capire se l’umanità è una specie di scimmia assassina. O lottiamo fin quando rimane uno solo o cooperiamo. Aristotele era molto più ottimista. Riteneva che l’uomo fosse un animale sociale. Qual è corretta, specie sociale o scimmia assassina? Aristotele visse una generazione dopo Socrate e Pericle, due generazioni dopo Temistocle, forse questo l’ha reso ottimista (pensateci: tre uomini distrutti dalla democrazia).

In realtà la scimmia assassina non esiste in natura. Tra i primati l’aggressività è ritualizzata. E’ una questione di spettacolo usato per spaventare rivali o predatori. Uccidere non sottrae mai cibo e preda all’ambiente invece il tasso di nascita fluttua per conservare un equilibrio.  Noi abbiamo alcune di queste caratteristiche. Come specie inganniamo tutto il tempo. Tutti indossiamo una maschera che non siamo noi. Spronati a consumare nella società dei consumi riduciamo il nostro tasso di nascita in modo da poter consumare di più. E scuotiamo la testa davanti al Terzo Mondo che produce bambini per evitare la fame nella vecchiaia ma che per sfamarli mangia tutto il cibo disponibile oggi così che la fame diventa inevitabile. E scuotere la testa è più facile che spedire l’eccedenza agli affamati. Se siamo aggressivi non è per la nostra eredità antropologica ma solo in quanto come specie siamo diventati nevrotici. Ricordate la foto della Arbus.

In collegio ero lo zimbello del branco. Quando ho letto che Groucho Mark rifiutato dal Beverly Hills Friars Club  ha detto sarcasticamente ‘Non vorrei appartenere a un club che non mi accettasse come membro’ ho desiderato di averlo pensato io quando ero in collegio. La maggior parte della gente sembra cavarsela adottando due personalità, una interna e una esterna. Quella interna è dove contiene la sua fantasia . Lì maledice il Sig. Potter e si cala dall’albero maestro con un coltellaccio tra i denti per affrontarlo. Il suo io esterno bofonchia semplicemente,”Sì, Sig. Potter, sono sicuro che ha ragione Sig. Potter” e pensa alla prossima promozione aziendale.

E’ alla personalità esterna che è affidato il concetto di ‘comportamento normale’. Non ci sono persone veramente normali. Siamo tutti piuttosto eccentrici. Ma socialmente cerchiamo di nasconderlo quando non calpestiamo le crepe nel marciapiede, non passiamo sotto le scale, insistiamo a sederci nella direzione in cui va l’autobus, passiamo 45 minuti a truccarci poi cambiamo abito cinque volte prima di andare da qualche parte. Il cinquanta per cento degli uomini fa solo finta di nutrire un interesse appassionato per il calcio e i motori, il cinquanta per cento delle donne vive il dover essere sempre raffinate come una tirannia e solo ora sta ammettendo di non saper cucinare. E’ tutto apparenza, come gridare insulti ai cattivi automobilisti sperando che non si fermino per picchiarci.

L’io interno deve affrontare problemi maggiori che tentare di essere normale. L’io interno deve avere a che fare con domande del tipo: “E se non sono buono?”, “Se fallisco?”, “Se mi rifiutano?”. Può darsi che l’io interno sia cresciuto con un senso di inadeguatezza, senza amore. Non c’è comportamento normale che possa salvarci. Neppure gli altri.

Nel 1968 Ursula Le Guin ha scritto un libro Il mago di Earthsea su un mondo in cui la magia occupa il posto che ha la scienza nella nostra società. Il giovane mago Ged è inseguito da un’ombra che lo minaccia e da cui fugge invano. Quando alla fine  la affronta  l’ombra che vede è sé stesso, le sue paure, i suoi dubbi. L’ombra vive in ciascuno di noi e fuggirla la rende forte. Ma è fatta solo delle nostre paure e debolezze. E’ difficile accettare le nostre debolezze, i nostri limiti ma finché non lo facciamo non potremo conoscere noi stessi e non potremo guarire le ferite subite durante la crescita. I cerotti non funzionano.

Ho impiegato molto tempo a capirlo. Ero alquanto estremo. Avevo paura di aver paura. E tuttavia l’uomo che non ha paura non è coraggioso. E’ un bruto. L’uomo che ha paura e non si fa fermare dalla paura è coraggioso. Sono diventato coraggioso smettendo di avere paura di aver paura.

Sembra che mi sono allontanato molto da Laika nello Sputnik2. Laika era una cagnetta randagia in giro per le strade di Mosca. Aveva avuto una vita difficile, senza casa, dormendo negli angoli fuori dalle porte e mangiando nelle lattine che trovava nella spazzatura. Gli essere umani stanno molto meglio. In alcuni luoghi e per un certo tempo. E’ stato stimato che nel 2050 ci saranno nel mondo nove miliardi di persone di cui un miliardo non avrà da mangiare e morirà di fame. In un mondo di mercati globali questo destabilizzerà ogni economia del pianeta. E’ probabile che la situazione attuale, in cui il cibo non può essere trasportato dalle aree di sovrabbondanza a quelle di grande scarsità, peggiorerà poiché il peso sulle sovrastrutture le farà crollare. Questa è la reazione prevista ai cambiamenti climatici e l’effetto che questi hanno sugli insetti che resistono ai pesticidi. Se simultaneamente dovesse verificarsi una pandemia, per il ritorno di microbi che resistono agli attuali anticorpi nel corpo umano, la razza umana si troverà in una situazione critica.  Finora, tutto ciò di cui ci siamo mostrati capaci in una crisi è fare  una guerra o  una rivolta.

La fame uccide ma la mancanza di cibo  è come l’AIDS, indebolisce le resistenze alla malattia, quindi molti più moriranno di infezione e febbre che di fame. Attualmente il WHO (l’agenzia delle Nazioni Unite che coordina attività internazione della salute)  afferma che 925 milioni di persone corrono questo rischio, 13.5% della popolazione mondiale.

Per risolvere un problema prima devi riconoscere che esiste. Nessun problema, nessuna soluzione necessaria. Se c’è una connessione tra la nostra paura di ammettere dentro di noi debolezza e fallimento e vedere che questa debolezza  proviene dal non comprendere il mondo in cui siamo cresciuti e la nostra inumanità verso gli altri allora dobbiamo cominciare da noi. Al momento  non abbiamo fatto molti passi avanti rispetto a dove eravamo nel 1957 quando abbiamo bruciato a morte un cane per aumentare la nostra conoscenza dell’esplorazione spaziale. Come gli Ebrei che bruciavano un animale a Yahweb sugli altari del Tempio per ratificare il contratto che li rendeva il popolo scelto. Duemilacinquecento anni e un piccolo passo per l’umanità. Medico cura te stesso.

©2013 Translation copyright Gianna Attardo.

23. FIDUCIA NEI NOSTRI SENSI

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Animali invisibili, il mondo che non vediamo se non attraverso un microscopio elettronico.. (Steve Gschmeissner in http://izismile.com/2010/03/10/the_wonders_of_the_electron_microscope_12_pics.html).

Questa creatura vive dentro i nostri corpi senza che nessuno dei due sia consapevole dell’altro. (Illustrazione della foto)

Mi piace il termine che usiamo per esprimere sia le emozioni che l’attività dei nostri sensi: sentimenti. L’ambiguità indica che le nostre reazioni non sono così chiaramente definite quanto immaginiamo. Per esempio, noi non ci limitiamo soltanto a vedere o sentire, uniamo l’informazione sensoriale in uno ‘stato d’animo’: ci sentiamo bene accetti, rassicurati, arrabbiati, spaventati, a disagio, nervosi. In realtà è l’intero sistema nervoso in funzione, sensi, nervi, cervello e le nostre reazioni emotive a questi, e ritrasmettiamo questa amalgama di dati sensoriali attraverso tutti i nostri sensi. Chiamiamo la componente verbale linguaggio e quella non verbale, linguaggio del corpo, composta da tutti i segni non verbali che diamo dei nostri sentimenti.

1 I primi cinque sensi
Non sembra naturale parlare solo di ‘cinque sensi’ soltanto perché la loro meccanica può essere compresa dagli scienziati. Sappiamo che creiamo il nostro mondo dall’analisi che fa il nostro cervello dei dati forniti dal senso della vista, dell’udito, dell’odorato, del gusto e del tatto. Ma siamo anche consapevoli che c’è qualcosa di più e parliamo di un sesto senso. Infatti il nostro linguaggio rivela che abbiamo un’intera gamma di altri sensi e anche che i cinque sensi con cui pensiamo di avere familiarità fanno molto più di quanto crediamo.

Prediamo il senso della vista. Sappiamo come funziona ma qualunque pittore sa che l’aspetto di un oggetto o di una persona muta a seconda dell’angolo e del grado di luce che li raggiunge. I pittori studiano il rapporto tra superficie e luce e capiscono che quel rapporto ci dice cose diverse quando cambia. Inoltre, capiscono che qualunque immagine che formiamo è una selezione di una visione totale, che non possiamo mai vedere la totalità di una scena o di un gruppo. Ma il modo in cui definiamo la nostra visione selezionata muta profondamente la natura che ciò che vediamo o, almeno, il messaggio che raggiunge il nostro cervello attraverso i nostri nervi ottici.

Esiste un rapporto reciproco tra il cervello e i sensi, come nel caso dell’occhio; il cervello dice all’occhio cosa vedere così come l’occhio dice al cervello cosa c’è. Questa simbiosi è usata per evocare le emozioni, reazioni potenti e primitive di cui abbiamo bisogno, e una volta molto più necessarie, per sopravvivere. Se esiste una contraddizione tra ciò che l’occhio vede e ciò che il cervello si aspetta di vedere, allora abbiamo bisogno di stare in guardia, potremmo essere in pericolo.

Abbiamo perduto gran parte di questa vigilanza.  Quando camminiamo per la strada quanto siamo consapevoli di ciò che è dietro di noi? Possiamo sentire se qualcuno sta troppo vicino? Possiamo distinguere profumo e suono che vengono dagli umani nella raffica proveniente dal traffico?

La nostra evoluzione del colore, la visione stereoscopica, è una scelta evolutiva che ci ha aiutati a sopravvivere. Ma è una scelta che ne ha precluse altre. Ci dice molto sul mondo e definisce il nostro senso della bellezza, tuttavia ci rende relativamente insensibili alla consapevolezza della forma e della densità che, per esempio, guidano un animale notturno.

L’occhio umano con i suoi nove componenti separati, battito, prospettiva stereoscopica, riconoscimento del colore e visione periferica (e punto cieco). Le richieste fatte al cervello da questo complesso organo sono enormi. (Ilustrazione della foto)

Anche quando si considerano gli altri sensi un esame dei meccanismi sensoriali risulta inadeguato. Per esempio, sappiamo come ode l’orecchio ma non riusciamo in realtà a spiegare perché alcuni di noi hanno un udito selettivo. Alcuni lo usano creativamente e non sentono quello che ritengono sia meglio per loro non sentire. Alcuni sentono e discutono su ciò che il loro compagno non ha detto. Molti non hanno la consapevolezza dell’odorato tuttavia sono in grado di subodorare i segnali della disponibilità di un partner sessuale e anche in modo efficace. Il gusto è un segnale di sopravvivenza riguardo ciò che è buono o cattivo da mangiare. Anche se danneggiamo il gusto dei nostri cibi con enormi quantità di sale e zucchero e bruciamo terminazioni nervose dei nostri organi gustativi con sopito tabacco, tuttavia nella gran parte dei casi ci aiuta ancora a evitare i cibi contaminati e a godere dei buoni.

Probabilmente il senso più negletto è quello del tatto. Per esempio potreste scrivere un paragrafo sulla polpa di una mela?  In una buona parte dell’esplorazione del mondo che facciamo oggi i dati elaborati dagli occhi sostituiscono quelli elaborati dal tatto. Siamo molto ambivalenti per quanto riguarda il tatto e lo vediamo sia come un’invasione che come un’esplorazione.  Tuttavia, si imparano cose diverse e più numerose dal tatto che dalla vista come sa qualunque amante. Per certo, si può dire che le generazioni precedenti erano più sensuali della nostra, imparavano più dal tatto. Gli attrezzi sono strumenti per risparmiare lavoro ma ci privano anche di informazioni sulla natura degli oggetti su cui li usiamo. Non sappiamo più come sono.

La civiltà stimola i sensi della vista e dell’udito in modo eccessivo e maschera quelli dell’odorato, del tatto e del gusto. Siamo quindi le vittime di un sovraccarico dei media. I media possono influenzarci a distanza, gli altri sensi hanno ancora bisogno del contatto personale per funzionare. Quindi quanto serve questo alla sopravvivenza? Una foto del cibo è utile quanto il suo gusto? Siamo incoraggiati a pensare così.

Conosciamo (vagamente) la stimolazione subliminale dei sensi. I nostri sensi operano tutti entro una certa gamma peculiare alla nostra specie. I media sono in grado di trasmettere messaggi al disopra e al di sotto della nostra gamma auditiva e visiva e gli è permesso farlo e questo può influenzarci senza che lo sappiamo, non c’è nulla che lo proibisca. Forse questo spiega alcuni strani fenomeni quali il perché gli Americani hanno votato per George Bush o perché hanno acquistato così tanti libri su Harry Potter.

2 Limitazioni dei cinque sensi
La luce visibile (agli umani) consiste di una gamma relativamente piccola dello spettro elettromagnetico. Esistono emanazioni radio, microonde, infrarossi, ultravioletti, raggi X e raggi gamma che l’occhio umano non riesce a registrare. Alcuni di queste ci toccano attraverso i sensi e la gamma differisce da specie a specie.

Gli umani hanno anche una gamma audio limitata che differisce da quella di altre specie animali come indica la seguente tavola presa da from http://www.lsu.edu/deafness/HearingRange.html.

Specie       Gamma approssimata (Hz)
umana……………            64-23,000
cane…………………        67-45,000
gatto………………              45-64,000
mucca………………        23-35,000
cavallo……………               55-33,500
pecora……………                       100-30,000
coniglio…………..                       360-42,000
ratto……………….                        200-76,000
topo……….                                1,000-91,000
gerbillo…………..                          100-60,000
porcellino d’India…                        54-50,000
riccio……..                                   250-45,000
procione………..                     100-40,000
furetto…………….                         16-44,000
opossum………                           500-64,000
cincilla……….                               90-22,800
pipistrello…………                   2,000-110,000
beluga ..                                   1,000-123,000
elefante……….    .                         16-12,000
focena……….                                75-150,000
pesce rosso……  .                         20-3,000
pesce gatto………                         50-4,000
tonno……………..                          50-1,100
rana toro……….                           100-3,000
raganella………..                             50-4,000
canarino…………                          250-8,000
parrocchetto……                           200-8,500
pappagallino australiano………     250-8,000
gufo…………….                             200-12,000
gallina………..                                125-2,000

La nostra gamma auditiva si restringe con l’età o con l’esposizione continua a suoni alti amplificati. E al margine della nostra gamma auditiva i suoni vengono registrati da altri sensi. Sentiamo suoni molto bassi invece di udirli. Ricordo di essere stato colpito dai film western che ho visto da bambino in cui gli indiani appoggiavano un orecchio al suolo per sentire se l’avvicinarsi di uomini a cavallo. La consapevolezza che alcuni animali (e insetti) hanno dell’avvicinarsi di un terremoto può anticiparne di molte ore la registrazione da parte degli umani.

Dentro l’orecchio le onde sonore vengono incanalate dalla coclea. Le cellule dei capelli (viste attraverso un microscopio elettronico) aiutano a convertire le onde sonore in impulsi nervosi (una specie di modem) e le trasmettono al cervello per l’interpretazione. Non è bello dentro? (Illustrazione della foto)

Delle vaste onde dei fenomeni che sperimentiamo in quanto abitanti della terra siamo capaci di registrare solo una piccola gamma attraverso i nostri sensi. Siamo consapevoli di meno dell’1% di tutti gli esseri creati. Tuttavia il ‘senso’ che il cervello fa di questa assunzione limitata è il mondo ‘reale’ in cui viviamo. E siamo quasi sicuri che altre specie vivono in un mondo diverso perché i loro sensi colgono altri segnali. Con dati differenti di cui far senso è probabile che altre specie vivano in un mondo diverso.

Forse coloro che discutono punti di vista concettuali sull’apprendimento dei nostri sensi –  se il mondo è stato creato da un dio superpotente come afferma la Bibbia, o se si sia evoluto in eoni dato che la materia muta secondo regole fisse –  dovrebbero considerare che la nostra idea di dio e la nostra comprensione delle leggi naturali è un prodotto della limitata reazione all’esperienza dei nostri sensi. Non possiamo fare esperienza della realtà perché non possediamo gli strumenti per farlo completamente e dipendiamo da fantasie mal elaborate da questa incapacità. Sia le nostre leggi della medicina che la rivelazione possono essere viste solo da creature con la nostra specifica gamma di equipaggiamento sensoriale e da nessun altro. Gli alieni ci giudicherebbero degli illusi.

I sensi si sono sviluppati per dare al cervello il feedback sul mondo non per metterci in grado di comprenderlo nella sua interezza ma solo per sopravvivere momentaneamente in modo da poterci riprodurre.  Questa perfezione di coordinamento tra sensi, nervi e cervello che unifica il corpo intero con il cervello, ci ha permesso di diventare, per quel che ne sappiamo, la specie che si è adattata con maggior successo. Malgrado stiamo perdendo quella coordinazione, in quanto la cultura umana erode la nostra consapevolezza dell’ambiente, o piuttosto, ne sostituisce una artificiale a quella naturale, possiamo ancora avere fiducia nei nostri sensi. Ma dobbiamo guardare oltre i tradizionali cinque.

3 Sensi composti
Un senso essenziale è una combinazione di vari sensi, tatto e udito. Avete mai avuto un’infezione all’orecchio che vi ha fatto sbattere contro i mobili e sentire il bisogno di stendervi prima di cadere? Quanto è sfibrante? O sofferto di un brutto mal di mare o di qualche altro malessere da viaggio o paura di volare? Questo è quello che ci succede quando perdiamo il senso dell’equilibrio. Questo è un sesto senso fatto di una sintesi di informazioni che riceviamo dai cinque sensi.

Il senso dell’equilibrio stesso è parte di un altro senso, il senso della proporzione. Sebbene usiamo spesso questa espressione in modo figurativo, è anche un vero e proprio senso reale o una sintesi di sensi. Avete notato che è più facile stabilire rapporti con oggetti o persone che hanno le vostre stesse proporzioni? Una ragione della nostra crudeltà verso gli animali è che non li comprendiamo a pieno in quanto la maggior parte è molto più piccola  e pochi sono molto più grandi degli umani. Possiamo essere crudeli con pigmei e giganti, formiche ed elefanti, ambienti e mari perché sono tutti aldilà della soglia del senso di proporzione. In realtà, solo l’umano è reale.

Il senso di proporzione è un settimo senso e ci permette di funzionare in un certo contesto. Una volta che mutiamo il contesto perdiamo il senso di proporzione. Questo può spiegare perché distruggiamo così tanti alberi e inquiniamo l’aria che respiriamo. Senza un senso di proporzione non riusciamo a vedere che siamo parte di una più vasta entità che comprende l’ambiente che originalmente ci ha creati. Oggi la perdita del senso di proporzione è un grande problema per gli umani. Se non viene corretto potrebbe portare al suicidio della specie.

Un altro senso che generalmente non consideriamo tale è il senso della memoria. La memoria opera sul rapporto tra passato e presente. Per quanto ne sappiamo, esiste ancora solo negli umani, per lo meno nel grado in cui la viviamo. La memoria è un ottavo senso. Essa serve a un duplice scopo. Crea un senso di identità. Sei chi ricordi di essere. Originariamente ha messo gli umani in grado di identificare la sicurezza e il pericolo per un certo periodo di tempo. Si poteva ritrovare luoghi di buona caccia ed evitare  le tigri dai denti a sciabola ricordando quello che è successo l’ultima volta che le abbiamo incontrate.

Appena una menzione a un altro senso, l’identità, un senso sintesi di tutti i dati dei sensi combinati con la memoria. Un nono senso.

Vivendo in un mondo diverso, la mosca assaggia con le zampe, può solo ingerire cibo liquido, vola e procede a rovescio e all’indietro se necessario, ha 3.000 occhi per rilevare il movimento su ciascun lato del capo e altri tre per misurare la distanza e vive, con tutta la sua complessa autonomia, solo da tre settimane a tre mesi. (Illustrazione della foto)

4 Sensi vagamente percepiti
Il decimo senso è essenziale per la sopravvivenza. E’ un’emozione, un sentimento. La speranza. La speranza ha effetto su una durata immaginata ed è simile alla memoria ma la speranza mette in rapporto il presente con il futuro. Non abbiamo dati sulla speranza in altre specie. La speranza è il supplemento emotivo del nostro istinto di autoconservazione. Come i dati dei sensi, può essere distorta o anche perduta completamente. La speranza ci permette di compiere la funzione di progettazione, essenziale alla creazione della cultura. Malgrado alcune specie animali possano progettare, la progettazione, insieme con l’abilità manuale umana, è uno dei principali creatori di cultura, un’attività che ha integrato, e quasi sostituito, il feedback proveniente dagli stimoli ambientali negli ultimi tremila anni.

Speranze, progetti, stimoli sociali, stimoli ambientali e ricordi. Il nostro cervello ha molto da classificare e organizzare. Per trovare un senso in tutti i dati che elaboriamo ogni giorno abbiamo bisogno di allenare un undicesimo senso, il senso della prospettiva. Una delle principali funzioni dei processi mentali salutari è tenere in ordine tutte le nostre esperienze in una prospettiva. Quando questo senso è danneggiato soffriamo. Uno dei segni e cause della depressione è la mancanza di prospettiva. Teniamo un problema, paura o ossessione, in primo piano nella nostra mente, e diventa sproporzionato rispetto alle altre esperienze. Coloro che soffrono di depressione hanno una prospettiva limitata e fissa.

Un modo di evitare questo dilemma è quello di esercitare un altro senso, strettamente associato al nostro senso di prospettiva: il senso dello humour. Percepiamo queste attività come sensi, come rivela il nostro linguaggio, tuttavia diamo loro un significato figurativo non uno reale. Ma sono reali e se non funzionano come dovrebbero soffriamo e  ci ammaliamo. Lo humour è un dodicesimo senso.

Lo humour è difficile da analizzare. Se hai bisogno di spiegarla una barzelletta non riesce a essere divertente. Tuttavia un tipo principale di humour si fonda sull’incongruenza. Se noi poniamo accanto due affermazioni o due contesti in modo inappropriato il risultato è spesso divertente. Alcuni ritengono che il risultato sia realmente scioccante e ridiamo perché siamo scioccati come quando un comico usa l’oscenità per sottolineare un argomento.

Ecco alcuni esempi di humour presi, per amore di brevità, da The Graffiti File di Nigel Rees.  Come funzionano?

“solo i mediocri sono sempre al meglio di sé”

Un commento durante il Watergate “dov’è Lee Harvey Oswald ora che il suo paese ha bisogno di lui?”

“se dio esiste è un problema suo”

“il pregiudizio razziale è un pigmento dell’immaginazione”

“niente alcol in Iran: ma puoi sempre morire dilapidato” O ancora “non mi piace sentire  la gente paragonare Eric Clapton con dio. Voglio dire, lui è bravo ma non è Clapton”.

L’insicurezza, la corruzione politica, l’esistenza del male. la sindrome del capro espiatorio il fondamentalismo, tutti problemi con cui abbiamo a che fare e lo humour è un modo di farlo. Un tredicesimo senso è uno dei più importanti e uno dei più trascurati: il senso della meraviglia. Lo conosciamo dapprima e al suo meglio nell’infanzia quando si fanno le prime scoperte e tutto sembra nuovo. Ma quel senso è sempre con noi. E’ una specie di fulcro. Anche quando siamo più ‘realistici’ o perfino cinici può essere usato con un atto di volontà. Perché se siamo cinici spesso prendiamo il mondo per scontato. Ci aspettiamo che le cose non funzionino. Ma se non siamo il centro della nostra esperienza del mondo, cosa di cui ci potremmo accorgere se dovessimo usare il nostro senso della prospettiva, allora è facile vedere che il mondo è pieno di meraviglie e miracoli che non possiamo e non dovremmo spiegare. Solo meravigliarcene. La maggior parte delle cose che passiamo il tempo a spiegare non hanno bisogno di nessuna spiegazione.

“La vista panoramica a raggi infrarossi dell’intero cielo sopra la Terra rivela la distribuzione delle galassie oltre la Via Lattea. Gli oggetti blu sono le fonti più prossime, i verdi sono a una distanza media e i rossi sono i più lontani. Immagine per cortese concessione del Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics”. (Illustrazione della foto)

Il senso di meraviglia è spesso, ma non sempre, alleato al senso dello spirituale e del divino. Questo è un senso genuino, il quattordicesimo, e ci ammaliamo se lo sopprimiamo. Molti dei nostri mali sono autoinflitti. Questo senso non ha niente a che fare con la fede o la rivelazione ma rende possibii quegli stati. E’ un senso che ci dà consapevolezza di un’altra dimensione aldilà dell’essere o esistere.

5 Sensi esoterici
C’è un gran numero di sensi che riconosciamo ma in cui non crediamo completamente. Uno è l’intuizione, che a volte si ritiene sia presente soprattutto nelle donne. Tutti la abbiamo. Una conoscenza che non riusciamo a spiegare, una consapevolezza che abbiamo per nessuna ragione conosciuta, gente cui pensiamo improvvisamente proprio prima che ci chiami al telefono, preoccupazione per un lontano parente di cui poi vieniamo a sapere che si è ammalato o che è deceduto proprio nel momento in cui pensiamo a lui. Cosa potrebbe essere l’intuizione? Non è nessuno dei 14 sensi menzionati e quindi deve essere un quindicesimo. La ESP (PERCEZIONE EXTRASENSORIALE)  è stata divisa in un certo numero di differenti sensi, telepatia, chiaroveggenza e chiarudienza. Questi sarebbero il nostro 16esimo, 17esimo e 18esimo senso. Questa esistenza è spesso messa in dubbio perché di solito si pensa ai sensi materialmente come una funzione del nostro corpo fisico che interagisce con il cervello. Una volta che sostituiamo i termini ‘pensiero’ e ‘mente’ all’interazione dimostrabile di nervi e cervello siamo in un’area che non riusciamo a spiegare completamente. Infatti, alcuni sensi esoterici esistono proprio perché non riusciamo a spiegarli. A volte abbiamo bisogno di mettere in cortocircuito i nostri processi razionali per timore che divengano autosufficienti ed escludano alcuni dati che abbiamo bisogno di conoscere per sopravvivere meglio. Naturalmente possiamo trasmettere idee agli altri ‘telepaticamente’, è quello che accade quando una folla  entra nel panico. E’ così che un insegnante carismatico o presentatore influenza il suo pubblico.  Possiamo spiegare quell’effetto o chiamarlo ESP a seconda di come ci viene più comodo.

Un’altra immagine al microscopio elettronico , una creatura la cui presenza non avvertiamo perché non la vediamo. O non la vediamo perché non ne avvertiamo la presenza? Possiamo solo essere umili ”Ci sono più cose in cielo e in terra Orazio di quante ne sogna la tua filosofia” (Illustrazione della foto)

Dobbiamo avere fiducia nei nostri sensi. Loro danno un senso al mondo. In altre parole, i sensi ci permettono di essere ragionevoli nel e sul mondo. Finiamo, come abbiamo cominciato, con le ambiguità del linguaggio. Senso. Sensibile. Sensato. Cosa faremmo del mondo senza i sensi non si sa. Probabilmente sarebbe una tragedia. E’ in dubbio se noi o il mondo sopravviveremmo a lungo. Grazie al cielo ne abbiamo almeno diciotto. Senza di loro cosa saremmo? Una manciata di polvere.

Nota: Circa 10 anni fa ho letto un libro che si intitola A Natural History of the Senses di Diane Ackerman. Si tratta di un libro che mi ha influenzato profondamente ed è probabilmente la fonte di molto di ciò che ho detto qui. L’ho recensito su questo sito. Ritengo si tratti di una lettura essenziale. Non un libro sulla scienza o sull’anatomia umana o sulla biofisica. E’ un libro di filosofia e natura umana. Molto più informato e meglio scritto di questo saggio.

©2013 Translation copyright Gianna Attardo.

22. LE TRE SCIMMIE SAGGE

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Saggezza del calendario
Quelle concise piccole perle di saggezza che leggi sul calendario dell’ufficio: tutto ha avuto inizio con le scimmie. Una diffusa ed erronea interpretazione delle teorie di Charles Darwin è che “discendiamo dalle scimmie”. Anche se non è accurata è senz’altro vero che queste dannate scimmie possono fare quasi tutto. Come ben si sa, scrivere le opere di Shakespeare non è un problema per loro, tutto ciò di cui hanno bisogno è una macchina da scrivere (e magari molte scimmie).

“non vedere il male, non sentire il male, e non parlare del male”.

Le scimmie senz’altro sapevano che il male è solo una parte del vivere, dell’essere vivi. E questa prudenza può avere a volte molta saggezza. La musica pop è la fonte di un bel po’ di pezzi di saggezza portatile. Abbondano i parolieri che si prestano a una citazione ma a tale riguardo voi probabilmente ne sapete più di me.

“Vorrei non sapere ora ciò che non sapevo allora” (Bob Seger, Against the Wind)

E’ amaro riflette sul fatto che gli errori che fai ti portano saggezza ma ti fanno perdere occasioni che hai troppa paura di cogliere. A che gioco stiamo giocando? Il poeta pop Bruce Springsteen ha notato più di una volta quanto possiamo diventare fragili,

“Un sogno è una menzogna se non si avvera o è qualcosa di peggio?” (Bruce Springsteen, The River)

“Ti prego non perdonarmi, i miei peccati sono tutto quello che ho” (Springsteen, Dead man Walking)

Il più saggio di tutti gli autori, Anonimo, ha affermato che la vita è un gioco di cui impariamo le regole mentre giochiamo. Il che ci mette in una situazione rischiosa fin dall’inizio.

“Per imparare dai tuoi errori prima devi commetterli”.

Forse quello che più apprezzo delle citazioni in cui mi sono imbattuto e di cui ho fatto una copia è l’amarezza, l’ironia, il fatto che la lezione si apprende a mala pena.

“Nulla che val la pena di sapere può essere insegnato” (Oscar Wilde, Intentions)

Wilde è uno degli autori che maggiormente si prestano a una citazione e, ben più importante, uno dei più saggi e difficile da non continuare a citarlo. Ha perfino previsto inconsapevolmente il suo destino.

“La moralità è semplicemente l’atteggiamento che adottiamo verso chi nutriamo antipatia” (Wilde, An ideal Husband)

Forse il cinismo è l’atteggiamento più sicuro da tenere.

“Come è facile per un uomo morire ricco se lui sarà solo contento di vivere da miserabile” (Henry Fielding, Journal of a Voyage to Lisbon).

“I politici sono uguali dappertutto, promettono di costruire un ponte anche quando non c’è un fiume” (Nikita Kruschchev)

“Il tempo lenisce tutto” (Groucho Marx)

Ma non volevo tenere un registro degli autori citabili, questo è compito dei dizionari di citazioni. Uno degli autori più interessanti (a parte Anonimo) è Sconosciuto. Sconosciuto è stato molto prolifico e ho conservato molte sue massime.

“Siamo più tolleranti verso i nostri errori quando li commettono gli altri”

Sembra più Oscar Wilde che Sconosciuto. Ma non è forse vero?

“Se l’ignoranza è beatitudine perché la gente non è più felice?”

“Sento ancora la mancanza della mia ex ma sto migliorando nel mio intento”.

A parte le citazioni che mostrano Sconosciuto che apprende dolorosamente nel caos delle cose ( e sopravvive), mi sono imbattuto in molte sue (di lui o di lei) sagge massime sia profonde che sciocche (o ora  profonde e poi sciocche, o viceversa). Non conoscerne la fonte lascia spazio per la discussione. Sentirle profferire dal Budda è piuttosto differente che sentirle pronunciare da Sconosciuto.

“Sei lo specchio del tuo proprio riflesso”.
“Una mancanza di fede mostra un bisogno di immaginazione”.
“La paura del sesso genera sia pornografia che puritanesimo”.
“Il prezzo della saggezza è la perdita dell’innocenza”.

Nel corso della storia guerre e cause hanno portato a vantaggi incerti e atrocità certe. Sconosciuto ha molto da dire a riguardo.

“Tutte le guerre sono combattute contro bambini”.

“L’opposto di tutto è egualmente vero”.

Infine, l’industria del fai-da -te ha prodotto una certa saggezza citabile ( e molta informazione superflua di cui eravamo già a conoscenza ma per la quale prima non abbiamo mai dovuto pagare).

“Oggi è un dono (è per questo che lo chiamano presente).

“La riflessione è la nascita dell’anima”.

Per ultimo, la rivelazione veramente grande che tutti dobbiamo possedere

“Nessuno ha mai riso se non ha riso di sé stesso”

Quelle scimmie hanno molto da dire (e potrebbero veramente scrivere le opere di Shakespeare? Voglio dire, qualcuno ha mai controllato?)

Se Sconosciuto dovesse riconoscere qualcuna delle sue massime qui riportate sarei più che felice di identificarlo (lui o lei) e dargli un’ attribuzione. Ho la sensazione che Sconosciuto sia stato molto prolifico e che io abbia sfiorato solo in superficie le sue massime.

©2013 Translation copyright Gianna Attardo.

21. IL lLUNGO ADDIO DI CHRISTOPHER MARLOWE

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Nel maggio del 1593 la peste bubbonica infestò di nuovo Londra uccidendo migliaia di persone. Appena sei mesi prima il romanziere e drammaturgo Thomas Nashe aveva scritto un’opera, Summer’s Last Will and Testament in cui parlava della peste e dei suoi effetti distruttivi in una ben nota canzone:

Ardenti sono le gioie della vita piene di desiderio
Dimostrate inezie dalla morte…
La luce scende dall’aria;
Giovani e belle regine sono morte …
Le spade non possono combattere contro il fato;

La terra tiene ancora aperta la sua porta…
Il talento con la sua gaiezza
Assaggia l’amarezza della morte…

Era una canzone che stranamente preannunciava la morte del suo grande amico Cristopher Marlowe.

Ci sono delle analogie impressionanti tra ciò che accadde a Marlowe nel 1593 e The Killers , racconto del 1927 di Ernest Hemingway e adattamento cinematografico con titolo omonimo del 1946 di Robert Siodmak. In quella storia, un uomo che aveva avuto rapporti con dei gangsters in un periodo precedente della sua vita ed era stato da loro ritenuto un traditore, riceve la visita di due assassini venuti nella cittadina dove si nasconde. Verrà ucciso perché non parli. L’uomo sente di non poter far niente e deve impararare ad accettare il suo destino. La differenza principale nella storia di Marlowe è che lui probabilmente non accettò il suo destino tanto docilmente.

1.
Il famoso poeta Christopher Marlowe (spelling elisabettiano Marlow o Marley) morì all’età di 29 anni il 30 maggio 1593 a Deptford, una cittadina di mare a circa 3 miglia dal centro di Londra. A quel tempo fu, e lo è ancora, tra i maggiori poeti che siano mai vissuti, una stima basata sulle opere che compose nei sei anni che ne precedettero la morte a lungo considerata un assassinio da molti investigatori. Si è ritenuto che la morte di Marlowe avesse a che fare con il precedente periodo 1584-1587 quando era all’Università di Cambridge (dall’età di 19 a 23 anni) e può aver agito come spia al servizio di Sir Francis Walsingham, allora Primo Segretario della Regina Elisabetta. L’instabilità della prima parte del regno di Elisabetta, minacciato sia dal Papa che dalla Spagna cattolica, causò con certezza la necessità di tenere un occhio vigile sui cattolici inglesi e, in concomitanza con le prove dei movimenti di Marlowe negli anni ottanta e l’entità delle sue spese di allora, rende probabile l’opinione che fosse una spia al servizio di Walsingham.

Durante quei sei anni Marlowe si era guadagnato la sua Laurea in discipline umanistiche a Cambridge e aveva prodotto sei drammi largamente popolari in collaborazione con Edward Alleyn, attore e leader della troupe di attori Admiral’s Men (successivamente Lord Strange’s Men). Marlowe era diventato uno degli uomini più famosi di Londra, era apprezzato dai frequentatori di teatri, aborrito dai teologi puritani, influente e ammirato da altri scrittori.

Il 20 maggio 1593 Marlowe fu accusato dal Consiglio della Corona sulla base  di un’indagine su alcuni versi sediziosi e infiammatori con cui erano stati imbrattati edifici pubblici. Marlowe, come richiesto, si presentò in tribunale a Greenwich, che era vicino a Deptford, apparentemente senza alcuna apprensione, probabilmente convinto di poter facilmente dimostrare la sua estraneità all’accaduto. In realtà, i versi erano ovviamente stati scritti da un gruppo di commercianti insoddisfatti. Le convocazioni di Marlowe erano una procedura alquanto singolare. Il Consiglio della Corona non era in seduta il giorno in cui a Marlowe fu richiesto di presentarsi, un’ennesima stranezza. Gli fu chiesto invece di rendersi disponibile in caso di necessità e di non lasciare il paese. Non era un’assoluzione, non era una sentenza.

2
Dieci giorni dopo Marlowe era a Deptford, in una pensione con tre compagni (o forse carcerieri), Ingram Frizer amministratore di Thomas Walsingham (cugino di Sir Francis Walsingham il capo dei servizi segreti), Nicholas Skeres, al tempo al servizio del Conte di Essex, Robert Poley, una spia di professione sullo stampo di James Bond, dotato di fascino, infido e letale. Marlowe conosceva i tre. Non sappiamo quanto tempo questi uomini rimasero insieme. Dieci giorni forse? I tre, e Marlowe, avevano lavorato alle dipendenze di Thomas Walsingham, che era stato e sarebbe stato in seguito protettore di Marlowe pubblicando la sua ultima opera Hero and Leander, dopo la morte di Marlowe. Si pensa che i quattro, e lo stesso Thomas Walsingham, fossero stati spie al servizio di Sir Frarncis. A Marlowe probabilmente non piaceva nessuno dei suoi compagni a Deptford, tutti uomini meglio descritti come delinquenti o criminali, tutti con un passato delittuoso.

Walsingham possedeva una casa a Chizlehurst dove Marlowe era stato in precedenza quel mese. La Corte (e il Consiglio della Corona) si trovava a Greenwhich Palace, a meno di un miglio da Deptford e a quattro miglia da Chizlehurst) per sfuggire alla peste di Londra. Ci si potrebbe ragionevolmente chiedere perché Marlowe non stessea casa del suo datore di lavoro Walsingham né in una locanda pubblica, ma in una pensione a Deptford. Era per allontanare Walsingham da quello che stava per accadere a Marlowe? Era per assicurare che Danby, il Coroner della Regina, un uomo su cui si faceva assegnamento per giungere alla conclusione desiderata, venisse a sconoscenza del caso dopo la morte di Marlowe ((era allora sotto la sua giurisdizione)?

La pensione era gestita dalla vedova di un notabile della zona, Eleanor Bull ed era un luogo in cui si potevano ottenere camere riservate per affari riservati. Ci fu una rissa apparentemente sul pagamento del conto. Nell’indagine che seguì Frizer descrisse in dettaglio quello che successe. Era seduto con Skeres e Poley ai suoi lati su una panca di fronte a un tavolo, tutti e tre con il viso girato dalla parte opposta rispetto a dove si trovava Marlowe che era disteso su un letto più indietro nella stanza. Frizer e i suoi due amici giocavano, probabilmente a dadi. Marlowe si sentì offeso da qualcosa che fu detto e attaccò Frizer da dietro con il coltello di Frizer, infliggendogli due ferite minori al capo. Frizer si girò, ostacolato da quelli che lo bloccavano nella panca, e cercò di liberare il braccio per afferrare e deviare il pugnale. Ancora seduto, ruscì a torcere il braccio di Marlowe di 180° verso questi. quindi affondò il pugnale verso Marlowe, la lama penetrò nell’orbita dell’occhio e si conficcò per vari centimetri nel cervello. La morte fu istantanea. Frizer invocò la legittima difesa e fu assolto immediatamente. Il corpo, esaminato dal chirurgo del Coroner che ne certificò la causa della morte, fu identificato e sepolto in una tomba senza iscrizione nonostante tutta la fama di Marlowe. La famiglia e gli amici non vennero informati della morte. Non fu fatta alcuna domanda.

3
Cosa farebbe Hrcule Poirot con questa storia? Nessuno, allora o oggi, ha messo in discussione la storia della rissa sul conto o notato quanto è improbabile dato che Frizer aveva dichiarato di aver ospitato gli altri e quindi il pagamento del conto spettava a lui, dato anche il basso importo e dato che era una scusa conveniente per gli assassini la cui storia era, ovviamente, questa. Ricostruendo il crimine per quanto possibile, rifacendo la scena, i movimenti descritti sembrano falsi. La posizione dei quattro uomini non suggerisce un gruppo di amici ma un prigioniero che cerca di fuggire dalle costrizioni dei tre carcerieri. Che Marlowe abbia usato il pugnale di Frazer per l’attacco suggerisce che il suo pugnale gli era stato tolto. Che i tre fossero rivolti dalla parte opposta rispetto a Marlowe fa sorgere immediatamente dei sospetti poiché rinforza l’istanza della legittima difesa. Forse aspettavano il tentativo di fuga da usare come pretesto. Se veniamo attaccati da un assalitore con in mano un pugnale la naturale reazione è di inclinarci di lato, non girarsi con il pericolo di ricevere un’altra pugnalata. Con le braccia bloccate dai compagni, seduti su ambo i lati, sarebbe stato difficile e avrebbe richiesto tempo liberare un braccio per schivare il colpo. Ma se Frizer ci fosse riuscito la distanza sarebbe stata sufficiente per deviare la lama. Sarebbe stato impossibile in quella posizione affondare la lama vari centimetri nel cervello di Marlowe a meno che le sue braccia non fossero lunghe il doppio del normale. Perché gli altri due uomini non intervennero?

Perciò Frizer ha mentito e ha giurato il falso. Lo fece per invocare la legittima difesa. Un’altra spiegazione possibile e più plausibile è che l’uccisione fu un assassinio. Il colpo descritto è coerente con il fatto che Frizer, stando di fronte a Marlowe che era trattenuto da entrambi i lati da Poley e Skeres, affonda il pugnale nell’occhio di Marlowe con abbastanza forza da ucciderlo (sebbene chiunque dei tre può aver sferrato il colpo). L’azione, e il colpo, sarebbero stati pianificati e premeditati con in vista una storia di copertura e l’invocazione della legittima difesa. Le due ferite superficiali al capo di Frizer potrebbero essere state inflitte dai suoi compagni per aggiungere verosimiglianza alla storia. I commenti fatti successivamente per screditare Marlowe, secondo i quali lui sarebbe morto imprecando, potrebbero essere spiegati dal fatto che un servitore udì un grido di aiuto soffocato.

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La reputazione di Marlowe costituisce una parte cruciale della storia della sua morte e può essere usata per spiegarla. Le prime notizie che abbiamo su Marlowe riguardano la sua vita da studente. Era figlio di un calzolaio e uno studente brillante. Vinse una borsa di studio con cui fu pagata la sua istruzione a scuola e all’università. I suoi insegnanti furono probabilmente ben soddisfatti e lui progredì negli studi con grande facilità.

Nel corso degli anni universitari Marlowe cominciò a scrivere e si pose immediatamente all’avanguardia della letteratura elisabettiana producendo traduzioni, poesie e lavori di teatro che conquistarono l’ammirazione di tutti coloro che li lessero e che ancora li leggono oggi.

Nel 1587 fu oggetto di alcuni sospetti: quando era sul punto di ricevere la Laurea in discipline umanistiche a Cambridge l’università sollevò un’obiezione sostenendo che Marlowe aveva abbracciato la causa Cattolica, il che lo rendeva praticamente un traditore e non eleggible al titolo. Il Consiglio della Corona intervenne. Marlowe fece grande impressione su alcuni dei suoi componenti. Immaginate il Primo Ministro che scrive al rettore dell’università insistendo che uno studente riceva la sua laurea in quanto ha prestato un buon servizio al suo paese (non il modo solito di parlare di una spia comunque; di solito queste stanno ben nascoste).

Poi Marlowe si trasferì a Londra e iniziò a collaborare con il principale attore del tempo, Edward Alleyn. Nei successivi sei anni i due collaborarono alla produzione di sei drammi che ebbero successo ed entrambi divennero famosi e probabilmente benestanti. Marlowe fu più ammirato che mai. I suoi drammi danno anche prova della sua vasta cultura.

Nel 1592 la peste colpì di nuovo e i teatri vennero chiusi. I ministri del culto, molti dei quali Puritani, sostennero che i drammi peccaminosi avevano causato la punizione divina con l’invio  della peste. Fu fatto il nome di Marlowe e dei suoi scellerati protagonisti, L’ebreo di Malta, Faust e Tamerlano.

Faust e Tamerlano
Abbiamo alcune informazioni su uno di questi accusatori di Marlowe, il predicatore Gabriel Harvey, una conoscenza dei tempi di Cambridge sia di Marlowe che di Thomas Green. L’immagine di Harvey che emerge dai suoi scritti è quella di un saccente meschino, malefico, ipocrita, l’immagine esatta di ciò che Gesù nel vangelo chiamò un “sepolcro imbiancato”. Harvey non piaceva né a Marlowe né a Greene (sembra un uomo difficile da amare). E’ possibile che i due lo abbiano tormentato, che se ne siano usciti fuori con la storia di aver visto il diavolo o si siano beffati delle scritture che Harvey così loquacemente recitava in tono declamatorio, per la soddisfazione di vederlo reagire come un’oca strangolata. Harvey da parte sua escogitò ogni possibile e immaginabile accusa contro Marlowe e Greene, inclusa quella di ateismo. I biografi tendono a pensare che ci fosse un fondamento nelle accuse di ateismo. Penso che abbiano avuto origine dalla intolleranza di Marlowe verso l’ipocrisia.

In ciò che segue l’accusa di ‘ateismo’ (ossia la non conformità con la dottrina della Chiesa d’Inghilterra), che a volte raggiunge la dimensione dell’ isteria, è bene ricordare le migliaia di morti che dappertutto nessun medico poté curare. Tutto ciò che sappiamo sull’ateismo’ e sugli altri errori di Marlowe è stato certamente ricavato dai suoi drammi, gli unici documenti che lui stesso ha lasciato. Altre fonti sono sospette come apparirà chiaro. Tutti quei drammi avevano ricevuto dal Master of Revels, l’incaricato della concessione della licenza alle compagnie teatrali, l’approvazione per la rappresentazione ed erano stati dichiarati privi di blasfemia e sedizione. Ma sull’isteria non si discute.

Per contestualizzare questo, si dovrebbe ricordare che appena sei anni prima della morte di Marlowe Erasmo era stato fortemente criticato per aver prodotto una nuova edizione critica e traduzione della Bibbia. Né il Papa (troppo lontano) né Lutero (non abbastanza lontano) erano soddisfatti di quello che aveva fatto. Guardando in retrospettiva, la traduzione critica fu la nascita della critica testuale della Bibbia  e portò a un inquietudine diffusa causata dalla percezione dell’abuso da parte della Chiesa cattolica del ruolo di interprete della Bibbia. Precedenti traduttori della Bibbia in inglese, come Wycliffe e Tyndale, erano stati considerati eretici. Tyndale era stato mandato al rogo, il corpo di Wycliffe riesumato e bruciato. La Riforma era ancora in corso e con essa la rottura del grande impero del Papa. In difesa di Roma Filippo di Spagna mandò la Grande Armada per conquistare l’Inghilterra e riportarla all’interno dell’ovile papale, proprio cinque anni prima della morte di Marlowe. Queste erano le questioni scottanti del momento, Erasmo, Lutero, Enrico VIII, Wycliffe: tutti atei a detta di qualcuno. Come sempre i più rumorosi furono gli estremisti, inclusi i fondamentalisti.

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Nel 1593 qualcuno volle disfarsi di Cristopher Marlowe. Doveva morire accidentalmente in una rissa. Ma a quel tempo Marlowe non aveva reputazione di ubriacone o attaccabrighe bensì quella di studioso e poeta, quindi il suo nome doveva essere infangato. Le prediche erano a favore del saccheggio dei teatri con riferimento a Marlowe. Molti analizzarono la questione solo nei suoi drammi ma ormai si sosteneva che questi rappresentassero l’opinione di Marlowe.

Si potrebbe rovistare i drammi di Marlowe e trovarvi al contrario abbondante materiale che mostra la sua religiosità, ma nessuno, a quel tempo o in seguito, ha pensato di farlo. Basta solo leggere Edoardo II invece di Tamerlano. Ma il pettegolezzo si attacca come l’edera.

Qualcuno fu disposto a pagare delatori, gente che si guadagnava da vivere testimoniando contro persone accusate di crimini e a sborsare somme di denaro per procurare le ‘prove’. Da dove veniva il denaro per questa attività?
Qualcuno pretese che i tribunali ‘interrogassero’ testimoni usando la tortura finché questi non dicessero quello che gli era stato detto di dire. Molte deposizioni furono estorte in questo modo. Chi aveva potere o influenza sulle autorità civili da farle agire in tal modo?

Due dichiarazioni ancora esistenti riguardano cosiddette opinioni atee che coinvolgevano Marlowe. Una lo riguarda direttamente: è un’accusa. L’altra è un’accusa di un’altra persona. Entrambe sono identiche. Si tratta di un’accusa truccata, una prova inventata per intrappolare qualcuno di cui il governo vuole liberarsi, o una giustificazione a posteriori. Le opinioni attribuite a Marlowe, la presunta falsità delle scritture, la possibilità che Gesù e altri menzionati nei vangeli fossero omosessuali e che l’omosessualità stessa non fosse un peccato, furono il frutto dell’immaginazione di un informatore di nome Richard Cholmeley, che probabilmente le inventò come prova da usare nel suo ruolo di agente provocatore dei servizi segreti. Ma lo stesso Cholmeley fu torturato e imprigionato per aver scritto queste opinioni e poi una copia fatta da un altro informatore di nome Richard Baines le attribuì a Marlowe. Tutte le menzioni successive dell’ateismo di Marlowe sono basate su questo testo dubbioso, inclusa la ‘confessione’ estorta a Thomas Kyd sotto tortura.  A Kyd fu letta ogni accusa e questi fu torturato finché rispose ‘sì’ alla domanda ‘Marlowe ha detto questo?’ Questa è l’unica prova dell’ateismo di Marlowe, distinta dall’opinione espressa nei suoi drammi come parte di una situazione drammatica e non certamente di Marlowe.

All’ improvviso Marlowe divenn o una persona con una cattiva reputazione. Non un colto studioso, grande poeta e uomo d’affari di successo ma un ateo, un omosessuale, un ubriacone e un attaccabrighe. Probabilmente questa fu la storia che i compagni di Marlowe raccontarono nel giorno della sua morte per spiegare come morì. Questa è la storia che circolò. Gli amici di Marlowe, quelli che lo nominarono dopo la morte, sono molto cauti. Sanno che ci sono grandi interessi che vogliono chiudere la faccenda, liquidarla. Nessuno ha suggerito l’idea del complotto. Nessuno voleva essere torturato come l’amico Thomas Kyd. E la storia dell’attaccabrighe, ubriacone, omosessuale, ateo fu ripetuta dai suoi nemici ed è sopravvissuta fino a oggi. E’ una bella storia ma è falsa. Fu inventata per giustificare l’assassinio di Marlowe, per spiegarlo, mascherarlo.

Chi aveva bisogno di una tale giustificazione?
Si potrebbe egualmente e plausibilmente ‘provare’ che William Shakespeare era un assassino di massa prendendo scene e discorsi dal suo dramma Tito Andronico, pagare un delatore per ripetere una testimonianza voluta e far torturare uno degli attori del Chamberlain’s  Men per ‘confessare’ che anche Shakespeare si lavò nel sangue di uomini torturati nella notte di plenilunio, o testimoniare la sua conoscenza di stregoneria come nel dramma Macbeth. Dovremmo tenere a mente due aspetti della cultura  elisabettiana che non condividiamo oggi.

1. Gli Elisabettiani non comprendevano la caratterizzazione drammatica. Il dramma era nuovo per loro e spesso si riteneva che quello che un personaggio diceva in un’opera fosse espressione delle opinioni dell’autore.

2. Si credeva che l’interesse nella scienza fosse una sfida alle scritture bibliche. Gi Elisabattiani erano in questo senso fondamentalisti. Guardare il cielo attraverso un telescopio era sfidare il libro della Genesi. Quindi, si riteneva che coloro che nutrivano quel tipo di interesse fossero atei e tali erano considerati i seguaci di altre fedi: sia gli scrittori della Chiesa d’Inghilterra che i cattolici definivano atei i membri della fede altrui. Gli atei a loro volta vennero accusati di ogni tipo di comportamento peccaminoso: adorazione del diavolo, rapporto sessuale con il diavolo, sodomia, omosessualità, tradimento ecc.

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Sappiamo da altre fonti che in precedenza Marlowe era stato coinvolto in una zuffa di strada e si era dimostrato un eccellente spadaccino ma che vi aveva preso parte asoprattutto per aiutare un amico, il poeta Thomas Watson, che era stato attaccato da un uomo di nome Bradley, un notorio attaccabrighe che doveva del denaro al genero di Watson. Marlowe tenne a bada Bradley che poi si girò e attaccò Watson e nella zuffa ricevette un colpo di spada mortale.

A parte questo, sappiamo che Marlowe fu uno studente brillante a scuola e all’università, uno scrittore disciplinato e produttivo, un uomo profondamente colto e ammirato dalla maggior parte di quelli che lo conoscevano inclusi Sir Walter Raleigh e William Shakespeare. Le storie che tendono a screditare il carattere di Marlowe descrivono più da vicino i soliti compagni di Frizer e dei suoi amici. Le calunne tendono a ripetersi ma forse dovremmo leggerle tenendo in mente questo contesto. Coloro che credono che non c’è fumo senza arrosto ritengono che la gente preferirà esaminare e analizzare questa ‘prova’ piuttosto che sottoporla a una indagine, Non ho mai incontrato nessuno che lo abbia fatto.

Bisognava dissimulare l’assassinio di Marlowe. Il primo passo era montare un’ inchiesta in cui il Coroner accettasse una storia chiaramente falsa senza fare ulteriore indagini. Il secondo passo era mascherarla come la fine meritata di un furfante blasfemo e ubriacone non degno di alcuna attenzione.

La storia di copertura
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La storia di Frizer fu accettata dal Coroner della commissione d’inchiesta senza discussioni. Il Coroner ignorava il problema delle braccia lunghe di Frizer che gli permisero di uccidere un uomo stando seduto. Sembra come se al Coroner fosse stato detto da qualcuno influente di assolvere Frizer. Da notare che questo era il Coroner della Regina, un funzionario della corte del vicino Greenwich Palace, la cui carriera sarebbe dipesa dall’approvazione del Consiglio della Corona. Le domande che il Coroner non rivolse furono: cosa faceva Marlowe a Deptford; era un testimone di una indagine su sedizione o accusato di qualche crimine relativo a quella indagine; si trovava sul luogo come agente libero o costretto dai suoi compagni; aveva una buona reputazione; l’avevano gli uomini che lo uccisero; qualcuno alla pensione vide o sentì qualcosa di sospetto; ci fu una effettiva disputa sul conto, Fu un’udienza stranamente affrettata. Erano state dette al Coroner in anticipo le conclusioni cui doveva giungere?

Chi avrebbe potuto farlo?
Chi più probabilmente di Thomas Walsingham il patrono di Marlowe? O il Conte di Essex nel Consiglio della Corona. Ma perché?

La corte del Coroner si trovò nella stessa posizione della commissione che investigò sull’assassinio del Presidente Kennedy nel 1963 quando disse che la traiettoria del proiettile che perforò il cranio del Presidente era incompatibile con quella tracciata dalla posizione da cui si diceva che Lee Harvey Osvald avesse sparato. In entrambi i casi ci fu una storia di copertura con, in ambo i casi, un vizio fatale. Ma in entrambi i casi ci fu influenza comprata per sostenere che quella era la storia che sarebbe stata accettata.
Non farlo avrebbe avuto sgradevoli conseguenze.

8.
Al momento della morte Marlowe godeva di buona reputazione presso la maggior parte della gente. Deve essersi sentito molto tranquillo. Non era solo una figura pubblica famosa e ammirata, ma socio di successo del più ammirato attore del tempo Edward Alleyn; sei anni prima il Consiglio della Corona era intervenuto, fatto senza precedenti, presso le autorità dell’Università di Cambridge per togliere dal suo nome la macchia del cattolicesimo e assicurarare che gli venisse conferita la laurea; la famiglia Walsingham lo aveva impiegato in questioni di sicurezza nazionale e sostenuto come poeta; si era guadagnato la buona opinione di Sir Walter Raleigh. Perfino la fazione cattolica perseguitata, che avrebbe potuto essere danneggiata dalla sua attività di spia, si astenne da ogni protesta.

L’unico attacco che Marlowe subì fu da parte di quei Puritani infuriati dalle idee scientifiche associate con il circolo di Sir Walter Raleigh e dai ‘teatri’ peccaminosi. Raleigh era, con alterne fortune, uno degli uomini più potenti del regno, ed era molto più facile attaccare membri del suo circolo, tra i quali si contava Marlowe. Le accuse standard che si facevano erano: uso di tabacco, ateismo, omosessualità. Furono trovati, dietro compenso, uomini disposti a giurare che Marlowe aveva espresso opinioni atee, o giurare, sotto tortura, che queste accuse erano vere. Uno di questi ultimi fu Thomas Kyd, un amico di Marlowe, autore della tragedia più famosa del tempo, The Spanish Tragedy, che ripeté il testo delle accuse sopra menzionate rivolte da Richard Baines. Gli uomini direbbero qualunque cosa sotto tortura. Nel caso di Kyd la tortura fu abbastanza severa da portarlo alla morte pochi mesi dopo. Fu ovviamente un complotto e uno piuttosto insensato.

Marlowe era stato una spia e aveva fatto il doppio gioco nel periodo 1585-87. Si era finto sostenitore di una fazione ma aveva rivelato le sue informazioni all’altra. Era per questo un traditore cattolico, ateo, omosessuale? O riferiva le attività di questi gruppi a chi lo impiegava? Era al corrente di segreti di stato che poteva incautamente rivelare? Le conoscenze di Marlowe avrebbero reso impossibile consegnarlo agli avversari Puritani che in ogni caso miravano più a Raleigh. Arrestato, avrebbe potuto essere messo sotto tortura. Torturato, avrebbe potuto rivelare informazioni inconvenienti e imbarazzanti. Tuttavia, non avrebbero potuto disfarsi facilmente di un uomo così famoso. Inoltre, si sapeva che era un ottimo spadaccino, in grado di tener testa in una rissa. Bisognava architettare uno scenario in cui si potesse emettere un verdetto di morte accidentale.

Ma perché sacrificare Marlowe ai Puritani avversari della scienza, del teatro, della danza e di altri intrattenimenti? Forse è necessario pensare ad uno scopo maggiore per trovare la risposta, uno sguardo alla corte di Elisabetta. Chi aveva da guadagnare dalla morte di Marlowe?

E’ improbabile che l’assassinio avesse a che vedere con l’attività di spionaggio di Marlowe. Sei anni prima aveva rivelato informazioni su attività riguardanti i Cattolici. Da allora, era diventato troppo famoso per lavorare segretamente. Ma conosceva le spie: i soliti Walsingham, Poley, Skeres e Frizer. Lo spionaggio per certo non serve ad alcun proposito utile ma dà lavoro a molti ladri e assassini che diversamente se ne andrebbero in giro a uccidere e derubare astanti innocenti. Solitamente le spie inventano grandi timori sulla sicurezza per trovare lavoro per sé stessi, fino ai livelli più alti di governo, proprio come i dipendenti pubblici. Quindi, per quelli che erano interessati alla morte di Marlowe e non credettero alla storia della rissa dell’ubriacone o e dell’ uccisione accidentale, la faccenda fu avvolta nel velo oscuro dell’invasione cattolica e della presa del potere. Forse una fazione o l’altra fecero uccidere Marlowe, chissà?

In effetti la storia che causò la mortedi Marlowe  iniziò come astuta mossa diplomatica da parte del Conte di Essex e se avesse avuto buon esito si sarebbe risolta a suo vantaggio. Ma non ebbe successo e mentre tentava di nascondere disperatamente le sue tracce Essex si liberò di coloro in cui non poteva nutrire completa fiducia.

La regina e l’alveare
In quei primi anni novanta tre fazioni erano in lotta a corte: William Cecil e suo figlio Robert, principali consiglieri della Regina; Sir Walter Raleigh che era stato il suo cortigiano preferito e Robert Devereux Conte di Essex, il nuovo favorito. Elisabetta dominava tutti e tre con la sua personalità, neutralizzando l’uno contro l’altro. I tre, e molti altri della corte, minacciavano la sua sovranità ma Elisabetta restava solida al comando.

Cecil, Raleigh e Essex erano aristocratici, uomini che fin dall’infanzia erano stati educati a credere di essere nati per governare sugli altri, che la sottomissione degli altri era l’unico atteggiamento accettabile. I regni precedenti di Edward e Mary avevano assistito a lunghi periodi di controllo aristocratico dello stato, ed Elisabetta non intendeva permettere il ripetersi di quella situazione. I favoriti tendevano ad avere e perdere il favore, una questione o un’altra toglieva loro il favore della Regina. Tutti questi tre avevano folti gruppi di seguaci e alleanze con altre famiglie influenti. Esercitavano il mecenatismo dove avrebbe dato loro più onore. Cercavano perciò la gloria in cambio dell’esercizio di qualunque potere reale, cosa che la Regina non accettava.

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William Cecil era il più sicuro. Era stato il consigliere principale e più fidato della Regina per la maggior parte del suo regno ed era sopravvissuto ai due precedenti regni instabili per il rotto della cuffia. Ora Lord Burghlev si era ammalato e si ritirò dai pubblici uffici piuttosto improvvisamente nel 1592. Può darsi che abbia avuto un infarto. Suo figlio Robert, poi Conte di Salisbury, tentò di sostituirlo ma alla fine del 1592 la presa sul potere della fazione di Cecil era diminuita con l’opportunità per le altre fazioni di prendere il comando, o pensare di poterlo fare. William morì nel 1598. Suo figlio Robert,  protégé del’ex capo dell’organizzazione spionistica Sir Francis Walsingham, divenne Segretario di Stato. Era  un accanito avversario di Essex, i due erano nemici mortali.

Sir Walter Raleigh, più vecchio di Essex e di Robert Cecil di dieci anni, aveva sofferto di estremi favori e sfavori dal suo arrivo a corte. Imponente fisicamente, soldato abile, poeta e studioso, era stato fatto cavaliere da Elisabetta nel 1585, ma aveva perso prestigio in seguito al fallimento dei suoi sforzi di fondare una colonia in America con mezzi limitati. Sarebbe stato poco ragionevole da parte di Elisabetta aspettarsi che un semplice individuo fondasse una nuova colonia ma Raleigh perse prestigio nello sforzo e nel 1591 perse totalmente il favore quando la Regina scoprì che aveva sposato segretamente una delle sue damigelle d’onore, fatto che lei scelse di considerare una violazione della sua prerogativa reale, e forse aveva ragione. Raleigh si ritirò nella sua residenza di campagna dove rimase in ombra. Continuò a esercitare un notevole mecenatismo e nel 1590 diede il suo appoggio alla pubblicazione de The Faerie Queen di Edmund Spenser; sostenne le ricerche di Thomas Harriot, suo consigliere tecnico nel tentativo di colonizzazione in America, e può darsi che abbia incontrato e scambiato poesie e opinioni con Marlowe la cui erudizione e abilità poetica deve aver rispettato.

Da govane Essex aveva ricevuto il favore della Regina succedendo a Raleigh nel 1587 come il più stimato dei suoi consiglieri. Ma a partire dal 1589 fu protagonista di una serie sconsiderata di episodi in cui disobbedì alle istruzioni della regina ignorando i suoi consigli, rimproverandola goffamente in pubblico e in una occasione arrivando quasi a estrarre la spada come per colpirla. Dopo aver condotto una campagna in Francia nel 1592 e la guerra in Irlanda nel 1599, entrambe con singolare inettitudine, Essex perse completamente ogni prestigio quando Raleigh e Cecil si allearono contro di lui e quando nel 1601 fu artefice di un’inetta ribellione che abortì ma portò alla sua esecuzione per tradimento. I suoi seguaci furono colpiti dalla sua morte. Questi avevano incluso Thomas Walsingham, Sir Philip Sidney, Henry Wriothesley Conte di Southampton, Edward de Vere Conte di Oxford e Francis Bacon e i suoi clienti, che avevano incluso Thomas Nashe, William Shakespeare, sotto la protezione di Southampton, Thomas Watson e Cristopher Marlow sotto la protezione di Walsingham.

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La lotta per il potere causò condizioni molto instabili, e sia leader che seguaci brigarono continuamente per la posizione migliore. Nel 1592 sembrava che Raleigh fosse fuori dal gioco. La fazione di Cecil aveva perduto la presenza rassicurante di William, intimo della Regina. Il figlio Robert guadagnò rapidamente il potere perduto. Per un breve periodo Essex ebbe la possibilità di usare la sua influenza sul Consiglio della Corona per controllare lo stato, spingere da parte Elisabetta, e recuperare la perdita di faccia che la sua inettitudine militare in Francia gli aveva procurato. A quel tempo probabilmente disponeva della fedeltà di Walsingham, Skeres, Poley e Frizer, e può darsi che abbia commesso la stessa imprudenza che successivamente commise nel 1599, inviando una corrispondenza sleale a Giacomo VI di Scozia. Essex era un uomo sconsiderato, temerario. E se avesse suggerito a Christopher Marlowe di portare queste lettere?

La deposizione estorta a Thomas Kyd sotto tortura su presunti esempi dell’ateismo di Marlow fu in gran parte inventata e non è molto convincente in nessuna parte. Kyd dice quello che gli investigatori vogliono udire ma dichiara anche che Marlowe gli aveva detto che aveva intenzione di andare in Scozia e che altri uomini di rango ci sarebbero andati. Potrebbe essere un riferimento al complotto con Re Giacomo per la sucessione al trono inglese. Si trattava probabilmente dell’inizio del 1593.
Pochi mesi dopo, la deposizione fu mutata radicalmente. Thomas Cecil godeva di salda fiducia da parte di Elisabetta e del Consiglio della Corona ed era votato a estromettere Essex. Essex aveva creato il caos con le sue campagne militari e non poteva permettersi, a rischio della vita, che nulla che potesse incriminarlo fosse rivelato. Le bocche dovevano essere chiuse, e Marlow era una di loro. I seguaci di Essex si mossero per anticipare i suoi desideri.

Forse come conseguenza dell’assassinio, forse come effetto della sua condotta vergognosa nella guerra irlandese, Essex perse i suoi seguaci inclusi Walsingham, Skeres, Polev e Frizer alcuni dei quali passarono nel campo di Cecil. Quando fece il suo abortito tentativo di un colpo di stato Essex si trovò fatalmente isolato e fallì ancora una volta.

Quindi è probabile che Essex abbia fatto uccidere Marlowe. Era abbastanza arrogante e sconsiderato da eliminare fisicamente un poeta. Era abbastanza temerario da trastullarsi con il tradimento mentre la Regina era ancora in vita. Era abbastanza inetto da mandar in fumo il tentativo, scegliendo un momento in cui era temporaneamente, molto temporaneamente, in posizione di potere sul Consiglio della Corona, da scegliere l’uomo sbagliato per la missione e poi effettuare una ritirata disordinata quando Thomas Cecil gli tolse il potere. Naturalmente quello che doveva fare era sospirare impazientemente quando si faceva il nome di Marlowe. Uno dei suoi dipendenti avrebbe capito e sistemato le cose per lui, probabilmente suggerendo a Thomas Walsingham che l’occuparsi della questione si sarebbe volto a suo vantaggio. A Walsingham piaceva Marlowe ma gli piacevano ancor di più i suoi successi mondani. Walsingham a sua volta assunse Polev, un noto assassino, per il lavoro, e usò il suo uomo, Frizer, come contatto. L’uomo di Essex, Skeres, era presente per vedere che tutto andasse secondo i piani, spianare qualunque problema con il Coroner e riferire a Essex.

“Gli uomini sono morti ma non per amore”
Chi era ben consapevole di ciò che stava succedendo doveva essere Southampton, caro amico di Essex e un ribelle, e Shakespeare assistito di Suthampton. Può essere stato a questo punto che Shakespeare provò l’estrema repulsione che espresse alla fazione di Essex nei suoi Sonetti. Se avesse saputo che gli uomini che lo sostenevano avevano ucciso Marlowe, un uomo che lui idealizzava, la sua reazione sarebbe stata di disgusto e repulsione. Non c’è stata un’altra persona in grado di comprendere le realizzazioni di Chritopher Marlowe meglio di William Shakespeare. Forse qui è la vera ragione del suo ritorno al teatro.

Marlowe aveva creato un nuovo stile esuberante, ambizioso, esultante, difficile da leggere senza sentirsi trasportato via. Al tempo della sua morte stava progredendo a passi da gigante. Immaginiamo che anche l’uomo fosse così. Ma dietro i ritmi fluttuanti c’è un notevole comando di accento, assonanza, vocabolario, una questione di profonda comprensione del linguaggio e una notevole lavoro di composizione. Immaginiamo che anche l’uomo fosse così. Un uomo poteva eguagliarlo ma nessuno lo ha mai superato e pochi hanno compreso le sue realizzazioni cosa che, come Touchstone afferma, è stata la vera tragedia.

Due o tre cose
Questo scritto è tributo a quelli che ritengono che Marlowe abbia simulato la sua morte, che lui o Bacon o Oxford abbiano scritto le opere di Shakespeare, che l’atterraggio americano sulla luna è stato costruito in uno studio televisivo, e che la terra è realmente piatta. Quello di cui abbiamo urgente bisogno è più immaginazione, modi diversi di guardare, e questi gruppi li forniscono. Dò il mio contributo con la storia che ho raccontato. Potrebbe contenere un buon romanzo. Sono solo um comune lettore che tenta di provare la veridicità di una teoria.

Una nota su “chi ha scritto i drammi e le poesie di Shakespeare?” Perché così tanti che ne discutono, o meglio, perché tutti quelli che discutono questo problema non si riferiscono mai agli effettivi drammi e poesie di Shakespeare, Marlowe o Oxford o agli scritti di Francis Bacon tranne che come esercizio di crittografia? La discussione verte sempre su minuzie di informazioni biografiche che ‘provano’ il punto che l’autore sta sostenendo. E’ come se l’opera in sé non sia importante. La questione è stata ridotta a un puzzle da investigatore privato. Tuttavia leggere i drammi, le poesie, le opere filosofiche di questi scrittori rivela caratteristiche distinte di ciascuno. Come nel test sottoposto ai produttori di vino, sarebbe difficile imbrogliare un esperto di letteratura elisabettiana cui venisse dato un anonimo estratto dal lavoro di ciascuno e chiesto il nome dell’autore. Non si possono confondere gli scritti di Shakespeare con quelli di Marlowe, tanto meno di Oxford o più certamente di Bacon. Ciascuno aveva una personalità chiara e distinta.

Mi chiedo perché è solo l’opera di Shakespeare quella che è stata scritta da qualcun altro. Perché le poesie di Sir Walter Raleigh non sono state critte da un altro? O la narrativa e i drammi di Thomas Nashe? E’ certo che George Eliot abbia scritto i suoi romanzi? Perché scegliere Shakespeare con tutta la letteratura a disposizione? E tutta la storia. Adolf Hitler era realmente Hadolf Hitler? E’ un campo vasto da esplorare.
Alcuni di questi punti sulla morte di Marlowe furono fatti da George Garrett (Entered from the Sun, Doubleday 1990) o piuttosto implicati indirettamente, è un libro indiretto. E’ sulla morte di Marlowe, ma non tanto su questo. Charles Nicholl ha scritto uno dei migliori romanzi polizieschi sull’assassinio di Marlowe (con una enorme digressione sullo spionaggio elisabettiano), superato solo dal suo libro su Shakespeare che ha reso emozionante l’analisi delle fonti elisabettiane e per primo ha suscitato il mio interesse nel 2008 (The Reckoning, Vintage Books ed.riv. 2002; The Lodger, Allen Lane 2007). La biografia di Charles Norman (The Muses Darling, The Falcon Press 1947) è una ristampa di tutti i documenti sopravvissuti su Marlowe e ha il merito di citare abbondantemente dai suoi drammi, ricordandoci in tal modo perché siamo interessati a Marlowe e alla sua morte.

©2013 Translation copyright Gianna Attardo.

20. SUONI DEL VICINATO

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Come molti abito in un quartiere di condomini con pareti che lasciano passare liberamente i rumori da un appartamento all’altro e fanno riecheggiare nelle camere da letto quelli del traffico in modo così efficace che l’unica cosa che puoi fare è abituartici. Riesco a sentire frammenti della vita della gente: tutto su Ernie, il bambino di una signora all’ultimo piano dell’edificio di fronte che ha problemi alle tonsille (sembra che il dottor Barnaby voglia toglierle ma Frank non è d’accordo) e sulla vicina al piano di sopra appena tornata dalla Francia dove, pare, aveva problemi con il suo ragazzo. Sul retro, una donna ha attacchi lirici di rabbia che sembrano Bon Jovi che canta Verdi, e a volte mi chiedo cosa li causi. La sua vicina di casa, i cui orgasmi pomeridiani hanno fatto tremare le pareti, ha traslocato e forse meno male. Ma è di solito la musica degli altri che definirei una benedizione eterogenea.

Una volta a Glebe ho visto su un muro uno sprazzo di saggezza (cioè graffiti) in cui ci si chiedeva come mai la gente che ascolta musica ad alto volume abbia così tanto cattivo gusto. E’ vero. Ovviamente non tutti possono avere il gusto impeccabile che noi abbiamo ma quello che si sente venire dalle feste degli altri o alle tre del mattino quando qualcuno non riesce a dormire con certezza si può definire musica solo marginalmente.

E’ vero, dai nostri apparecchi stereo escono dei suoni singolari. Qualche mese fa ho avuto una passione per i Boomtown Rats, però è durata solo una settimana. Ma il vicino proprio qui dietro nutre una passione più duratura per i Duran Duran e Gary Neuman e per lui il sint regna sovrano. Lo stesso anche per la signora dall’altro lato della strada con i problemi alle tonsille ma il suo è un tipo di sint che suoni su un balcone mentre urli in un cellulare: sint di sfondo, diversamente noto come musica che tira su. Sint è musica di sintetizzatore musicale di base, ma per me viene da sintetico: è come indossare vestiti di nylon piuttosto che di cotone. Fanno figura ma non sono comodi.

Devo ammettere che nutro una segreta ammirazione per quelli che ascoltano i Led Zeppelin anche alle quattro del mattino. E’ una prova di resistenza, quasi un evento olimpico. Ho simpatia per chi legge articoli sulla violenza urbana sui giornali e si tiene al corrente sui suoni punk e post punk come i Killers o gli Stranglers. Provo a ricambiare e metto la mia musica del tempio tibetano per aiutarli a meditare e ad affrontare i loro problemi personali. Om Mani Padme Hum può senz’altro ispirare sebbene quando ha l’equivalente sonoro di 50.000 monaci in un tunnel ferroviario può risultare di un potere alquanto travolgente.

Avevo dei vicini la cui radio cominciava a suonare ogni mattina alle sei e suonava musica country e western, così ho sintonizzato la mia su una stazione evangelica e l’ho avvicinata alla finestra in modo da fargli capire che qualcun altro aveva problemi più seri che arrivare al lavoro in tempo (come tornare a dormire). Ha funzionato, perché hanno traslocato. Forse sono stati licenziati per ritardo al lavoro. La musica country e western ti fa fermare a pensare; e probabilmente lei aveva buoni motivi per essere venuta ad abitare lì con il tuo migliore amico; e il cane abbaia per simpatia. Non come con il sint, suppongo.

Il fatto è che i suoni che emettiamo sono parte di noi come i nostri odori. Parte della fatica della giornata. E noi sembriamo piuttosto intolleranti verso questi sottoprodotti. Degli altri, ovviamente, non dei nostri. I nostri sono normali, ma quelli degli altri lasciano molto a desiderare. I suoni sono un po’ come gli odori del bagno, sì, gli odori sono una buona analogia. Quando incontriamo una persona la cui alimentazione sembra basata abbondantemente sull’aglio la nostra tendenza è di indietreggiare anche quando ci piace l’aglio. Se noi lo mangiamo è delizioso, quando lo mangiano gli altri gli fa emettere un odore sgradevole. Le scoregge degli altri ti fanno pensare a come dovrebbero mangiare. Mi viene in mente quel brano dei vangeli su pagliuzze e travi che non ho mai capito.

Perciò mentre simpatizzo con il vicino del piano di sopra che batte sul pavimento con qualcosa che somiglia a una mazza da fabbro quando gli faccio sentire Bruce Springsteen come questo si meriterebbe, mi infastidisce quando perde il controllo al ritmo di Britney o va retró con Madonna. Voglio dire sono cresciuto pensando che Bob Dylan aveva fatto della musica pop una forma di poesia. Il ritmo del ballo non ha poesia (faccio eccezione per la Soukous che sfortunatamente non sento mai fuori del mio appartamento), per non menzionare quelli che trasformano le loro automobili in casse di risonanza mobili così che le senti arrivare da una decina di traverse prima. Assicurando la sordità, se non la morte al nemico, sarebbero truppe ideali di avanguardia per la prossima guerra.

Il che mi porta al rap, un ossimoro. OK, questa musica è cominciata come una risposta della comunità all’interno del movimento hip hop e fin quando è stata limitata ai bambini neri poveri che pregavano a ritmo è stata una forma di poesia. Come il sampling era un modo di ovviare a un giradischi rotto e tenere tutto in movimento.

Ho simpatia per la musica che i poveri ascoltano. Batti quel piano stonato abbastanza forte e violentemente e produci honky tonk, musica dei bei tempi da mandare a quelli del piano di sopra. Trash ha fatto prodigi per alcune meraviglie di un singolo accordo alla chitarra. E il pizzicato con le unghie ha avuto origine, mi dicono, tra i raccoglitori delle piantagioni con a tracolla una chitarra con qualche corda mancante. Ci deve sempre essere musica perché la musica è una forma di preghiera.

Ma per noi abitatori di appartamenti il problema è la ricchezza, non la povertà. Vero, non riusciamo a pagare le bollette ma abbiamo impianti stereo capaci di rompere i fini nervi nei nostri canali uditivi (e suonare una gamma di suoni i cui picchi massimi e minimi non riusciamo a sentire a una certa età quando ci possiamo permettere tali congegni). Come i proprietari di auto la cui funzione è quella di portare da A a B ma che possono raggiungere velocità tanto rapidamente da soddisfare Stirling Moss. Tutto bene se non premiamo al massimo sull’accelleratore ma se lo facciamo e incontriamo altri che fanno lo stesso diventa difficile, diciamo così, separare il meglio dal peggio
.
Anche a un quarto della sua potenza il mio stereo fa precipitare il mio vicino del piano di sopra ad afferrare la sua mazza da fabbro. E questo è un uomo che possiede un karaoke e un circuito home theatre, uno di quei congegni che permettono  a te (e ai tuoi vicini) di sentire l’effetto di un terremoto su un’area urbanizzata. Perché compriamo questi apparecchi? Probabilmente per lo stesso motivo per cui compriamo deodoranti e colluttori. Non perché abbiamo timore di odorare come loro , non perché rendono The Towering Inferno più emozionante. Perché ci dicono di farlo.

Impercettibilmente la musica si dissolve in tecnologia della musica, e poi in picco delle vendite. Tamburi, bassi intensificati, suono sorround, cordoncini bianchi infilati nelle orecchie in modo da non dover smettere di ascoltare, perché più ascolti più compri. Anche se si può dire che mai prima d’ora così tanto ha avuto un suono così simile.

Ho un amico che aderisce a una filosofia del pensiero positivo. Lui crede che indipendentemente da ciò che ti succede puoi imparare qualcosa dall’esperienza riflettendo su ciò che ti ha insegnato. Quindi i rumori del vicinato devono avere un lato positivo. Non ho mai ascoltato intenzionalmente un disco di Madonna ma i vicini hanno compensato  ai vuoti della mia conoscenza. Quando in una conversazione si fa il nome di Madonna di solito noto che grande donna d’affare è. Ma i miei vicini hanno fatto sì che io non sia mai uscito per comprare un suo CD. Naturalmente sarebbe anche più  positivo se potessi andare in un negozio di CD in cerca di quello che i vicini stanno suonando, ma se puoi solo descriverlo come il rumore di qualcuno che sta scannando un tacchino mentre suona un tam tam finirai con qualcosa del tutto differente, come direbbero i Phyton.

D’altro canto nessun vicino ha mai condiviso la mia passione per la musica pop greca. Forse non ho vicini greci. Forse sono troppo giovani per imbarcarsi in animate discussioni del tipo ‘i Rolling Stones valgno qualcosa senza Brian Jones?’ o troppo vecchi per avere un’opinione su ‘la bossa nova dovrebbe essere catalogata insieme al jazz nei negozi di musica?’.

Siamo come una moltitudine di solisti che potrebbero formare un’orchestra ma in cui ciascuno marcia con uno strumento elettronico diverso. Vorrei essere d’accordo con il commediografo classico Terenzio. “Homo sum, umani nihil a me alienum puto” (“Sono un essere umano, quindi trovo il comportamento degli altri, per quanto strano, comprensibile”). In realtà, a parte il puzzle dei dettagli delle loro conversazioni e i misteriosi esempi di passi che sento; a parte l’involontario ascolto della loro musica, dall’opera al rap, ai Led Zeppelin, ai Duran Duran, a Glykeria e sì, ai Boomtown Rats, è meglio tenersi alla larga dai vicini. Troppo strani. Anche loro la pensano così.

©2013 Translation copyright Gianna Attardo.

19. IL ROMANZO COME SAGGIO: scritti di Charmian Clift

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Sia George Johnston che Charmian Clift volevano scrivere grandi romanzi ma vivendo nell’Australia degli anni 50 tutto ciò che riuscirono a  realizzare in quella società alquanto provinciale fu solo del giornalismo saltuario. Quindi diventarono bohémien e vissero come due personaggi di un romanzo che, per lo meno nel caso della Clift, interferì nella sua produzione creativa. Vissero insieme e quando Johnston divorziò dalla moglie, si sposarono, una scelta che, malgrado si amassero, si rivelò un errore. Johnston vinse un premio letterario, la coppia andò in Inghilterra per migliorare la reputazione di lui ma incontrò solo povertà. I due si trasferirono in Grecia dove era più facile essere poveri, scrissero libri, si diedero all’alcol, si scambiarono troppe frasi amare. Vicino di casa e amico di quel tempo, Leonard Cohen ha sempre ricordato l’aiuto dato dalla coppia quando lui cercava di farsi strada come poeta e romanziere. Alla fine Johnston vinse un altro premio per il suo romanzo My Brother Jack e tornò in Australia. La Clift lo seguì ma l’unica cosa che riuscì a trovare fu ancora del giornalismo. Oscurata dal successo del marito, soffrì la sua crescente avversione con dolore e alla fine si suicidò.

Per ironia della sorte, nei 40 anni che seguirono alla sua morte Charmian Clift è stata considerata come uno dei grandi maestri nell’arte del saggio genere in cui , a mio parere, la sua opera regge favorevolmente un confronto con quella di Virginia Woolf, Charles Lamb o George Orwell. I due libri scritti sulla sua vita con Johnston in Grecia godono ancora di popolarità. Soltanto la sua origine di scrittrice proveniente da Kiama, sulla costa meridionale del Nuovo Galles del Sud, impedisce che le venga attribuita la sua giusta statura. La considererei il miglior maestro del saggio inglese degli ultimi 50 anni e un’abile scrittrice di romanzi la cui produzione fu inibita dal suo stile di vita sebbene l’opera che completò è di piacevolissima lettura.

La trilogia autobiografica di Johnston iniziata con My Brother Jack è entrata nel panteon dei classici della letteratura australiana ma è probabile che oggi venga letta in gran parte dagli studenti universitari che ‘fanno’ lettaust. D’altra parte la maggior parte della buona letteratura viene archiviata in questo modo. Non ho mai letto My Brother Jack e non ho bisogno di sapere cosa significa crescere in un ambiente provinciale, insulare, ristretto dove la cultura viene guardata con sospetto e dove prevalgono sterili valori materialistici. Sia Johnston che la Clift furono oppressi dal loro background, rispettivamente a Melbourne e a Kiama e i libri sulla Grecia che la Clift scrisse esprimono la gioia della fuga. L’abuso di alcol e l’infedeltà che stavano distruggendo il loro matrimonio a quel tempo non sono messi in evidenza in queste opere né in niente altro che lei scrisse fino alle parole scritte al momento del suicidio.

Quando accettò l’incarico di scrivere settimanalmente un saggio per lo Herald Tribune di Melbourne e il Sydney Morning Herald di Sydney la Clift pensava probabilmente a un introito regolare. Scrivere un saggio a settimana è lavoro duro molto più di quanto sappia la maggior parte degli impiegati. Ne furono scritti 240 tra il 1964 e il 1969. Offrono un ritratto dell’Australia degli anni 60 quando i Beatles erano un ideale e si cominciava a parlare di multiculturalismo e gli Australiani iniziavano a svegliarsi dal lungo isolamento dal resto del mondo. Charmion Clift fu relegata nella sezione del giornale dedicata alle donne e i suoi saggi vennero pubblicati insieme alle ricette e ai modelli dei lavori a maglia per bambini. In quei giorni in Australia le ‘donne’ erano tenute separate, perfino i bar avevano sezioni separate per loro. Perciò le donne australiane sono state le prime ad accorgersi che una grande scrittrice scriveva proprio per loro. La Clift divenne una leggenda. Ho parlato a donne che erano giovani a quel tempo e che mi hanno svelato quanto i saggi della Clift significassero per loro e quanto libere e piene di speranza quegli scritti le facessero sentire.

Questi saggi di un massimo di 2000 parole ciascuno, coprono una grande diversità di argomenti: la vita in Grecia, le consuetudini del bere, la discriminazione contro le donne, soprannomi, televisione, moda, musica pop. La Clift scrive con grande magia, humour autosprezzante e mancanza di  presunzione e molto nello stile della narratrice di talento che era. Abbozza con abilità personaggi e luoghi e in modo conciso e le sue osservazioni sono fatte a cuor leggero ed estremamente penetranti e accurate. La maggior parte dei saggi sono molto personali, basati sulle sue esperienze e raccontano le sue avventure in letteratura, la vita famigliare e i viaggi. Ovunque è capace di ampliare la discussione in modo che ciò di cui parla può essere applicato a ogni società, le persone che incontra diventano interessanti agli occhi di qualunque studioso della natura umana. I suoi argomenti possono apparire argomenti di cultura australiana degli anni 60 ma sono molto di più e i suoi saggi possono essere letti con piacere e interesse da gente di tutte le età e di molte culture.

I saggi della Clift sono probabilmente la sua opera che gode di maggiore popolarità ma proprio quella popolarità li ha fatti apparire come l’oggetto di entusiasmo discriminato. La Clift è stata adottata da femministe che anziché guardare ad altre fonti del suo alcolismo attribuiscono all’oppressione di Johnston la sua mancanza di successo. I mandarini letterari non accettano il saggio come un genere alla moda e sono troppo occupati a scrivere il loro saggi sul post-strutturalismo nel romanzo post-moderno per apprezzare quelli della Clift. Quasi tutto quello che ho letto su di lei è un po’, mai troppo sottilmente, accondiscendente. Dopo tutto, ha scritto saggi. Per le donne. Nei giornali. E si è suicidata. E i suoi scritti svelano questo snobismo culturale.

La Clift aveva bisogno di un difensore fuori dell’Australia (e spero non post-post-strutturalista). Aveva bisogno di essere considerata come scrittrice, non come una bella donna oggetto di molta attenzione sessuale che visse una vita che scandalizzò i conservatori, non come una persona le cui risorse furono alla fine annientate dalla mancanza di apprezzamento, non come la moglie e collaboratrice di un altro scrittore. L’essere travisata in vita l’ha portata all’auto distruzione; essere travisata dopo la morte ha dato come risultato il tipo di attenzione che può allontanare l’attenzione da ciò che ha raggiunto e ha scritto.

Charmian Clift ha finito con lo scrivere un romanzo in quattro volumi con se stessa come personaggio principale: non lo sapeva e finché altri non riconosceranno i suoi risultati non verrà completamente apprezzata. Nel frattempo continuerò a leggerla e a celebrarne la grandezza sebbene questo ora non significhi nulla per lei.

Novels


1949 High Valley (George Johnston and Charmian Clift)

1953 The Big Chariot (George Johnston and Charmian Clift)

1956 The Sponge Divers (George Johnston and Charmian Clift)

1960 Walk to the Paradise Gardens

1964 Honour’s Mimic

Short Stories


1984 Strong Man from Piraeus (George Johnston and Charmian Clift)

Life in Greece

1958 Mermaid Singing

1959 Peel Me a Lotus

Essays

1965 Images in Aspic

1970 The World of Charmian Clift

1990 Trouble in Lotus Land

1991 Being Alone With Oneself
Biography and critical study

1994 Suzanne Chick Searching For Charmian

2002 Nadia Wheatley The Life and Myth of Charmian Clift

2004 Max Brown Charmian and George: The Marriage of George Johnston & Charmian Clift

1991 Graham Rochford From novelist to essayist http://catalogue.nla.gov.au/Record/1655683?lookfor=balgowlah&offset=152&max=1657

1994 Susan J Carson Seeking a life in the literary position http://eprints.qut.edu.au/21031/
©2012 Translation copyright Gianna Attardo.

INCRINATURA NELLA MIA MUSICA
di Charmian Clift

Bene, tra le rimanenze d’occasione abbiamo trovato questa intera pila di LP e in un certo modo ce ne vergognamo sebbene appena abbiamo confessato la cosa ai nostri amici abbiamo scoperto che un bel po’ di loro avevano trovato la stessa occasione e ora ci sentiamo tutti meglio. Può darsi pure che sia una cosa ‘in’ da fare, o più o meno comunque. In ogni caso costava poco. Preferirei che evitassero le esagerazioni ‘I  PIU’ FAMOSI CONCERTI DEL MONDO’ e ‘UN TESORO DI CONCERTI PREFERITI’ e ‘CAPOLAVORI AL PIANO’, ma suppongo che possiamo sempre tirare fuori il disco in fretta senza che nessuno veda la custodia.

Comunque, nel 1968 c’è una bella vecchia confusione con tutti i nove del vecchio
brontolone Ludwig che mi ricorda un’intera nuova infornata di giochi in cui ti danno la risposta e devi trovare la domanda. In questo caso 9W è la risposta. E la domanda è ‘Signor Wagner il suo nome si scrive con una V? Ne ho sentiti altri ma non penso che si possano stampare su queste pagine.

E a proposito del signor Wagner, abbiamo trovato un paio di  ‘Anelli’  nelle nostre occasioni e mi sono messa ad ascoltarli solo per vedere se sono veramente orribilii come ho sempre pensato. Qualche tempo fa ho pranzato con Anna Russell e ci siamo divertite un mondo  a paragonare le i nostri odi preferiti usciti dall’illustre penna di 9W. Il mio è Le fanciulle del Reno ma le Valchirie le seguono a ruota. GRIDO GRIDO GRIDO. URLO URLO URLO. Sono cresciuta tra le disgustose grida e urla femminili, una bambina piccola, indifesa e tutto ciò che sono mai stata capace di fare per vendetta è stato precipitarmi con mio fratello in cucina a urlare occasionali oscenità rabelesiane  (mio padre insisteva che Rabelais e Wagner erano essenziali per l’educazione dei giovani: anche Laurence Sterne era nella lista e Gibbon: a volte mi  sorprende esser cresciuta sana perfino a metà).

Comunque, queste due o tre cose fanno bene alla nostalgia, come ‘L’antro del re della montagna’ e ‘L’Ouverture del Guglielmo Tell’ e ‘Gayneth’ e la ‘Polacca’ di Chopin insieme al ricordo di Cornel Wilde  che suona appassionatamente mentre  tossisce per la consunzione agli estremi e gli schizzi di sangue macchiano i tasti d’avorio del piano e Merle Oberon dal profilo immacolato che dice con distacco ‘Continui a dipingere, Sig. ———–‘ (chi diavolo la stava dipingendo?)

Bene, avere questa bella pila di bei dischi mi ha fatto pensare a cosa ascoltavamo dieci anni fa, e nei dieci anni precedenti, e in quelli ancora precedenti e così via indietro, indietro nel tempo (è veramente terribile).

Nel 1958 ascoltavamo Nana Mouskouri e Mikis Theodorakis che allora stava appena emergendo e Hadzithakis e Ella Fitzgerald e Oscar Brown junior che avevamo appena scoperto e Edith Piaf tante e tante volte e anche ‘My Fair Lady’ anche questa che avevamo appena scoperto e che si prestava meravigliosamente bene a incoraggiare la musica a fare da pompa dato che a quel tempo avevamo una  pompa a mano per i nostri particolari congegni idraulici greci. Guardando indietro, il 1958 sembra un anno leggerino per la musica ma eravamo un po’ cotti del Folk Greco e Tradizionale e Classico, delle cantate ateniesi, di Melina Mercuri, Aliki Vouyiouklaki e del bouzouki come stile di vita. C’era una ragazzona mascolina che portava le calze arrotolate sotto le ginocchia e cantava a squarciagola pop greco di cui andavamo matti. Un po’ di Brahms si infilava furtivamente qua e là e qualche eine kleine nacht; forse ci sentivamo un po’ in colpa per le nostre origini e non osavamo eccedere con l’ incolto e lo strano.

Il 1948, invece, è stato un anno serio. Eravamo appassionati di Schonberg, Stravinsky, Handel. Brahms, Benjamen Britten e avevamo circa 16 tonnellate di 78 giri in bellissimi, enormi album che occupavano gran parte dello spazio nell’armadietto nel nostro piccolo appartamento e penso alle nostre facce estasiate mentre ascoltavamo i nostri preferiti, ma ancora ci piaceva ‘L’antro del re della montagna’ perché era un gioco di famiglia e noi eravamo sposi ancora abbastanza novelli da amare tremendamente i giochi di famiglia. Penso che quello sia stato il primo anno in cui ho sentito il piccolo appartamento la mia ‘casa’ e non la casa in cui ero cresciuta. Quell’anno sono rimasta di nuovo incinta e con grande piacere, un animale assonnato, e mi davo a musica terribilmente romantica, studi e sonate. Mi piaceva sentire molti archi e perfino arpe e Borodin e Mussorgsky. E avevo ancora una predilezione nascosta per la ‘Patetica’ di Tchaikovsky, e tutto il balletto che mi facevano sciogliere in lacrime.  Per quel che mi ricordo non eravamo appassionati di Mozart sebbene facessimo finta di esserlo.

1938: non noi ma solo me, una ragazza molto piccola che si ribellava provocatoriamente a Wagner e andava pazza per Bach. Avevamo questo buffo, sgraziato, vecchio grammofono che mio padre aveva messo insieme con pezzi e pezzetti, questo e quello e mandava me e mio fratello giù in spiaggia a staccare spine di aloe per fare gli aghi. Erano del più bel rosa pallido che si stagliava contro lo splendore argentato delle foglie carnose e mio padre le pareggiava con molta attenzione, le infilava nella testina del grammofono e ne girava la vecchia manovella e dio mio come rimbombava e urlava e gridava e strideva. Caruso e Melba e de Reszke e Galli-Curci e Toti del Monte e Gigli e Schumann-Heink e Chaliapin e Dame Clara Butt che si cambiava vestito durante ‘Land of Hope and Glory’. Era un festival, un diluvio festoso di suono. Ci bombardava, sbatteva, affogava e ci faceva ricadere senza forza come un muggine arenato, respirando affannosamente. E proprio nel mezzo della mia esaltazione assoluta il terribile tiranno mi costringeva ad ascoltare l’intero album del Festival Wagneriano del 1928 che era suo orgoglio e gioia e che sciorinava tutto quello che di peggio l’uomo avesse mai scritto.

Bene, non ricordo molto il 1928 tranne che andavo ‘nella barca di Jackie Lang’ chissà cos’era? e che passavamo domeniche musicali a casa dei nonni ascoltando le opere preferite e Stanley Holloway che si esibiva in ‘Sam Sam Pick Up Thy Musket’ e il giovane Yehudi Menuhin che faceva il brillante, e mia nonna che aveva un album in cui incollava foto di tutti i suoi musical preferiti, in ovali ritagliati e decorati con foglie e fiori. In famiglia si diceva che ‘lei cantava nell’opera’ ma erano tutti dei tali bugiardi patentati che sospetto fortemente che in realtà era solo nel coro della compagnia dei dilettanti di provincia Gilbert e Sullivan. Tuttavia, erano belle domeniche, e bella musica e provo gratitudine perfino per ‘Sam, Sam Pick Up Thy Musket’.

Così oggi dopo tutte quelle decadi ho questa bella pila di rimanenze d’occasione di cui mi vergogno un po’ ma ancora riuscirò a tirar fuori in fretta i dischi senza che nessuno ne veda le custodie e quando non c’è nessuno ascolterò Big Bill Broonzy e Lightning  Hopkins e Mississippi John Hurt e il mio vecchio amico Jack Elliot e Odetta e i Fugs e ho una vaga impressione che il 1968 sarà un anno leggerino per la musica.

18. IL TAO DI BABELE

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Molti popoli vissero nelle terre comprese tra i fiumi Tigri ed Eufrate 6000 anni fa, Arcadi, Babilonesi, Assiri e Hurriti a nord; Amorrei, Elamiti, Aramei e molti altri. Costruirono una visione del mondo in cui l’adorazione religiosa era molto  importante. Poco sappiamo sulle culture e religioni antiche, quindi ecco un tentativo di immaginare come possono essere state. Per tutti questi popoli antichi gli dei erano ‘là fuori’, fuori  dal mondo che avevano creato. Molto probabilmente il mondo sarebbe stato distrutto dalla stoltezza degli uomini e gli dei  dovevano essere implorati per esaudire le preghiere umane e aiutare e consigliare il devoto che seguiva i riti piamente. La terra era piatta e soggetta a inondazioni e ad altri disastri. Per contro si vedeva il dio nella luce del lampo sulla sommità delle montagne. Dio era ovviamente sopra.

Il popolo misterioso di Sumer, di origine ignota e la cui lingua non mostrava una evidente comunanza di radici con nessun’altra, fu il primo a costruire città con pietre e mattoni di argilla cotti, il primo a sottrarre al deserto aree da fertilizzare e irrigare per i raccolti, il primo a scrivere su tavolette di argilla, che sono state conservate, la sua tradizione da cui ebbero origine molte storie successivamente raccontate da scrittori israeliti Il popolo dei Sumeri costruì la prima ziggurat, una rampa al cielo per favorire la discesa degli dei sulla terra e rispondere alle preghiere dei loro devoti. Contemporaneamente, a Mohenjo-Daro, 3.500 chilometri a est nell’odierno Pakistan, un altro popolo faceva le stesse scoperte, ma di questo non sappiamo quasi nulla e a sud gli Egiziani elaboravano una visione del mondo molto diversa, una in cui gli dei erano giusti e di aiuto al popolo.

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La ziggurat più nota è quella cui si fa riferimento nella Bibbia, nel libro della Genesi. Quando il suo collaboratore finale scriveva o revisionava la sua narrazione, Babilonia o Babele, era stata conquistata da Alessandro Magno e la ziggurat era da tempo in rovina. Uno dei concetti unici allo scrittore fu quello di un dio invidioso, timoroso che gli umani diventassero troppo potenti e quindi una minaccia per il dio. E’ per questo che si dice che dio cacciò Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden. Il collaboratore alla Genesi rende anche dio responsabile della distruzione della ziggurat a Shinar, o Babilonia, che nella Genesi è una torre costruita per permettere agli uomini di salire al cielo.

In realtà il traffico andava in senso contrario.Non uomini verso l’alto ma dei verso il basso. Ciò che è espresso nella Genesi è un forte senso di colpa, dell’umanità punita per aver trasgredito contro dio.

Il collaboratore al libro della Genesi ha anche una teoria alla rovescia sulle lingue. Si diceva che anche le numerose lingue parlate a Babilonia, il cuore di un grande impero, fossero una punizione. Prima che la torre fosse costruita, egli afferma, tutti gli uomini parlavano la stessa lingua, ma dio impedì loro di unirsi per costruirne un’altra dando loro lingue differenti. Questo è l’opposto del concetto del Nuovo Testamento secondo cui i discepoli di Gesù furono ispirati dallo Spirito Santo a parlare in lingue (in modo da essere compresi dai molti), l’opposto anche di un sviluppo noto nella linguistica, ossia da molti dialetti a una lingua dominante, o dell’imposizione di una lingua comune in tutto l’impero. L’autore della Bibbia convenientemente ignora il fatto che esistevano altre città poliglotte, inclusa Gerusalemme, e che molte altre ziggurat furono costruite prima e dopo quella di Babilonia. E’ una bella storia e la ricordiamo, ma per comprendere le religioni antiche dobbiamo dimenticarla.

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La zigurrat era un tempio. Formava parte di un gruppo di edifici dedicati all’adorazione del dio. Il complesso di edifici della ziggurat non era dissimile dalle piramidi egizie ma in Egitto il terrapieno su cui gli dei scendevano dai loro adoratori, la piramide, era stato separato dallo stesso complesso del tempio. Sulla cima della ziggurat si trovava il tempio vero e proprio dove i sacerdoti pregavano il dio della città di scendere, esaudire le preghiere e compiere atti di potere.

Si riteneva che la struttura piramidale a gradoni imitasse il modo stesso in cui il mondo era stato creato dagli dei. Essi costruirono un base solida sulle acque primordiali che esistevano prima della nascita del mondo e così ebbero origine il cielo e la terra, dapprima fatti dai corpi dei primi dei. Il mondo era anche visto come un albero i cui rami formavano il cielo, il tronco la terra e le radici i poteri sotterranei delle forze della vita e della morte. La ziggurat era quindi in linea con la creazione della vita e dell’armonia, del Tao.

Nei tempi antichi gli dei possedevano dimensioni esagerate, e venivano spesso rappresentati in tale modo nelle sculture. Erano potenti e pericolosi, e potevano distruggere. Quando venivano implorati di scendere sulla terra per effettuare un cambiamento o esaudire una preghiera era quindi essenziale che i sacerdoti che conoscevano il cerimoniale da seguire compissero i giusti riti, altrimenti gli dei potevano causare danno invece che bene.

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Molto altro si può dire su questa esistenza, fuori dal mondo, delle divinità del Medio Oriente. Sebbene le divinità ne formassero con i loro corpi la materia prima, i loro figli erano fuori dal mondo e venivano dall’alto. Alcune terribili entità venivano dal basso.

Per comprendere il significato di questa distanza, è bene paragonare la direzioneda cui le divinità venivano percepite nel Medio Oriente e nell’antica Grecia. In Grecia, con la chiarezza della luce, le numerose catene montuose e isole, le divinità erano parte della natura. Non venivano da fuori, ma attraverso le forze naturali. La loro manifestazione era orizzontale, non verticale. Il dio si poteva sentire in qualunque momento, era improvvisamente lì, soprattutto nel suo tempio che era sempre costruito in un luogo di cui si poteva sentire la sacralità. I visitatori possono ancora fare questa esperienza in luoghi come l’odierna Delfi, se non comprano troppi souvenir.

Il modo in cui abbiamo esperienza del divino influisce sulla nostra visione politica. Ciò non è così strano come potrebbe apparire in un primo momento poiché, dopo tutto, siamo un’unica mente. Il fatto che il dio viene attraverso la natura crea un’intensa consapevolezza della natura e una disponibilità a esplorarla, cosa evidente in molte antiche poesie greche e opere scientifiche o filosofiche. Attraverso la natura il dio ci rende inclini a rispettare le creazioni naturali, a preservare, ad avere cura di un mondo materiale che in molti modi è divino. I Greci concepivano la divinità come parte della vita, e le loro religioni ne erano una parte intrinseca, non relegate a una sfera separata. Era qualcosa che chiunque, e tutti, poteva sentire e non fu un caso che la democrazia si sia sviluppata in primo luogo nell’antica Grecia.

Per contrasto, nel Medio Oriente dio era fuori del mondo, sopra di esso. Il mondo era una creazione inferiore, destinato alla distruzione. Per conoscere il dio il primo passo era dimenticare il mondo. Il mondo, in alcuni casi estremi, divenne peccaminoso, una insidia e una illusione. Perciò il mondo naturale poteva essere sfruttato, usato per accumulare ricchezze personali, segno della grazia divina. Sfruttamento di ogni genere, imperi, assoggettamento di razze, distruzione di ambienti, schiavitù economica, corruzione politica, tutto era permesso, perché tutto riguardava un mondo peccatore, trascurabile, destinato alla distruzione finale. Se l’eccesso era troppo squilibrato, il dio scendeva dal cielo e puniva i malvagi. La fine del mondo era sempre a due passi. La società assunse la forma di una ziggurat, una piramide in cui l’imperatore sulla sommità e i sacerdoti e i funzionari sotto di lui dominavano la massa del popolo.

E’ interessante vedere che la Cristianità, pagando un debito al sistema gerarchico del Giudaismo, fu fondata in Grecia da Paolo di Tarso come una nuova religione del mistero simile ai riti di Eleusi e si sviluppò in un primo tempo come un sistema comunitario ed egualitario che fu presto sostituito dal sistema gerarchico europeo del feudalesimo. Dio divenne ‘Signore’, leader feudale.

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Fondamentale alla vita dell’antica Mesopotamia era il sistema di canali che forniva cibo per una vasta popolazione e i cui leader ne provvedevano la cura continua. Era un’arte di compromesso: senza una miriade di chiuse e funzionari che ne assicuravano la manutenzione si sarebbero verificate inondazioni; senza un’efficiente amministrazione centrale i canali sarebbero scomparsi per essere sostituiti dal deserto originario e con loro sarebbero scomparse le città e i popoli che sostentavano. In questa società i sacerdoti erano le figure chiave. Malgrado esistessero molte divinità, in ogni luogo i sacerdoti finirono con l’innalzare sugli altri un dio che divenne il patrono della città.

Sebbene gli dei compissero molti doveri naturali per far funzionare il mondo, come in altre religioni, essi divennero subito, anche, protettori di diverse città coinvolti nelle loro guerre di dominio. I Sumeri, per esempio, credevano in Nammu, o Tiamet, che è l’acqua che precedette la creazione del mondo. Da lei vennero An, il Cielo e Ninhursang, la Terra. Tra questi due si trovavano i potenti, per i quali le ziggurat furono costruite per assicurare la necessaria adorazione: Inanna, dea della sessualità e della guerra, divenuta poi Ishtar e Afrodite in altre culture; sua sorella Ereshkigal, regina dell’oltretomba, alcune delle sue funzioni furono assunte dalla greca Demetra; Ninurtu, dio della guerra e dell’agricoltura; Enlil e Ninlil, dei dell’Aria; Nanna e Ningal, dio e dea della Luna e Enki, dio della fertilità maschile e della conoscenza, le cui funzioni furono ereditate dal greco Hermes. La cultura di Sumeria fu così potente ed ebbe una tale influenza sui popoli che in seguito abitarono l’area che questi dei durarono per molti secoli e i loro nomi differiscono poco nelle lingue che in seguito furono parlate nella regione. La stessa lingua sumera sopravvisse a lungo dopo la scomparsa  dei popoli che l’avevano parlata, preservata nei riti ufficiali e documenti di successive culture come quelle di Assiria e Babilonia. Tutti questi dei erano in un certo senso An, il Cielo, che era dio nella sua forma monoteistica. Ma per adorare il dio in modo efficace, per permettergli di aiutare il suo devoto, si riteneva necessario adorare specifici aspetti del dio, che erano anche specifici aspetti della natura umana.

Mentre i Sumeri sviluppavano la civiltà. i primi segni sopravvissuti che conosciamo, si verificarono cambiamenti all’interno del sacerdozio dominante. Il dio della guerra veniva invocato da questi sacerdoti, ma la guerra veniva combattuta da un generale e i leader della guerra divennero potenti. Il potere dapprima fu condiviso da re/generale e sacerdoti. Ma man mano che le società che vivevano nelle città divennero più numerose e svilupparono strutture più complesse, lo stesso accadde all’autorità del re. In particolare, la diplomazia tra le città rese necessario il conferimento del potere supremo nelle mani di un re/generale. Gli dei e i loro sacerdoti furono ancora una parte intrinseca di questo sviluppo politico. Certe città reclamarono un dio come divinità patrona. In realtà, ciò che sopravvive degli scritti sumeri sugli dei è spesso apparentemente propaganda tanto quanto l’adorazione. Più potente era il dio, più potente la città sotto la sua protezione. Così Nippur adottò Enlil; Eridu adottò Enki; Uruk Inanna; Ur Nanna.

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Questa politicizzazione della religione si verificò in tutto il Medio Oriente e oggi sembra normale a molti. Mentre un Greco in viaggio a Babilonia avrebbe detto, “Ah, Inanna è la nostra Afrodite” e partecipato allegramente ai riti in onore di quella dea convinto di aver detto l’ultima parola sull’argomento, un Babilonese in visita a Corinto avrebbe ritenuto un abominio i riti di Afrodite. Malgrado il concetto di ‘eresia’ non fosse stato ancora inventato, riconoscere gli dei di un’altra città significava essere sleali verso il dio della propria e quindi verso quella di cui era patrono. Proprio come le città si conquistavano a vicenda, gli dei nel Medio Oriente facevano altrettanto. Ecco perché Yahweh, o El, nella Bibbia ebraica, è un dio geloso, uno che non avrebbe tollererato un rivale.

L’unica prova sicura della certezza di un credo è conquistare il popolo che adora altre divinità. Questa filosofia è centrale al Giudaismo, all’Islam e alla Cristianità; l’aspetto notevole è che il Giudaismo, sebbene fondato durante un periodo di impero, e mentre il Regno di Giuda e Israele erano politeiste, sviluppò il suo concetto di un dio supremo e unico in periodi di sottomissione politica, durante i quali si invocava devotamente un dominio politico finale sotto il regno del futuro messia.

Gli esseri umani sono parte della creazione naturale. Le idee che abbiamo sul mondo e gli dei sono formate dall’interazione dei nostri sensi con la geografia fisica della l’area del mondo in cui viviamo. La ‘Cultura’, quella parte della civiltà umana su cui siamo ancora ambigui, è un’invenzione tarda. Ebbe il suo fondamento nell’evoluzione dei riti religiosi eseguiti per proteggere un gruppo di persone. Si è conservata attraverso l’invenzione della scrittura, ed è stata diffusa dall’invasione politica di altri popoli. La terra piatta porta conseguentemente alla necessità di  dominare le altezze, come ogni bravo generale può comprendere. Quindi gli dei, immaginati come esseri che ci dominano tutti, devono essere collocati in alto dagli abitanti delle pianure. Per contrasto, gli abitanti delle catene montuose sentono gli dei tutto intorno. Perfino il lampo viene da vicino. Gli dei appaiono immanenti, dentro, non trascendenti, sopra. Tutto ciò, è importante notare, riguarda il modo in cui gli esseri umani percepiscono il divino e in nessun modo descrive la natura del divino che è inconoscibile.

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L’adorazione degli dei si basa sulla necessità pratica dell’autoconservazione. Gli dei sono conservatori della vita umana e del benessere. Non sorprende trovare rituali basilari comuni a molte religioni differenti. A Ur, quella stessa Ur dei Caldei ritenuta nella Bibbia la patria di Abramo o Abraham, il primo ‘potere mondiale’ che conosciamo e che dominava il Golfo Persico nel secondo millennio a.C., il dio dominante era Nanna, dio della Luna. Nanna fu riverito nell’intera Mesopotamia durante la dominazione dei re di Ur, e successivamente sotto dinastie di Assiria e Babilonia. Un rito in suo onore celebra la sua nascita. I suoi genitori Enlil e Ninlil, come Inanna, discendono nell’oltretomba e vi vengono imprigionati. In una grande cerimonia della durata di molte ore, rappresentata probabilmente in una notte senza luna, di un’eclisse solare, Ereshkigal, regina dell’oltretomba, viene implorata per rilasciare Enlil e Ninlil. Durante questo tempo i due partoriscono Nanna e, in coincidenza della nascita della luna nuova Ereshkigal cede e rilascia gli dei in suo potere. Non sappiamo se l’origine di Nanna simbolizzasse la nuova vita per i suoi devoti ma è possibile dal momento che accade in molti rituali successivi.

Gli esseri umani sono un prodotto del loro ambiente. La religione è un mezzo per assicurarsi l’armonia con l’ambiente e in sé stessi. Da queste forze culturali è sorta la politica, l’arte del dominio e, più recentemente, la tecnologia, l’arte dell’efficienza. Ma sotto i cambiamenti di superficie noi siamo ancora le stesse persone. Forse è ora di tornare a Ur e salire i gradoni della ziggurat. Io, sto facendo economia per un viaggio a Delfi.

©2012 Translation copyright Gianna Attardo.

17. IL VIAGGIO DI ODISSEO

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Molti sono i modi di guardare al viaggio di Odisseo, narrato da Omero nell’Odissea.  Il poema contiene dettagli sul periodo descritto che possono aiutare gli storici a ricostruire la storia e la società della Grecia degli inizi? Può ancora affascinare ascoltatori e lettori moderni come affascinò i Greci? I viaggiatori moderni in cerca di ciò che il poema ci racconta sull’estensione e la natura del mondo di Odisseo riescono a ritracciare il viaggio? I mitografi possono cercare nella storia esempi che mostrano tracce dell’antica religione greca? Malgrado io sia interessato a tutti gli approcci al momento sto leggendo Le maschere di Dio di Joseph Campbell, perciò mi soffermo su ciò che questo ha da dire su Odisseo e il mito.

Un mito parla a un centro emotivo profondo che esiste dentro di noi. Tocca qualcosa di primitivo, qualcosa che precede la ragione. Sia se  questo è dovuto a  sviluppi nel periodo primitivo della nostra evoluzione o alla nostra ripetizione di quel processo mentre ancora nell’utero, il mito ha una forte risonanza che non riusciamo ad afferrare completamente.  Pensate ai miti che conosciamo e a cui molti di noi reagiscono: la storia del cavaliere puro in cerca del sacro Graal; quella dell’essere immortale che affronta morte e sofferenza per dare vita eterna alla sua creazione o del naufrago che con ingegno si costruisce una nuova vita; la credenza che esiste da qualche parte un compagno perfetto per ciascuno di noi, un’anima gemella; il timore che ‘là fuori’ ci siano forze maligne intente alla nostra distruzione; la guerra da combattere contro il principe malvagio che  si impradonirà del nostro mondo e lo distruggerà.

Tutti questi, e molti altri, suscitano in molti di noi una risposta profonda. Non è questione di credere o non credere, di vero o falso. Rispondiamo istintivamente e così facendo diventiamo parte del dramma in atto. In qualche maniera percorrere un sentiero all’interno di questi miti ci rende interi.

Probabilmente è sempre stato così poiché il cervello umano non è cambiato granché nel corso della civiltà. Perciò le prime culture come quella della Grecia dell’Età del bronzo, quasi tremilacinquecento anni fa, devono aver risposto ai loro miti nello stesso modo in cui da bambini rispondiamo alla storia di Cenerentola o da adulti alla storia di Luke Skywalker  o da cristiani agli eventi dell’Ultima Cena o da umanisti al miracolo del potere raziocinante del cervello umano.

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Tuttavia, è probabile che dietro molti miti, oltre al senso di soddisfazione emotiva che producevano, esistesse un proposito originario e pragmatico. Un tempo, i miti erano parte della pratica rituale di antiche religioni e si credeva che i riti di cui erano parte aiutassero il mondo a funzionare lungo il corso stabilito dagli dei. I miti come li abbiamo oggi consistono di significati a volte divergenti, il prodotto di bisogni successivi di generazioni successive. Tali sviluppi potrebbero includere: sentieri emotivi che dobbiamo percorrere per raggiungere la maturità; riti per il buon susseguirsi delle stagioni che assicurano la sopravvivenza umana; esplorazioni primitive del mondo e storie tramandate di generazione in generazione, indizi di sopravvivenza culturale. Quindi, in questo modo i miti a volte vengono distorti. Questa crescita è simile a quella degli anelli di un albero coperto di corteccia. Il processo aggiunge ricchezza a molti miti sopravvissuti ma talvolta aggiunge materiale non-mitico.

Campbell (citando Jane Harrison) sottolinea che molti miti sono stati travisati e fornisce l’esempio della storia del Pomo della discordia come è narrato da Omero. In questa storia tre grandi dee del pantheon greco, Era. Atena e Afrodite, originariamente tre aspetti della stessa potenza, competono, secondo Omero, in una gara di bellezza (la Harrison afferma che questo è un esempio primitivo di sessismo, il credo maschile secondo cui perfino le dee non riescono ad andare oltre la loro vanità – e non possono essere giudicate se non in base alla loro bellezza, in quanto l’iconografia conseguente le mostra nude ;  la bellezza divina è divenuta eccitazione sessuale maschile). Quindi corrompono il giudice, il pastore Paride, originariamente il consorte umano della Grande Dea che muore, che lei resuscita e a cui dà vita eterna in cielo, ma qui sia un pastore che un principe di Troia. La corruttrice  vittoriosa, Afrodite, riceve il Pomo d’Oro come accade a Eva nel giardino dell’Eden (perché devono riceverlo da un umano?) e, che al pari di Pandora, causa disgrazia alle future generazioni: Eva disobbediendo a Yahweh e Afrodite ricompensando Paride con il possesso di Elena, moglie di Menelao di Sparta. E così è iniziata la guerra di Troia (versione omerica).

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Dieci anni dopo il più saggio tra i Greci, Odisseo, è tornato a casa. Sul cammino ha incontrato tre dee  (il mito è pieno di trinità sacre), Circe, Calipso e Nausica. Il soggiorno sulle tre isole insegnerà a Ulisse il significato dei misteri della vita e della morte. Suo mentore è Hermes, il dio truffatore, emissario di Era, Atena e Afrodite, guida nell’Ade. I simboli di Hermes sono un paio di sandali alati in quanto, come Perseo o Bellerofonte in sella a  Pegaso, che ha ucciso la Gorgone Medusa, è veloce, e i caducei, la verga con due serpenti attorcigliati, 
poiché il serpente è la fonte della saggezza nascosta , il potere interiore, noto nello yoga come kundalini.

Serve un uomo saggio per apprendere saggezza e la saggezza nelle società primitive deve essere appresa attraverso le donne, sacerdotesse della Grande Madre. La Dea è signora dell’Ade, fonte sia di vita che di morte e Odisseo non è soltanto un eroe della guerra di Troia ma un sacerdote che compie lo stesso rito come Orfeo e Perseo, suoi contemporanei. Va nell’Ade, affronta la morte e impara dagli spiriti dei defunti. E’ uno sciamano.

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Campbell afferma che la terminazione –eus presente in numerosi nomi non è una terminazione greca ma mostra tracce di sopravvivenze di popoli e costumi pre-greci. A partire dal 1500 a.C. i Greci arrivarono in numerose ondate di tribù di invasori e trovarono nell’area popoli che denominarono Pelasgi. Molti miti sopravvissuti, incluse  storie su Odisseo, probabilmente provengono da questi popoli.

Esempi di livelli più primitivi di mito in cui compaiono figure i cui nomi terminano in –eus comprendono storie su Peleus, ultimo re di Egina, padre di Achille, compagno di Eracle nella ricerca del vello d’oro e uno dei cacciatori del cinghiale di Calidone (è possibile che il sacrificio umano sia stato usato in questo culto);  su Perseus di Micene, la cui storia si svolge intorno al 1290 a.C. circa e  che con sua madre Danae fu abbandonato in una cassa di legno in balia del mare, come Mosè, e  la sua prova gli dovette poi valere la testa di Medea; su Achilleus, spelling originario di Achille; su Proteus capace di cambiare forma in ogni momento; su Orfeus che andò anche lui nell’Ade per salvare la moglie Euridice, e il cui corpo fu smembrato e mangiato sacramentalmente alla sua morte, come nella storia di Dioniso; su Prometeus che diede all’uomo il dono delle arti della civiltà  e soffrì eterni tormenti come conseguenza; su Teseus, il re di Atene che uccise il Minotauro e su Zeus il re dei re .

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Il primo incontro con la morte che Odisseo deve affrontare è nella terra dei Ciclopi, i giganti da un solo occhio che conducevano un’ esistenza pastorale idilliaca ma sfortunatamente consideravano gli umani alla stregua di cibo. Con un palo ardente  Odisseo acceca il Ciclope che  lo ha imprigionato insieme ai suoi uomini e fugge dalla caverna del gigante nascosto su un ariete. Nello stesso modo, o nello stesso viaggio mitico, Giasone sfuggì da Aeetes,  Re della Colchide, uccidendo il drago sacro e sottraendo il vello d’oro sull’ariete.  In molti riti antichi l’ariete rappresenta il sole, e il sacerdote in queste storie compie riti per assicurarne la rinascita al solstizio (“solstizio” significa che il sole si ferma. Nella Bibbia gli Amoriti causano questa disgrazia opponendosi all’adorazione di Yahweh. Nell’antichità si riteneva che gli dei dovessero essere supplicati per  assicurare la continuazione del ciclo delle stagioni).

Up to my ship, weigh’d Anchor, and away

When reverend Circe helpt us to con vaie
Our vessell safe, by making well inclind…a forewind,
With which she filled our sailes.

(lines from Chapman’s Homer 1598-1616)

Fino  alla mia nave, tolta l’ancora e via
Quando la venerabile Circe ci ha  aiutati a  rendere la nostra nave
Sicura con compagno un vento propizio…un vento
con cui gonfia le nostre vele.

Dopo altre avventure che terminano con la perdita di compagni e navi Odisseo giunge sull’isola di Circe, figlia del sole, signora delle forme e dei cambiamenti, che trasforma i compagni di Odisseo in maiali  Solo lui, protetto dai consigli e dagli incantesimi di Hermes, si salva, vince l’amore di Circe e la persuade a distruggere il suo potere trasformatore. Lo sciamano conosce i riti che assicurano che tutto segua il percorso fissato.

Here drew we up our ship,…
And walkt the shore

till we attaind the view

Of that sad region Circe had foreshow’d.

Qui  avvicinammo la nave…
E procedemmo sulla spiaggia
Fino ad arrivare in vista
Di quella triste regione che  Circe aveva presagito.

Ulisse fa vela dall’isola di Circe alla terra dei Cimmerii dove entra nell’Ade e parla ai defunti. Questo è un momento memorabile: i trapassati, perfino il grande eroe Achille, sono ombre che vagano avide del sacrificio di sangue loro offerto per mantenere una qualche sembianza di vita in questo luogo che nega tutto ciò che il mondo rappresenta. Odisseo apprende da queste forme un mistero: che dalla morte viene la vita.

Al contrario di Odisseo i suoi uomini sono soldati che offendono ugualmente dei, giganti e uomini e vengono persi nave dopo nave, uomo dopo uomo. Qui si trovano ad affrontare un’ultima prova. Per raggiungere le isole del sole, padre di Circe, Odisseo deve oltrepassare gli scogli dove cantano le Sirene e il passaggio dove questi riducono le navi in schegge, dove Scilla, il vortice, risucchia le navi nell’Ade. Sopravvivendo a ogni disastro, Ulisse raggiunge l’isola del sole ma i suoi stolti marinai commettono sacrilegio e per punizione ciò che resta della flotta viene distrutto da una tempesta. Il sacerdote conosce la via da intraprendere per placare il dio evitando illusioni da una parte, pericolo dall’altra.

A Second Court on Jove attends,

Who Hermes to Calypso sends,

Commanding her to cleare the wayes
Ulysses sought; and she obayes

Sull’Olimpo un secondo concilio degli dei riunisce Giove
Che invia  Hermes da Calipso
Comandandole di spianare il cammino
Che Ulisse ha intrapreso; e lei obbedisce.

Alla deriva  su una zattera nel mezzo di mari in tempesta Odisseo viene sbattuto a riva su Ogigia dove vive Calipso. Lei, figlia di Oceano, dà rifugio e ausilio ai naufraghi ed è  signora della conoscenza nascosta e della musica. Come Circe, anche Calipso si innamora di Ulisse e i due trascorrono insieme sette anni sull’isola. Come Aenea, Ulisse deve partire perché ha ancora delle imprese da compiere. Come Didone, Calipso è turbata ma alla fine lascia andare Ulisse su suggerimento di Hermes sua guida.

Tuttavia ancora una volta Odisseo naufraga. Poseidone scatena una tempesta che gli distrugge la zattera; lui nuota fino all’estremo delle forze e alla fine viene scaraventato alla deriva sull’isola dei Feaci dove incontra la principessa Nautica. Dopo aver ascoltato la sua storia, i Feaci  riforniscono Odisseo di navi e uomini e lui finalmente arriva a Itaca. Il modello naufragio, isola dell’ incantatrice, la principessa/dea che si innamora di Ulisse e lo lascia andare per la sua strada con navi e uomini viene ripetuto tre volte. Per tre volte Odisseo vince il favore della dea, non per la forza del suo valore ma perché conosce i riti e sa come rivolgersi a lei. I tre incontri con la dea (lei è allo stesso tempo una e molte) sono associati con il viaggio di Odisseo nell’Ade. Come Eracle e come Orfeo, Ulisse vede il pericolo ma la saggezza acquisita lo rende un eroe, un dio.

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L’Odissea termina con Odisseo che riprende il suo regno dai pretendenti che lo avevano devastato durante la sua assenza. Una volta ancora lui è un eroe guerriero, un eroe come nell’Iliade , come all’inizio dell’Odissea. Ma la maggior parte del poema si incentra sul naufragio, sulla scoperta di isole governate da dee che sono aspetti dell’oceano e del sole e sui dovuti riti di adorazione e pacificazione di queste divinità. Per questa ragione Odisseo è chiamato il più saggio dei Greci.

Il tema della storia è l’incontro con difficoltà e sfortuna e la sopravvivenza ingegnosa di colui che conosce i riti da compiere nella sofferenza. E’ un mandala, un percorso per superare ‘i dardi e le frecce della fortuna oltraggiosa”. Altri eroi che narrano la stessa storia sono Robinson Crusoe, Jack l’uccisore di giganti e il modello viene ripetuto in 2001 Odissea nello Spazio. La metamorfosi finale è stata compiuta da James Joyce il cui Leopold Bloom affronta la prova maggiore di tutti gli Odissei, la realtà ordinaria della vita di ogni giorno.

Un’altra componente che è entrata a formare  l’Odissea  sono stati i racconti dei viaggiatori. Proprio come accadde con i Milesi che cosparsero di colonie le rive dell’Europa meridionale e del Mar Nero e riportarono in patria i più incredibili racconti alcuni dei quali confluirono nei poemi su Giasone, contemporaneo di Odisseo; o con i  Fenici e i Cartaginesi che riportarono in patria storie alcune delle quali arrivarono fino alla Grecia e forse contribuirono a formare storie come quelle su Atlantide; o con i mercanti arabi che portarono l’Islam fino ai lidi dell’Oceano Indiano e riportarono spezie e racconti di meraviglie che si incentrarono sul marinaio Sinbad e vennero incorporati nella raccolta di storie che conosciamo come Le Mille e una Notte, storie raccontate da Scheherazade – anche l’Odissea fu una raccolta di storie di ‘viaggiatori’.

Ma questa è un’altra storia.

©2012 Translation copyright Gianna Attardo.

16. STRANEZZE DI UN MONDO CONNESSO

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Sono appena tornato da una passeggiata nella striscia di verde vicino casa, una riserva di vegetazione del luogo che si estende lungo le rive di Cremorne Point, nel porto di Sydney. Non ho potuto fare a meno di notare quanti ho incrociato lungo il percorso che stavano usando sistemi wireless: iPhones, Blackberries, iPods erano i più frequenti. Invece del canto degli uccelli o dello sciabordio delle onde che si infrangono sulle rocce questa gente ascoltava il tale o il tal’altro che suonava questo o quello, o era impegnata in conversazioni standard sui cellulari. Queste cose succedono perché i venditori di tecnologia vogliono che succedano. Voglio dire, una volta in possesso di questi aggeggi in quale altro modo si possono usare? Grazie alla tecnologia moderna la gente è ora in contatto con il mondo in modo più efficiente che mai. Ma un po’ più limitato.

Non intendo promuovere un concetto. Ho pensato a qualcosa che dovrebbe attrarre l’attenzione dei commentatori di notiziari in qualunque parte del mondo: ignorare una notizia per mancanza di fatti. Ogni giorno i giornalisti creano notizie – rivolgono a una figura pubblica una domanda arbitrariamente classificata come ‘controversa’ e trattare la totale indifferenza di quella figura in modo ‘evasivo’ è un metodo infallibile per creare uno ‘scandalo’. Quindi la notizia ignorata per mancanza di fatti può diffondersi. Ho pensato ad alcuni esempi.

Nella riserva di Cremorne Point a Sydney oggi un passante se l’è cavata per un pelo quando un masso di 100 chili, la cui base era stata erosa dalle recenti piogge torrenziali, si è abbattuto sul sentiero pochi secondi dopo il passaggio del ventiquattrenne Sebastian Orwell. In quel momento il sig. Orwell era immerso nell’ascolto della registrazione di un concerto di Bon Jovi sul suo iPod ed è rimasto indifferente alla vicina tragedia.  Quando un altro passante gli ha chiesto quali fossero state le sue impressioni sull’incidente il sig. Orwell ha risposto che avrebbe potuto ottenere un biglietto per il concerto ma che aveva incaricato la sua ragazza di acquistare i biglietti e lei aveva dimenticato di farlo. Sembrava ancora irritato da quella dimenticanza.

Oggi nel centro di Sydney un distinto borseggiatore ha approfittato della distrazione di un uomo impegnato in una conversazione sul cellulare per sottrargli il portafoglio. Apparentemente l’uomo era tutto preso da una discussione con la moglie. A detta dei passanti gridava e ripeteva che sarebbe stato ‘lì tra 10 minuti’ quando il borseggiatore ha abilmente sfilato il portafoglio dell’uomo dalla tasca posteriore. Il ladro poi ne ha ispezionato il contenuto, ha preso una notevole somma di denaro, ha dato all’uomo un colpetto sulla spalla e, dopo aver ricevuto la sua attenzione, gli ha restituito il portafoglio vuoto. L’uomo ha interrotto la conversazione per ringraziarlo poi ha ripreso a gridare ignaro di essere stato derubato.

Optus ha ammunciato l’offerta di un nuovo servizio ai suoi abbonati. Per un piccolo importo mensile gli utenti di cellulari potranno usare frasi pre-registrate quando fanno telefonate standard. Al momento, il servizio offre tre gruppi di frasi cosiddette ‘standard’ ma un portavoce ha detto che ne sono previste molte altre centinaia. Il servizio include anche una varietà di voci pre-registrate. Ciò significa che a coloro che fanno numerose telefonate al giorno si potrà evitare la monotonia delle chiamate. Il chiamante, per esempio, preme semplicemente sullo schermo il tasto ‘standard 1’ e la voce pre-registrata dirà ‘Ciao Shelby, sono Merle. Dove sei?’ La persona chiamata ha bisogno semplicemente di premere il tasto ‘standard 1’ sul suo apparecchio e una voce pre-registrata dirà ‘Sono sull’autobus’. In questo modo, molte cosiddette chiamate standard possono essere effettuate automaticamente, lasciando i chiamanti liberi di guardarsi ‘Days of Our Lives’ o giocare a Space Invaders invece di leggersi i recenti SMS. Il portavoce di Optus ha affermato che della sofisticata tecnologia di recente sviluppo permetterà di programmare ciò che alla fine renderà superfluo per gli umani parlare al telefono in quanto voce e frase di risposta saranno presto generate automaticamente.

Gli appassionati di Home theatre  (impianto domestico di riproduzione dell’acustica) saranno presto in grado di usare un pacchetto extra incluso come optional nel loro nuovo sistema. Sono inclusi nel pacchetto oggetti di scena e costumi per un piccolo numero di situazioni tipiche di ‘vita reale’ spesso trasmesse in televisione quali il telegiornale o interviste con personaggi celebri. Gli utenti potranno bloccare, per esempio, la trasmissione delle notizie, truccarsi e vestirsi con il materiale fornito nel pacchetto, quindi registrarsi e montare il programma in modo da includersi nel loro proprio filmato. Il pacchetto sfrutterà tutte le possibilità della trasmissione digitale per portare le notizie più vicino all’uomo della strada rendendolo parte degli eventi descritti. In questo modo, il capofamiglia può diventare il suo Membro del Congresso o perfino il Presidente e apprendere, di prima mano, come dire ‘no comment’ in un modo convincente. Sono in corso progetti per abbandonare la trasmissione convenzionale dei notiziari in favore di notizie ‘partecipative’ studiate con questa agevolazione in mente ma nulla per trattare in questo modo drammi polizieschi.

Stamattina a un incrocia di Neutral Bay si è verificato un incidente tra un’utilitaria guidata da una giovane donna e un altro veicolo che si era fermato al segnale di stop. La donna ha spiegato a un agente di polizia che era stata ‘pokata’ da una persona che pretendeva di essere un suo Amico Facebook ed era impegnata a eliminare i messaggi dalla casella al momento dell’urto. Pare che il poliziotto abbia avuto una certa difficoltà a ottenere una risposta dalla donna in quanto lei insisteva nel mandare email alla stazione di polizia locale piuttosto che abbassare il finestrino dell’auto. Il poliziotto ha multato la donna per l’infrazione affermando che una richiesta del genere non scusava l’urto. A quanto si dice, su richiesta della donna, l’autista del rimorchio venuto in suo soccorso pochi secondi dopo l’urto è diventato suo Amico Facebook.

Forse la mia fantasia è un po’ troppo fervida. La tecnologia, usata nel modo in cui l’ho usata, è solo un metodo, un processo. Il mezzo, non il messaggio. Il messaggio viene ancora dal cervello umano che genera qualcosa detto ‘significato’, correlando dati sensoriali in un’immagine del mondo. Nessuna tecnologia potrebbe influenzare ciò. Vero? Dopo tutto, io uso un cellulare per la maggior parte del tempo e comunico bene. Capite cosa voglio dire?

©2012 Translation copyright Gianna Attardo.

15. CONGREGAZIONE DI UN SOLO

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Bene, non è domenica (né sabato o venerdì, per coloro che rispondono a un rullo di tamburo diverso), e non sono un ministro di culto e non credo in nessun dio che posso comprendere ma sono pieno di opinioni (ali, mezzi per volare, non mezzi per combattere o per fuggire né tanto meno mezzi per vincolare o imprigionare). Oggi sono sia un predicatore che una congregazione. Capirete il perché se continuerete a leggere. Quindi, facciamo un po’ di religione, come ha detto Ronnie Drew in ‘ Il Santo di Glendalough’. O, se preferite, di filosofia. Uso entrambi i termini in senso lato. E il mio tema è:

Non fermatevi a metà.

Tutti noi, umani, abbiamo la capacità di respirare. Dentro e fuori, immettiamo ossigeno nei polmoni e nel sangue e così sopravviviamo. Quell’area misteriosa che sta tra la mente, il cuore e l’anima fa la stessa cosa. Dentro e fuori. Non dobbiamo dimenticare di respirare.

Ma che succede se ci fermiamo a metà?

Analizzare senza sintetizzare le nostre conclusioni?

Accettare precetti dalla religione ma non trasmetterli agli altri con benevolenza?

Sentirsi commossi da gente e luoghi  ma non vederli in prospettiva?

Affermare l’io ma non l’altro?

Vivere nel momento ma non riconoscere di essere in movimento e nel cambiamento  ( tempo)?

Essere cinici ma non riconoscere la nostra paura?

Ridere ma astenersi dall’amare?

Piangere ma non sentire compassione per gli altri?

Non so dire cosa succederebbe a voi ma so cosa succede a me. Muoio per soffocamento, entro nella piccola stanza, nella piccola tomba. Ci sono solo io. Non sono felice di esserci solo io, anche se vedo che quel piccolo spazio può contenere solo me.

Nello spazio maggiore che conosco che si chiama, bé, spazio, ci sono miliardi di atomi che con un movimento continuo, unendosi, formandosi e riformandosi creano mondi, e i mondi in qualche modo apprendono dalla loro esistenza. Nel mondo in cui io vivo credo che esistano milioni e milioni di persone. Non le incontro tutte, ma incontro gente che ne ha incontrate altre, che ne ha incontrate altre, perciò in realtà le posso sentire tutte se solo riesco ad ampliare la mia prospettiva.

Il mondo è pieno di gente, zotici, parassiti, egocentrici, pazzi, traditori e stupidi. E io ho bisogno di loro. Mi insegnano qualcosa di cui ho bisogno, che non sono solo. Quello che non sono ma che potrei diventare che esiste un fine di cui potrei essere parte ma che non percepisco ancora.

Tutto quello che devo fare è respirare. Dentro e fuori. Analizzare, poi arrivare a conclusioni, giudicare, poi perdonare, accettare ma non senza discernimento; ridere ma soprattutto di me stesso. Non fermarsi a metà. Non ristagnare.

Il fatto è che, per quel che ne so io, sono troppo limitato per avere più di un frammento di percezione dell’unità. Credo ancora che ci sia un’unità, malgrado sia consapevole che molti sono rassegnati al loro essere solo il frammento della loro percezione. Io, penso, non “solo un frammento”, ma “un frammento dell’unità”. Che privilegio. Un frammento dell’unità da scoprire, perché sia la mia scoperta. Un frammento, ma il mio frammento, forse da unirsi ai frammenti degli altri per formare un frammento maggiore, per suggerire  un giorno la natura dell’unità.

Per questo lavoro di assemblaggio abbiamo bisogno di amici. Un amico è uno che accetta le tue pecche ma conosce le tue virtù. Un amico è uno che, se non fosse così prevenuto e dogmatico, ti conoscerebbe meglio di quanto tu non faccia. Un amico non è un compagno, uno con cui passare il tempo e condividere attività. uno che ti sopporta più o meno quanto tu lo sopporti. No, un amico è uno che ti ama più di quanto ti detesta, uno che vede lo schifo che sei ma vede anche quello che il tuo angelo interiore può realizzare, uno che comprende il semplice fatto che sei unico.

E’ terribile. Ognuno di noi è unico. Gheddafi, Hitler, Gesù,Buddha, tu, io. Ci sono solo due cose inevitabili in questa vita e non sono la morte e le tasse. Ognuno di noi è unico, ognuno di noi è destinato a cadere nell’oblio. Guardiamo in faccia questi due fatti e tra le fessure vedremo l’infinito (le mie metafore sono sufficientemente assortite per mostrare gli ingredienti del messaggio?)

Con l’aiuto di un amico 2 più due fa cinque – ma solo se il due ha valori speciali. Ciascuno di voi deve avere un frammento, ma un frammento contiguo, un qualche piccolo indizio di una più ampia prospettiva di vita fuori della piccola stanza. Tu avvicini il tuo frammento e il suo bordo frastagliato si unisce al bordo frastagliato di un altro frammento. Hai un amico.

Stiamo ancora respirando. Dentro e fuori. Un respiro alla volta. Vivendo nel momento finché quel momento è eternità.

A volte un amico è qualcuno che non conosci. Un’anima che è vissuta molto tempo fa e ha scritto il suo messaggio in una bottiglia per fartela recuperare; un brano di un libro che è valido, almeno per te. A volte un amico è qualcuno che hai conosciuto ma non ha riconosciuto fino al momento in cui il tempo ti ha cambiato abbastanza da vedere che quel frammento era il prodotto dell’esperienza di voi due. A volte un amico è il tuo coniuge in uno dei tanti tipi di matrimoni possibili. Sì, il sesso può unire due frammenti di esperienza in una prospettiva più ampia. Il tuo femminino può ispirare il tuo partner femminile e il tuo mascolino illuminare il tuo partner maschile.

Più importante dell’amicizia. del condividere comprensione, è la saggezza, ottenuta così a caro prezzo con la mortalità. Noi tutti invecchiamo ma alcuni maturano anche e si creano equilibrio e maturità. Non si tratta mai di una condizione stabile, alla mercé come siamo delle nostre tendenze emotive profonde, ma solo un’ipotesi, una supposizione.

Se nel mezzo della tempesta possiamo restare fermi. Se Gesù dice “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” e noi rispondiamo “Sono qui per allontanare la pietra, per darti nuova vita”. Se cadono le bende dagli occhi come è accaduto a Gautama e vediamo peccati e tentazioni, i nostri desideri e bisogni, come impressioni, meri atomi che roteano e girano vorticosamente per formare figure intorno alla nostra eternità. Se possiamo vedere il bambino negli altri ed essere bambini per loro. Se possiamo sapere che ciò che sappiamo sono solo speranze e timori camuffati da certezze, che come Socrate, siamo saggi esattamente perché sappiamo di non esserlo.

Stiamo ancora respirando.

Per esperienza personale so quanto è possibile costruirsi un mondo e che quel mondo sia fatto di paure. Paure mascherate da giusto e sbagliato, da demoni, da gente malvagia, fuorviata. Temere il frammento del discernimento dell’altro perché non corrisponde al mio. Temere la mia debolezza e dove potrebbe portarmi.

E tuttavia non si può costruire niente con la paura. Tranne una prigione. Quante prigioni ci sono. Quella del buon comportamento in cui cresciamo. Quella della responsabilità in cui lavoriamo. Quella delle pene dell’inferno al momento del trapasso. Da dove vengono non lo so, poiché tutte le risposte furono trovate molto tempo fa.

La gemma è nel loto.

Tratta gli altri come vorresti che ti trattassero.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Arriva Il Signore della Danza.

Che specie sorprendente questi esseri umani. Così veloci a raggiungere la metà e così lenti a oltrepassarla. Così dotati, così limitati.

Se la nostra esistenza ha un fine e potessimo scoprirlo e potessimo sapere di chi è quel fine, sono piuttosto certo che non sarebbe solo restare immobili, evitare il torto, fermarsi a metà.

E’ vero che scopriamo il nostro cammino solo quando lo percorriamo e che a volte ci sentiamo persi in una strada secondaria che non ci porta da nessuna parte. Una ragione in più per esaminare il nostro frammento di saggezza, sapere che è un frammento, sapere che è saggezza e amare l’opera di quella saggezza. Al di là delle nostre amicizie, della nostra saggezza, il vero fondamento della nostra consapevolezza è l’amore. Un potere misterioso capace di accrescere o distruggere, devastare o sviluppare. Ovunque andiamo, indipendentemente da quanto amaro sia il nostro odio, l’amore procede con noi e non ci lascia soli. Esso rende il mondo un luogo più ampio. Un amore di ciò che possiamo essere, non di ciò che siamo e quindi non un amore che possiamo comprendere.

Ora, date una piccola gomitata al gentiluomo che sonnecchia accanto a voi, è il momento di passare il piattino delle offerte. Date generosità poiché date a voi stessi. Nulla di ciò che ho detto significa niente a meno che già non lo sapeste.

©2012 Translation copyright Gianna Attardo.

14. LA RISATA ANTICA: PETRONIO

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Per ogni grande scrittore che abbiamo esiste un oceano di cose effimere. Leggiamo Cent’anni di solitudine mentre siamo circondati  da racconti romanzeschi stile Mills and Boon, riviste di fantascienza, serie e film televisivi, romanzi pornografici, liriche di commedie musicali, annunci pubblicitari, graffiti, canzoni pop triviali e serie, giornali a fumetti e manga, telenovelle, giornali e riviste, romanzi polizieschi da quattro soldi, effusioni letterarie nostre o dei nostri amici, film d’azione, discorsi di politici, cabarettisti, regole del servizio pubblico, barzellette e strane informazioni su internet. Mi chiedo è sempre stato così? La letteratura dei tempi antichi è sopravvissuta solo in forma frammentaria; consisteva forse di una simile diversità di modi? La maggior parte di ciò che conosciamo dell’antica Grecia e Roma, la cosiddetta letteratura ‘classica’, è cosa degna e nobilitante per lo spirito: Omero, Eschilo, Demostene, Orazio, Virgilio e così via. Ma ci sono poche opere interessanti che suggeriscono che una volta esisteva una diversità meno rispettabile.

Humour perduto nel rogo della sopravvivenza perché non abbastanza nobile. La satira perduta per un’altra ragione.

La satira ha sfidato idee e comportamenti accettati come fa tutt’oggi. Tenta di portare il suo pubblico a guardare ai suoi valori accettati da una nuova prospetttiva, di solito con il fine ben nascosto di effettuare un cambiamento o trovare rimedio a un errore o evitare qualche pericolo imminente.  Funziona bene quando i valori di una persona si sono formati su un’ampia gamma di esperienza che dà loro prospettiva. Non funziona quando la persona che vi si espone ha adottato un valore come forma di difesa. Sfidare questi valori può creare paura o provocare una risposta violenta.

Una delle sopravvivenze più intriganti dell’epoca romana è il romanzo satirico frammentario di Petronio,  Satyricon . Si tratta di una forma di parodia dell’epica nobile nota nel mondo antico, come Don Quixote  ha fatto dei romanzi cavallereschi quali Amadis de Gaula e, come Don Quixote, è molto più di una parodia. A differenza di altre opere sopravvissute dal mondo antico il Satyricon è pieno di personaggi e dialoghi realistici. I frammenti rimasti sono sufficienti per suggerire che una volta fu uno dei più migliori prodotti della letteratura classica e forse una grande opera di narrativa.

Il nome Satyricon è un riferimento alle satire di Menippo, un tempo famoso nel mondo antico, ma da molto dimenticato. In modo innovativo mischiavano prosa e versi per criticare le scuole di filosofia che Menippo non approvava (era un filosofo cinico). Petronio fa la stessa cosa ridicolizzando gli eccessi di poeti, filosofi e gente da niente ma senza l’intento morale che motivava Menippo. Petronio è più vicino a quello che noi chiamamo un cinico.  Il titolo suggerisce anche una satira licenziosa, nota dai riti della fertilità dell’antica Grecia, da associarsi a sessualità sfrenata.  Questo si è mescolato a ciò che conosciamo della Roma di Nerone attraverso scrittori come Svetonio il cui fine era dare a Petronio e al suo Satyricon la reputazione di opera decadente, oscena. Se frughiamo nella nostra immaginazione troveremo che le nostre idee sulla Roma antica sono largamente informate alle fantasie di Cecil B De Mille. I banchetti di Petronio non hanno schiave nude che si esibiscono in danze lasciviose prima di indulgere nel sesso indiscriminato con gli ospiti. In gran parte perché i banchetti erano riservati  agli uomini.

La reputazione volgare del Satyricon si basa sul fatto che l’ ‘eroe’ è un omosessuale, e parte della storia riguarda il suo rapporto con il suo amante Gitone. Al tempo di Petronio era una cosa perfettamente accettabile e lui avrebbe sollevato il sopracciglio con ironia di fronte alla nostra reazione scioccata sull’argomento. Ahimé, le sue descrizioni dell’amore delle coppie sono rese in una parodia (questo è un libro di parodie) del romanzo bucolico greco, una specie di Mills and Boon in voga, e che Petronio ovviamente riteneva ridicolo. Così il trasporto di Encolpio e Gitone è divertente ma non sexy. Ci sono alcune descrizioni di pratiche sessuali in un solo frammento finale (che tratta ironicamente di impotenza) ma si può immaginare che molte altre siano state omesse da monaci puritani, o da chiunque abbia effettuato la prima copia del manoscritto.

La scoperta del libro di Petronio è affascinante. Nella Milano rinascimentale, nel 1482, durante la grande riscoperta della letteratura antica, fu rinvenuto un manoscritto intitolato Scriptores Panegyrici Latini, copiato da alcuni ignoti monaci nel medioevo. Inclusi in questo documento erano frammenti del Satyricon. Il documento scomparve ma fu ritrovato e stampato a Padova nel 1664. Altri frammenti sono stati scoperti, inclusa la sezione “Cena con Trimalchione”. Com’era inevitabile sono comparsi documenti contraffatti ma che sono stati individuati come tali. Sorprendentemente, l’opera si rivelò una produzione genuina della Roma del I° secolo. Fatto interessante, il manoscritto annotava che le pagine incluse erano tratte  dal 14°,15° e 16° libro. Il manoscritto da cui fu copiato era ovviamente in pessimo stato in quanto il quarto finale degli estratti era costituito da frammenti molto brevi.

Questo solleva un problema. Se il manoscritto è un frammento di tre libri di una opera maggiore, allora l’originale deve essere stato il più lungo ‘romanzo’ mai scritto , un tomo di  2000-10000 pagine. Alcune possibilità per evitare di fare tale ipotesi sono:

*che non fu completato da Petronio e fu scritto senza una sequenza

*che era stato concepito per apparire un’opera frammentaria del passato

*che i libri possono essere stati numerati arbitrariamente come Tristram Shandy di Sterne

*che lo stato si potrebbe riferire all’opera contenitrice

* che il libro può essere stato una continuazione parodistica di un altro romanzo e aver avuto inizio dal capitolo 13.

La mole dell’opera originaria presenta connessioni con l’autore di solito identificato con Petronio. Nella Roma del primo secolo esisteva più di un Petronio. Ne conosciamo due menzionati da Tacito, Plutarco e Plinio con differenti nomi  di battesimo, Tito e Gaio, ma entrambi ovviamente lo stesso uomo, un nobile alla corte di Nerone che per primo attrasse l’attenzione snobistica dell’Imperatore e poi il suo disfavore. Nerone ordinò la sua morte e Petronio si suicidò. Quest’uomo aveva raggiunto il rango di console e proconsole, era un amministratore eccezionale anche eome ‘l’arbitro dell’eleganza’ di Nerone e deve aver avuto più di 45 anni al momento della morte. Avrebbe avuto il tempo di scrivere un libro della lunghezza di  ‘Alla ricerca del tempo perduto’ di Proust? Proust impiegò tutta la vita per farlo e non si spostò molto dal letto durante la stesura. Per quello che ne sappiamo ci possono essere stati entrami un Gaius Petronius e un Titus Petronius, uno l’arbitro di Nerone, uno l’autore del Satyricon. Forse erano fratelli. Quello che sappiamo per certo è che il manoscritto portava in calce il nome ‘Petronio’.

Il Satyricon è straordinario in molti modi oltre che per la sua lunghezza.  Offre un quadro incredibilmente dettagliato della diversità di razze, classi e professioni presenti a Roma creato non attraverso la descrizione ma la conversazione. Immaginate di ambientare un romanzo nell’odierna New York o a Calcutta e di mandare il protagonista nelle gallerie d’arte, nei quartieri malfamati, alle adunanze politiche, sul set di film, a pompose cene letterarie e competizioni sportive, e di descrivere questi luoghi interamente attraverso gli stili convenzionali e il vocabolario della gente incontrata. William Arrowsmith, autore della prima traduzione inglese integrale, afferma che il libro fu probabilmente concepito per essere letto ad alta voce. La società di Petronio era legata alla retorica ed era una cultura largamente orale. Immaginate di aver scritto un nuovo romanzo, invitato i vostri amici e potenziali editori a intervenire a una festa dove possono ascoltarvi mentre glielo leggete: questo sarebbe stato probabilmente lo scenario che si presentò alla gente che per prima udì il Satyricon. Un abile, abilissimo attore e mimo, capace di impersonare un’ enorme varietà di accenti, slang, stili grammaticali informali e frasi in lingua straniera e con l’ulteriore abilità di esagerare appena qui e là per assicurarsi che gli ascoltatori comprendessero l’assurdità del tutto. Immaginate che li legga in quella che deve essere stata una rappresentazione (o serie di rappresentazioni).

Il  Satyricon era una commedia molto  sofisticata. Schernisce i nuovi ricchi con cattivi gusti dispendiosi (gli antichi Gatsby), il romanticismo dei normali sessuati, la pretesa fatua del letterato senza talento e l’ossequiosità egoistica del sicofante. E’ una parodia di forme letterarie quali l’epica, il discorso filosofico e la lirica e getta il ridicolo sulla pretesa del narratore dellafrottola così come dell’autore, lo stesso Petronio. E’ un antidoto ideale alla fredda nobiltà di molta letteratura antica sopravvissuta. Più Catch 22 che Gli ultimi giorni di Pompei .

Il libro usa il contrasto e l’incongruenza per raggiungere un effetto comico. L’eroe e il narratore, Encolpio, è innamorato di Gitone, un ragazzo, ed esprime il suo amore nelle banalità sentimentali dei peggiori Mills and Boon mai scritti. Allo stesso tempo i due si comportano come i più promiscui e scervellati omosessuali che abbiate mai incontrato, tradendosi e ingannandosi a vicenda spietatamente e inutilmente.

Il libro chiarisce il suo punto contrastando ciò che i personaggi dicono con il come lo dicono fin dal frammento di apertura, dove un ignoto speaker critica il retore e aspirante poeta Agamennone per declino della cultura moderna dovuto all’enfasi che viene posta sull’istruzione per raggiungere un buon effetto in pubblico a scapito della comprensione di problemi più profondi. Punto valido.  Ma sfortunatamente lo speaker può solo esprimersi nella fredda, iperbolica glorificazione dello stile dei bei tempi passati che il suo discorso sta criticando.  E l’unica risposta che riceve è la difesa di Agamennone: gli insegnanti devono seguire le tendenze del mercato se vogliono guadagnarsi da vivere. Poi, una poesia pessima che è il suo corredo essenziale.  Petronio si aspetta che il suo sia un pubblico  di letterati e in grado di comprendere una grande diversità di stili e modi letterari. Diversamente le sue parodie fanno fiasco.

Frammenti di una storia. 

Il libro, come ci è pervenuto, si apre con un frammento che presenta l’ ‘eroe’, Encolpio,  il suo amante Gitone e l’ex-amante e ora rivale Ascilto alla deriva lungo la costa dell’Italia meridionale in prossimità di Napoli, forse a Cuma, antico insediamento greco e sede dell’oracolo della Sibilla (e il luogo di morte di Petronio Arbitro).  Questi tre sembrano gli avventurieri greci che cercano di arrangiarsi vivendo quando possibile alle spalle dei Romani ingenui. I Romani furono sempre sospettosi dei Greci. Quando il frammento esistente si apre, Encolpio e Ascilto stanno fingendo di essere retori, insegnanti di discorsi in pubblico e hanno lasciato la loro attività per ascoltare un professore ospite. Agammenone, dibatterenel foro. Di ritorno a casa si perdono, seminano vari stupratori e magnaccia, fuggono da un bordello e, di ritorno nella loro locanda, decidono di separarsi e prendono strade diverse. Poi viene una scena in cui Ascilto irrompe nella stanza di Encolpio e lo trova nel pieno di un amore appassionato con Gitone e i due (di nuovo) si acciuffano.

Esiste unaltro frammento che mostra il motivo ricorrente del libro. Encolpio e i suoi amici hanno rubato del denaro, lo hanno  nascosto nella fodera di una tunica, poi si sono fatti rubare la tunica a turno, poi la trovano, se la riprendono dall’uomo che l’aveva rubata, vengono quasi arrestati per il furto anche di un mantello e fuggono, questa volta con la tunica che contiene il denaro.E’ una scena follecome un corto di Charlie Chaplin. Encolpio, come il vagabondo di Chaplin, è subdolo e disonesto a suo danno perché quelli che incontra sono molto più subdoli e disonesti di lui. Perde continuamente, tuttavia nulla lo fa colare a picco troppo a lungo e fa presto ad  architettare un nuovo inganno.

Un altro gruppo di frammenti forse proviene da un episodio che potrebbe avere il titolo di “Cena con Quartilla”. Non abbastanza sopravvive per esserne certi, ma questo potrebbe essere stato designato asatirizzare le assurdità della superstizione delle pratiche religiose romane, in questo caso basate sull’adorazione di Priapo, dio della fertilità. Molte statue antiche sopravvissute lo ritraggono con un fallo enorme, più grande di lui, e sono collocate nei giardini per benedire la fertilità delle piante. Il culto proveniva dall’area di Bisanzio e del Mar Nero ed era caratterizzato da riti magici con un pieno completamento di quello che sarebbe apparso un inganno ai Romani, i cui culti di stato erano molto più dignitosi. Quartilla è una sacerdotessa di questo culto ed Encolpio aveva in qualche modo offeso la dea durante una cena (probabilmente cercando di rubare qualcosa) ed era stato punito con l’impotenza.

Un’altra scena frammentaria comprende un crimine contro Priapo  alla fine del libro che potrebbe appartenere a questa sezione, in cui Encolpio è punito con l’impotenza.

La sezione successiva è la famosa “Cena con Trimalchione” lunga cinque o sei volte la sezione di Quartilla, forse un capitolo intero, l’unico sopravvissuto. La figura dello scroccone egoista, sicofantico dopo un pasto gratuito era un tema comune nella satira antica in quanto appare anche nei poemi di Orazio, Marziale e Giovenale, perciò Encolpio e i suoi amici sono in questa tradizione in quanto saltano da un pasto all’altro facendo commenti su ciò che vedono. Qui l’obiettivo è l’appariscente cattivo gusto. Tipico dell’ironia di cui il libro abbonda è che ogni oggetto elaborato in modo improprio, ogni opera d’arte o pietanza viene descritta esattamente da Encolpio facilmente impressionato e il capitolo stesso è un esercizio nel cattivo gusto descrittivo. Trimalchione è un ex schiavo, ora un miliardario e vuole che tutti lo sappiano. I suoi ospiti sono lì per stupire, in scala con la sua spesa. Il capitolo mostra proprio quanto il Satyricon , dipendente dal linguaggio per i suoi effetti, sia un incubo per un traduttore. I latinisti amano questo capitolo perché è l’unico esempio sopravvissuto del linguaggio popolare della gente comune nell’antica Roma, pieno di proverbi semplici, improperi, costruzioni grammaticali slegate, slang e giochi di parole. Il punto di gran parte dello humour è l’ignoranza dei commensali e la mancanza di gusto, perciò si potrebbe dire che lo humour è discriminatorio, tuttavia divertente, forse come Pickwick Papers di Dickens. La descrizione che Encolpio fa dei commensali e della loro conversazione non è, malgrado le speranze dei latinisti, realistica bensì una parodia. Schiavi e uomini liberi a volte hanno raggiunto le vette della scala sociale nell’antica Roma, si rideva di loro e li si invidiava segretamente. Ci troviamo in una stanza piena di schiavi ed ex schiavi milionari e la satira viene esagerata, sempre di più fino a proporzioni ridicole.

Un altro frammento introduce Eumolpo che può essere stato un personaggio principale nel romanzo. In un ambiente che include riferimenti all’opera di artisti che rappresentano una dimensione scomparsa della vita nell’antica Grecia e Roma, come quella dei pittori Zeuxis, Protogene e Apelle e gli scultori Lisippo, Mirone e Fidia, ci viene presentato il tentativo di Eumolpo di emulare Omero, un poema a imitazione de “La caduta di Troia”. Questo guazzabuglio in effetti infilza gli errori del latino dell’età dell’argento, la sua dipendenza da e lo schiacciante riconoscimento del passato, la superficialità e l’abbandono al sentimento. Eumolpo sgonfia le sue pretese  raccontando la storia del suo tempo come precettore di un bel giovane che lui seduce ma il cui ardore supera il suo e mette in mostra le sue inadeguatezze come amante, mentore e – poeta.

Da qui il testo si fà sempre più frammentario. Un’altra sezione mostra Encolpio e Gitone e il loro rapporto descritto, come al solito, con la massima esagerazione di banalità melodrammatiche, mentre sono in viaggio con il poeta Eumolpo. Capitano della nave è il mercante Lica: sta accompagnando Trifena , un ricco aristocratico, mandato in esilio per qualche ignoto crimine. Entrambi i personaggi hanno dei legami con Encolpio. Sembra che i due siano stati amanti di Lica e ne abbiano sedotto la moglie in un episodio del libro andato perduto e che Gitone sia stato una volta uno schiavo di Trifena e sia fuggito. Dopo che la verità si scopre a bordo della nave Encolpio e i suoi amici si riconciliano con Lica e tutti ascoltano un racconto  di Eumolpo dopo il banchetto, la famosa storia de “La matrona di Efeso”. Questo conferma il Satyricon come una miscellanea di molte forme letterarie inclusa la parodia: l’epica (“ La caduta di Troia”); la farsa (Trimalchione); il racconto popolare (“La matrona di Efeso”) e il romanzo avventuroso greco (le continue avventure di Encolpio): l’episodio de  “La matrona di Efeso”suggerisce che ci possono essere stati altri racconti nell’opera completa che sarebbe stata nella costruzione simile ai racconti  di Mille e una notte dell’India e dall’Arabia.

La storia de “La matrona di Efeso” sottolinea un aspetto poco menzionato in connessione con la punizione della crocefissione: che la punizione includeva che si negassero al corpo del criminale la sepoltura e i riti della sepoltura, negandogli in realtà un aldilà, costringendolo a diventare fantasma. Ciò è di una certa rilevanza per lo studio della morte di Gesù).

La riunione con Lica  è seguita da un improvviso naufragio che getta in mare  Encolpio, Gitone e Eumolpo. Giungono alla riva e si trovano nei pressi della città di Crotone dove gli viene detto che l’attività divenuta di moda è la caccia all’eredità. Encolpio trova il corpo di Lica scaraventato sulla riva e si abbandona a una elegia funeraria parodistica su di lui, usando banalità quali la mutevolezza del destino, la cecità delle sperane e delle paure umane e l’inevitabilità della morte. Nulla era sacro per Petronio. Eumolpo poi si lancia in un lungo poema epico sulla Guerra Civile che apparentemente è una parodia dei Pharsalia di Lucano , ormai poco letti. Lucano era un contemporaneo di Petronio ed era anche incorso nella disapprovazione di Nerone. Poi il trio decide di farsi passare per un ricco mercante e il suo seguito e di vedere come possono ingannare i cacciatori d’eredità di Crotone.

Segue un altro frammento in cui Encolpio è improvvisamente colto da impotenza per aver offeso il dio Priapo.

Si lamenta della sua sorte con scoppi di disperazione comica e alla fine viene curato dalla sacerdotessa Oenothea. Questo episodio è collocato tra due scene ambientate a Crotone tra i cacciatori d’eredità. La collocazione può non essere giusta in quanto c’è un’altra scena precedente dove Encolpio ha offeso il dio Priapo. Forse un primo compilatore ha collocato tutti i frammenti non identificabili alla fine del manoscritto. Qui si trovano inoltre numerose brevi poesie che presumibilmente  ridicolizzavano poesie contemporanee: non siamo in grado di apprezzare lo humour di Petronio in questo punto, in quanto sia l’intero libro che le poesie che sta ridicolizzando non sono sopravvissute. C’è humour nell’elegante espressione di rimprovero indirizzato al pene di Encolpio.

Il libro termina con una scena breve. Eumolpo non ha più tempo per defraudare i cacciatori d’eredità di Crotone. Dove è la fortuna che si aspettano di ereditare sostenendolo in ciò che loro credono sia la sua ultima malattia, i cacciatori d’eredità stanno cominciando a chiedere. Eumolpo inscena il suo funerale per distrarli. Una  clausola del suo testamento è che per ereditare la sua fortuna immaginaria i legatari devono mangiare il suo corpo. Il testo  chiude con una giustificazione spassosa del cannibalismo.

Un’opera unica. Il Satiricon è un libro straordinario per il suo tempo o ogni tempo. E’ una miscellanea, una sorta di raccolta di materiale, tenuto insieme dalle avventure di Encolpio. La sua narrativa colma di azione, al contrario di qualunque altra narrativa dell’antichità, è non-stop. Ruba, viene derubato, viene malmenato, seduce, mente e imbroglia, inganna, infligge, litiga, lotta, fugge, una scena dal ritmo frenetico segue all’altra. Si immagina Petronio che legge Longus e pensa “Ma scendi in terra”. Intercalate in questo basso melodramma di vita sono le cosiddette satire sui nuovi ricchi, i poetastri pretenziosi e i superstiziosi. Molte parodie si devono trovare nei frammenti sopravvissuti, di molti dei quali perdiamo il significato perché così tanta letteratura non è sopravvissuta. Ma immaginare uno scrittore con l’abilità di imitare, con effetto umoristico, quasi tutte le forme letterarie del suo tempo è strabiliante. Ci devono essere stati pochi, che hanno ascoltato o letto quest’opera quando era completa, in grado di apprezzare l’intera composizione.

In tutti i frammenti che leggiamo oggi ri ricavano impressioni sull’autore. Sia che fosse Petronio, o qualcun altro, non vi è dubbio sulla natura profondamente ironica e distaccata del suo punto di vista. Questo era un autore con una conoscenza enciclopedica della sua cultura e una straordinaria competenza in grado di imitarne le forme sia in prosa che in poesia, un uomo certamente con poche illusioni e un forte senso dell’assurdo del comportamento umano, tipicamente romano nel suo realismo grossolano e con più di un legame casuale con Plauto. Da quel tempo al nostro ci sono stati coloro che lo hanno trovato congeniale e in un certo modo contemporaneo indipendentemente dal secolo in cui sono vissuti.  Henry Fielding e Tobias Smollett, Huysmans, Oscar Wild, Francis Scott Fitzgerald e tutti coloro che hanno tradotto le sue opere sono stati attratti dalla natura di questo autore. Possiamo immaginare l’influsso di Petronio su Cervantes, Rabelais e Laurence Sterne e più oltre su James Joyce e molti scrittori sperimentali dell’età moderna.

La natura frammentaria del testo sopravvissuto è un intenso promemoria di tutto ciò che abbiamo perduto del passato. Il Satyricon sarà sempre un mistero.

©2012 Translation copyright Gianna Attardo.

13. LA RISATA ANTICA : ARISTOFANE

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Poiché il suo fine è mettere in dubbio le idee, la satira usa metodi intesi a far riflettere il suo pubblico e, in tal modo, a far sì che esso stesso effettui un cambiamento di atteggiamento. Usa metodi indiretti come la parodia, che porta le caratteristiche a estremi ridicoli, le emozioni violente, che infrangono etichette accettate di lingua o argomenti, la rabbia, che rompe il rapporto tra attore e pubblico, l’ironia, che sembra assumere il punto di vista opposto a quello presentato e invita alla decodificazione. Spesso getta il ridicolo su persone specifiche: la satira efficace ridicoleggia  il comportamento ma la satira opportunista ridicoleggia gli individui. Gli autori di satira hanno bisogno di lavorare sodo per rendere umoristici loro spettacoliin quanto il pubblico ha sempre delle resistenze a quello che gli si dice. Di tutte le forme d’arte, la satira è quella che ha bisogno di maggiore sottigliezza.

Cinici come Bertrand Russell ripongono poche speranze nella maggior parte degli esseri umani:” La gente preferirebbe morire anziché pensare” disse Russell durante la seconda guerra mondiale (fu un obiettore di coscienza). Tuttavia la satira è anche paradossale in quanto critica il comportamento sociale in una società in cui quella critica è accettabile (per lo meno da parte di molti membri). In definitiva, nonostante l’abuso, la profanità e la diffamazione che possono caratterizzare la satira, l’autore di satira e il pubblico devono concordare sul fatto che il cambiamento sia possibile. La satira fornisce una catarsi che può liberare frustrazioni represse e insoddisfazione nel pubblico.

Satira, parodia, scherno di tutti i tipi  non se la sono passata bene  sul rogo della sopravvivenza. Abbiamo alcune commedie di Aristofane in gran parte perché è un grande poeta lirico ma la maggior parte delle sue opere (più di 40 ci dicono) non è sopravvissuta, né quella dei suoi numerosi rivali quali Cratinus, Eupolis o Phrynichus né la poesia scurrile di Archiloco o Ipponatte. Siamo fortunati ad avere i brevi componimenti di Luciano ma altre opere di questo genere non sono sopravvissute. Nelle forme d’arte associate abbiamo un romanzo di Apuleio e parti di uno di Petronio ma nulla di Menippo. Abbiamo graffiti sui piedi di Ramsete ma non abbastanza resti della statuaria greca per sapere quanto questa fosse comune. Abbiamo statue di marmo provenienti da templi ma abbiamo perduto la pittura dai colori brillanti e i gioielli con cui erano decorate.

Perduto è anche ciò di cui possiamo fare a meno. come la maggior parte delle storie d’amore sentimentali considerate romanzi nel mondo antico, le poesie piene di metafore ricercate e le pastorali provenienti da Alessandria, le dispute teologiche di capi della chiesa bizantina.

La commedia antica

Il corpo più consistente di satira sopravvissuto dal mondo antico è contenuto nelle undici commedie di Aristofane che possediamo. Queste hanno degli aspetti insospettati che devono essere presi in considerazione per apprezzare a pieno quello che accade in ciascuna di loro.

Quasi tutte le commedie di Aristofane che sono arrivate fino a noi sono state composte durante la più grande guerra combattuta in Grecia, la Guerra del Peloponneso, 431-404, durante la quale Atene, la maggiore potenza del tempo nel mondo greco e ispiratrice di lealtà fanatica nei suoi cittadini, si consumò in campagne dispendiose che la lasciarono per sempre indebolita negli affari politici. La guerra fu ideata dal leader politico Pericle, con una strategia che molto probabilmente avrebbe portato alla vittoria di Atene se Pericle non fosse morto nella prima fase della guerra. La sua politica fu fatalmente abbandonata da una serie di politici agitatori di folle che incitarono il popolo a votare per campagne sempre più disastrose. Molti ad Atene ne compresero la follia e osservarono con orrore l’autodistruzione verso cui la città si stava avviando. Aristofane fu uno di loro. In quanto poeta, aveva licenza di parola e la usò. Le opinioni sulla condotta della guerra erano oggetto di infuocate discussioni e, per quanto a noi possa sembrare strano, quel dibattito era espresso anche nelle commedie che venivano rappresentate.

La commedia stessa era un’ invenzione recente. Le prime commedie di cui siamo a conoscenza risalgono al 485 a.C., solo sessant’ anni prima che fosse composta la prima commedia di Aristofane giunta fino a noi e, nella forma in cui lui le attuava , scompaiono all’incirca intorno al 400 a.C.  In altre parole, le commedie di Aristofane furono rappresentate negli ultimi 20 anni di un breve periodo di 80 anni in cui la Commedia antica fiorì ad Atene. Quella commedia fu un prodotto dell’Impero Ateniese, distrutto, insieme ad altro, dalla Guerra del Peloponneso. C’è molto in comune tra questo sviluppo e il periodo esuberante e di breve durata della commedia del periodo Tudor e Giacobino in cui dominò la figura di Shakespeare e che raggiunse l’apice nel 17° secolo con l’espansione dell’Inghilterra in politica e nel commercio. Shakespeare poeta e drammaturgo è uno dei pochi scrittori cui Aristofane possa essere paragonato.

Aspetti incongrui

Nell’antica Atene, e probabilmente in altre poleis, la rappresentazione di commedie aveva luogo durante i festival in onore di  Dionysos ed era parte di una celebrazione della fertilità, aspetto importante per una società ancora prevalentemente agricola. Siamo a conoscenza di due di tali festival che avevano luogo ad Atene,  Lenaia a gennaio, in un teatro meno elaborato e un pubblico di cittadini e le Grandi Dionysie a marzo in un grande teatro dove si rappresentavano anche le tragedi/eme davanti a un pubblico proveniente da tutta la Grecia. L’aspetto più difficile da comprendere da parte di un pubblico moderno è questa dimensione religiosa della rappresentazione. Il teatro era di forma circolare e gli spettatori, fino a 10.000, sedevano su file di gradinate di pietra che costituivano tre quarti di un cerchio. La sezione restante formava uno sfondo scenico con entrate e uscite per gli attori collocate su entrambi i lati. Proprio nel centro del palcoscenico circolare era situato l’altare di Dionysos davanti al quale i sacerdoti offrivano sacrifici e preghiere come parte della cerimonia. I seggi di riguardo erano riservati ai quattro funzionari della città (arconti), ai sacerdoti e a coloro che erano impegnati nella produzione della commedia e sulle cui prestazioni il pubblico era chiamato a votare.

Il palcoscenico era denominato l’orchestra e gli interpreti comprendevano gli attori, il coro, i danzatori e i musicisti. Il secondo aspetto difficile da comprendere da parte di un pubblico moderno è la natura musicale della rappresentazione. La musica era a quel tempo popolare quanto lo è oggi e, sebbene nessun brano di musica antica sia sopravvissuto, conosciamo i nomi di compositori famosi. Una parte integrante dell’opera dei drammaturghi antichi era l’abilità di scrivere musica o comporre per l’opera di un autore di musica. Strumentalisti famosi che spesso avevano un grande seguito erano popolari a quel tempo come lo sono oggi. Il Coro cantava, danzava durante sezioni della rappresentazione e aveva un ruolo importante nell’azione drammatica, spesso come commentatore. In termini di forme più tarde con cui abbiamo maggiore familiarità, le antiche rappresentazioni di commedie erano un misto improbabile di spettacolo di varietà, operetta, balletto e oratorio, caratteristica quasi impossibile da riprodurre nella rappresentazione moderna sebbene le commedie antiche siano tali esempi di suprema tecnica teatrale che lo sforzo varrebbe la pena. Sembra che l’adattamento in forma di farsa funzioni meglio.

Appena più accettabile per un pubblico moderno è l’oscenità rituale solita nella commedia, caratteristica comprensibile in un festival che celebra la fertilità tra gente senza sensi di colpa nei confronti della sessualità. Gli attori indossavano costumi imbottiti che comprendevano un fallo sporgente, punta di gran parte dello humour. Le rappresentazioni avevano anche la funzione rituale di esorcizzare il dissenso e l’insoddisfazione, un modo di scaricare la tensione, di criticare personaggi di spicco e questo era associato ai poteri forti e a volte distruttivi di Dionysos.

Un aspetto da non perdere di vista era il costume. E’ probabile che almeno il coro indossasse abiti stravaganti e costosi, spesso di foggia fantasiosa suggeriti dalla trama cui facevano riferimento i titoli di molte commedie. L’esuberanza dei costumi creava uno spettacolo sfarzoso per i cittadini che nella vita di ogni giorno indossavano una semplice tunica. E’ una tradizione che è sopravvissuta oggi nelle rappresentazioni di opere.

Rappresentazione

Quindi le commedie di Aristofane erano messe in scena per celebrare il raccolto ma in un tempo in cui le invasioni dell’esercito spartano si ripetevano a ogni primavera e lo distruggevano. Oggetto della satira erano i leader politici sconsiderati che persuadevano i cittadini a votare per politiche sempre più distruttive. Erano rappresentate in onore del dio Dionysos in un tempo in cui la polis soffriva di fame e malattie e contengono canzoni squisitamente liriche, dialoghi ilari e buffonerie volgari insieme al molto che è andato perduto: musica, riferimenti all’attualità, slang che noi non comprendiamo, connotazioni religiose che non afferriamo. Una costante nella maggior parte delle commedie è un appello in favore della  pace e della fine di una guerra che stava distruggendo ciò che era più caro a ogni cittadino. Le commedie erano molto popolari e Aristofane vinse varie volte il primo premio, uno dei maggiori onori accordati ai cittadini.

E’ bene abbandonare le componenti più formali delle commedie di Aristofane se queste sono destinate all’intrattenimento anziché alla lettura e al commento. Non si può commentare una barzelletta e neppure mettere in scena una commedia ‘storica’, la più contemporanea delle arti. La struttura formale delle commedie, al pari dei metri propri di ogni sezione, funziona solo se la commedia viene rappresentata in greco antico per cui esiste un pubblico limitato. Musica e canzone possono solo snaturare le commedie se composte specificamente per una rappresentazione moderna e funzionano al meglio in un adattamento moderno piuttosto che in una traduzione. Ciò che resta valido è la fantasia, a volte molto bella, il gioco di parole per i quali possono trovarsi espressioni corrispondenti e il linguaggio osceno che può essere reso incongruente e divertente. Il desiderio di pace lirico e sincero, espresso in tempo di guerra, ha rilevanza universale.

L’analogia più simile che mi viene in mente è  lo spettacolo di varietà And Now for Something Completely Different dei Monty Python. Se questo fosse stato messo in scena durante la seconda guerra mondiale in una chiesa di Londra con canzoni patriottiche e una preghiera finale avremmo un’ idea più precisa della commedia aristofanica.

La Commedia Classica 

Sto leggendo un libro intitolato Classical Comedy  a cura di Robert W Corrigan (Applause New York 1987) che contiene una traduzione di Donald Sutherland di Lysistrata, una commedia presentata da Aristofane nel 411 a.C. probabilmente alle Dionisie.

Nel 411 a.C, Atene aveva già subito da parte di Sparta oltre 10 anni di invasioni annuali che avevano distrutto i raccolti, affollato la città di rifugiati dalle campagne e introdotto una carestia virulenta che aveva decimato la popolazione. Due anni prima, nel 413 a.C., una potente flotta navale inviata per conquistare la Sicilia era stata completamente distrutta. In patria un governo conservatore aveva preso il potere e governava con grande severità. La guerra doveva continuare altri sette anni prima che Atene fosse costretta alla resa.

Date queste circostanze non c’è da stupirsi se il principale interesse di Lysistrata è di sostenere la causa della pace, della fine delle ostilità che stavano distruggendo la maggior parte delle città greche. Sembra di poco interesse per una commedia. Tuttavia la commedia era parte di un festival religioso che celebrava la fertilità, la nuova vita e il potere di Dionysos ed era, almeno in origine, una forma di preghiera. Dato che il festival celebrava la fertilità, deve essere sembrato opportuno  concentrarsi sulla fertilità umana. Infatti molte famiglie non erano fertili per l’ovvia ragione che i giovani erano al fronte e morivano e le donne assolvevano il loro solito compito di dolersi delle perdite. Aristofane apre la commedia con una donna di nome Lisistrata che aveva concepito un piano per porre fine a questa violenza contro la città e la natura. Chiama a raccolta le donne che rappresentano tutte le poleis in guerra.

Quello che ha da proporre è ironico data la circostanza in quanto rifletteva fin troppo bene la realtà: uno sciopero del sesso. le donne si devono unire e rifiutare il sesso agli uomini finché questi non decideranno di porre fine alla guerra. E’ significativo che la commedia prenda nome da questo personaggio catalizzatore: nella maggior parte delle commedie il titolo si ispirava ai costumi spettacolari del coro . Aristofane porta all’attenzione dei presenti il fatto che molti di loro non stanno facendo sesso e con poco tornaconto politico.

L’azione poi si concentra sul coro che è diviso in due gruppi, uno di uomini anziani e uno di donne.

Immaginate un grupo di uomini vestiti da donne, di cui una sta esaminando il seno finto di un’altra e probabilmente facendo cose inaudibili con questo. Ricordate questo è un rito della fertilità, con oscenità e humour – misto a poesia lirica e politica e accompagnato da musica e danza.

Ma Lisistrata ha un problema: le donne non vogliono privarsi del sesso. Sì, capiscono che se si rendono seduttive, indossano abiti trasparenti e si profumano invoglieranno gli uomini a fare sesso. Ma anche le donne vorranno farlo.

“Lis: Bene, conoscete il vecchio detto? Conosci te stesso.

Kal: Il gioco non vale la candela. Odio sostituti a buon mercato.

Poi viene una strategia diversiva: le donne hanno preso il Partenone e l’erario e arriva un gruppo di anziani per liberarlo. Ho trovato che la commedia qui perde forza perché Sutherland cerca di rendere i metri dell’originale in versi inglesi. Ho pensato che è soprattutto qui dove si sente la mancanza della musica. Se potete immaginare Gilbert e Sullivan senza Sullivan potete farvi un’idea di come possono essere limitate le commedie, semplici adattamenti del tipo Lysistrata Jones.

Le punzecchiature scherzose tra il coro degli uomini e il coro delle donne continuano per un po’ e includono coraggiosamente un tributo a due famosi tirannicidi e una richiesta di un governo democratico. Coraggiosamente, in quanto di recente una fazione oligarchica aveva preso il potere e introdotto l’esilio per i dissenzienti. Questo riferimento è forse un segno della condizione privilegiata di cui la commedia godeva ancora ad Atene.

Ma il piano di Lisistrata incontra ostacoli: le donne cominciano a disertare in quanto il bisogno di sesso vince la loro risoluzione a negarsi ai loro uomini finché la pace non si ristabilizzerà. Segue una scena tra  Mirrina e suo marito Cinesia in cui lui la scongiura, con fallo sporgente, di tornare a casa. Lei, su insistenza di Lisistrata, inventa una scusa dopo l’altra per rimandare il suo consenso finché lui scoppia in lacrime. Alla fine l’accordo tra uomini e donne viene raggiunto e la commedia termina con un inno alla pace e alla prosperità.

Molte commedie abbondano di riferimenti all’attualità (al pari delle commedie di Shakespeare) ma Sutherland ne omette la maggior parte nella sua traduzione. Mantiene tuttavia un riferimento ad Alcibiade, lo stratega ateniese più dotato tra i generali che polarizzò l’opinione pubblica pro e contro di lui. Al tempo in cui Atene aveva cominciato a perdere la guerra molti suoi sforzi erano stati indirizzati alla lotta tra i seguaci di Alcibiade e i suoi oppositori: uno stratagemma implicò la dissacrazione delle statue sacre di Ermete che raffiguravano falli prominenti. Queste furono mutilate, crebbe la rabbia, e il biasimo ricadde su Alcibiade che fu richiamato dalla spedizione in Sicilia per rispondere alle accuse. Lui invece decise di disertare. In una sezione della commedia i falli prominenti del coro maschile corrono lo stesso rischio.

Nell’insieme ho trovato la commedia solo parzialmente interessante. Ne ho compreso l’essenza, apprezzato lo humour ma trovato la parte lirica poco coinvolgente. Non abbiamo una tradizione di intensa poesia lirica usata accanto a oscenità rituale, ma, più che questo, se accompagnata da sufficiente brio, può andare, ma penso che abbia bisogno di musica. Jesus Chrst Superstar ha funzionato, sebbene sia un po’ superato oggi. Quello di cui Aristofane ha bisogno è di essere prodotto da un compositore di musica per opera o operetta.

Gli Uccelli

Un’altra commedia inclusa in Classical Comedy è Gli uccelli, prodotta tre anni prima di Lisistrata nel 414 a.C. A quel tempo Atene si difendevanella guerra con Sparta e i suoi alleati e aveva appena inviato la grande spedizione in Sicilia che doveva essere una delle cause principali della sua rovina finale. Ma grande era la speranza in città.

Per comprendere quale fosse l’atmosfera di questi festival dell’antichitàbisogna guardare al processo di produzione delle commedie.In primo luogo, il commediografo sceglieva gli attori con cui riteneva di poter lavorare, quelli di cui conosceve i lavori. Una volta stipulato un accordo,Aristofane, delineando l’idea della commedia che i cui aveva in mente, rivolgeva all’alto funzionario della città la sua richiesta diun coro. Se accettata, e qui era necessario che il commediografo fosse conosciuto o desse garanzie,l’arconte estraeva a sorte il produttore della commedia che pagava il coro. Questi produttori, uomini abbienti, a volte politici in cerca di popolarità, probabilmente potevano evitare la scelta dell’estrazione a sorte se non intendevano produrre una certa commedia.  Quindi il commediografo sceglieva un direttore, se non lo era lui stesso. Sappiamo che Aristofane non diresse una buona parte delle sue commedie in quanto in alcuni casi conosciamo i nomi dei suoi direttori. Questo probabilmente significava che Aristofane recitava nella commedia. Come Molière, era probabilmente un bravo attore.

Per apprezzare lo spettacolo della commedia in produzione è necessario spostarsi in avanti nel tempo nell’odierna Rio de Janeiro dove gruppi di ballerini e musicisti trascorrono la maggior parte dell’anno a organizzare, creare e disegnare i loro costumi e numeri di ballo, che esploderanno in un’orgia di colori, musica e movimento durante il Carnevale. Una cura simile era dedicata all’antico coro comico i cui costumi costituivano la spesa principale della produzione. Quando il coro usciva sul palcoscenico accompagnato dalla  vivace musica del gruppo dei musicisti di supporto la folla esplodeva in un oh! e ah! e applaudiva in segno di apprezzamento. Molti premi venivano assegnati allo spettacolo migliore, nonostante la convinzione di studiosi moderni che a guadagnare l’ammirazione fosse la poesia sofisticata del testo.

Voglio menzionare questi dettagli perché questa traduzione di Walter Kerr de Gli Uccelli  è una edizione corredata da didascalie. Questo significa che, contrariamente a tutte le altre traduzioni delle commedie di Aristofane di cui sono a conoscenza questa versione contiene istruzioni agli attori sui movimenti, sull’attività e sui versi. Sebbene ciò accada in ogni produzione, ragion per cui gli attori e i direttori finiscono con l’essere co-autori, ognuno con contributi diversi in ogni allestimento scenico, il copione raramente include questa componente essenziale di una commedia. Una commedia, naturalmente, non è un testo da leggere ma è solitamente presentata come se lo fosse, ne apprezziamo solo la  metà se leggiamo soltanto il testo. Con la versione di Walter Kerr riusciamo a leggere la commedia come esperienza visiva e possiamo vedere con l’immaginazione come si sviluppa.

Pisetero ed Evelpide, nomi assurdi per amico affidabile e buona speranza, ma tradotti da Kerr con Footloose e Footsore (Errante.e Piedi indolenziti), cercano la pace come faceva Lisistrata ma pace da collettori di debiti, funzionari statali e oratori che non hanno niente da dire e si mettono in viaggio per trovare il Re degli Uccelli. Qualunque somiglianza con Godot è puramente accidentale. Errante ha un’idea brillante: se gli uccelli si uniranno e impediranno al fumo del sacrificio di raggiungere gli dei, allora le preghiere degli uomini resteranno senza risposta e questi saranno costretti a obbedire ai dettami degli uccelli che, ovviamente, saranno molto più ragionevoli, ad esempio, dei cittadini di Atene.E poiil sacrificio sarà negato agli dei che saranno ridotti alla fame e così anche loro obbediranno agli uccelli. Una ricetta per il disastro presentata in forma di idea brillante. Da notare che l’idea di base è la stessa di Lisistrata: se solo la gente si unirà e lavorerà insieme si potranno risolvere i problemi. Lungi dalla satira politica di altre commedie, Aristofane sta rivolgendo un appello, per lui muto, ad Atene a unirsi e diventare la maggiore potenza del mondo greco, come nel passato.

La scena è portata avanti con quelli che dovevano diventare supporti base: Pisetero è il pazzo, Evelpide quello normale, entrambi sono dei codardi e si spaventano per un nonnulla, parlano direttamente al pubblico rendendolo parte della rappresentazione (il pubblico è sempre stato parte dello spettacolo ma di solito doveva essere silenzioso e fingere di essere invisibile). Poi arriva uno dei cambiamenti di tono caratteristico della commedia di Aristofane. Epopos, il re degli uccelli, canta a sua moglie Prokne una bella lirica che mi ricorda la Ode to a Skylark di Shelley. In un attimo, capriole: nel successivo una canzone squisita. La versione di Kerr usa la prosa per le parti comiche e il verso per le canzoni e per me funziona meglio di presentazione tutta in versi. La canzone di Epopos  introduce un senso di leggerezza come la canzone alla fine del Flauto Magico di Mozart. Mi chiedo come possa essere stata la musica. I costumi, che rappresentano il piumaggio delle varie specie di uccelli, deve essere stato spettacolare.

Man mano i due ateniesi procedono nella loro vita da uccelli, prima imparano a volare, impegnandosi in una danza da esperti in cui i due attori imitano goffamente un abile danzatore nel ruolo di Epopo. Convincono gli uccelli a costruire un muro che divide la terra dal cielo e a fondare una città, Nubicuculia. Quindi schivano i colpi di vari sacerdoti, poeti, profeti, agenti immobiliari e avvocati di Atene che vogliono imporre una struttura burocratica, ovviamente a loro beneficio. La versione di Kerr contiene molta commedia fisica che comprende digressioni rivolte al pubblico da parte di presuntuosi messaggeri e araldi atterriti dal palcoscenico. Alla fine i due ricevono una delegazione  degli dei, accettano la loro capitolazione, allontanano le pestilenze dalla terra (Atene) e poi segue la celebrazione finale, la danza e l’inno.

Questa versione omette i riferimenti all’attualità presenti nell’ originale di Aristofane in quanto irrilevanti per un pubblico moderno, e ne fa una satira generale con obiettivi ad esso comprensibile; gli aspetti religiosi sono ignorati, e la commedia comica sostituisce l’oscenità rituale, probabilmente parte della produzione originaria se solo avessimo le didascalie originali. La prosa è usata per la commedia, il verso riservato efficacemente alle canzoni. Non esistono indicazioni sulla musica usata, che era  presumibilmente incidentale e,, poiché il libron on è illustrato, non ho idea dei costumi utilizzati. Come esperienza di lettura, questa è di gran lunga la versione più godibile di Aristotele che io conosca. Riesce in effetti a trasmettere il misto unico di fantasia, satira, poesia e humour.

Ai traduttori di Aristofane si presentano due scelte: fare una versione commentata che tenta di riprodurre i metri del testo antico, la costruzione della commedia, i riferimenti all’attualità,nonché gli aspetti rituali e i giochi di paroleo produrre una versione moderna che possa essere recitata, con certi aspetti adattati o omessi per chiarezza di comprensione, in quanto non ci si può aspettare che durante lo svolgimento della commedia il pubblico moderno ‘afferri’ ogni riferimento dell’originale.Sembra che Classical Comedy  contenga esempi di entrambi gli approcci, nelle versioni di Sutherland e Kerr. Versioni online delle commedie sono anche disponibili attraverso Gutenberg o l’Università di Adelaide ma si tratta di una versionecorredata da noteminime. E’ meglio prendere in esame traduzioni moderne come quelle di Dudley Fitts o William Arrowsmith.

Se c’è una qualità che più altre caratterizza l’opera di Aristofane penso sia la euforia. I suoi personaggi sono pieni di illusioni gioiose, i giochi di parole ci stupiscono per la scelta dei termini e il suo conservatorismo è molto positivo: dovremmo godere delle cose buone che abbiamo prima di cercare le novità. Gli studiosi affermano che la costruzione delle commedie antiche era forzata dal punto di vista formale e che la commedia aveva rigide regole di composizione, ma Aristofane fu capace di usare queste costrizioni per raggiungere un ritmo comico eccezionale e frenetico ed è per questo che vinse così tanti premi. Della sua abilità come direttore, o se sia stato un compositore di musica, non sappiamo nulla. Abbiamo perduto un quarto delle sue opere e ciò che sopravvive è solo metà di ciascuna commedia senza musica, didascalie o note di regia. Ma Aristofane è sicuramente unico per aver combinato in modo armonico oscenità e bella poesia lirica, ingiuria personale e patriottismo appassionato. C’è un fervore nella sua fantasia che è molto attraente e una delicatezza nella sua volgarità che non sono mai stati eguagliati. Uno dei maggiori artisti dell’antica Grecia, il filosofo Platone, ammirava Aristofane come uomo e come commediografo. Poiché lo conosceva personalmente, e conosceva le sue opere, la sua stima ha un certo peso. Oggi noi lo stimiamo perché, dopo 2400 anni, la sua opera è ancora così magicamente divertente.

Tra le arti la commedia è la più difficile da rappresentare, la più fragile da preservare e quindi la più preziosa quando sopravvive, ancora efficace, per un periodo così lungo. Le commedie di Aristofane ci danno l’opportunità unica di ridere con la gente che ha creato la democrazia e fondato la scienza, sviluppato la filosofia e inventato tutte le forme artistiche che conosciamo oggi.

©2012 Translation copyright Gianna Attardo.

12. LI PO RITORNA AL CIELO

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Una volta ho trovato un libro intitolato The Living Past scritto da Ivar Lissner nel 1957: 60 saggi su aspetti  dell’antichità. Uno che ha mi ha particolarmente colpito era sul poeta cinese Li Po o Li Bai (i metodi di traslitterazione dei caratteri del Mandarino differiscono). Lissner vi raccontava la storia nota di come Li Po aveva trovato la morte. Durante un giro in barca a vela su un lago vicino la città di T’ai P’ing Li Po passò il tempo a bere vino e a creare nuove poesie. Al calare della sera si sentì commosso dalla sua bellezza e molto ubriaco. Chino sul parapetto, recitò una poesia d’amore al riflesso della luna nell’acqua e lei gli sorrise. Invaghitosidella sua bellezza si sporse per abbracciarla e scivolò nell’acqua, annegò senza lasciare traccia e scomparve per sempre.

Chi avrebbe potuto raccontare un episodio del genere se l’unica persona presente era Li Po che poi morì? Tuttavia la storia è ancora popolare in quanto dice qualcosa di importante su Li Po e sulla poesia. Li Po scrisse molte poesie sul vino e l’ebbrezza ma, cosa più importante, più che di vino era ebbro di bellezza che  percepiva tutt’intorno a sé, in luoghi dove la gente comune non la vedeva. Li Po aveva il dono di esprimere questa bellezza in poesia e così facendo a volte dimenticava se stesso, cosa che non accade alla gente comune.

CANZONE DEL FIUME D’AUTUNNO

La luna risplende nell’acqua verde.

Bianchi aironi volano nel chiarore della luna.

Il giovane ode una ragazza che raccoglie castagne d’acqua:

nella notte, cantando, insieme le spingono lentamente verso casa. 

Li Po visse durante il periodo della dinastia T’ang, l’epoca d’oro della poesia nella letteratura cinese – un’antologia di quel tempo ha incluso 50.000 poesie di 2.000 poeti – tra il 701 d.C. e il 762 d.C. Si chiamava  Li T’ai Po, T’ai Po si riferisce al pianeta Venere, potremmo chiamarlo Venere Li, o Afrodite Li; il nome avrebbe esercitato una grande influenza sulla sua vita. Amici cinesi mi hanno detto che è ancora considerato il più grande poeta della Cina dove molti recitano alcune sue poesie.

Mi sono chiesto:Li Po mi potrà parlaredopo 1250 anni e con una differenza culturale così grande? Anche ai Cinesi sembrerebbe strano un autore del periodo T’ang?

ARIA D’AUTUNNO

L’aria d’autunno è limpida,

La luna d’autunno è splendente.

Foglie cadute si raccolgono e si sparpagliano,

La taccola si posa e comincia di nuovo.

Pensiamo l’uno all’altra – quando ci incontreremo?

Quest’ora, questa notte i miei sentimenti sono difficili.

E’ stato detto che la famiglia di Li Po proveniva da Gansu nel lontano nord della Cina, che era formata da affluenti mercanti, che in un qualche momento fu  mandata in esilio ad ovest e che poi si trasferì a Szechuan dove Li Po crebbe. Essendo ricco, Li Po non era spinto dal bisogno economico a sostenere gli esami per diventare funzionario dell’amministrazione imperiale. Dicono che visse una vita sregolata e vagabondò per la Cina centro-orientale e che era tenuto in grande considerazione da molti che lo conobbero, alcuni dei quali lo consideravano un genio. Il suo matrimonio non durò a lungo, si separò dalla famiglia per continuare a vagabondare. A un certo punto la sua fama spinse l’Imperatore a chiamarlo a corte dove gli fu assegnata una carica onoraria. Sembra che non solo la sua poesia, ma le sue opinioni politiche e la sua personalità abbiano fatto una buona impressione sull’intera corte. Alla fine, la fama di Li Po suscitò l’invidia di un funzionario imperiale che ordì intrighi contro di lui al punto da farlo destituire dall’ Imperatore. Li Po continuò a vagabondare. Alla caduta della dinastia fu coinvolto nel tradimento del fratello dell’imperatore ma fu rapidamente graziato. Si trasferì a est a Nanjing, poi si stabilì a Dangtu, e un giorno nel 762 fece un giro in barca a vela e non tornò mai più.

AL RITORNO DALLA MONTAGNA ZHONGNAN

Discendiamo al crepuscolo dalla montagna verdastra.

La luna dalle cime ci accompagna per tutto il cammino.

Quando rivolgiamo lo sguardo al sentiero in lontananza

I verdi pendii sono una fessura di un grigio intenso.

Tu mi conduci alla tua baita nella campagna.

Il tuo bambino ci apre un cancello fatto di sterpi.

I miei abiti strusciano contro i rampicanti verdastri

Nei sentieri nascosti tra i verdi bambù.

Mi rallegro e dico:”che luogo per riposare!”

Assaporiamo il buon vino che tu versi.

Il vento soffia tra i pini: intoniamo la sua melodia.

Il Fiume Stellato si esaurisce: non cantiamo più.

Poi mi distendo ebbro e tu in estasi

In questo piacere la nostra mente si annulla.

Li Po era un taoista. Si cimentò nella forme poetiche tradizionali, nella  poesia folk che rese profondamente originale. Il perpetuo vagabondare, la devozione al vino, il Taoismo, tutto fu in conformità con molte tradizioni della poesia cinese. Sembra che Li Po avesse molti amici, dai quali molte sue poesie commemorano incontri o separazioni. Immagino che fosse una persona con una notevole intelligenza, idiosincratica, in un certo qualche modo imponente tuttavia anche schietta e impulsiva, che riusciva a convincere gli altri che anch’essi condividevano i suoi pensieri e che lui riusciva a vedere qualcosa che a loro non era dato di scorgere.  Era un virtuoso con le forme poetiche e poteva attenersi a una regola o romperla con altrettanta abilità. Non credo che fosse un ubriacone, come lui stesso dichiara in molte sue poesie. Si trattava di una convenzione dell’epoca: i poeti bevevano vino. Penso che l’ubriachezza fosse una metafora dell’ispirazione. L’effetto delle due è simile.

Per oltre mille anni Li Po ha influenzato poeti in Cina e Giappone e perfino nell’occidente. Note sono le versioni di Ezra Pound di alcune sue poesie, più Pound che Po; Mahler e Vangelis hanno messo le sue parole in musica. Sebbene forse la sua fama, o il suo virtuosismo tecnico, possono spiegare la sua influenza, spero sia stata invece la pittura di un vagabondo, dapprima giovane e forte, poi più vecchio e canuto, che non smise mai di esplorare il mondo meraviglioso in cui si trovava e le cui migliori opere forse erano recitate a un campo di fiori o a un lago blu e silenzioso.

ASCOLTANDO UN FLAUTO NEL PADIGLIONE DELLA GRU GIALLA

Sono venuto qui un vagabondo 

pensando a casa, 

Ricordando la mia 

 lontana Ch’ang-an.

 E poi, dal profondo Padiglione della Gru Gialla,

  ho sentito un flauto di bambù suonare

 “Fiori di prugne che cadono”

 Era primavera inoltrata in una città vicino al fiume.

Li Po era taoista e forse questo spiega alcune idiosincrasie. Il Taoismo era riconosciuto e alti funzionari di corte e membri della famiglia reale furono taoisti al tempo di Li Po, Tuttavia il Taoismo non era ancora di questo mondo illusorio e i taoisti cercavano consapevolezza attraverso la spontaneità. Il cammino più sensato era il Confucianesimo, il cammino della famiglia, del dovere e della ricerca di armonia. La maggior parte degli uomini di talento sceglievano di sostenere l’esame in provincia e poi nella capitale per poi entrare a far parte dell’ amministrazione imperiale. Li Po si rifiutò di sostenere qualunque esame, rifiutò perfino un’opportunità di ricevere una carica senza dover superare le varie formalità. Si dichiarò taoista solo verso la  metà della vita. A me sembra più probabile che il Taoismo, il rifiuto di entrare nell’amministrazione imperiale che implicò una reale perdita di prestigio nonostante la sua fama di poeta, nonché l’incessante, ossessivo viaggiare da un luogo all’altro che occupò tutta la sua vita, tutto derivava da un tratto della sua personalità. Li Po non si sentì mai parte della sua società. Forse aveva sangue straniero. Anche quando era giovane, e un abile spadaccino, viaggiò in lungo e largo,una sorta di cavaliere errante, proteggendo i diritti delle donne e dei minori. Forse era una specie di samurai Yojimbo.  Lo compiaceva il sentirsi chiamare dagli altri poeti un immortale esiliato dal cielo. Questo era un elogio di una conventicola letteraria di uomini eccezionali, ma lui riteneva che gli si addicesse. Probabilmente si vedeva come uno straniero in terra straniera, come Mosè in Egitto.

SULLA COLLINA DEL DRAGO

Ubriaco sulla Collina del Drago stasera, l’immortale T’ai Po bandito

volge il suo ampio sorriso tra i fiori gialli.

mentre il suo cappello è trascinato via dal vento e lui si muove danzando al chiaro di luna.

Li Po scrive frequentemente sulla sua ubriachezza. Incontra gli amici e ricorda loro questa occasione in una poesia; è solo, e maschera la sua tristezza con il vino; gli amici fanno riferimenti alla sua ubriachezza. Dobbiamo credere a tutto questo? Fin dal tempo di Li Po nelle poesie e nei riferimenti letterari si accenna a molti grandi uomini come ubriachi. Alcuni personaggi di talento hanno celato la loro genialità dietro comportamenti esteriori rozzi, si sono comportati da furfanti. L’idea di tutto ciò è che quella grandezza è una qualità nascosta, immortale, che non può essere facilmente percepita dalla gente comune. Non possiamo sapere per certo se l’ubriachezza di Li Po fosse una convenzione letteraria o una realtà. Un alcolizzato sarebbe in grado di essere abbastanza disciplinato da padroneggiare le forme poetiche del suo tempo e apparentemente improvvisare versi che hanno attratto l’ammirazione dei cinesi fino ai giorni nostri?

Ecco il lamento di Rubaiyat  (nella versione di Fitzgerald):

E per quanto il Vino sia stato Infedele e mi abbia spogliato del mio manto d’Onore, ebbene spesso mi chiedo i mercanti che lo vendono comprano cosa che valga anche solo la metà? Poi che quelli che abbiamo amato, i più cari  e i migliori  Quelli che il Tempo ha pigiato dal  Suo tino Hanno vuotato il loro calice una volta o due prima  E a vicenda sono scivolati lentamente nel riposo.

Umar Khayyam certamente non era un ubriacone, ma uno scienziato e filosofo di grande talento. Il suo vino è probabilmente l’estasi della fede che protegge l’uomo dal timore della mortalità. E’ possibile che Li Po parlasse nello stesso modo?

BEVENDO IN SOLITUDINE SOTTO LA LUNA

Nel terzo mese la città di Hsien-yang è coperta da una fitta coltre di fiori caduti. Chi in primavera può sopportare di addolorarsi da solo? Chi, sobrio, riflette su viste come queste? Ricchezze e povertà, vita lunga o breve, sono assegnate e tolte dal Sommo Creatore. Ma una coppa di vino rende uguali la vita e la morte E mille cose ostinatamente difficili da provare. Quando sonoem ubriaco perdo il Cielo e la Terra; Immobile rimango attaccato al mio letto solo. Alla fine dimentico che esisto, E in quel momento la mia gioia è profondamente grande. 

Al tempo di Li Po la poesia era il mezzo espressivo dell’uomo istruito, come fu poco dopo nel Giappone Heian. E’ probabile che molta poesia non venisse pubblicata, che fosse una recita di cortesia tra amici o colleghi. Molti componimenti di Li Po sono andati perduti, di quelli che sono sopravvissuti molti sono occasionali e privi di ispirazione. Forse potremmo chiamarli la poesia del Li Po ‘sobrio’. Arthur Waley ha ritenuto che Li Po non abbia prodotto grandi versi prima della  decade del 740 quando era un uomo di mezza età, ma non amava Li Po (probabilmente ha preso troppo sul serio la reputazione di ‘ubriacone’). Dopo tutto, quando un poeta racconta qualcosa su se stesso forse usa una metafora, non scrive prosa in rima. Ma le migliori poesie di Li Po sono ben note nella cultura cinese. Sulla base della considerazione che gli attribuivano i contemporanei Li Po può essere paragonato a Byron nella cultura occidentale. La sua opera, per l’agio e la fecondità dell’ espressione, l’apparente spontaneità, il virtuosismo, la forma tradizionale ma l’approccio di avanguardia, sembra simile alle composizioni di un altro grande viaggiatore, Mozart.

Per questi motivi ho continuato a riflettere su Li Po che ho letto in inglese, una lingua sprovvista dei valori tonali da cui scaturisce la musica dei suoi versi, ignorando le convenzioni del suo tempo, non sapendo realmente come si sentiva, né cosa pensavano i suoi amici. Ho cercato di crearlo nella mia mente usando analogie nella mia cultura. Ma sembra sempre irraggiungibile, così tanti fiumi da attraversare prima di incontrarlo alla pari. Forse sto semplicemente creando il Li Po che posso. Ma non è quello che tutti facciamo con l’opera di uno scrittore? Uno studioso cinese del periodo T’ang probabilmente si comporterebbe come me, se pure più fiducioso nella sua esattezza.

DOMANDA E RISPOSTA TRA LE MONTAGNE

Mi chiedi perché vivo nella montagna verde; Sorrido e non rispondo perché il mio cuore è sgombro da affanni. Come il germoglio del pesco scorre sul ruscello e scompare nell’ignoto, Ho un mondo separato che non è tra gli uomini.

E’ stato detto che i caratteri cinesi sono concreti, rappresentano oggetti, non astrazioni e che ciò rende il cinese una lingua in cui è facile trovare metafore e comporre poesia. Nove cinesi su dieci forse hanno i piedi per terra, sono gente pratica, ma il decimo vede analogie tra cose e sentimenti. In inglese dobbiamo aggiungere una struttura grammaticale ai concetti centrali per dar loro senso in quanto è quella che crea significato. Nel cinese, mi dicono, ci sono le montagne verdi, il cuore leggero, i fiori di pesco, il ruscello e l’ignoto: se li mettiamo insieme e siamo Li Po, creiamo poesia.

Nella mia mente Li Po cammina lungo i sentieri montuosi della Cina centrale, veleggia su laghi nebbiosi, sempre solo, sebbene porti con sé ricordi di molti calorosi incontri con amici. La sua musica è quella del flauto che echeggia dai picchi che attraversa rievocando lidi lontani. Lo immagino come un uomo che potrebbe batterti a chi beve di più, come Socrate, e tuttavia essere sveglio e produrre versi quando tutti gli altri dormono. Forse sta cercando la sua fanciullezza a casa sulla Via della Seta senza saperlo. Forse fu realmente esiliato dal Cielo e ha trascorso la vita cercando di tornarvi, fin quando la luna è venuta  a mostrargli il cammino.

Li Po ha sognato di essere un Immortale e quando si è svegliato non era sicuro se era un Immortale che sognava di essere Li Po.

©2012 Translation copyright Gianna Attardo.

11. PELLEGRINAGGIO GIAPPONESE

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Una delle figure più note e influenti del Buddismo giapponese è Kobo Daishi, “grande maestro della fede buddista”, o Kukai, come era noto ai suoi tempi. La setta da lui fondata al ritorno dalla Cina si chiama Shingon. Daishi “il Santo” fu poeta, pittore e calligrafo nonché insegnante e monaco. Nacque nel 774 nel sud del Giappone a Shikoku, la minore delle quattro isole principali e vi morì nell’835. In suo onore i pellegrini vanno ancora in pellegrinaggio ad ottantotto luoghi sacri sparsi per l’isola, un viaggio di due giorni che copre 1600 chilometri e ritraccia i passi di Daishi in cerca di illuminazione. Per i fedeli Daishi cammina con loro.

Nel nord, sull’isola di Honshu, si trova Osaka nella regione di Kansai, dove è ambientato lo splendido romanzo di Junichiro Tanizaki Le sorelle Makioka (1948). Il pellegrinaggio costituisce una parte della storia di Yukiko in cerca di un marito; ogni anno le sorelle vanno a vedere la caduta dei fiori dai ciliegi, la ‘neve leggera’ del titolo del libro giapponese, una metafora largamente usata della transitorietà di questa vita.

L’autore di stampe a blocchi di legno Katsushika Hokusai, generalmente noto come Hokusai, visse tra il 1760 e il 1840. Operò nella tradizione della corrente artistica ukiyo-e  che ritraeva famose geishe, attori tayu e kabuki. Ukiyo-e, storia del mondo fluttuante, fu originariamente un termine buddista che indicava la vita umana, e fu successivamente applicato al mondo effimero di attori Edo, prostitute e artisti. Hokusai andò in pellegrinaggio molte volte, e trasformò l’ukiyo-e in un’arte del paesaggio, un cambiamento ereditato e continuato dal suo più giovane contemporaneo Hiroshige. Le sue trentasei vedute del monte Fuji lo hanno reso famoso e hanno influenzato molti artisti dentro e fuori del Giappone inclusi molti impressionisti in Europa. Hokusai fu un seguace del Buddismo Nichiren  e per lui, come per tanti altri, il Monte Fuji aveva un significato speciale in quanto rappresentava il segreto della vita eterna. Nei suoi viaggi Hokusai mostrò il fragile paesaggio del Giappone e vivaci dettagli dei suoi compagni di viaggio.

Ceruleo, cobalto, zaffiro, azzurro non è mai esistito un blu come quello di Hiroshige, un prodotto non solo della pittura ma del suo effetto sulla carta e sulla stampa. Le sue opere si possono vedere su http://www.hiroshige.org.uk.

Utagawa Hiroshige visse tra il 1797 e il 1858 e produsse migliaia di stampe paesaggistiche di luoghi noti in Giappone. Durante la sua vita il turismo fu estremamente popolare e i viaggiatori compravano uno dei suoi libri di paesaggi da portarsi dietro come guida al viaggio, come memento dopo il suo completamento. Un grande ammiratore di Hiroshige fu Vincent Van Gogh che possedette e copiò molte stampe di Hiroshige. Alla fine della vita Hiroshige si ritirò in un monastero buddista. Non fece mai fortuna con le sue stampe nonostante la loro popolarità. Pochi hanno visto così gran parte del paesaggio giapponese o ricatturato la sua bellezza in modo così indimenticabile.

Ho un grande debito di riconoscenza nei confronti di Hiroshige. La pittura non ha mai avuto grande impatto su di me e sento ancora una certa indifferenza di fronte a molti disegni e dipinti che ho osservato. Forse perché ho visto queste opere nei libri d’arte e l’arte stampata non ha l’impatto del dipinto su tela. L’arte che trovo più significativa sono i disegni di Leonardo da Vinci, l’arte di Van Gogh e le 53 stazioni della Tokaido di Hiroshige, questi che ho avuto modo di vedere nelle mostre giunte in Australia. Leggere libri d’arte non è stata una preparazione a queste mostre e non ero pronto per l’impatto viscerale. Prima non avevo nessuna idea della forza dei disegni di Leonardo né dello schiaffo in faccia dell’esplosività dell’arte di Vincent. Quella di Hiroshige è un’arte di equilibrio. Sento un senso di pace e armonia quando guardo le sue opere, e forse perché la sua arte era originariamente su carta stampata ho ancora questo sentimento. Il mio pellegrinaggio attraverso queste opere d’arte è stato enormemente gratificante e ha avuto grande influenza sulla mia vita.

L’arte a blocchi di legno è una tipologia di stampa. Ogni colore in un dipinto necessita di un blocco separato, tagliato per mostrare solo le linee in quel colore, in rilievo sul resto della superficie. Il dipinto gradualmente emerge man mano che la carta viene impressionata finché l’insieme delle immagini è completo. Nonostante questo metodo di lavoro intenso, le stampe erano rapide ed economiche da produrre e divennero la prima forma popolare di arte in Giappone diffondendo storie, illustrazioni di paesaggi e manga (collezioni di bozzetti) in tutto il paese. Questo avveniva nel secolo diciottesimo, quando il romanzo cominciava ad attrarre un vasto pubblico in Europa. Queste stampe necessitavano della collaborazione in primo luogo di un pittore e di un incisore del legno che per l’effetto si affidavano a loro volta all’arte del fabbricante della carta. Le stampe della  Tokaido (strada tra Tokyo e Kyoto) di Hiroshige che ho visto erano impresse su una carta con una bellissima trama appena scolorita dal tempo. La carta non era bella quanto l’immagine.

I dipinti di Hiroshige, romantici e realistici, ritraggono l’uomo comune del Giappone del diciottesimo secolo come parte del suo ambiente naturale. Suggeriscono anche che dietro la transitorietà che tutti viviamo si trova qualcosa di più permanente.

La vita è un pellegrinaggio, un viaggio che tutti compiamo: è un concetto antico. Dimentichiamo subito il punto di partenza e non siamo certi della destinazione. Questa vivacità del viaggio, la mancanza di permanenza, il senso del luogo, l’accenno di un proposito nascosto è il grande valore dell’arte di Hiroshige. Parimenti importante è il ritratto meticoloso della vita di ogni giorno. Le sue stampe di viaggi sono divertenti e piene di vita quanto The Canterbury Tales o Don Quixote o qualunque opera di Fielding, Sterne o Smallett, autori che hanno creato il romanzo picaresco in Inghilterra la generazione prima di Hiroshige. La Tokaido di Hiroshige è per molti versi un equivalente, un romanzo senza parole, una storia del Giappone del diciottesimo secolo con un cast di migliaia di personaggi, una sorta di protofilm di quel mondo.

E fin tanto che quel blu esiste c’è speranza per tutti noi.

1. Il ponte di Nihonbashi era il punto di partenza di qualunque viaggio da Tokyo.  Da lì si dipartivano cinque strade. Qui è rappresentata la partenza di un nobile e del suo seguito all’alba. E qui inizia il blu di Hiroshige che mi riempie sempre di un senso di speranza.

2. A  Kawasaki è ancora l’alba e il nobile e il suo seguito sfilano di fronte ai cittadini che si inchinano al loro passaggio. I servitori delle numerose locande vanno a comperare provviste, La vita  come era quasi 200 anni fa

3. A Hiratsika, un ricordo di come in Giappone il mare non sia mai distante e sia parte della terra più che in qualunque altro paese. Hiroshige ritrae i vari colori del mare e una insenatura poco profonda che circonda una strada sopraelevata. Un ricordo del movimento delle alghe trascinate rapidamente via dalla corrente (e del film di Yasujiro Ozu).

4. A  Yoshiwara.  Forte contrasto tra il  flusso e riflusso del mare che porta cibo e vita e toglie la vita con inondazioni e onde gigantesche e il Monte Fuji che è sempre immobile, coperto di neve, solo sempre presente.

5. A  Yui  si  trovava la vista più famosa del viaggio. Originariamente ai piedi del pendio sulla costa ma poi spostato qui più in alto in un punto meno soggetto a inondazioni. I viaggiatori guardano il Fuji, il mare è di un blu strappacuore, qui un amico non una forza distruttiva.

6. A Kyoto, la capitale, lo stile di vita è molto più calmo che nel trambusto del  centro commerciale di Tokyo. I nobili passeggiano, i commercianti offrono loro mercanzie, il ponte non è l’inizio di un viaggio ma parte di una passeggiata.. Kyoto  fu  il centro della cultura Heian che produsse Genji Monogatori , ma perse la sua importanza nella Restaurazione del 1869.

7. A Seba il paesaggio appare come un racconto fiabesco, magico e misterioso.  I  barcaioli sono al lavoro ma sembra che gli alberi ispireranno Arthur Rackham un giorno. La luce misteriosa è quella di un’alba spazzata dalla tempesta. il mare è scuro ma ancora meravigliosamente blu.

©2012 Translation copyright Gianna Attardo.

10. JEAN HARLOW: UNA RE-VISIONE DEI SUOI FILM

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Una fotografia è un prodotto umano non una realtà.  Nulla inganna quanto una macchina fotografica e una macchina fotografica di Hollywood lo fa più di qualunque altra cosa. Ho scelto, da un certo numero di foto disponibili di Jean Harlow, le immagini che la mostrano il più vicina possibile al gusto contemporaneo. Prima che lo studio fabbricasse la Bomba Biondo Platino con gli abiti attillati, i tessuti trasparenti, i capelli ondulati con i ferri e il trucco pesante c’era un’adolescente bionda, incredibilmente bella che non aveva bisogno di somigliare a Mae West per attrarre l’attenzione. Tra le inquadrature in pose contorte e luci drammatiche e le foto di Jean Harlow a disagio, stanca o ammalata ce ne sono state molte che hanno mantenuto il loro fascino fino ad oggi. e il lavoro di coloritura di molte foto rare (e video) di Jean Harlow, opera di Victor Mascaro, è importante per accentuare la suarilevanza contemporanea  http://bewitchvic.tripod.com/CelluloidLegends.html  

E’ così che voglio che lei appaia. Questo saggio cerca di allontanare l’osservatore dall’immagine della Harlow e prendere in considerazione l’arte drammatica dei suoi film.

Il 3 marzo è l’anniversario della nascita di Harlean Carpenter nota come Jean Harlow, nome d’arte della madre, e che per tutta la vita fu conosciuta dai suoi amici più cari come Baby.

La vita di Jean fu breve e infelice ma la sua personalità semplice attrasse la maggior parte di quelli che la conobbero. I suoi problemi si erano risolti e parve che gliscandali che l’avevano coinvolta fossero stati in gran parte inventati. Gli studio le assegnarono fin dal primo momento il ruolo di sex symbol, quello di ‘vamp’ al pari di Theda Bara, una ragazza dalla sessualità esplicita come Mae West. Jean impersonò quella immagine, come cercò di fare Marilyn Monroe, e oggi è riconosciuta come una delle maggiori attrici di Hollywood, a mio avviso la più grande che lo studio system abbia prodotto (sebbene Barbara Stanwick la superi per reddito). A Jean furono affidati molti ruoli stereotipati (come alla Stanwick e a Bette Davis) e lei ne seppe fare meraviglie. Contribuì l’aver lavorato in alcune delle migliori produzioni degli anni trenta.

Cominciò a recitare nel 1928 all’età di 17 anni, e nei quattro anni seguenti diede vita a 22 interpretazioni indimenticabili quando alla fine apprese cosa fare di fronte a una macchina da ripresa e fu protagonista in Red-Headed Woman di Jack Conway, copione di Anita Loos. Divenne una star dall’oggi al domani e lavorò in altri 12 film diventando, secondo il suo studio MGM, l’attrice più popolare del mondo. La sua morte causò grande scalpore tra quelli che l’avevano conosciuta, negli studi di Hollywood e in tutto il mondo.

Come tributo al suo enorme talento, per festeggiare il suo compleanno ho rivisto i suoi film. Questi 6 sono a parer mio i migliori, quelli che mi sono maggiormente piaciuti. Sono tutti disponibili in DVD in edizioni singole o in due raccolte, Greatest Clssic Film Collection – Jean Harlow. e 100th Anniversary Collection.

DINNER AT EIGHT 1933 (PRANZO ALLE OTTO) 

Regia di George Cukor; copione di Herman J Mankiewics; con Marie Dressler, John Barrymore, Lionel Barrymore.

Questo non è un film della Harlow ma unaproduzione multi-star simile a Grand Hotel che aveva avuto molto successo l’anno precedente. Adattato su un testo teatrale di successo di Broadway questa fetta di melodramma è un ritratto del comportamento degli invitati a un cocktail party mondano di Manhattan nel momento in cui ricevono l’invito, complottano macchinazioni l’uno ai danni dell’altro, si preparano e alla fine vanno. Ogni gruppo ha la sua storia e il suo stile di recitazione, e quando si incrociano il risultato è a volte divertente a volte tragico.

Ecco i grandi attori del tempo: Marie Dressler, famosa star del palcoscenico; John Barrymore, uno dei maggiori attori di Hollywood; suo fratello Lionel, altrettanto bravo; Billie Burke, una bravissima attrice comica oggi a volte sottovalutata e Lee Tracy, superstar di quei giorni sulla via del tramonto ma qui molto efficace. Quasi come un’aggiunta c’è Fallace Beery, popolare per grandi incassi di botteghino, nei panni di un arrogante uomo d’affari e sua moglie Kitty, volgare ed energica, interpretata dalla relativamente novizia Jean Harlow.

Il registra era il grande George Cukor che a turno focalizza l’attenzione sulla storia di ciascun gruppo. Il vero centro tuttavia è il quando e dove dell’America della Grande Depressione che influirono sulla vita di ricchi uomini d’affari, star e celebrità del cinema. Un argomento ben serio, ma a nessunaGrandeDepressione è permesso l’accesso. E’ una commedia di costume da salotto con la tragedia trasformata in pathos. Un parallelo interessante sono i capolavori di recitazioned’insieme di Robert Altman, Nashville e Cold Cuts, che raggiungono livelli di profondo commento sociale che questo film non tenta neppure. Dinner at Eight è invece una satira sofisticata delle debolezze della natura umana, altrettanto vere oggi come allora.

Le due storie principali riguardano i personaggi interpretati dai fratelli Barrymore. John nella parte di Larry Renault, un attore in declino che attraversa una crisi che ricorda quella di Norman Maine (Frederick March) nel film del 1937 A Star is Born  (un film di cui Cuckor fece una versione successiva con Judy Garland) per la perdita dello status di superstar e con essa della fama e del talento. Non ha futuro ma debiti, umiliazione e la scelta di rovinare la vita a una giovane donna che pensa di amarlo. Lui però si suicida. Barrymore ben esprime la vanità, il cinismo e l’insicurezza dal suo personaggio. E’ un tantino affettato come era la recitazione in quell’epoca che tuttavia in nessun momento diventa sentimentale o esagerata nonostante il carattere melodrammatico della trama. Parlare del bel profilo di quest’uomo o del suo problemadel bere è perdere di vista l’aspetto più importante: la sua abile recitazione.

Lionel recita nel ruolo di Oliver Jordan, un armatore rovinato dalla Depressione la cui salute cede sotto il peso dello stress. Una certa buona commedia scaturisce dal contrasto tra le sue preoccupazioni e quelle della moglie Millicent, ben interpretata da Billie Burk, mondana padrona di casa in crisi isterica perché il cuoco ha fatto cadere la gelatina, e inorridita perché la sua cena è stata rovinata dagli ospiti d’onore che hanno disdetto all’ultimo minuto. Lionel è un attore più affettato del fratello, e così comprendiamo le sue difficoltà più che sentirle, tuttavia riesce a essere efficace. Il contributo di Billie Burke è notevole, i due esplicitano il messaggio del film e sebbene non ci coinvolgano riescono a offrire un ritratto estremamente piacevole.

In contrasto con la crema dell’alta società troviamo Dan Packard, un truffatore arricchito del Montana che ha intrapreso la carriera politica a Washington. Questo ruolo è recitato con notevole convinzione da Wallace Beery che aveva raggiunto il successo nel ruolo di partner di Marie Dressler negli anni trenta. Dan è grossolano, violento e insensibile ed è sua moglie Kitty, interpretata da Jean Harlow, petulante e volgare, raccolta dal marciapiede, che finisce col neutralizzare la sua malvagità e a salvare la linea di navigazione.

http://www.youtube.com/watch?v=SeKOEj14ATs Marie Dressler, una ex star di Broadway interprete popolare di film, e qui di magnifiche scene, mostra la sua abilità nei panni di Carlotta Vance, variamente pomposa, dolorosamente saggia e, nell’ultima scena del film, indimenticabilmente arguta.

La recitazione è quasi sempre ottima e un piacere per gli occhi e ci si può solo meravigliare di come Jean Harlow reciti in mezzo a queste superstar della MGM. Aveva interpretato la sua prima grande parte solo l’anno precedente in Red-Headed Woman e tra tutti i membri del cast era quella con minore esperienza. Regista e soggettista vogliono che Kitty sia uno stereotipo: negligè incollato al corpo, cattiva dizione, dipendenza dalla cioccolata e profumo da due soldi, la petulante Kitty è questo stereotipo, ma molto di più. La Harlow fa di sé stessa il cuore e l’anima del film, pacchiana, volgare, sentimentale, tenace e onesta come gli altri personaggi non potrebbero mai essere. Nella sua prima grande interpretazione supera alcuni dei più grandi attori di Hollywood e continuerà a far sempre meglio.

Interessante vedere che tutti gli attori, sebbene fossero star, non fanno affidamento sul loro potere in quanto tali. Recitano, e recitano con perizia. La superba regia di Cukor fa sì che ogni scena sia perfettamente calibrata e il ritmo sia magistrale; il montaggio è tale che le scene entrano in risonanzal’una con l’altra senza movimenti esagerati della macchina da ripresa. Come molti film dell’epoca d’oro di Hollywood gli attori sono assortiti da abili regia e copione, e una squadra costruisce l’intera opera senza attrarre l’attenzione su nessuna sezione in particolare. Come spesso accade negli anni trenta il film funziona così bene che ce ne chiediamo le ragioni solo in ritardo. Ogni volta che lo guardo scopro qualcosa di nuovo da apprezzare in questo eterno capolavoro.

BOMBSHELL 1933 (Argento vivo)

Regia di Victor Fleming; copione di Jules Furthman; con Lee Tracy

Appena un mese dopo Dinner at Eight Jean Harlow torna in Bombshell, un adattamento di una commedia di Broadway presumibilmente basata sulla vita di Clara Bow, ex collega di Jean in Saturday Night Kid del 1929. Era il suo terzo film quell’anno (Hold Your Man, luglio; Dinner at Eight, agosto; Bombshell, ottobre). Il ritmo era incredibile, Nel 1932 Jean  era stata attrice protagonista in quattro film: Three Wise Girls, gennaio; The Beasts of the City, febbraio; Red-Headed Woman, giugno; e Red Dust, ottobre. Le star popolari del cinema  devono avere molti problemi in comune poiché anche Bombshell  riflette chiaramente la situazione di Jean. Presa tra uno sudio che asseconda la sua irritabilità mentre fa milioni di dollari usando la sua popolarità, e una folla di sanguisughe che ritengono che il denaro di lei sia suo non c’è da meravigliarsi che Lola Burns perda le staffe  e alla fine scenda con i piedi per terra con una accusa caustica e bruciante dell’avidità, dello sfruttamento, dell’egoismo, della vanità, della disonestà e della stupidità su cui è costruito l’intero castello in aria della fama.

Questo film, dal ritmo sostenuto al pari di Twentieth Century del 1934 di Howard Hawks o di His Girl Friday del 1940,  fa il contrario di molti: suppone che il pubblico sia molto, molto intelligente e fa un commento convincente, pieno di senno sulla nostra natura umana mentre offre un profluvio caotico, costante di situazioni spiritose e brevi battute. Bisogna guardare il film tre volte per afferrarlo tutto.

Il film è costellato di riferimenti alla Harlow e Bow. Lola è la ragazza ‘If’ e deve girare di nuovo alcune scene da Red Dust. ‘Pops’, il padre di Lola, una brillante interpretazione di Frank Morgan, ha una sgradevole somiglianza con Marino Bello, il gigolo della madre di Jean con cui ha tramato per togliere alla Harlow buona parte del guadagno dei suoi film. Questo miscela costante di realtà e fantasia è veramente la sostanza del film dove nessuno è quello che appare. Nessuno, il direttore dello studio, il regista, l’addetto stampa, il gigolo, la star, la famiglia, i servitori, può chiaramente distinguere ciò che è realtà da ciò che è copione e il film stesso ne è un esempio: il direttore può essere un mercante di sogni, ma lui, come chi lavora per lui,è diventato un personaggio del sogno.

Bombshell è una farsa satirica, una sorta di bozzetto di varietà alla Monty Python in  anticipo di anni, recitato con incredibile gusto ed energia. In un certo modo è anche la storia d’amore di Lola, la star, e EJ Hanlon, il suo agente, interpretato da Lee Tracy, una interpretazione frenetica come nel suo ruolo simile in Dinner at Eight  che l’ha preceduto di poco nello stesso anno. Hanlon crede che non esiste la cosiddetta cattiva pubblicità ma lui sta in realtà creando una figura di fantasia, di cui, lui, come il pubblico, può innamorarsi. Lola, nonostante la sua indignazione per il modo in cui viene ritratta dalla stampa, e manipolata dal suo agente, ha bisogno di credere nelle fantasie su se stessa proprio come ogni altro.

Il film è una farsa e quindi ha un raggio d’azione limitato ma è un’ottima farsa e diretta così bene che il ritmo frenetico non causa mai confusione né risulta ripetitivo. Val la pena notare che per quanto riveli che il film è un’illusione, una totale invenzione che vergognosamente manipola lo spettatore, lo guardiamo ancora e preferiamo la fantasia così come hanno fatto Hanlon e Lola. Preferiamo le fantasie su Jean Harlow anziché la realtà su Harlean Carpenter.

Però il film è anche veritiero. Questo è successo a Jean Harlow l’attrice che nella vita non riuscì a trovare felicità e stabilità con nessun uomo, scegliendo costantemente quello sbagliato. Fu sfruttata da tutti quelli che conosceva tranne che da un pugno di amici intimi, depredata del denaro che guadagnava. Visse la vita tentando senza riuscirvi di compiacere tutti e non rese felice nessuno.

L’interpretazione della  Harlow è di grande qualità. Riesce a trasmettere l’irritazione di Lola per le maschere che quelli intorno a lei indossano e il piacere di strapparle spesso con humour brillante se pur effimero, tuttavia mostra che Lola è attaccata ossessivamente alla sua, quella della star, perché ne ha bisogno più di chiunque altro. E’ un ritratto più sfumato di  quello di Tracy, il cui Space Hanlon è meramente spigliato e non abbastanza convincente come innamorato, forse perché per tutto il film ha raccontato così tante balle da farci pensare che l’amore sia solo l’ultima. C’è molto nella interpretazione della Harlow in quanto echi della sua vita personale hanno influenzato il copione che stava recitando. Il film tuttavia fu fatto – scritto, provato, girato e montato in poco più di un mese. Molto di quello che la Harlow fa va oltre il copione. Per comprendere la profondità della sua interpretazione bisogna smettere di ridere abbastanza a lungo per riflettere sul fatto che la star più affascinante del mondo voleva una famiglia e una vita familiare molto più di qualunque altra cosa al mondo e che non l’ebbe mai. Essere se stessi mentre si recita una parte: solo i grandi attori vi riescono.

Più guardo Bombshell e più lo apprezzo. La bella ragazza con gli abiti attillati, le divertenti battute brevi, Hollywood che si smaschera con sagacia e brio, un’attrice con una incredibile abilità naturale, una donna sofferente che ha dato tutto il piacere possibile a milioni di persone, un business che scambia illusione per denaro, un pubblico che ha bisogno di queste illusioni. E uno schianto di ragazza ce lo offre tutto.

THE GIRL FROM MISSOURI 1934 (Pura al cento per cento)

Regia di Jack Conway; copione di Anita Loos; con Lionel Barrymore, Franchot Tone.

Red-Headed Woman va incontro a Gentlemen Prefer Blondes e se conoscete i due film questa è una scelta di ogni donna ragionevolmente attraente quando una carriera diversa dal matrimonio non era una opzione: e se ti devi sposare assicurati che sia ricco. Un’altra scelta è possibile se sei Jean Harlow. Se sei attraente e sai recitare trovi lavoro in uno studio ricco come MGM e diventi una star. E questa è il caso qui dove la Harlow è più bella e attraente che mai. Per combinazione questa fu la volta in cui incontrò e si innamorò di un altro grande attore di Hollywood, William Powell. Il loro fidanzamento durò per i quattro anni successivi. Lei ebbe quasi quello che desiderava ma non si sposarono mai.

La trama è evirata per compiacere lo Hays Office appena istituito: secondo il Production Code il matrimonio non ha niente a che vedere con il sesso. Per quel che riguarda la Hollywood del momento, il sesso aveva cessato di esistere (un  eccesso di reazione al cambiamento dal melodramma al realismo negli anni trenta, ma ovviamente i puritani non la pensarono così e neppure i giornali moralisti, per almeno trent’anni). Quindi la trama del film è piuttosto da bacchettoni. Grazie al cielo l’abile qualità di star della Harlow e della sua recitazione lo resero un’esperienza infinitamente piacevole. Non riesco a pensare a nessuno, eccetto che a Jean Harlow, che sia riuscito a privare di efficacia lo Hays Office così facilmente. Anita Loos non è di solito terribile come in questo caso quindi forse il film in origine durava più a lungo degli attuali 70 minuti e aveva molto più senso.

Edith Chapman, Eadie, interpretata da Jean Harlow, fugge da un locale notturno dove il suo patrigno la sta costringendo ad essere più carina con i clienti. Determinata a conservare la sua castità, Eadie e l’amica Kitty fuggono a New York e diventano ballerine di fila, incontrano un sacco di milionari amorevoli che fanno loro ogni tipo di offerta, ma non quella del matrimonio, ma Eadie persevera finché incontra qualcuno disposto a sposarla. Sfortunatamente l’uomo poi si suicida, lasciandola con dei gemelli di rubini che suscitano il dubbio del sospettoso finanziere TR Paige, Lionel Barrymore, che presume che siccome lei è una ballerina deve averli avuti in cambio di favori sessuali. La povera Eadie fa di tutto per provare che è pura e vergine. La trama si infittisce quando il figlio di Paige Tom si innamora di Eadie, ma anche lui ritiene che lei sia una ragazza di facili costumi. Tutti gli uomini nel film si mischiano con il tipo sbagliato di donna in quanto tutti loro pensano che Eadie sia una donna di dubbia virtù. C’è un ridicolo intreccio secondario in cui Paige accusa ingiustamente Eadie facendola fotografare con un altro uomo in modo da separarla da Tom e lei lo ripaga con la stessa moneta facendosi fotografare in sottoveste in posa tra le sue braccia. Poi Paige e Tom si accorgono che lei è realmente pura e rispettabile,  Eadie e Tom si sposano e il film finisce. Tutto molto edificante e lo Hays Office fu indubbiamente soddisfatto dal messaggio che il sesso prematrimoniale è sbagliato (e il sesso dopo il matrimonio è difficile a causa dei letti separati).

La Harlow fa con questo imbonimento un ottimo lavoro. Fa di Eadie una vera donna, senza i modi sfacciati che aveva in Red-Headed Woman. Eadie si sente umiliata dalla pressione che il suo patrigno esercita su di lei e timorosa delle conseguenze che può aspettarsi se dovesse soccombere come ha fatto sua madre. Al tempo in cui il Double Standard era molto più estremo di quanto non sia oggi questo deve essere stato un pericolo reale per le donne. La Harlow passa abilmente dalla commedia di una ambiziosa ballerina di fila che continua a scegliere i milionari sbagliati al romanticismo dell’amore, all’ira che sente a essere giudicata erroneamente.

La trama fino a questo punto non vale gran che ed è interessante vedere come siano smorzate le altre interpretazioni di esperti attori. Questo è un film davanti cui ti puoi sedere e ammirare la bellezza con cui la Harlow si muove, l’immagine di seducente bellezza che il cameraman e i tecnici delle luci creano, il gioco di espressione sul suo viso, e  soccombere al suo grande fascino. Quello che vediamo è un’opera d’arte, una Venere di Milo e in qualche modo non importa se lo Hays Office ha rovinato il resto del film così come la Venere è sopravvissuta alla perdita del braccio. Forse Eadie aveva gli stessi problemi della Harlow. E’ comunque innegabile che lei vuole essere amata per i giusti motivi e non ci rinuncerà finché non ci riuscirà.

WIFE VS SECRETARY1936 (Gelosia)

Regia di Clarence Brown; con Clark Gable, Myrna Loy

Questo è un film posteriore alla nascita del Production Code e quindi molto morale. Presenta stereotipi ed è divertente vedere che qui viene ribaltato il solito ruolo delle star ben noto ai frequentatori di cinema di quell’era: Gable è il marito fedele; Loy la moglie gelosa e sessualmenteinfatuata; la Harlow la segretaria devota e fedele.

Clark Gable, l’editore di giornaleVan Stanhope ha sia una moglie devota, Linda, Myrna Loy, che una segretaria devota, Whitney, Jean Harlow, e si può capirne il perché: lui è intelligente, energico, affezionato e sempre di buon umore. Ma improvvisamente tutti i loro amici cominciano a notare quanto è attraente la sua segretaria e a chiedersi se la quantità di tempo che i due trascorrono insieme sia veramente dovuta al lavoro. Linda ha il tipo di amica che fa commenti maligni quali “Sono sicura che non hai nulla di cui preoccuparti, Linda cara”. La commedia è un po’ artificiosa, ma dopo tutto è una commedia di maniera in cui una coppia tronca il rapporto permettendo che i sospetti degli altri minino la fiducia che i due ripongono l’uno nell’altro. Ogni star recita bene il suo ruolo: Myrna è sdolcinata; Clark è affezionato e ha un buon carattere; Jean è un’ efficiente donna d’affari. A poco a poco i sospetti degli altri influenzano Linda sempre di più tanto da farla ingelosire. Attenzione, Attenzione, Van è piuttosto offensivo, interrompe la luna di miele con la moglie all’Havana per un appuntamento di lavoro con la segretaria dimenticando poi di telefonare a Linda per due giorni. E’ troppo occupato e non capisce perché lei se la prenda così tanto.

Inaspettatamente, il film si trasforma in melodramma. Linda decide di divorziare da Van e nel mezzo del film passa un sacco di tempo a piangere col cuore in pezzi mentre Van non riesce a  farle cambiare idea. Nel frattempo Whitey, che ha con il suo fidanzato Dave gli stessi problemi di Linda, confessa che dopo tutto ama Van e se Linda non lo vuole se lo prende lei.

Il problema della trama non sta nella sua improbabilità: la gente si comporta così. Ma le scene sono piene di azione troppo studiata e i dialoghi non sono convincenti. Gli attori non riescono ad esprimere quel misto di sentimenti che stanno vivendo. Come marito affettuoso Clark è convincente ma non come uomo d’affari e tanto meno come marito mal giudicato. Myrna è una moglie amabile, dopo tuttoun ruolo ben noto al suo pubblico,e recita bene la scena del pianto ma è difficile immaginare che i due ruoli appartengono allo stesso personaggio. Solo Jean Harlow, tra gli attori principali, riesce a esprimere il misto di sentimenti che il suo personaggio sta vivendo. Ammirazione e lealtà per il suo capo, gratitudine per l’amicizia che lui le dimostra, devozione che lentamente si trasforma in amore quando lui fa affidamento su di lei al momento di separarsi dalla moglie, compassione e comprensione sia per Van che per Linda, disponibilità ad avere un ruolo secondario nella vita di Van se questo è quello che lui vuole. E’ tutto qui, non nell’azione o nel dialogo, ma nella sua interpretazione. Se Clark e Myrna dominano nella prima parte della commedia leggera, la seconda parte, melodrammatica, è tenuta insieme e resa interessante dalla stupenda abilità recitativa della Harlow. A questo punto della sua carriera lei sapeva aggiungere profondità a qualunque parte lo studio le affidasse. La scena nel salone della nave quasi alla fine del film quando Whitey affronta Linda e la convince a ritornare da suo marito trascende il melodramma della trama e della mia descrizione, e guadagna vera profondità emotiva. E Jean fa tutto con uno sguardo e un gesto.

E’ buffo pensare che la ragazza che non voleva recitare, e lo ha fatto così male quando ci ha provato per la prima volta, sia diventata un’artista che riusciva a tenere insieme una produzione povera e a brillare così luminosamente in una buona. Jean Harlow era così popolare non per la sua bellezza o gli abiti trasparenti ma perché dava vita alle parti che recitava in un modo che il pubblico di tutto il mondo capiva e con cui si identificava.

LIBELED LADY 1936 (La donna del giorno)

Regia di Jack Conway; con William Powell, Myrna Loy, Spencer Tracy

Questo è uno dei  miei film preferiti. Sono anni che lo guardo e mi divertono le macchinazioni assurdamente complicate in cui si invischiano i personaggi. Il film finisce con Walter Connolly nel ruolo di Mr Allenbury, un ricco uomo d’affari la cui figlia Connie, Myrna Loy, si è innamorata e ha poi sposato Bill Clandler (William Powell) un caporedattore ingaggiato per farle ritirare un’accusa di diffamazione contro un giornale diretto da Warren Haggerty, Spencer Tracy, che chiede alla figlia “Vuoi dire che lo hai sposato! Allora chi è questa donna?” Indica Gladys, Jean Harlow. “E’ la moglie di Bill” spiega Myrna. E’ troppo per Connolly. “Silenzio/!”, grida ma i quattro protagonisti vanno avanti a spiegare, parlando contemporaneamente, quando appare la parola fine. Il miglior modo per comprendere come è successo è proprio guardare il film.

La trama del film è sceneggiata con meticolosità ed è piena di cose che non si vedono spesso, tipo l’ironia comica, come nella scena in cui Haggerty sorprende Chandler molto a suo agio con Connie: Haggerty è felice in quanto ora può  ricattare Connie e farle ritirare l’accusa di diffamazione mentre Chandler crede di averla quasi convinta a ritirarla per altre ragioni. I due uomini parlano dell’accusa mentre in apparenza fanno finta di scambiarsi battuteeConnie, ignara del vero significato delle loro parole, si unisce alle loro chiacchiere. O un botta e risposta sofisticato, come nella scena della barca dove Chandler cerca di manipolare Connie e lei  con fermezza risponde alle sue manipolazioni con osservazioni che mostrano che non si è lasciata ingannare. Il film contiene anche una famosa farsa di routine con William Powell nei panni di uno inetto che pesca con la mosca artificiale: vedere per crederci.

Più importante, e questo toglie il film dalla categoriadella screwball-comedy come è spesso definito,i quattro protagonisti danno profondità ai loro personaggi così che il rapporto tra di loro diventa interessante, non mere occasioni percadute esagerate e brevi battute.http://www.youtube.com/watch?y=QowUfPaUO41Tracy impersona il tipo che ama la sua ragazza. naturalmente l’ama, perché diavolo deve dirle sempre che l’ama?Lui è unmanipolatorema Powell interpreta il tipo i cui stratagemmi sono così complessi che lui è perplesso quando non funzionano. Loy, con la sua voce meravigliosamente modulata, è una scettica che dopo tutto è romantica (come spesso accade). E la Harlow si placa nei panni della ragazza frustrata che riceve l’affetto che vuole e di cui ha bisogno da uno diverso dall’uomo che ama. Gli altri tre fanno grandi interpretazioni comiche ma la Harlow è un’attrice drammatica che sa recitare in una commedia. Anche se lei ripropone il ruolo di Kitty in Dinner at Eight, petulante e volgare e continuamente frustrata dalla stupidità maschile non è mai uno stereotipo. Jean mostra come Gladys può rispondere con calore a una piccola gentilezza ricevuta ed è perché la sua rabbia e la sua frustrazione sono così comprensibili che gli altri tre attori possono essere così divertenti nel seguire le loro logiche perverse in un pasticcio dietro l’altro.

Nel film accadono cose interessanti. Per cominciare, il personaggio di Powell è un truffatore che imbroglia il personaggio di Tracy mentendogli, cerca di far fare al personaggio Loy quello che lui vuole facendola innamorare e fingendo di amarla, dà un’idea sbagliata di sé al personaggio di Connelly, e imbroglia il personaggio della Harlow sposandola con l’inganno. Il personaggio di Tracy dal canto suo cerca di ingannare il personaggio di Powell e tratta quello della Harlow con disprezzo e crudeltà. Entrambe le donne vedono il loro sentimenti usati e abusati e sono trattate da stupide dai loro uomini. Siamo invitati ad amare questa gente e a ridere di questo comportamento immorale. E lo facciamo. L’anarchia è dietro l’angolo e i Marx Brothers erano già arrivati alla MGM.

In così tanti film girati dalla Harlow, la sua vera vita fa irruzione nel copione. Dopo tre matrimoni/parodie, lei che disperatamente desiderava la stabilità di una casa e di una famiglia che non aveva mai avuto in vita sua ha incontrato e si è innamorata di William Powell che le voleva bene ma non abbastanza da sposarla. Il fidanzamento durò quattro anni e gli osservatori riportano che lui la trattava con notevole riservo, a volte persino con disprezzo. La situazione la rese disperatamente infelice e deve essere stata molto frustrante per lei. In questo periodo cominciò a bere, un elemento nel collasso del rene che la uccise. E in questo film  recita la parte di una sposa costantemente lasciata di fronte all’altare da uno sposo che aveva cose da fare più importanti del matrimonio, poi abbandonata da un altro uomo che pensa che lui sta solo facendo finta di sposarla. Non c’è da meravigliarsi se la sua recitazione è così toccante.

Nessun film è paragonabile a Libeled Lady. E’ un dramma di relazioni e una farsa con William Powell nella commedia fisica e nelle migliori cadute esagerate mai fatte. E’ arguto e sofisticato e ha un ritmo rapido malgrado i personaggi siano relativamente normali a paragone di quelli della screwball-comedy. Ciascuno dei quattro protagonisti potrebbe reggere il film da solo ma il loro interagire produce un risultato unico nella resa di ognuno.

A mio avviso è una delle migliori commedie mai realizzate e il suo successo, nonostante la genialità degli altri protagonisti, è basato sull’abile recitazione della Harlow, qui al suo meglio. Morirà otto mesi dopo.

PERSONAL PROPERTY 1937  (Proprietà riservata)

Regia di WS Van Dyke; con Robert Taylor

Questa è una bella commedia romantica in cui Crystal Wetherby, Jean Harlow, in una splendida interpretazione, vuole sposare Claude Dabney, Reginald Owene lui lei, entrambi per la stessa ragione. Non vero amore, ma vera povertà. Entrambi credono erroneamente che l’altro sia ricco. Ma il fratello di Claude, Raymond, Robert Taylor, la pensa diversamente e corteggia Crystal  con una certa persistenza finché alla fine lei si convince e lo sposa. Non c’è molto più di questo e il copione sembra esaurirsi un po’ dopo la metà quando il film divaga senza meta. E’ molto romantico e Taylor non deve sforzarsi troppo per essere convincente mentre la Harlow è come al suo solito piena di energia Morirà tre mesi dopo l’uscita del film, tuttavia la sua recitazione non mostra alcun decadimento e lei appare bella come sempre.

Tutti i ruoli sono abilmente interpretati soprattutto quello di Henrietta Crosman e EE Clive nella parte dei genitori di Raymond e di Barnett Parker in quella di Trevy Trevelyan, con un accento da crema della società che si è congelato. Taylor e la Harlow lavorano bene insieme ed è un peccato che non abbiano avuto parti da protagonisti in altri film. Nell’insieme ritengo che il film manca di controllo di regia; ‘una sola ripresa’ di Woody Van Dyke non dà abbastanza tempo perché sia ben fatta. La Harlow sa recitare una parte senza bisogno della minima supervisione ma Taylor (Spangler Arlington Brugh dal Nebraska) ha bisogno di più attenzione, era solo al suo sesto film e alcune scene non sono convincenti, cosa che alcune riprese extra avrebbero potuto migliorare. In particolare il montaggio sembra quasi inesistente. Ci sono alcuni strani passaggi, e vari pezzi lenti durante i quali  sembra che il cast stia pensando a cosa fare. Con queste star, e tale premessa, il film avrebbe dovuto avere più da offrire. Così com’è si può gustare l’interazione delle due star e il loro notevole fascino e ammirare la recitazione degli attori non protagonisti ma questo è tutto quello che ha da offrire.

Per gli ammiratori di Jean Harlow il film èimportante in quanto fu l’ultimo che lei completò. Guardando i sei film nell’ordine che ho indicato si può vedere quanta strada aveva fatto in soli quattro anni. Produzioni mediocri erano guardabili se lei vi recitava e le buone sono diventate dei classici.

Val la pena vedere anche tre film del 1932: Beasts of the City, regia di Walter Huston; Red-Headed Woman, con la Harlow nel suo primo ruolo da protagonista, regia di Jack Conway, copione di Anita Loos, con Cheste Morris; e Red Dust, regia di Victor Fleming con Clark Gable. Tutti e tre mostrano quanta personalità la Harlow sapeva dare a uno stereotipo e fanno presagire la grandezza futura. Ci sono altri sei film, ma scritti così male che perfino la Harlow non riuscì a farne nulla di buono. Non è certamente il caso di dire che lei abbia recitato sempre bene nei suoi ruoli e, come qualunque altro attore, avrebbe eseguito una buona interpretazione in  condizioni non ottimali. Nel valutare la sua abilità dovremmo concentrarci, come per chiunque altro, sul meglio di lei.

Apprezzare le realizzazionidi Jean Harlow implica prendere in considerazione tre fattorie a meno che tutti e tre non siano presi in analisi non le sarà dato il giusto valore.

Il primo è che era una donna molto attraente e fu presentata dai suoi studio come un simbolo sessuale in abiti trasparenti, in biancheria intima e in una occasione a seno nudo. Questo non era un problema per lei, non era affatto consapevole del suo corpo, e negli anni trenta l’immagine era una parte importante della’emancipazione delle donne dal dominio maschile prevalente. Gli uomini si eccitavano alla vista dei capezzoli e alla mostra del sedere, ma le donne si sentivano incoraggiate dall’affermazione della sessualità femminile che Jean incorporava.  Tutto ciò finì nel 1934 con l’introduzione del Production Code. Ma è un’immagine che ha resistito al tempo: abbiamo bisogno di simboli sessuali e Jean passò la torcia? a Marilyn Monroe come lei avrebbe fatto a sua volta. Per Jean l’immagine è durata cinque anni, dal 1928 al 1932.

Il secondo fattore è la celebrità Per i cinque anni successivi, dal 1933 al 1937, Jean fu la più grande stella della MGM, la più popolare del mondo, e un’analisi del leggero intrattenimento dei film che il suo studio offriva mostra che lei sviluppò un grande talento recitativo. Questi film, solo 12, variano considerevolmente in qualità. Ciò che è costante è la qualità della sua recitazione, che spesso trascende ciò che il ruolo richiedeva, e rende accettabili alcuni melodrammi piuttosto poveri mentre crea capolavori da materiali migliori. Per quanto riguarda le macchine da ripresa, l’enfasi si è spostata dal corpo di Jean al suo viso, e le immagini che i tecnici dello studio crearono sono grandi opere d’arte. Questo aspetto dei successi della Harlow è poco apprezzato poiché il pubblico raramente guarda i film degli anni trenta indipendentemente dal fatto che i critici li ritengano i migliori prodotti di Hollywood. Dal cinema la gente vuole intrattenimento non estetica. Forse i critici farebbero meglio a dire che Jean offre un intrattenimento di alta qualità.

Il terzo fattore è la morte prematura di Jean. Proprio come Jane Austen che morì all’età di 42 anni dopo aver scritto sei romanzi di enorme importanza e popolarità ma che non ebbe la possibilità di scrivere libri che avrebbero indubbiamente mutato il corso della letteratura inglese; o Francis Scott Fitzgerald che morì all’età di 44 anni proprio quando aveva imparato il suo mestiere ed era pronto per diventare uno dei maggiori romanzieri del mondo; o Wolfang Amadeus Mozart morto all’età di 35 anni quando stava per creare il Movimento Romantico in musica, così Jean morì nel momento in cui era diventata una delle più grandi attrici del mondo. Ciò che è certo è che se tutte queste persone fossero vissute le loro ultime opere avrebbe oscurato totalmente quella che di loro ci è nota. E se Jean si fosse ritirata dalla scena nel 1970, dopo essere stata protagonista in un centinaio di film di co-produzioni di tutto il mondo? Come sarebbe apparsa a colori se fosse entrata nel mondo della televisione, come fecero Barbara Stanwyck e Groucho Marx, e avesse fatto The Jean Harlow Show, un centro di eccellenza drammatica dove scrittori come Clifford Odets e registi come Elia Kazan avrebbero potuto usare le sue notevoli abilità? Domande come queste dovrebbero essere prese in considerazione nel giudicarla anche se sono mere fantasie. Il punto è che i suoi successi sono incompleti e al tempo della sua morte le sue capacità drammatiche stavano crescendo a passi da gigante. Lei era anche sempre più popolare e indubbiamente sarebbe stata l’attrice più popolare degli anni quaranta e cinquanta. Così come stanno le cose abbiamo solo frammenti della sua arte come un bel vaso dissotterrato da antiche rovine i cui pezzi vengono  rimessi insieme da esperti in soggezione di fronte a tale eccellenza. E’ improbabile che Jean Harlow riceva un giusto riconoscimento ora. A meno che non si vedano i suoi film, nel qual caso lei può con molta abilità parlare per se stessa.

Questo articolo ha indicato alcuni film di Jean Harlow. Per coloro che volessero saperne di più sulla sua vita raccomando due biografie, Platinum Girl di Eve Golden (Abbeville Press, New York 1991) e Bombshell di David Stenn (Doubleday, New York 1993). Evitate i libro di Irving Schulman del 1964 in quanto non ha niente a che vedere con Jean Harlow se non il titolo. E’ un mero resoconto delle fantasie masturbatorie di Schulman senza alcun rapporto con fatti riguardanti Jean Harlow aldilà di pettegolezzi di terza mano, e di interesse soprattutto per lo Schulman psicologo. Jean aveva tutto: un nonno tirannico, una madre possessiva, un patrigno che le rubava i soldi, pessimi matrimoni e rapporti, sfruttamento e pettegolezzi maligni, malattia e una morte prematura ma aveva anche una personalità forte, positiva, una natura immensamente buona e generosità, mancanza di presunzione, intelligenza, buon umore, molti amici, fama e un enorme talento. Nessuno può riparare i suoi torti ma possiamo apprezzare la sua abilità di attrice.

©2012 Translation copyright Gianna Attardo.

9. CANZONI E TESTI

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Tutti le hanno ma nessuno le prende sul serio: canzoni che hanno lasciato una impressione indelebile sulla nostra mente, che ci hanno aiutato a crescere, che appartengono alla nostra vita insieme ad altri importanti eventi e che, guardando indietro, sembrano diventate parte non solo della nostra storia ma della storia del nostro tempo.

Non si tratta di belle canzoni. Ritengo che le canzoni di cui sto per parlare siano belle canzoni ma ne parlerei comunque anche se non lo fossero. Sono semplicemente canzoni che mi piacciono. E’ quello che significano per me che conta e non mi interessa se sono innovative, ben costruite o hanno o non hanno grande importanza. Per alcuni sarebbe The Archies (“Sugar, Honey, honey…”).

Siccome in realtà non posso parlare di canzoni – le canzoni sono musica, le si ascolta, non se ne parla – prendo qui in considerazione canzoni con testi, ossia parole che dicono qualcosa, non semplicemente rime.

E non voglio parlare di significato. Chi lo sa che cosa significano quelle parole? La gente le ascolta e ha interessanti dettagli da raccontare sulla vita del compositore, sulle persone cui alludono, sui riferimenti alla cultura letteraria o pop. Ma quando si viene al dunque la canzone, e la canzone nel suo insieme – le parole, la melodia, gli accordi, il cantante e il momento in cui l’hai sentita – entra nella tua vita a un livello inconscio. Ricordo di aver letto qualcosa che Picasso ha detto parlando dei suoi quadri: “ la gente mi chiede cosa significano e io non ne ho la più pallida idea. Semplicemente li dipingo. Se sapessi cosa significano farei conferenze e non userei mai un pennello. Il significato è qualcosa che viene dopo, a volte anni dopo. Se ho fatto bene il mio lavoro il mio quadro dovrebbe stimolare nell’osservatore l’avvio di un processo che alla fine lo cambierà. Tutto qui.” (se Picasso non ha mai detto queste parole bé avrebbe dovuto farlo).

Skin deep
Anniq
http://www.youtube.com/watch?v=AiuGpXFRBtQ (versione di Natasha Thomas, alquanto simile a quella originale di Anniq. Ho sentito prima la versione di Anniq, perciò penso che sia migliore, sapete come succede). Suppongo che sia Annie Q.

Skin Deep è uscita nel 2002 e aveva tutto, ottime scrittura e produzione di Jiant in GB, melodia che ti prende, eccellente esecuzione di Anniq. E non ha venduto. Un buon modo di ricordare che il talento non significa molto nella musica pop e che il 90% degli artisti e dei loro fans scompare silenziosamente. Ciò che importa nella musica pop è l’esuberanza, senza contare che la maggior parte dell’industria discografica in America è controllata da quattro compagnie, quindi i sostentori britannici non hanno molte chance.

Era un segno dei tempi. La musica pop (e in realtà la maggior parte della cultura umana) riguarda il sesso. Di solito alle donne è stato affibbiato il ruolo di oggetto, sono state adorate a distanza e convinte che il cantante era sincero. Ora le donne stanno rispondendo a gran voce anche nel mercato protetto degli adolescnti dove i cantanti pop sono‘modelli di comportamento’ come Jennifer Lopez o chi per lei. E sembra che il messaggio sia ‘basta con le balle’. E’ la battaglia dei sessi in cui le donne negoziano un rapporto mentre gli uomini negoziano il sesso, e ora li troviamo entrambi. Quando l’ho sentita per la prima volta mi occupavo di una giovane adolescente. Voleva fare la cantante. L’ho convinta a imparare le parole di questa canzone, e ad ascoltarne le sue varie esecuzioni. La canzone è un esempio di come funziona la musica pop. Ogni elemento, parole, melodia, accordo, produzione, voce: tutto di livello superiore alla media, nessuno straordinario. Ciò che rende questa canzone speciale è la combinazione di elementi, il fatto che ogni componente forma un unicum con gli altri. Sì, è musica da ballare per il mercato adolescenziale del giorno ma questa ti prende mentre molta altra giace impolverata sugli scaffali del museo della musica pop.

Repulj Madar Repulj (Fly, Bird, Fly)
Muzsikas e Marta Sebestyen

Si tratta all’origine di una canzone d’amore in cui l’amante lamenta l’assenza dell’amata e vorrebbe essere un uccello per volare da lei prima che la gioventù lo abbandoni. Qui, in un album del 1986, diventa una canzone politica sull’ingiustizia e la perdita di libertà ed è cantata e suonata con forza e passione da i Muzsikas. Il glorioso impero ungherese di 1000 anni fu alla fine distrutto dopo la prima guerra mondiale e poi seguito da quarant’anni di governo repressivo comunista. I Magiari di quel periodo sapevano quanto fosse preziosa la libertà. La mancanza di scelta che l’occidente conosce è molto più insidiosa, esercitata attraverso mezzi economici.

Marta Sebestyen è nota fuori dell’Ungheria soprattutto per la sua esecuzione con il duetto francese Deep Forest il che non è forse il modo migliore per apprezzare sia la sua esecuzione che la qualità della sua voce. Qualunque elenco delle migliori voci di tutti i tempi dovrebbe comprenderla (e Amália Rodriguez e Maria Callas… ma torniamo al punto). Canta con meravigliosa limpidezza e grande espressività e ha una certa inflessione vocale tipica delle migliori cantanti di blues. Ecco un esempio di quanto poco il significato di una canzone aggiunge al suo effetto dato che io rispondo sempre emotivamente alla voce di Marta Sebestyen senza comprendere una parola di quello che sta cantando. In un modo o nell’altro so cosa vuol dire. I Muzsikas sono sulla breccia dagli anni settanta, figure importanti che hanno dato vita alla musica folk dell’Europa centrale. In questo brano notate soprattutto il mandolino e l flauto lungo e l’introduzione del basso elettrico, elemento che personalmente apprezzo molto. E’ come uno schiaffo in faccia e mi fa venire i brividi alla schiena. Quando ho cominciato a interessarmi alla cosiddetta ‘musica del mondo?’ negli anni novanta, questo è il brano che mi ha fatto sentire ritmo, soul, e (strano a dirsi) etica.

Desolation Row
Bob Dylan
htto://www.youtube.com/watch?v=AaXhe2fOYFE

La migliore canzone di Bob Dylan, una di quelle poche che hanno cambiato la cultura popolare della metà degli anni sessanta e creato il mondo in cui viviamo oggi. Mi piace molto il pezzo dell’armonica, non sapevo che Dylan la sapesse suonare così bene, mi sono sempre chiesto perché portasse quel cordoncino intorno al collo. Sì, le parole sono veramente toccanti, e mi chiedo perché ogni volta ascolto la canzone e poi arriva l’armonica e mi fa perdere il controllo tanto che non riesco a pensare per almeno 60 secondi.

Parliamo di ciò che è importante. Questa è una canzone piena di quelli che chiamo riferimenti: nomi, a volte situazioni, che creano associazioni mentali, alcune più di
altre dipendendo dalla cultura personale. Comincia a Hibbing nel Minnesota, e Bobby e Lady si guardano intorno e non vedono se non stupidità e corruzione. Poi c’è gente che soffre di brutti casi di autoillusione: Cenerentola, Romeo. Perfino il migliore, il buon Samaritano, ignora ciò che è sbagliato, sta andando a far baldoria mentre altri discutono semplicemente sul tempo. Solo il poeta vede:
“Ora la luna è quasi nascosta
Le stelle cominciano a sparire”
Perfino gli eroi culturali del poeta cominciano a perdere significato: Ofelia (e Amleto e Shakespeare), Einstein, Casanova, Kafka, T.S.Eliot, Ezra Pound tutti soccombono a una sorta di specchio distorcente dove l’unica figura reale è il minaccioso Dr. Filth. Poi arriva l’ospite, con i suoi pettegolezzi sulle persone una volta conosciute, ora in un certo modo non rilevanti. La canzone termina in una protesta, segnalata dall’assolo aspro dell’armonica. Se vuoi parlarmi, parlami dalla realtà, da questo folle luogo dove la gente è corrotta, illusa, inutile, spinta da un interesse personale e con cui dobbiamo trattare.

Alcuni ritengono importante il fatto che a un certo punto Bob Dylan abbia preso un filo attaccato alla chitarra e lo abbia collegato a una presa elettrica: abbandonare il movimento folk e di ‘protesta’che era acustico, ed entrare nell’ elettrico e inventare il rock. Il che non spiega perché questa sia la migliore canzone di protesta mai scritta.

Grazie a Charlie McCoy e Mike Bloomfield alle chitarre sembra anche una cantata di Bach. Per non parlare di Bob Dylan all’armonica che la fa sembrare la Marseillaise.

Suzanne
Leonard Cohen
cantata da Nina Simone

http://www.youtube.com/watch?v=DtOKYXYStmU live Rome 1969
http://www.youtube.com/watch?v=T3B0iJQcXmk album 1969
Si tratta di due versioni, una dal vivo con accompagnamento di una chitarra ipnotica e batteria che è così intenso che le parole della canzone entrano a un livello quasi sublimale ed eccitano le vostre emozioni non il cervello. L’altra è la versione eseguita in studio con Nina che suona al piano un contrappunto di tre note per battuta. Se fosse necessario ecco una prova (ascoltate entrambe le versioni) che Nina Simone è una delle maggiori interpreti di questa canzone.

Leonard Cohen è un grande poeta/esecutore. Da quando viveva in povertà a Kalymnos e fu incoraggiato da poveri amici in esilio, George Johnston e Charmian Cliff, a tornare in Canada e dedicarsi all’incisione di dischi non ha mai smesso di evolvere come scrittore in grado di esprimere una visione unicamente spirituale dei rapporti sessuali. Suzanne è forse la sua canzone più conosciuta e risale allo stesso periodo di Desolation Row e anche questa è prodotta da Bob Johnston.
Ecco una canzone d’amore per Suzanne con in mezzo un verso su Gesù, e l’importanza di dare per ricevere salvezza. Se l’amore dà comprensione, la comprensione porta amore? E’ una domanda cui dà risposta il primo verso
“e ti nutre di tè e arance che arrivano dalla Cina” e poi di seguito “ti porta sulla sua lunghezza d’onda e lascia il fiume rispondere”. Niente di questo ha senso in termini di mere parole bensì come descrizione di ciò che succede tra le persone. E’ esattamente così. E il poeta guarda oltre “tra la spazzatura e i fiori” e vede cose mai viste prima.

Non resisto a Nina Simone e la sua versione mi ha sempre emozionato più di quella di Cohen. Sembra che lei ricrei le canzoni che canta che diventano sue come in un certo modo fa Tom Thumb’s Blues nella sua versione tormentata nello stesso CD (To Love Somebody). Più che una cantante o esecutrice Nina Simone era una che aveva un cuore grande e il mondo è un po’ più povero senza di lei.

Madame George
Van Morrison

Nel 1968 Van Morrison ebbe a New York l’opportunità di sciogliere un precedente contratto che non lo stava portando da nessuna parte. Registrò un album dal titolo Astral Weeks in tre sessioni e si ritrovò al punto di partenza, senza un soldo per comprarsi da mangiare. L’album non fece ala minima impressione su nessuno e non vendette così Morrison diventò più commerciale e compose materiale di tipo pop maggiormente di successo. Oggi è considerato uno dei maggiori scrittori ed esecutori/artisti della storia della musica popolare. Per un po’ fu toccata e fuga.

Ho ascoltato Madame George per la prima volta nel 1970 mentre mi trovavo a casa di un amico a Canberra per un festival folk che si teneva all’università. Eravamo in sei accampati sul pavimento. Rimanemmo in piedi tutta la notte e qualcuno mise Astral Weeks sul giradischi. E’ rimasto dentro di me da quel momento. La prima cosa che ho notato non è stata la voce, è stato il basso. Il gruppo era composto da prominenti musicisti jazz che suonavano accordi jazz mentre il cantante cantava soul. Era una cosa particolare da fare e nessuno l’ha fatto da allora. Potete immaginare come si sentiva Van Morrison. Era molto, molto lontano da casa, un cantante rock fallito, era con le spalle al muro. Deve aver tirato fuori ogni rimorso, amarezza ma anche nostalgia e desiderio di ciò che conosceva. La canzone circolava già da un pezzo, l’aveva perfino registrata prima, ma questa volta diventava una canzone d’addio alle cose con cui era cresciuto, che conosceva e pensava di aver perduto.

C’è molta potenza nella sua voce che a volte è forzata fino al limite, equivalente, in tono, a quella di un sassofono (uno strumento come l’armonica e la chitarra di cui Morrison era maestro). Consolida tutto il doppio basso e, nella maggior parte dei pezzi, una delle più belle esecuzioni al flauto che abbia mai sentito. La chitarra acustica suona per la maggior parte del pezzo e un quartetto d’archi (sovraregistrato) accresce in modo incommensurabile il sentimento di nostalgia. Le parole sono piene di riferimenti indecifrabili a luoghi e gente di Belfast ma il tema è cristallino:

Quem de nos dois
Ana Carolina

http://www.youtube.com/watch?v=O3kAEF79sEE (studio)
http://www.youtube.com/watch?v=HqDKX2JFMm8 (alive)
Ana Carolina, il maggior incentivo per andare in Brasile per chi voglia imparare il portoghese, copre l’ambito poco esplorato, almeno nella canzone pop, di ciò che rimane dopo la fine di un amore. Dolente riconoscimento del potere che qualcuno che hai amato ha ancora su di te, conoscenza di te stesso che ammette di non voler lasciar andare mentre si accorge che deve e una triste consapevolezza del tuo amante e dei suoi modi dissimulatori che non riescono più a influenzarti. Negli anni novanta un amico mi ha introdotto alla musica brasiliana e ascoltandola mi è diventato sempre più chiaro che non si trattava di cultura storica ma che grandi artisti stavano emergendo continuamente. Ana Carolina ha inciso il primo CD nel 1999, questa canzone risale al 2000, ed è andata avanti fino a diventare una grande cantante/cantautrice con una successione di dischi primi nelle classifiche in Brasile. Ho seguito la sua carriera amando ogni pezzo che ha composto. Quem de nos dois, dal secondo CD di Ana Carolina Ana Rita Joana Iracema e Carolina è ancora il mio preferito. L’esecuzione dal vivo mostra che lo è anche per i brasiliani che conoscono il testo a memoria.

Che voce ha questa donna, registro basso, potente, e un controllo tale da far pensare alla tecnica di una cantante d’opera! Ana Carolina è anche un abile chitarrista e (apparentemente anche una buona batterista). Sul palcoscenico è una esecutrice WYSIWYG (acronimo inglese per ‘what you see is what you get’, ‘quello che vedi è quello che ricevi’), producendo senza apparente sforzo lo stesso suono che ottiene sul disco (risultato non così comune oggigiorno). Le tre principali tradizioni della musica brasiliana sono il country, il samba e la MPB e quest’ultima è quella che suona Ana Carolina. Lei sarebbe una star in qualunque cultura.

Eleanor Rigby
Paul McCartney


Non l’hanno fatta tutto da soli, hanno fatto la loro parte Brian Epstein, George Martin, Bob Dylan, Harold Wilson and Mick Jagger insieme a un’altra dozzina. I Beatles hanno gettato una bomba su ciò che coloro che erano interessati pensavano si poteva fare nella musica popolare e hanno mandato in fumo quelle idee. Il pop non è mai più stato lo stesso da allora. Qui le star sono Paul McCartney che scrive, canta, suona la chitarra e fa le parti vocali di supporto e George Martin che sonorizza un quartetto d’archi, fa l’adattamento e incanala le voci dei Beatles per creare un’unica elettronica, qualcosa che si potrebbe creare solo in uno studio di registrazione. Che farebbe George ora quando il suono può essere creato e armonizzato nota per nota e decibel per decibel su un computer?

Ricostruire vite dalla lettura delle iscrizioni su una tomba a Londra e trasformarlo in una meditazione sugli effetti dell’isolamento era un salto plausibile per Paul che poteva sentirsi isolato nel mezzo di tutta l’adulazione. Produrla con l’appoggio di un quartetto sullo stile di Brahms, è stato più audace e ha mostrato il credo che i Beatles potevano vendere qualunque cosa. Potevano e lo facevano. Questa è una pietra miliare nella storia della musica popolare. E’ unica nonché una delle canzoni più iimportanti mai registrate. La musica dei Beatles non mi è mai sembrata priva di contenuti ma forse mi sbaglio.

The Green Fields of France
Eric Bogle
cantata da Finbar Furey


La migliore canzone di protesta, perché non biasima nessuno. Lamenta la distruzione non solo della vita ma di tutto ciò che essa ha di più nobile gli ideali, il coraggio, la cavalleria e l’abnegazione. Perché abbiamo bisogno di uccidere per tirar fuori il meglio negli uomini? Ogni soldato se lo deve chiedere. E’ triste, triste che nessuna guerra combattuta abbia avuto effetto sul futuro o sulle condizioni in cui vivono gli esseri umani. Gli umani fanno la guerra perché è il migliore dei profitti ma anche perché si sentono orgogliosi della loro forza e della loro capacità di sopravvivenza. L’ironia è che abbiamo raggiunto uno stadio in cui è impossibile sopravvivere a una guerra, indipendentemente dal coraggio del soldato. E quando una vita si spegne come appaiono fragili le passioni che le hanno dato significato

La prima volta che ho ascoltato questa canzone in un CD dell’ Irish Folk Festival mi hanno colpito sia la voce che il suono dello strumento di Finbar Furey. There’s a lamento nel CD che è ancora uno dei miei preferiti. Seguitene l’intonazione della voce e coglierete ogni sfumatura dei significati di Eric Bogle. E’ una canzone che dovrebbe essere cantata da entrambi i fronti prima di ogni battaglia.

They Can’t Take That Away from Me
George e Ira gershwin
Fred Astaire

Fred Astaire è stato molto più di un cantante. Non intendo dire che era un attore e un ballerino ma che ha ispirato grandi compositori come i Gershwin, Cole Porter e Irving Berlin a comporre alcune delle loro migliori canzoni per lui per il suo stile. Era più un loro collaboratore. E Ginger Rogers era molto, molto più della persona cui le cantava. Guardate la clip è vedrete che lei è quella che rende la canzone così efficace e tutto con l’espressione del viso. Che artista.

La grande era della composizione di canzoni degli anni trenta in America contrasta fortemente con il periodo rivoluzionario degli anni sessanta quando nacque la cultura pop moderna. Negli anni trenta si trattava ancora di storie d’amore in quanto c’era stata una guerra mondiale devastante, il crollo della borsa e una Grande Depressione e tutto aveva bisogno di essere dimenticato. Negli anni sessanta ci fu la paranoia sulla Guerra Fredda e le guerre in Vietnam che seguirono le guerre in Crimea ma la gente non era disperata. I diritti civili, l’emancipazione delle donne, gli hippies, l’uso diffuso delle droghe e il movimento per controllare le posizioni chiave dell’industria della musica da parte di giovani ‘emancipati’ si risolse in un grande cambiamento in ciò che veniva prodotto e su come veniva immesso sul mercato, e una generazione di cantanti/cantautori si affacciò in prima linea. Che bello tornare indietro. Era altrettanto complicato allora ma George, Ira, Fred and Ginger lo fecero sembrare molto semplice.

E io trovo ancora Fred Astaire e Ginger Rogers irresistibili.

Ecco alcune delle canzoni che amo e i testi che considero ancora significativi e perché. E’ un elenco strano, le canzoni che si sono fatte strada nella mia vita sono diverse come il giorno e la notte ma scommetto che succede lo stesso alla maggior parte della gente. Ce ne sono molte altre ma di alcune non sono riuscito a trovare i testi, di altre semplicemente non sarei stato in grado di scrivere. In nessun modo potrei descrivere la musica classica per esempio e i testi in altre lingue costituiscono una difficoltà. Fin qui è stato un bel viaggio.

©2012 Translation copyright Gianna Attardo.

8. RISVEGLIARE IL SENSO DI MERAVIGLIA

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Vi è capitato da ‘adulti’ di essere colpiti da certe storie per bambini? (invecchiare è obbligatorio; diventare adulti è un’opzione). Alcune sono per me indimenticabili e non riesco a decidere se sono solo un immaturo o se alcuni libri per bambini non sono soltanto tali e toccano una qualche zona di consapevolezza che ci portiamo sempre dentro nel nostro procedere nella vita.

Avete mai notato che le grandi storie (per bambini) sono iniziate come racconti? ”
Alice’s Adventures Under Ground (Alice nel paese delle meraviglie) era un racconto (e poi un libro illustrato) fatto da Dodgson per Alice Liddell; The Story of Dr Dolittle (La storia del Dr Dolittle) era in origine lettere scritte da Lofting ai figli mentre era al fronte nella seconda guerra mondiale e poi elaborate in una storia continua narrata la sera prima di dormire; Richard Adams ha iniziato Watership Down (La collina dei conigli) durante gite in macchina per la campagna inglese in compagnia dei figli; Kenneth Grahame ha scritto The Wind in the Willows (Il vento tra i salici) per suo figlio mentre passeggiavano lungo le rive del Tamigi. Stiamo ripetendo qui un tipo di comunicazione più primitiva e pre-letteraria, un modo orale sull’esempio dell’Odissea e di altri racconti epici? Le storie per bambini possono a volte avvicinarsi alla statura del mito?

Ecco le storie che sono state più importanti per me. La mia scelta è ovviamente datata, e spero di suscitare la vostra simpatia a riguardo. Mi sono fermato nel tempo.

Alice’s Adventures Under Ground di Lewis Carroll è nato come una storia raccontata dal trentenne pastore, matematico, inventore, fotografo e poeta Charles Dodgson ad Alice Liddell di dieci anni e a sua sorella durante una gita in barca nel 1862. A causa della presenza di sei foto di nudi, Dodgson (scattò migliaia di foto su vari soggetti, il rapporto di Dodgson con le bambine è stato oggetto di grande attenzione sollevata da persone che si rifiutano di riconoscere che la pedofilia è un malfunzionamento emotivo e non può essere dimostrata in artefatti neutri come le foto. Uno sguardo a una di queste è sufficiente a disconoscere tali pretese o anche a iniziare una caccia alle streghe/analisi dei putti dell’arte del Rinascimento per i quali i bambini posavano nudi ed erano alla mercé sessuale di pittori quali Michelangelo. Dodgson aveva amici tra i pre-Raffaelliti e al pari di Conan Doyle i suoi interessi spaziavano dalla logica e la deduzione allo spiritualismo.Era interessato alla logica e parimenti all’antilogica (molto la stessa cosa). Qui era il suo legame con i bambini che amano portare la logica a estremi ‘irrealistici’. Se siete genitori capirete cosa voglio dire. Il coniglio bianco, Lo stagno delle lacrime, Il bruco con il suo narghilé, Il gatto del Cheshire, Il cappellaio matto, La regina di cuori, La falsa tartaruga e (dal seguito), Ciciarampa, Pinco Panco e Panco Pinco sono tutti personaggi che si sentono a casa nel mondo di Alice dove spesso rappresentano amici e famiglia nei miei e nei vostri sogni/incubi/subconscio e sono come archetipi al lavoro in qualche eterno parco giochi che abbiamo conosciuto in un’altra vita. La storia mostra cosa accade quando la matematica incontra la poesia. Mi è piaciuto moltissimo leggerla quando ero bambino perché aveva senso per me mentre il mondo che mi circondava non l’aveva. Da adulto la trovo ancora emotivamente toccante e confortante. Nonostante la bizzarria datata, il ‘non senso’ e il sentimento vittoriano, questo è un quadro dell’esistenza come probabilmente è al di là delle nostre erronee concezioni della realtà, è l’opera di un genio improbabile come è sempre l’opera di un genio. Le meravigliose illustrazioni di John Tenniel parlano la stessa lingua e sono un complemento perfetto.

Non è necessario leggere Hero With a Thousand Faces di Joseph Campbell per accorgersi che con Alice (ben più che un ritratto bizzarro di Alice Liddell) seguiamo il viaggio dell’eroe. Ci sono eroi ancestrali, come Odisseo, che recano onore al clan, eroi spirituali come lo sciamano o il santo cattolico che fanno da mediatori tra dio e l’uomo, eroi culturali come Prometeo – e una raccolta di eroi improbabili, bambini e animali le cui avventure sono narrate nei racconti qui menzionati e che ci mostrano da dove veniamo e anche dove andiamo.

Jungle Book (Il libro della giungla ) di Rudyard Kipling, pubblicato nel 1894, è basato sulla sua conoscenza della vita di villaggio indiana raccolta come un bambino di sei anni. Kipling, giornalista e scrittore fin dall’adolescenza, ricorre due volte nel mio mondo: le sue raccolte di racconti Traffics and Discoveries (Traffici e scoperte) (1904), Actions and Reactions (Azioni e reazioni) (1909), A Diversity of Creatures (Una diversità di creature) (1917) e Debits and Credits (Debiti e crediti) (1926) contengono le storie più indimenticabili che abbia mai letto. E i suoi tre libri, spesso definiti libri per bambini, Kim (1901), Just So Stories (Storie proprio così) (1902) e Jungle Books (I libri della giungla) (1894/5) arrivano quasi ad avere il potere del mito. Quello che mi ha maggiormente colpito quando ho letto Jungle Book la prima volta sono state le storie di Mowgli, dei suoi genitori adottivi Raksha e Padre Wolf, di Fratello Grey, degli amici Bagheera, Baloo e Kaa e il senso di come gli animali potrebbero effettivamente vivere se avessero una consapevolezza (chiaramente umanoide). Kipling era dotato della incredibile capacità di provare empatia per gli animali, per gli abitanti del villaggio, e, sfortunatamente, per i semplici soldati dell’Armata Indiana e Imperiale, fatto che ispirò i suoi versi patriottici oggi quasi illegibili. Ai suoi tempi Kipling fu una superstar adulata in tutto l’Impero Britannico ma paradossalmente la sua opera migliore fu ispirata dal dolore. La morte del figlio nel 1915 gli straziò il cuore, dettò alcune delle sue storie più commoventi e i suoi racconti indiani mostrano una simpatia che scaturisce dal suo sentirsi fuori luogo e dalla mancanza del senso di appartenenza a ciascuna delle due culture. Con la sua straordinaria sensibilità Kipling si sarebbe sentito uno straniero in qualunque paese. Durante il soggiorno in India divenne consapevole di quanto fosse strutturata la società indiana perfino a livello di un villaggio alquanto primitivo. Traspose questa struttura al mondo animale della giungla (e successivamente alle sue meravigliose Just so Stories) e così facendo illustrò vividamente quanto gli uomini sono parte del mondo naturale e cosa significano i nostri legami con gli animali e la natura. Le migliori illustrazioni sono di gran lunga quelle che fece per Just So Stories il che mostra che tra gli altri doni Kipling aveva quello del grande artista.

I grandi scrittori di letteratura infantile hanno tutti il dono della semplicità, cosa molto più difficile da raggiungere di quanto si immagini: è molto più facile essere complessi, esplorare la miriade di dimensioni dell’esistenza che abbiamo da adulti. Scrivere specificamente per i bambini non crea di per sé semplicità . Molti libri per bambini sono a loro comprensibili ma niente di più. La semplicità è qualcosa che sta al centro del nostro essere. Se guardiamo da vicino vedremo che la maggior parte di noi vuole molto poco: amore, salvezza, sicurezza. I grandi scrittori ci mostrano il cammino da percorrere per raggiungere questi obiettivi.

Kenneth Grahame era segretario della Banca d’Inghilterra quando scrisse e pubblicò The Wind in the Willows (Il vento nei salici) nel 1908 che era iniziato in forma di storie raccontate al figlio Alastair durante le loro passeggiate lungo le rive del Tamigi vicino casa. Grahame era un brillante studioso cui fu negata una carriera accademica e un uomo infelicemente sposato e parimenti insoddisfatto da un lavoro, a volte, poco congeniale. Così riversò i suoi desideri in queste storie spensierate di vita sul fiume. Sono veramente pochi i personaggi più indimenticabili di Talpa, Ratto, Lontra e Rospo, esseri umani sottilmente camuffati più che animali. Letto a una certa età è indimenticabile. Proprio all’inizio si trova la prima lezione: la vita deve essere goduta. Semplice e solenne Talpa è intento alle pulizie di primavera, impacciato dalla sua debole vista e distratto dagli allegri conigli quando decide di fermarsi e deporre i suoi arnesi.”Uffa” dice e parte in esplorazione. Non si guarda mai indietro. Ratto incarna la seconda lezione: l’entusiasmo è il condimento della vita e Rospo la terza, l’entusiasmo fino all’ossessione è male. Tasso rappresenta le antiquate virtù che sono il fondamento di un mondo in cui la vita può essere goduta: coraggio, affetto, semplicità e onestà. Deve essere così perché questi sono anche i miei valori. Perfino il dio Pan, la divinità che foggia la vita di questi animali, ha il suo ruolo malgrado non mi è mai parso che questo aspetto della storia fosse ben riuscito. D’altro canto, non sono mai stato in Inghilterra, ho tuttavia un senso straordinariamente vivo della campagna inglese, in primavera e in inverno, e posso comprendere completamente il timore di Talpa verso la Natura Selvaggia. Questo è un ritratto della vita come non è mai, come sempre sarà se mai dovessimo riuscire a vedere le cose come realmente sono. Sta diventando troppo semplice per piacere ai bambini. Come Pilgrim’s Progress è per ogni età. Nonostante le molte famose illustrazioni del libro, le migliori per me sono quelle di Arthur Rackham, un artista il cui controllo dell’acquerello è legato ad una timore dell’assurdo, del grottesco, della natura del mondo della fantasia fuori della realtà; tuttavia gli interni delle tane, con le loro provviste ben sistemate, sono completamente convincenti.

I racconti per bambini spesso contengono una morale o lezione, qualcosa che l’autore vuol dire a beneficio del lettore. Come tutti i tentativi di questo genere è un errore e solitamente destinato al fallimento. Ricordo che ho ignorato la morale alla fine delle Favole di Esopo quando le ho lette da bambino. Se non si riesce a dirlo attraverso la storia non si dovrebbe dirlo affatto soprattutto ai bambini che hanno il loro proprio mondo cui rifugiarsi, dove non ci sono adulti. Le migliori storie per bambini hanno tutte un messaggio e i lettori se ne accorgono molto più tardi quando sono diventati adulti. E’ così che dovrebbe essere.

The Story of Dr Dolittle (La storia del dottor Dolittle) di Hugh Lofting, sviluppata da lettere illustrate inviate ai figli durante la prima guerra mondiale, fu pubblicata nel 1920. Quella terribile esperienza che ha traumatizzato la vita di quanti sopravvissuti, su pretese il cui significato impegna ancora gli studiosi, ha incluso molta disumanità nei confronti degli animali. I cavalli vennero utilizzati sui campi di battaglia, furono spesso feriti a morte. Ma gli animali incontrati dal Dr Dolittle sono altrettanti esseri umani; i racconti, che sono anche una supplica accorata in favore di un atteggiamento ‘umano’ verso gli altri, sono ambientati nel 1820 prima di assistere alla disumanità della prima guerra mondiale. Lofting era un ingegnere e solo la popolarità del suo primo libro lo trasformò in uno scrittore e illustratore. All’età di dodici anni mi sono imbattuto per la prima volta nei personaggi del Dottore, del pappagallo Polinesia, del cane Jip, dell’anatra DaGub-Gub, di Tommy, Matthew Mugg e in alcuni dei meravigliosi animali incontrati lungo il cammino come Pushmipullyu. Le mie zie, cui facevamo visita, avevano una raccolta di 12 libri che leggevo mentre gli adulti se ne stavano a chiacchierare. Decisi di comprarmeli. Ricordo ancora vivamente il senso di meraviglia e anche, stranamente, di familiarità che provai leggendoli. L’idea che un uomo potesse parlare e comprendere il linguaggio degli animali era un concetto straordinario per me bambino. Capii come doveva essere stato doloroso per il dottore entrare in un negozio di animali domestici. Cominciai a notare il modo in cui gli animali comunicavano e scoprii subito che era tutt’altro che stupido: avevano una scala di versi limitata ma espressiva e la integravano con una gamma molto più estesa di ciò che chiamiamo ‘linguaggio del corpo’ di cui gli umani sono di solito capaci. Questo trasformò il mio rapporto con gli animali e cominciai subito a notare gli stessi segni non vocali nella gente che incontravo, il che rese la mia personale interazione molto più complessa. Stavo ‘crescendo’- I libri trattavano del mondo meraviglioso in cui viviamo e va aldilà perché il dottore va fino al Polo Nord e addirittura sulla luna. Lofting è riuscito brillantemente a descrivere un uomo di una profonda gentilezza d’animo, cosa non frequente nella narrativa, e l’impatto con il libro è stato ancora più profondo per il fatto che Lofting era anche un illustratore di enorme talento.

Forse i libri per bambini accompagnano il passaggio dal mondo infantile all’esperienza del mondo adulto. Un libro che può descrivere il mondo in modo convincente come lo vede un bambino, dove la meraviglia è proprio dietro l’angolo, e contemporaneamente trasmettere valori ‘adulti’ senza essere così ovvio da inculcare una morale, è una sorta di casa a metà dove puoi essere contemporaneamente bambino e adulto. Mi chiedo cosa succede a quelli che crescono senza avere il beneficio di questi libri.

Where the Wild Things are (Nel paese delle creature selvagge) di Maurice Sendak. pubblicato nel 1963, ha storia e illustrazioni di Sendak. Malgrado il libro lo abbia reso famoso e lui sia conosciuto soprattutto per questo titolo, Sendak è un grande artista, illustratore, scenografo e scrittore e produttore televisivo. Da raccomandare per una consapevolezza del raggio d’azione e dell’ambito della realizzazione di Sendak è The Art of Maurice Sendak di Selma G. Lane (Bodley Head 1980). Sendak divenne ‘controverso’ nel 1970 quando il suo In the Night Kitchen fu denunciato dalla Fig Leaf Society of America per la presenza di tre illustrazioni di un bambino nudo che mostra i genitali, malgrado ciò non avesse causato problemi ai lettori del libro. Ho letto Where the Wild Things Are in un periodo in cui mi prendevo cura di due bambini uno dei quali era in possesso di una copia del libro. Mi è piaciuto molto e ho fatto un patto per cui io avrei comprato qualcosa per lui e lui avrebbe dato il libro a me. Allora ho compreso quanto i ‘mostri’ sono importanti per i bambini. Li amano, e a loro piace esserne spaventati. Alcune persone mantengono questa caratteristica fino in età adulta e un certo cinema spazzatura è lì per soddisfarli. Paura controllata come modo per affrontare.l’ansia, suppongo. Un autore che influenzò Sendak è Disney il che non mi sorprende affatto in quanto le illustrazioni contenute nel libro sono tutt’altro che spaventose. I mostri sono sempre sorridenti e la storia è un semplice rovesciamenti dei ruoli: Max è cattivo e viene spedito a letto; incontra le creature selvagge e Max le punisce, poi va a casa e cena. Quasi unico tra i libri che ho scelto per la mia analisi Where the Wild Things Are è un vero libro per bambini, un libro illustrato con una storia semplice e molte figure. Le illustrazioni non sono soltanto belle ma opere d’arte e mi hanno colpito profondamente. In un campo in cui gli illustratori proliferano penso che Maurice Sendak sia ancora probabilmente il migliore.

L’illustrazione è spesso considerata un elemento importante nella letteratura infantile ma mi chiedo se il colore, le illustrazioni surreali e sofisticate che vi si trovano spesso non siano piuttosto per gli adulti che comprano i libri l’equivalente delle confezioni costose dei prodotti in vendita nei supermercati. Molte storie per bambini sono iniziate come racconti, e la storia narrata prima di addormentarsi come rito che i bambini condividono con i genitori mostra che raccontare è ancora la parte più importante di ogni storia. D’altro canto le storie per bambini liberano livelli di creatività, cui forse gli artisti non potrebbero accedere diversamente, con il loro appello agli impulsi dell’inconscio, alla fantasia e al surreale.

La trilogia Earthsea di Ursula Le Guin iniziò nel 1968. Seguirono nel 1971 The Tombs of Atuan (Le tombe di Atuan) e nel 1972 The Farthest Shore (La spiaggia più lontana); altri due libri furono pubblicati successivamente, alla fine del secolo. I libri di Earthsea sembrano gli antesignani di spada e magia di Harry Potter ma in realtà l’autrice vi esplora in dettaglio il concetto di magia che solitamente è relegato nell’ambito di incantesimi e pozioni con l’aggiunta di un approccio peggiorativo medievale cristiano. Per contro, qui la magia è un fatto di leggi e procedure proprio come lo è la scienza nel nostro mondo. Il contenuto del primo libro è il confronto di Ged con l’Ombra, una presentazione di alcune idee di Jung che è l’ultima cosa che ci si aspetterebbe in un libro per bambini. Il secondo libro è la storia di Tenar, giovane sacerdotessa di dei chiamati I Senza Nome. Nasce un rapporto tra Tenar e Ged e alla fine lui fugge dagli sterili riti del culto di lei. Questo libro è in parte la storia di una ragazza che arriva alla maturità influenzata nel suo racconto dall’attività del movimento per la liberazione della donna di quegli anni, e in parte un rifacimento della storia di Teseo e Ariadne. Nel terzo libro Arren, principe di Enlad, viaggia con Ged nella terra dei morti. Insieme vincono il mago Cob, risanano la terra il che permette ad Arren di riunire tutte le isole in un grande regno. Tuttavia Ged ha perduto il suo potere e alla fine del libro parte per una destinazione ignota. La maggior parte dell’opera della Le Guin presenta idee tratte dalle scienze sociali come l’antropologia, la psicologia e la religione comparata, spesso con un approccio ambientale o politico come quando mostra gli abitanti del pianeta Inverno in The Left Hand of Darkness (Mano Sinistra delle Tenebre) come asessuati ma soggetti al ‘kemmer’ un ciclo che li rende maschi o femmine per la durata del ciclo sessuale. Il libro esplora la sensibilità di personaggi che hanno sperimentato sia la mascolinità che la femminilità. La saga di Earthsea è molto vicina agli altri libri della Le Guin e si qualifica come letteratura per ragazzi soprattutto perché i protagonisti sono molto giovani. La Le Guin è una grande stilista (al contrario di Bowling), ricordo quanto mi piaceva leggere la sua prosa indipendentemente dall’interesse della storia, è una scrittrice di fantascienza e di fantasia soprattutto perché questi generi sono quelli aperti ai suoi temi. Adotta i paraphernalia del caso in un modo profondamente innovativo ma è interessata soprattutto ai processi psicologici e a come questi sono influenzati dal genere e dall’ambiente. Il fatto che abbia compiuto questa esplorazione e stesse diventando una autrice di best sellers e vincitrice di premi la dice lunga sui suoi doni come narratrice. Mi ha guidato attraverso emozionanti avventure in altri mondi alle scoperte sulla magia, al cammino che porta alla maturità, alle esplorazioni della politica sessuale e dei problemi ambientali. E’ anche una illustratrice di talento ed è un peccato che la maggior parte dei disegni non sia disponibile.

Nella categoria di libri per ragazzi dove collochiano la narrativa inclassificabile? Red Shift di Alan Garner è una storia per bambini? Gulliver’s Travels (I viaggi di Gulliver) di Swift, una satira brillante ed efficace degli aspetti della civiltà del 18° secolo, finisce lì dove incontra i racconti folk dei fratelli Grimm, a volte storie terrificanti di fantasmi che i contadini tedeschi si raccontavano. Chi decide cosa costituisce un genere (incluso letteratura infantile) o la corrente principale (in termini di volume, la corrente principale costituisce il 10% delle storie pubblicate). E’ una decisione del mercato? O dei critici che amano classificare in modo da poter accordare il relativo status? Ovviamente ci sono storie di bambini per bambini, ma ne ho ricordate alcune qui che sono anche storie per adulti. Sono storie per bambini solo perché i protagonisti sono animali o bambini?

Watership Down (La collina dei conigli) di Richard Adams è una storia raccontata la prima volta ai suoi figli durante gite in macchina in campagna il fine settimana e pubblicata in libro nel 1972. Adams era un impiegato di carriera dello stato con inizialmente nessuna idea di paternità. Il suo libro, che ruppe tutte le regole della narrativa per bambini, fu un grande best seller egualmente popolare tra gli adulti. Sorprendentemente Adams divenne uno dei maggiori romanzieri contemporanei, ogni suo libro totalmente diverso dal precedente, quando all’età di 52 anni si imbarcò nella carriera letteraria. Watership Down è una descrizione incredibilmente accurata della campagna inglese e di numerose centinaia di specie di fiori selvatici; fornisce dettagli sul ciclo della vita del coniglio e unisce tali elementi a una storia fantastica in cui un coniglio e i suoi compagni si imbarcano in una ricerca epica di una nuova tana. Le descrizioni di violenza, che è una inevitabile parte della vita di tutti gli animali selvatici, e di modi di accoppiamento sono presentate realisticamente. In realtà Watership Down non è affatto un libro per bambini, ma semplicemente ritenuto tale dai suoi primi lettori perché i conigli non erano presi sul serio dagli adulti del tempo. In un qualche modo nello scrivere Adams è entrato nel mondo degli archetipi yunghiani che avrebbe alimentato tutta la sua narrativa. I suoi libri non sono né di fantasia, né per bambini, né narrativa storica, ma esplorazioni dei modelli psichici di base che tutti abbiamo. Può non essere facile identificarsi con Quintilio il veggente e Hazel il leader e cercare una equivalenza con temi della poesia epica sembra piuttosto sciocco ma non vi è dubbio sul potere del libro che, come tutta la narrativa di Adams, è avvincente. Molto di ciò che è stato scritto su questo e sugli altri suoi libri indica come i lettori spesso si sentano a disagio con la lettura dei suoi libri, un sentimento cui si aggiungono anche lettori e critici che sollevano problemi irrilevanti di sessismo, conservatorismo politico, accenni classici e pretese di status mitico. Il libro, pur non essendo un libro per bambini, deve essere letto come legge un bambino, con totale accettazione e nessun preconcetto. Si possono trovare paralleli con gli altri libri di Adams, Shardik o The Girl in a Swing (La ragazza sull’altalena) per esempio. Poche illustrazioni di pregio sono disponibili.

Esiste qualcosa definibile come libri per bambini? Suppongo di sì, abbiccì, libri illustrati di animali, mostri e fate. Ma i libri per bambini che sono tenuti in maggiore considerazione, e spesso letti dagli adulti, sono realmente libri per bambini o solo esempi di un tipo di letteratura fantastica che include anche Mills and Booners, fumetti, storie di fantasmi, fantascienza, storie dell’orrore, pornografia, racconti polizieschi e praticamente tutto quello che non tratta in modo realistico del mondo adulto dei rapporti umani – i generi che formano, in realtà, la componente maggiore della lettura?

Ratsmagic di Christopher Logue e illustrato da Wayne Anderson fu pubblicato nel 1976. La storia dell’uovo di Bluebird e della sua misteriosa promessa e di come fu rubato dalla strega Dole e recuperato da Rat con la sua bacchetta magica è poetica e simbolica e solo marginalmente alla portata di un bambino. Gli adulti probabilmente ci troverebbero molto. Ma la parte importante non è realmente la storia. Le illustrazioni sono dell’artista britannico Wayne Anderson che ha illustrato anche The Magic Circus (Il circo magico) dello stesso Logue, e molti altri libri sia per bambini che per adulti, ed è autore di sue mostre e di contributi a film. Anderson è un pittore sullo stile di Hieronymus Bosch o Salvator Dali, e la sua arte misteriosa, turbante e evocativa smuove profondi impulsi nel mio subconscio ogni volta che lo guardo. Ratsmagic è un esempio di un libro per bambini che naviga con successo nei mondi della letteratura infantile, della fantasia e della fantascienza, di anime e del surreale. Forse non è affatto un libro per bambini. Si possono trovare esempi dell’arte di Anderson nel sito http://www.wayneandersonart.com. Il libro si differenza dagli altri qui menzionati, per la maggior parte basati su un testo, in quanto è, a mio parere, un libro d’arte (rivolgo le mie scuse a Christopher Logue), quindi tralascio altri commenti e lo metto in una sezione a parte.

Ho iniziato col chiamare questi libri libri per bambini ma ora non ne sono così certo. E’ perché ora sono un adulto che ci trovo molto più di quello che ci trovavo da bambino? Sono libri per adulti di tutte le età? Sono libri che hanno subito una marginalizzazione in quanto etichettati come libri per bambini con tutte le consequenze che un’etichetta produce? Certi libri rimangono centrali nella nostra vita. Leggeteli in un certo momento e, diciamo, ci crescete insieme. A me è successo così.

©2012 Translation copyright Gianna Attardo.

7. ORIGINALITÀ

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Vi è mai capitato di avere un momento di ispirazione, un intuito che ha fatto tintinnare le sinapsi tra cervello e mente, uno sprazzo di luce nella perplessità della vita un eureka! che vi ha fatto schizzar fuori dal mare della normalità? Per scoprire poi che qualcun altro l’aveva avuto prima di voi?

E’ deludente scoprire che abbiamo soltanto copiato un altro e qualche volta ci piacerebbe pensare che almeno non ne eravamo coscienti. Penso che nel nostro universo personale tutti appariamo dei geni e l’infanzia, ossia quando ci costruiamo il nostro mondo attraverso le nostre scoperte, è una fase emozionante. Dobbiamo recuperare quello stato.

Il tempo, l’istruzione, i media, la competizione e gli errori di giudizio possono toglierci questo piacere. Cresciamo, e impariamo a imparare con un fine in mente, di solito un fine di tipo economico. Sembra che gli adulti, tutti quelli che ho incontrato (e uso il termine in senso lato) siano divisi in due categorie. Quelli che procedono caparbiamente aggiungendo nuove informazioni alla loro visione del mondo, ma trovando sempre meno da aggiungere in quanto non abbandonano le loro scoperte precedenti, e quelli che cercano di valorizzarsi troppo e troppo presto e si creano una facciata sofisticata che passano troppo tempo a difendere, un tempo troppo lungo per dedicarlo poi a scoprire, indipendentemente da quanto le scoperte possano arricchirli.

La vostra ispirazione vale più di quella degli altri anche se può essere in effetti quella di altri: scoperte contrastanti e ispirazione dovute all’influenza altrui forse influenza celata con pura imitazione

Voglio illustrare questo concetto con qualche appunto preso sui taccuini che tenevo qualche anno fa in una fase difficile, esattamente negli anni novanta, e su cui annotavo ciò che vedevo, come Leonardo.

“Pensavo alla morte di un conoscente, deceduto inaspettatamente. Ero sconvolto dalla notizia ma non addolorato, era una persona dalla quale mi ero allontanato negli anni. Forse era questo il motivo per cui i miei pensieri hanno preso una piega filosofica e mi sono messo a riflettere sulle morti che incontro ogni giorno. Mi sono soffermato sugli insetti – i ragni, i lepidotteri e gli scarafaggi che con noncuranza si affaticano intorno a me, vittime dell’immensità. Un ragno, incredibilmente piccolo, spiaccicato sull’orlo di una tazza; lepidotteri impantanati nell’olio versato o annegati nell’acqua da bere, scarafaggi morti e poi disseccati tra i peli del tappeto. Ogni vita è preziosa al suo possessore? Sebbene non possa percepire la vita come la percepisce un altro tuttavia credo, per qualche ragione, che la vita, tutte le vite, possiedano una identità comune. La lotta del lepidottero nell’olio mi riporta alla mia paura del declino fisico e mentale, alla mia tristezza alla notizia della morte di un conoscente.

“Ogni settimana nella mia cucina si consumano molte vite. Il significato che questo fatto ha per me è una questione di scala. C’è una gamma di dimensioni che mi colpisce: troppo grande (la morte dei soli) o troppo piccola (il lepidottero sul davanzale della finestra) e non mi colpisce. Ma guardiamo quanto è bello questo piccolo lepidottero, con una specie di polverina sulle ali che brilla alla luce del mattino che filtra dalla finestra. Quanto è difficile prenderlo senza distruggerlo lasciando solo una macchia nel punto in cui era stato per sue misteriose ragioni. Gli insetti si riproducono e muoiono su scala enorme. Gli umani si stanno avvicinando alle abitudini riproduttive degli insetti, le nostre specie, miliardi, presto rivaleggeranno in numero. Forse potremmo guardare un po’ più da vicino le loro vite e le loro morti”.

Nel 1942 Leonard Woolf pubblicò un libro di saggi scritti dalla sua ultima moglie che ne includeva uno famoso, The Death of the Moth. Cinquant’anni prima che io annotassi la mia riflessione Virginia Woolf aveva scritto qualcosa di analogo e naturalmente lo aveva espresso con parole ben più belle delle mie. Il suo saggio è sublime, una delle molte cose meravigliose che ha lasciato dopo la sua morte.

“…Era inutile tentare di fare qualcosa. Si potevano solo osservare gli sforzi straordinari fatti da quelle zampette contro una sorte imminente che avrebbe potuto, se l’avesse scelta, sommergere un’intera città, non soltanto una città, ma masse di esseri umani; nulla, sapevo, aveva alcuna possibilità contro la morte. Tuttavia dopo una pausa dovuta alla spossatezza le zampe si agitarono di nuovo. Questa ultima protesta fu straordinaria e così convulsa che alla fine lui riuscì a raddrizzarsi. La pietà, naturalmente, era tutta dalla parte della vita. Inoltre, quando non c’era nessuno da amare o da conoscere, questo sforzo gigantesco da parte di un insignificante piccolo lepidottero contro una forza di tale magnitudine per trattenere quello che per altri non aveva valore o che nessuno desiderava trattenere, era stranamente commovente. Di nuovo, in qualche modo, si vedeva la vita, una pura goccia. Sollevai di nuovo la matita, sebbene sapessi che era inutile. Ma anche quando lo feci, si mostrarono gli inconfondibili segni della morte. Il corpo si rilassò e istantaneamente si irrigidì. La lotta era terminata. L’insignificante piccola creatura ora conosceva la morte. Quando guardai il lepidottero morto questo piccolissimo trionfo marginale di una tale grande forza sul un antagonista così umile mi riempì di meraviglia. Proprio come la vita era stata strana qualche minuto prima, così ora la morte appariva altrettanto strana. Il lepidottero che si era raddrizzato ora giaceva composto con più decenza e rassegnazione. Oh sì, sembrava che dicesse, la morte è più forte di me.”

L’originalità è sopravvalutata. Come dice Re Salomone, non c’è niente di nuovo sotto il sole e probabilmente era stato detto anche prima. Ma ci hanno insegnato che l’originalità è un valore di per sé non in quanto segno di onestà e genuinità. Copiare qualcosa è disonesto, ci è stato detto, e in termini di diritti d’autore l’autorità sorveglia guardinga. E’vero, sebbene non in modo significativo. Ciò che la legge non può capire è che ciò che è importante è come copiamo.

Quello che sfugge a questo atteggiamento è la duplice natura di ciò che chiamerei, per mancanza di un termine preciso, realtà. Esiste la realtà assoluta, tutto ciò che esiste, e noi non sopportiamo di entrare in contatto con questa per molto tempo né per una frazione di secondo; ed esiste una realtà relativa, la sostanza di cui è fatta la nostra vita, la selezione che ci rende ‘noi’ che operiamo dal grande quadro. In entrambi i tipi di realtà le cose accadono per la prima volta e le cose vengono ripetute Ci sono cose che sono originali e ci sono copie e il vivere non sta nell’essere originali ma nell’integrazione di ciò che ci accade in un insieme significativo. Il nostro lavoro consiste nel conseguire integrità. E’ come facciamo questo che ci rende individui. E’ il modo in cui copiamo che ci rende creativi, che ci rende originali.

Nel mio universo particolare è successo che il mio lepidottero sia morto nel 1995, e quello di Virginia Woolf nel 2006 anche se nell’universo degli altri il saggio della Woolf fosse già in circolazione dal 1942. Non sono stato originale tuttavia il mio lepidottero mi ha insegnato qualcosa che non sapevo. E come risultato di quella meditazione ho assorbito la lezione del lepidottero di Virginia in modo più toccante e preciso di quanto avrei fatto diversamente. Il mio universo si è arricchito non di uno ma di due lepidotteri. Ho operato un’ integrazione.

Se cammini dove non sei mai stato prima assicurati che non stai seguendo un altro anche se qualcun altro è stato lì prima di te te. Allora Colombo non ti deve proprio niente.

L’ integrazione è resa più difficile dall’influenza pervasiva dei media della comunicazione che non sono necessariamente i media dell’informazione e spesso inibiscono piuttosto che liberare. Ci presentano modelli di ciò che la realtà è, di ciò che potrebbe essere ed è una fatica agire contro la sua suggestione. Siamo istruiti, non a scuola o in un college, ma da immagini così reali da essere scambiate per realtà, immagini pubblicitarie, televisive, cinematografiche. E per confonderci di più ci viene detto che essere influenzati da questa bombardamento di pseudo realtà è sbagliato. I censori e la polizia del pensiero ci osservano. Uomini armati alimentano l’industria ccinematografica, i negozi ci vendono armi, nostro dritto democratico averle così possiamo vivere come cowboy ma se qualcuno scende in strada e usa un fucile lo scandalo è sufficiente a vendere miloni di giornali.

In altre parole, prima di integrare nuove esperienze nella nostra realtà originale dobbiamo compiere la fatica senza precedenti di distinguere la realtà effettiva di quella realtà. Ma non è impossibile.

Val la pena ricordare che l’impossibile è solo qualcosa che non è stato fatto prima. Almeno da te. E’ come un paio di scarpe nuove.

Puoi cambiare realtà, come ha detto Tom Robbins, attraverso il modo in cui la percepisci.”Non abbiamo solo un’abilità per percepire il mondo, ma un’abilità per alterarne la percezione; più semplicemente, si possono cambiare le cose attraverso la maniera in cui le si vede.” – Even Cowgirls Get the Blues.

Accade in un batter d’occhio. Batter d’occhio. Disastro. Batter d’occhio. Disastro buffo. Batter d’occhio. Assurdo. Batter d’occhio. Guarda, l’iris nel giardino sta sbocciando.

Non cerchiamo di essere originali in quello che pensiamo o facciamo bensí nel modo in cui copiamo o integriamo esperienze e intuito nel tessuto della nostra vita così da cambiarci. L’io che creiamo dovrebbe essere il più comprensibile possibile, contenere tante contraddizioni quante riusciamo a sopportare. In questo modo vivremo più a lungo. E la morte, quando arriva, ci troverà a testa in sù.

©2011 Translation copyright Gianna Attardo.

6. AFRODITE, DEA DELL’AMORE  E DEL SESSO

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Afrodite è la dea greca associata all’amore (e alle sue varie attività) spesso chiamata Venere. La sua adorazione si può far risalire al periodo compreso tra l’epoca micenea nel XII secolo a.C. e il VI secolo d.C. quando era conosciuta come Iside in quanto il suo culto si era fuso con quello della dea egizia. Il culto di Afrodite è stato praticato più a lungo di quello della Cristianità, del Giudaismo o dell’Islam, e molto più a lungo se si prende in considerazione l’adorazione delle divinità del Medio Oriente che lo hanno preceduto. Infatti, quando fu fondata la Chiesa Cristiana nel IV secolo d.C. (distinta dalla religione cristiana, fondata nel I secolo d.C. da Paolo di Tarso) la religione più diffusa nel mondo greco-romano era quella di Iside insieme alle altre fedi importanti di Mitra e Gesù, La maggior parte delle tracce del culto di Afrodite è svanita. Le immagini della dea, i dipinti, le statue non sono sopravvissuti se non in copie danneggiate del I secolo a.C. e d.C., copie di originali precedenti. L’esempio più autentico del culto della dea giunto fino a noi è una preghiera scritta da Saffo di Lesbo contemporanea di Geremia e Gautama.

Figlia immortale di Zeus, Afrodite
Tessitrice di incantesimi,
Ascoltami, oh, non abbandonarmi…

Ritorna, liberami dal tormento,
Unisci il mio fuoco con il tuo fuoco divino,
Fammi avere colei che desidero.
(estratto dalla versione di Vere Stacpoole)

L’aspetto più importante da notare è che l’amore e il sesso sono parte di una religione. Siamo così abituati a svalutare amore e sesso e a occuparci di loro fuori dell’ambito della religione, in campi quali l’arte e la pornografia, che riusciamo facilmente a trascurare questa ovvietà.

1.
La sua storia ebbe inizio almeno 20.000 anni fa. A quel tempo, nell’Europa centrale, ebbe luogo un grande movimento di genti. Le popolazioni si muovevano continuamente in cerca di tracce di selvaggina e campi di erbe i cui semi fossero commestibili. Una buona stagione significava salute e molti figli, una povera equivaleva alla morte dei deboli, presi dai predatori, consumati dalla carestia. Prima di mettersi in viaggio, la popolazione pregava la protettrice dell’abbondanza, la madre della vita affinché li benedicesse e li facesse prosperare. La Madre era dappertutto ed era molto potente. La gente la vedeva nei campi di erbe che maturavano al sole, negli alberi che davano frutti ogni maggio, nel movimento di un bimbo nel ventre, nei germogli verde chiaro che comparivano su un tronco d’albero annerito dal fuoco, nell’accoppiarsi degli animali sia predatori che saccheggiatori. Al contrario di noi, la gente la vedeva non nella mente ma nel sangue e temeva quello che poteva fare. Era la padrona della vita e della morte. Era così per loro. Cercavano di placarla e di conquistarsi il suo favore. Ogni primavera il Capo-Sacerdotessa giaceva con il guerriero più forte di ciascuna tribù e ne riceveva il seme. Poi il popolo passava sul suolo fertilizzato dalle sue ampie ali e pagava tributo alla Madre e al suo mistero. Temevano e speravano. Il popolo formava immagini ‘sha’, la vulva attraverso cui un uomo entrava nel corpo, i fianchi larghi e le natiche grandi per agevolare la nascita, i seni abbondanti per nutrire il bambino, e seppelliva le immagini nella terra, un tributo al suo potere, una magia per dare quel potere ai loro cacciatori, alle loro giovani donne. Il popolo vi passava vicino e lasciava poche tracce del suo passaggio ma le immagini ‘sha’ furono trovate in una fase successiva.

La successiva allusione ad Afrodite è appena una deduzione fatta da studiosi. Circa 10.000 anni fa si verificò una grande rivoluzione nella vita delle popolazioni, grande quanto la fabbricazione di attrezzi, un milione di anni prima, che nessuno ricordava. Si organizzavano campi estivi temporanei per seminare e raccogliere semi commestibili che le donne, le raccoglitrici, ritenevano buoni da mangiare. Si proteggeva il campo con tettoie di rami, si seminava senza alcun metodo, mancanza questa che spesso risultava in una perdita di tempo. Ma la gente imparò. Le tettoie furono poi formate di file di rami coperti di argilla e da uno strato di rami frondosi, e le semine divennero più facili man mano che la gente ne apprese le caratteristiche. I Capi-Sacerdotesse erano più potenti che mai perché solo loro capivano la Madre. Ma gli uomini, che davano figli alle mogli e poi morivano per proteggere quella giovane vita dai predatori e dai nemici, stavano diventando più importanti in quanto ‘muratori’ e costruttori di attrezzi, due abilità che si rivelavano sempre più fondamentali per il popolo. Alcuni gruppi restavano nel campo tutto l’anno. Così iniziò la costruzione delle città. La Grande Madre cominciò a essere vista con un dio del cielo, un creatore e costruttore. Alcuni uomini dicevano che questo dio era più importante della Madre ma in un primo momento nessuno vi prestò ascolto.

Poi, 4.000 anni fa, il popolo della terra di Sumer, situata tra i due fiumi del Tigri e dell’Eufrate, diede un nome alla Madre. La chiamò Inanna e lasciò testimonianze di lei incisa nell’argilla e cotta nel fuoco

…tutte le creature viventi della steppa
tutti gli animali a quattro zampe sotto l’ampio cielo,
frutto e giardino, aiuole fiorite e canne verdeggianti,
il pesce dello stagno, gli uccelli del cielo,
tutti servono la mia signora Inanna…

La madre Inanna era una trinità sacra. Dea dell’incanto, era lei che avvicinava il maschio e la femmina; dea della nascita, era lei che dava origine alla nuova vita; dea della discordia, era lei che poneva fine alla vita. La gente comprese che per creare nuova vita gli dei avevano creato il tempo, che la nuova vita era legata alla vecchia vita, che c’era una stagione per gli uomini come per i frutti e il grano. Tra le fedi contemporanee è l’induismo che comprende meglio questo concetto: la moglie di Shiva che crea è Parvati, la moglie di Shiva che distrugge è Kali (di cui uno dei significati è il tempo).

A Sumer Inanna aveva un consorte di nome Dumuzi. Era conosciuto come il Pastore ma la sua funzione più importante era morire. Rappresentava molte cose, il passaggio delle generazioni, la morte della vecchia vegetazione prima del germogliare della nuova in primavera, la speranza nell’immortalità. Quando la stagione dell’inverno giungeva alla fine i sacerdoti recitavano la discesa di Inanna nell’Ade.

Dumuzi è morto per dare nuova vita al mondo. Inanna lamenta la sua dipartita e scende nell’Ade. Man mano che avanza deve rinunciare a ciascuno dei suoi attributi rappresentati dai suoi gioielli e dal suo abbigliamento, poi rinunciare alla vita, lei la grande Regina del Cielo, la luminosa stella del mattino e la stella della sera. Morta, Inanna deve chiedere la restituzione della vita di Dumuzi a sua sorella, la Regina dell’Ade. La restituzione è concessa dopo tre giorni ma solo per sei mesi all’anno. Inanna torna in Cielo, riguadagna la sua anima, il suo abbigliamento e i suoi gioielli. Una volta di più è la grande Regina del Cielo. Dumuzi è con lei, il grano.è pronto per il raccolto ma si deve pagare per la vita data dal grano. E così la morte entra nel mondo.

La cerimonia, la musica, i rituali, le preghiere tutto è andato perduto. Resta solo la storia.

La civiltà dei Sumeri è scomparsa e la sloro lingua dimenticata ma tenere a bada il deserto per mezzo di grandi canali tra i due fiumi fu opera di altre popolazioni. Prima vennero gli Accadi, poi gli Assiri dal nord e i Babilonesi dal sud. La Grande Dea non fu dimenticata. Questi popoli la chiamarono Ishtar e il suo consorte Tammuz. Come Inanna, Ishtar discende nell’Ade per salvare l’umanità ma risorge. Tammuz muore, viene compianto, tuttavia risorge e il rito suggerisce nuova vita nei campi, greggi e famiglie.

In seguito, altri popoli condivisero gli stessi miti e le stesse cerimonie che ritenevano vitali alla continuazione della vita. L’Astarte (nota anche come Asthoreth) fenicia, cartaginese, Siria, Ittita e Canaanita è simile nelle funzioni a queste divinità precedenti. Il loro consorte è Baal.

Infine i Filistei, uno dei Popoli del Mare che agitarono il regno di Ramses III d’ Egitto, conobbero la Grande Dea con il nome di Atargatis. Essi si stabilirono, tra gli altri luoghi, sull’isola di Cipro, mischiandosi con i nativi e i greci micenei della tribù di Teucro, esiliato dopo la guerra di Troia e costretto a trovarsi una nuova patria. A Cipro, tra i Greci, la dea fu conosciuta per la prima volta come Afrodite. Era il 1200 a.C.

2.
I miti di Afrodite sono molti e differenti, e il suo culto è mutato nel corso dei secoli. Secondo le prime nozioni che sopravvivono in Omero la dea viene ritratta come una delle divinità principali: lei e il suo consorte Eros sono più potenti di Zeus. Come le divinità del Medio Oriente prima di lei, Afrodite era la signora del desiderio e del sesso, della nascita, della discordia. Ma i Greci avevano altre divinità responsabili per alcune di queste funzioni: Ares dio della guerra, Demetra dea del grano la cui figlia, Persefone, doveva trascorrere sei mesi all’anno nell’Ade ma la cui riunione con la madre porta l’abbondante raccolto, Dioniso un dio della vegetazione che porta la vite e la catarsi dell’ubriachezza. Orfeo, la cui discesa nell’Ade per salvare la moglie Euridice divenne oggetto di rappresentazione da parte di fanatici in cerca di immortalità.

Afrodite finì con l’essere adorata per un solo aspetto della sua trinità di poteri, divenne la dea del desiderio, dell’attrazione, dell’amore e del sesso. Era lei che
penetrava negli uomini e nelle donne, li conquistava, faceva loro soffrire gli effetti della passione non corrisposta, confondeva i loro giudizi, li rendeva desiderabili, fertili, potenti, dava loro l’orgasmo, portava armonia nei loro rapporti.

I Greci ritenevano che ciò provenisse dalla dea e fosse sacro ma anche un potente distruttore del loro io razionale e da temersi, e nella religione greca gli dei erano dappertutto, non lontani da qualche parte in cielo, ma vivamente interessati agli affari umani. Visitavano spesso i loro templi, potevano sentirsi tanto offesi quanto placati e a volte eccessivamente travolgenti come Zeus a Dodona o Appollo a Delfi. Queste esperienze, che potremmo chiamare misticismo nella fede cristiana, erano parte di una religione di stato e vissute dal contadino e artigiano greco comune. Era così in Grecia.

3.
Inanna, Ishtar, Astaroth erano tutte divinità responsabili per la vita, per la creazione della vita. Erano un aspetto della primitiva Grande Madre. Il loro rito più vitale era la morte e la resurrezione del loro consorte, Dumuzi, Tammuz. Il paese in cui queste divinità erano adorate era circondato su due lati dal deserto e da inospitali catene montuose. Il popolo poteva vedere ai confini della sua terra la morte causata dall’ostilità della dea. L’adorazione era vitale alla sopravvivenza.

In Grecia il contrasto non era così drammatico. La Grecia, prima della distruzione causata dalle capre e dalle pecore, era più fertile e coperta di boschi di quanto lo sia oggi. In Grecia il consorte di Afrodite si chiamava Adone che morì, discese nell’Ade e risorse come Dumuzi e Tammuz. Adone era di origine divina, semidio e bello, amato sia da Afrodite che da Persefone e come Dumuzi trascorreva sei mesi dell’anno nell’Ade (Adone viene da Adon, un titolo di Baal che significa Signore). Ad ogni aprile, per secoli, ad Atene e in altre parti della Grecia, si celebrò il festival di Adone. Si creava un giardino di germogli, lo si collocava in un coccio di argilla e lo si innaffiava ogni giorno. Dopo un lasso di tempo stabilito si interrompeva l’innaffiatura e le piantine si seccavano. In ogni casa si lamentava e piangeva la morte di Adone, simboleggiata da queste piante senza vita. Successivamente, si collocava un’immagine di Adone in un’altra ciotola posta a galleggiare sull’oceano, con grande letizia, a simboleggiare il ritorno di Adone dall’Ade. La storia di Adone fu poi modificata. La sua morte non si risolse nella resurrezione e nel raccolto ma in un fiore, l’anemone. La sua morte, e la creazione dell’anemone, conserva l’idea originaria di Afrodite come padrona della nuova vita lasciando Demetra come dea del raccolto. Nulla suggerisce la nuova vita più di un campo pieno di fiori selvatici in primavera.

Il modo in cui la storia è stata modificata è tipica di una tendenza presente nella religione greca che ne ha distorto la nostra percezione. I riti e le preghiere non sono sopravvissuti. Per i cristiani erano adorazioni del diavolo e quando la Chiesa ottenne il potere politico nel IV secolo d.C. ‘il paganesimo’, termine collettivo che si riferiva alle religioni della Grecia, fu perseguitato e i suoi seguaci martirizzati (proprio come fu per ‘l’agnosticismo’, termine collettivo che si riferiva alle teologie alternative). Ma nelle fonti letterarie si conservarono le storie associate con molti culti. Queste erano di natura secolare, non religiosa e formano la base di ciò che chiamiamo ‘miti’.

Le molte storie su Afrodite a noi familiari sono tali miti: i poemi di Omero raccontano di Efesto che imprigiona l’adultera Afrodite e Ares in una rete per il divertimento degli altri dei; in una poesia di Ovidio si narra del Pomo della Discordia, dove Hera, Artemide e Afrodite sono giudicate da Paride su chi sia la dea più bella, e di Afrodite che, per conquistarsi il titolo e il pomo d’oro, si dichiara disposta a fare innamorare Elena di Troia di Paride. Queste sono storie poetiche, non parte di una religione, come l’impresa di Brendan che attraversò l’Atlantico in una barca di cuoio, una storia di un santo ma non parte della fede cristiana.

Distanti, in modo diverso, le storie di Iside, Osiride e Horus, la trinità egizia che dominò il mondo greco-romano nei primi secoli d.C. e che emerse con il culto di Afrodite. Iside era una dea della fertilità (tra le altre funzioni). Nel suo mito più famoso Set uccide suo marito/fratello Osiride, e ne fa a pezzi il corpo. Iside lamenta la morte di Osiride, discende nell’Ade, raccoglie i pezzi e lo fa risorgere. Nelle immagini che la rappresentano Iside è spesso ritratta con suo figlio Horus. Vi sono somiglianze con il mito di Inanna e di Afrodite che hanno portato a questa assimilazione, tuttavia non sappiamo nulla sulle effettive pratiche del culto di Iside. La diffusione della sua religione e il suo assorbimento di molti altri culti nei primi secoli d.C. mostrano un crescente desiderio di unificazione e forse di monoteismo. La cristianità fu fortemente influenzata da questa religione di cui, a sua volta, ha assorbito pratiche e iconografia.

4.
Nell’arte e nel mito Afrodite viene spesso ritratta come madre di due ‘bambini’ Eros e Priapus, che una volta erano attributi di Afrodite, parte del suo potere, rappresentanti rispettivamente il desiderio e il vigore maschile. Man mano che l’adorazione della dea crebbe e declinò nei secoli, dominata e a volte eclissata da altri culti, questi attributi divennero divinità separate, Eros, il principale dio dell’amore e dell’attrazione, venne ridotto al cupido che lancia la freccia dell’amore nel cuore dell’amato/a, Priapus, il cui vigore rende possibile l’atto dell’amore, divenne poco più di un ornamento da giardino, visto dappertutto nel mondo greco e ad esso sacrificato. un segno di potenza in natura.

Un modo per comprendere il significato che Afrodite aveva per i Greci nella loro pratica religiosa, è quello di elencarne i titoli. Peitho, la persuasione; Epistrophia colei che gira i cuori; Kallipygos , belle natiche; Nympha, da sposa; Harma, colei che unisce; Charidotes, donatrice di gioia (sessuale); Porne, dea delle prostitute; Paregoros, la consolatrice; Philommedes, amante dei genitali – e Antheia, dei fiori.

Come mostra l’assortimento, i Greci attribuivano molta importanza al sesso che non era per loro oggetto di discriminazione. La imploravano eterosessuali e omosessuali, stimolava il desiderio tra i sessi e tra lo stesso sesso. A lei rivolgevano suppliche le donne andate in sposa a un marito vagabondo, i giovanotti che volevano sedurre una figlia di famiglia, le prostitute che volevano buoni clienti.

In Asia Inanna, Astante, Ishtar erano adorate in grandi templi e uno dei riti consisteva nel rapporto sessuale tra una sacerdotessa e un devoto. Noi lo considereremmo prostituzione e il termine ‘prostituta del tempio’ viene spesso usato per il rito, in gran parte perché fu descritto come tale con disgusto da Erodoto. Ma era molto più vicino al sesso tantrico. Era una focalizzazione del principale potere dell’attrazione sessuale e che ritornava alla dea come un atto di adorazione. Ciò che ci sorprende è che questa pratica venne in Grecia con il culto di Afrodite. La città maggiormente associata con questo culto era Corinto dove fino in epoca classica un visitatore poteva godersi una ‘prostituta’. Ma queste erano sacerdotesse. Il tempio non operava un bordello a lato per qualche soldo in più. Dobbiamo ricordare che Afrodite era la dea del sesso, e rimase una dea fino alla fine dell’epoca classica, Il sesso rimase un sacramento, con grande orrore dei primi cristiani.

5.
Afrodite, stella del mare, protettrice dei marinai, emersa dal mare a Paphos, nata dal seme di Urano versato nell’Oeeano come afferma Esiodo, accompagnata dal delfino sacro, e sulla terra dalle sacre colombe, con i frutti di cotogna e melograno e i fiori di rosa, fu accettabile ai primi cristiani, sebbene ne fossero scandalizzati. Come protettrice delle prostitute e adorata con riti di sesso sacro, un incitamento per tutti i suoi adoratori a indulgere nella carne, era senza dubbio inaccettabile tanto più in quanto nel IV secolo a.C. un nuovo stile di realismo penetrò nella pittura e nella scultura greca. I più famosi esponenti furono Apelle nella pittura e Prassitele nella scultura. Entrambi crearono immagini famose di Afrodite: si trattava di opere realistiche, nudi modellati su famose prostitute, dipinte con color carne e con labbra e capezzoli tinti di rosso. La gente veniva da ogni parte del mondo greco per vederle e nell’adorazione di Afrodite essere eccitati da queste immagini significava subire il potere della dea. Per gli standard cristiani era un peccato. La cristianità era una religione del mondo a venire, del giorno del giudizio, e le preoccupazioni di questo mondo erano una distrazione, nel migliore dei casi. Così alla fine i dipinti furono distrutti, le statue rovesciate con la perdita di braccia, gambe, nasi. Nulla sopravvive eccetto una probabile statua di Prassitele e tarde copie eseguite da scultori romani, anche queste danneggiate dal tempo.

Per questa ragione dobbiamo guardare altrove per avere un’dea dell’impatto esercitato da queste immagini. Tutte le statue antiche hanno perduto la loro tinta.e naturalmente i gioielli d’oro di cui Afrodite si ornava sono svaniti.

6.
Cosa si è perduto con l’esclusione della dea del desiderio e del sesso dal nostro panteon? Uomini e donne proveranno ancora desiderio l’uno per l’altro ma questo ha cessato di essere un potere del dio. Molti primi cristiani lo hanno visto come il potere del diavolo. Invece di un processo naturale vissuto da entrambi i sessi il desiderio sessuale è diventato un serpente tentatore che distoglie gli uomini dalla cura delle loro anime e obbliga le donne a sottostare al modello di Eva che ha causato il peccato originale. Le donne hanno perduto valore e stanno ancora combattendo per riguadagnare il terreno perduto. E’ ancora pericoloso per una donna esprimere il suo desiderio in modo maschile. Tentati da ogni parte, anche gli uomini hanno spesso fatto ricorso alla violenza per respingerla o indulgervi, un vero e proprio potenziale distruttivo.

Possiamo dimenticare il sesso sterilizzato nelle opere d’arte, la vuota esagerazione della pornografia, le superstizioni come l’astrologia? Possiamo formare rapporti se siamo promiscui o dobbiamo cercare un lunghissimo fidanzamento? La prostituzione dovrebbe essere legalizzata o abolita? Riusciamo a districare le emozioni di amore e passione dai sentimenti di avidità e autoindulgenza?

Afrodite se ne è andata, e noi non ritroveremo più l’equilibro e l’innocenza per considerarla necessaria alla nostra salute e felicità. Ma quando ci innamoriamo, quando sentiamo che l’altro è la persona migliore al mondo, quando ci sentiamo euforici quando lui/lei è con noi e addolorati quando non lo sono- potrebbe essere Afrodite, potente come non mai, che allunga la mano dal suo regno nascosto dove tutti gli dei risiedono ancora?

Lettura di testi antichi in babilonese e traduzione sono in
http;//www.soas.ac.uk/baplar/recordings/. Su Amazon è ancora disponibile una copia di seconda mano del libro di Geoffrey Grigson The Goddess of Love (Stein and Day, New York 1977). Vi si trova la maggior parte delle immagini che ci sono rimaste di Afrodite e molte traduzioni di poesie scritte su di lei nonché una enorme quantità di curiose tradizioni. Eros in Antiquity, con foto di Atonia Mulas (Erotic Art Book Society) contiene quelle immagini provenienti da antiche culture che di solito sono depositate nei ripostigli di musei in quanto ritenute ‘inadeguate’: descrizioni di vulva, pene e rapporti che ci siamo abituati a giudicare scioccanti. Il libro di Christopher Miles e John Julius Norwich Love in the Ancient World (Weidenfeld and Nicholson, London, 1997) è uno studio di questo argomento dalla preistoria all’epoca romana.

©2011 Translation copyright Gianna Attardo.

5. FRED & GINGER: MAGIA DEL CINEMA

di Phillip Kay. Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Nel suo libro Groucho and Me Groucho Marx descrive l’incontro per la strada con una coppia di fan. La moglie dice:”Sei lui? Sei Groucho!”, Il marito dice:”Non morire, non morire mai!”. Ecco la preghiera che rivolgo a Fred e Ginger. E qualcuno ci sta ascoltando.

Sono un’icona, una delle grandi coppie della storia del cinema. Hanno ballato per tutti gli anni trenta e incantato milioni di persone. Sono Fred e Ginger. Ho appena rivisto i loro film che amo da anni e vi ho trovato qualcosa che non mi aspettavo.
Chi si interessa di cinema, ballo, o di storia della musica popolare americana conoscerà l’attività di Fred e Ginger che fu importante e influente in tutti questi campi: per me è una scoperta nuova ed emozionante.

Il modo migliore che riesco a trovare per esprimere l’interazione di questi due è piuttosto vago. Non ritengo si trattasse di pura abilità nel ballo, malgrado questa ci fosse. Fred riusciva a fare cose fantastiche con i piedi (ci fa credere che un uomo può volare), Ginger era una grande attrice in grado di recitare al meglio (con il viso non con i piedi) mentre ballava e penso che questa abilità, più che quella di Fred come ballerino, spieghi l’interazione magica della coppia sullo schermo. La fama e il prestigio di Fred hanno forse privato Ginger di questo riconoscimento.

La storia principale è quella di un tipo comune, magro, piccolo, con una brutta faccia comica, che in qualche modo riesce a conquistare una ragazza elegante e piuttosto bella nonostante le avversità. Che ciò si avveri in qualcosa che somiglia al paradiso, dove dio ha insistito per una qualche ragione che si sfoggiassero vestiti eleganti, rende la storia irresistibile: è un’interazione che ha luogo nel subconscio di ognuno di noi.

C’è da dire che gente geniale ha collaborato ai film di Fred e Ginger. Il direttore artistico Van Nest Polglase, i compositori Irving Berlin, George Gershwin, Cole Porter, Jerome Kern e Oscar Hammerstein II, il ballerino Fred Astaire, all’età di 34 anni un veterano e una star del circuito del ballo di Broadway, e una attrice di 22 anni di nome Ginger (diminutivo di Virginia) che aveva già fatto 22 film dimenticati quando iniziò a lavorare con l’équipe della RKO. Ma naturalmente queste persone non erano geni nel 1933, lo diventarono in parte lavorando a questi film ed è un raro piacere vedere questo processo svolgersi davanti ai nostri occhi.

Fred contribuì a trasformare il musical sullo schermo ballando con molte abili partner come Cyd Chiarisse e star come Rita Hayworth e Judy Garland. Era tenuto in grande considerazione dai compositori che scrivevano per lui, dai registi con cui lavorava e dal pubblico. A Ginger vennero affidati i ruoli che desiderava e un Oscar e noi la ricordiamo con affetto nelle parti principali di molte grandi commedie, due delle mie preferite Stage Door e Roxie Hart. Rimase bella, cinica, intelligente e sofisticata fino alla fne.

Van Nest Polglase lavorò con la RKO fino agli inzi degli anni quaranta e fu candidato a 6 Academy Awards per scenografia e direzione artistica malgrado i limiti che per un certo tempo gli causò l’abuso di alcol. Irving Berlin era già noto fin dagli anni che precedettero la Prima Guerra Mondiale quando aveva composto canzoni per Vernon e Irene Castle. Divenne l’autore più prolifico e popolare della storia del musical americano. George Gershwin fece con successo da ponte tra la musica popolare americana e quella classica con composizioni come Rapsody in Blue. Negli anni venti riscosse numerosi successi con i suoi spettacoli a Broadway ma morì improvvisamente di tumore al cervello nel 1937. La carriera di Cole Porter cominciò a decollare negli anni trenta ma nel 1937 fu interrotta quando Porter perse l’uso delle gambe in seguito a una caduta da cavallo. Si riprese presto e divenne uno dei compositori di canzoni di maggior successo della musica popolare americana, secondo solo a Irving Berlin, Jerome Kern raggiunse grande popolarità a Broadway durante tutti gli anni venti con successi come Show Boat del 1927. Rivoluzionò il musical e divenne autore di molti musical hollywoodiani di successo. Oscar Hammerstein II cominciò a scrivere negli anni venti con Jerome Kern e continuò una collaborazione.di successo con Richard Rogers all’inizio degli anni quaranta. Questi cinque compositori sono probabilmente i maggiori autori di canzoni, e i più influenti, della storia della musica popolare. E’ interessante notare che tutti e cinque tenevano in grande considerazione Fred Astaire come cantante e sia Gershwin che Berlin scrissero molte delle loro canzoni più famose ispirandosi a lui.

Il primo film che Fred e Ginger girarono insieme fu Flying Down to Rio del 1933 con Dolores del Rio e Gene Raymond su copione di Cyril Hume e H W Hanemann, con canzoni di Edward Eliscu e Vincent Youmans e costumi di Walter Plunkett e Irene. Non val la pena ripetere la trama, la recitazione è pessima e il film si lascia guardare solo per due ragioni: le scene (e gli abiti di Ginger) e il fatto che Fred e Ginger ballano insieme per la prima volta. Il numero si chiama “Carioca” e dura quattro minuti http://www.youtube.com/watch?v=WnjK88-eiHA ma questi quattro minuti sono magia cinematografica. Quei quattro minuti hanno reso il film un successo di pubblico e dato il via alle carriere di Fred e Ginger. In cosa consiste questa qualità elusiva, magica che si vede solo nei film, forse l’effetto delle scene e delle luci? Qui, come nella RKO degli anni trenta, le scene erano sogni che diventavano realtà. Il ballo è eseguito alla perfezione ma la magia è più nella forma dei corpi e nel modo in cui interagiscono. Erano essenzialmente una coppia drammatica: Fred il goffo innamorato, Ginger l’oggetto distante e dapprima respingente del suo affetto ma che lui lentamente conquista. Riuscirono brillantemente a esprimere nel ballo quella interazione che fu presente in tutti i loro film.

L’anno successivo lavorarono insieme in The Gay Divorce, una commedia in cui Fred recitava a quel tempo a Londra. Il film fu diretto da Mark Sandrich, regista di cinque dei dieci flm di Fred e Ginger. Questa volta la trama, senza pretese, fu scritta da George Marion Jnr, Dorothy Yost e Edward Kaufman. Una volta questo era il mo film preferito di Fred e Ginger ma oggi non regge a una seconda visione. Viene dato spazio alla coppia per espandere nel suo rapporto antipatia/attrazione, Ginger lancia alcune battute spiritose, cosa in cui eccelleva, Fred recita da gigione la parte dell’amante innamorato: “Night and Day” , una canzone di Cole Porter sulle cui note la coppia balla http://www.youtube.com/watch?y=YV5e7mWcOJE. è l’unica vera ragione per vederlo una seconda volta. Un altro punto forte, un numero “Continental” viene ripetuto più e più volte per venti minuti, quasi un quinto della durata del film, segno che la trama era pressoché inesistente. Qui ho notato che tra Fred e Ginger esisteva una vera intimità sullo schermo. Non erano amanti fuori del set ma buoni amici che lavoravano bene insieme e che insieme davano sostegno al loro ballo. In questo film ho notato per la prima volta che nelle sequenze del ballo in cui lei doveva correre su per le scale, saltare sui mobili e fare una sorta di balletto con Fred Ginger portava normali scarpe con il tacco e Fred scarpe da ballo. Lei era sempre infinitamente graziosa in tutti i suoi movimenti, forse non brava quanto Fred (poche lo erano) ma una partner perfetta.

Roberta del 1935, diretto da William A Seiter con musica e liriche di Jerome Kern, Oscar Hammerstein II e Dorothy Fields e costumi di Bernard Newman ha, come suo improbabile premessa, una storia d’amore tra Randolph Scott e Irene Dunne. Randolph Scott! Irene canta “Smoke Gets in Your Eyes” e nonostante l’esecuzione esagerata e l’artificiale pronuncia britannica sappiamo che canzone meravigliosa è, poi Fred e Ginger ballano http://www.youtube.com/watch?y=OMOBdQykKOY. Ci sono tre belle scene di splendide ragazze in abiti di gran lunga troppo belli per essere indossati da chiunque per la strada. Ma, una volta di più, l’unica ragione per guardare questo film è che Fred e Ginger ballano insieme “I’ll be Hard to Handle” http://www.youtube.com/watch?v=?UnUfY-URXzA e Irene canta “Lovely to Look at” http://www.youtube.com/watch?v=r 2ePVL8gNE. Al diavolo la trama e il tutto poco probabile e anche le scene di Van Nest Polglase o la coreografia di Hermes Pan. Si tratta di perfezione. Questo è un momento perfetto ed emozionante come il cinema non ha mai raggiunto. Non male per uno che proveniva dal Nebraska, figlio di un immigrante e di separati del Missouri. Il film riscosse un enorme successo di pubblico. Il pubblico aveva un insolito buon gusto o il film ha realizzato i loro sogni? Qui ho notato per la prima volta un tema secondario di molti film di Fred e Ginger: una combriccola di musicisti del Mid west e il loro leader ingegnoso usano l’americano ‘alzati e vai per superare in astuzia gli snob superficialmente sofisticati, brasiliani francesi o italiani, che incontrano.

Sono più ambivalente riguardo Top Hat anch’esso del 1935, uno dei concorrenti al titolo di miglior film di Fred e Ginger. Per la prima volta un buon copione di Dwight Taylor e Allan Scott ma che si aggroviglia gradualmente in farraginose improbabilità e perde il suo sprint ben prima della fine. Forse si potrebbe dire un copione buono a metà. Ha liriche e musica del grande Irving Berlin che includono due grandi numeri di canto e di ballo, “Isn’t This a Lovely Day?” http://www.youtube.com/watch?v=QN3eyYiuuNw e “Cheek to Cheek” http://youtube,com/watch?y=2A4-C-MK-Po in cui Fred inizia a mostrare la sua abilità di cantante e di ballerino da cui, tuttavia, traspaiono tracce di eccesso di prove: bei movimenti, ma una certa mancanza di spontaneità e divertimento che aveva caratterizzato la maggior parte dei suoi numeri nei film precedenti. Fred era un perfezionista, non riusciva a smettere di provare, pensava che Ginger ‘si trascinava’ perché non lavorava quanto lui. La fine, incluso il numero ‘The Piccolino’ non fu mai realizzata e non tiene in nessun conto la trama che si è sviluppata fino a quel momento: un peccato per la buona recitazione di Ginger. Sembra strano che qualcuno sia sempre vestito elegantemente, anche a colazione, ma questo è un cavillo. Le scene di Van Nest Polglase e gli abiti di Ginger sono splendidi e c’è l’abile supporto dei comici Eric Blore, Edward Everett Horton e Helen Broderick. La tensione tra i ruoli di Fred e Ginger è completamente sviluppata con Ginger in grado di rappresentare con esperienza e convinzione il momento in cui una ragazza si innamora. Tuttavia la tensione creativa tra gli attori, Fred il ballerino e Ginger l’attrice, comincia d essere evidente.

Follow the Fleet (1936) è il film che apprezzo di meno. L’orribile copione di Dwight Taylor e Allan Scott e la deludente colonna musicale di Irving Berlin non aiutano questo terribile racconto delle avventure poco divertenti di un marinaio e della storia sentimentale tra Randolph Scott e Harriett Hilliard : tutto fa affondare la nave. Randolph Scott! Ma in compensazione un’ottima interpretazione che Ginger dà di “Let Yourself Go” sulle cui note il duo balla splendidamente nella prima parte del film http://www.youtube.com/watch?y=y1FjlVsZ-mk. Il film termina con uno dei migliori balli della coppia con storia, liriche, musiche e ballo fusi in modo sublime in “Let’s Face the Music and Dance”.

L’altro concorrente al titolo di miglior film di Fred e Ginger è Swing Time che George Stevens diresse nel 1936. Ha la solita trama incoerente e irritante scritta da Howard Lindsey e Allan Scott, musica di Jerome Kern e liriche di Dorothy Fields. Stevens rende al meglio quello che c’è, e vediamo un bel momento all’inizio del film quando Ginger insegna a Fred a ballare (lui sembra portato) ma molte scene assolutamente sciocche sui risvolti dei pantaloni. Fred canta due belle canzoni “Pick Yourself Up” http://www.youtube.com/watch?v=z6MtmkqPbps e
http://www.youtube.com/watch?v=hkk_DA-Phtg&NR=1e “The Way You Look Tonight” http://youtube.com/watch?v=jXio_8RI1hl. E poi c’è un po’ di magia in una tempesta di neve quando i due cantano l’una all’altro “A Fine Romance” http://youtube.com/watch?v=pGmpuZ5rHig . E’ uno dei più bei momenti del loro romanzo sentimentale in corso sullo schermo, splendidamente filmato, recitato, cantato. Sono proprio il perfetto Fred e la perfetta Ginger. I numeri di ballo in questo flm hanno richiesto 350 ore di prove e questo è il film in cui la cameriera ha dovuto lavare il pavimento per rimuovere le macchie di sangue dalle vesciche che si erano aperte nei piedi di Ginger.

Se esiste un film di Fred e Ginger da evitare questo è Shall We Dance del 1937 diretto da Mark Sandrich su un copione insignificante di Allan Scott e Ernest Pagano. Recitazione incompetente, humour imbarazzante, storia sentimentale poco plausibile, questo film li ha tutti, perfino la colonna sonora dei Gershwin è fiacca. Per quale ragione abbiamo pensato che questi avessero talento? Lo studio non riusciva a vedere che l’intera serie non riscuoteva più successo e il pubblico si stava allontanando? Ma, un momento. C’è una scena sui pattini sulle note di “Let’s Call the Whole Thing Off” e mentre sonnecchiavamo ecco Fred con una delle più belle canzoni di Gershwin “They Can’t Take That Away From Me” http://youtube.com/watch?v=PMqXXdBlyZE. Nel mezzo di un film che fa somigliare i tre marmittoni a un film di Bergman quando non ce l’aspettiamo ecco la perfezione.

Carefree (1938) è uno dei miei film preferiti di Fred e Ginger, una semplice commedia romantica scritta da Marion Ainslee, Guy Endore, Ernest Pagano e Allan Scott con Fred nel ruolo di uno psichiatra la cui paziente (Ginger ovviamente) si innamora di lui. Il cast comprende Ralph Bellamy, il perfetto sostituto di Randolph Scott. Questa volta c’è molto da dire contro il film, non ultimo un insignificante commento muicale di Irving Berlin. Fred fa meglio del solito come attore e si esibisce in una incredibile novità, una scena che ha come centro l’abilità nel gioco del golf sulle note di “Since They Turned Loch Lomond Into Swing” (non chiedetevi cosa abbia a che vedere Loch Lomond con la trama). Questa volta Ginger è la star che mostra che grande intrattenitrice fosse e stesse per diventare. Una donna derisa può essere pericolosa ma una donna sotto ipnosi è peggio di un Dirty Harry di cattivo umore. Un film breve e con poche canzoni, un tentativo di variare una formula. Il film termina con una sorpresa, frequente nei film di Fred e Ginger, un ballo eseguito ad arte con Ginger sotto ipnosi http://youtube.com/watch?v=nuTIRV13NeI mai stata così bella come in questa scena. Questo fu il loro primo film a non incassare. I tempi stavano cambiando e, almeno una traccia si richiama alle Andrew Sisters e allo swing delle grandi orchestre, l’era in arrivo.

The Story of Vernon and Irene Castle del 1939 racconta la storia della coppia che fu perfino più grande e influente di Fred e Ginger nel periodo appena precedente alla Prima Guerra Mondiale. Il copione, scritto da Richard Sherman, è basato sulle memorie di Irene Castle, II C Potter ne ha curato la regia, Edward Stevenson i costumi. Di gran lunga il miglior film di Fred e Ginger insieme, l’unica cosa che gli impedisce di essere liquidato come una storia strappalacrime è che ogni scena è un vero ritratto di eventi reali: una storia di ambizione e destrezza, di distruzione e devastazione causate dalla Prima Guerra Mondiale. E’ zeppo di melodie pre-guerra come “Waiting for the Robert E Lee” , “By the Light of the Silvery Moon”, “Oh, You Beautiful Doll”, “Way Down Yonder in New Orleans”, “It’s a Long Way to Tipperay”, “The Darktown Strutters’ Ball”. E’ triste perché non solo lamenta la fine di un’era innocente e la perdita causata dalla ‘guerra per terminare la guerra’ ma è anche l’epilogo della fama transitoria degli interpreti, due dei quali erano gli stessi Fred e Ginger. Il film non incassò e segnò la campana a morte della collaborazione dei due. Questo fu il loro ultimo film insieme (eccetto una breve riunione). La magia era svanita.

Detto questo, i film di Fred e Ginger non reggono a un ripetuto scrutinio. Forse ne ho fatta un’ indigestione in quanto ne ho visti nove in una settimana. Ma non si può negare che tutti i film hanno copioni deboli, recitazione povera e direzione insignificante. Lo humour non ha retto al tempo ma le canzoni certamente sì: che una canzone pop duri 75 anni non è cosa comune e questo mostra cosa effettivamente significhi il termine ‘classico’. La parte visiva, che ha ancora un effetto irresistibile, è merito di Van Nest Polglase e degli stessi Fred e Ginger. I grandi personaggi comici, sebbene in ruoli di supporto, sono le scene che ricordiamo così come Fred che imparò a recitare mentre cantava e Ginger che riuscì a recitare mentre ballava. E tutto ruota intorno alla storia sentimentale, qualcosa cui siamo tutti vulnerabili non importa quanto ‘duri’ siamo. Ad ogni modo, nonostante i difetti ho trovato tutti i film guardabili: superati, ridicoli, e con momenti di grandezza quando Fred e Ginger cantano e ballano sulle note della migliore musica popolare americana. Ecco alcuni dei momenti più belli della storia del cinema.

Quando consideriamo l’impatto che questi film hanno avuto al loro tempo dobbiamo ricordare che l’America stava uscendo dalla depressione e i film tendevano a essere sia costruttori di morale che di evasione, entrambe molto necessarie. Il realismo era troppo triste per essere preso in considerazione come forma di intrattenimento. Il ballo era ancora il mezzo migliore per interagire socialmente ed era nelle sale da ballo che molta gente incontrava il futuro partner. Sebbene i film siano oggi dei classici, all’epoca naturalmente nessuno li vedeva in questa prospettiva. Si trattava di un buon affare, un leggero intrattenimento che non si pensava sarebbe stato ricordato a lungo com’era il caso di molti film di Hollywood dove raramente si cercava di fare un ‘buon’ film.

Molto è stato detto sull’interazione di Fred e Ginger sul set. Personalmente ritengo che Ginger abbia ammorbidito l’ossessiva professionalità che Fred portava in ogni scena mentre Fred ha portato Ginger a un livello di professionalità nei movimenti del ballo tale da eguagliare la sua. Un’altra teoria è che Platone aveva ragione: esiste un mondo di perfezione dove ogni cosa è giusta e di cui ciò che sperimentiamo è un mero riflesso imperfetto; Fred e Ginger furono in qualche modo capaci di entrare in quel mondo e mostrarci com’è. In ogni modo, non riuscirono mai a ricatturarlo da soli o con altri. C’è solo un modo di descriverlo. Fred e Ginger. O Ginger e Fred.

Dettagli dei film di Fred e Ginger sono in:
http://www.reelclassics,com/Teams/Fred&Ginger/fred&ginger.htm
Su Ginger: http://www.squidoo.com/gingerrogers
Su Fred: http://www.squidoo.com/fred-astaire-fan-page

Le canzoni
1. “Night and Day” Cole Porter (The Gay Divorce 1934)
2. “Smoke Gets in Your Eyes” Jerome Kern/Oscar Hammerstein II (Roberta 1935)
3. “I’ll be Hard to Handle” Jerome Kern/Oscar Hammerstein II (Roberta 1935)
4. “Lovely to Look At” Jerome Kern/Oscar Hammerstein II (Roberta 1935)
5. “Isn’t This a Lovely Day” Irving Berlin (Top Hat 1935)
6. “Cheek to Cheek” Irving Berlin (Top Hat 1935)
7. “Let Yourself Go” Irving Berlin (Follow the Fleet 1936)
8. “Let’s Face the Music and Dance” Irving Berlin (Follow the Fleet 1936)
9. “Pick Yourself Up” Dorothy Fields/Jerome Kern (Swing Time 1936)
10. “The Way You Look Tonight” Dorothy Fields/Jerome Kern (Swing Time 1936)
11. “A Fine Romance” Dorothy Fields/Jerome Kern (Swing Time 1936)
12. “Let’s Call the Whole Thing Off” Ira and George Gershwin (Shall We Dance 1937)
13. “They Can’t Take That Away From Me” Ira and George Gershwin (Shall We Dance 1937)
14. “Change Partners” Irving Berlin (Carefree 1938)

©2011 Translation copyright Gianna Attardo.

4. IL REGNO DI MINOSSE

di Phillip Kay.  Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Tra il 3500 e il 1500 a.C una civiltà molto interessante e piuttosto misteriosa si sviluppò e scomparve sull’isola di Creta, nel Mar Egeo Meridionale. Nel mito greco il sovrano di questo regno fu Minosse e quindi ci riferiamo a Creta minoica per descrivere ciò che sappiamo di questo popolo.

1 Un popolo semita
Probabilmente l’isola fu colonizzata dai Fenici, un grande popolo di navigatori proveniente da Canaan, dalla Siria e dal Libano che colonizzò anche Cartagine (‘Città Nuova’ dal fenicio Qart-hadast) in Tunisia, nell’ Africa settentrionale, e Tartessos sulla costa atlantica della Spagna, anticipando per l’estensione della sua cultura le grandi conquiste dei Musulmani. Può darsi che la posizione dell’isola sulla rotta commerciale con l’Egitto abbia attratto i Fenici. Le innovazioni fenicie comprendono la trireme, una nave che poteva navigare in mare aperto, e l’alfabeto (sviluppato successivamente dai Greci) che si propagò in lungo e largo seguendo la diffusione dei loro insediamenti. Sia Creta che Tartessos furono distrutte da terremoti: un’eruzione vulcanica a Thera distrusse la civiltà minoica e conseguenti sprofondamenti e inondazioni a Tartessos portarono all’abbandono del luogo. Si pensa che la conoscenza di queste catastrofi possa aver influenzato la nascita della leggenda di Atlantide, che Platone affermava di aver udito in Egitto (un regno tirannico, simile alla Persia, che attaccò Atene e ne fu respinto). Malgrado gli studi di genetica abbiano distinto tra ceppo fenicio e ceppo minoico è improbabile che non ci sia stata mai nessuna ibridazione tra i due nelle aree comuni.

Le nostre opinioni sulla cultura e sulla civiltà minoica sono molto frammentarie. Non molto del passato sopravvive e occorre prestare attenzione a non collocare falsa enfasi su tracce o elementi che sono giunti fino a noi semplicemente perché sono tutto ciò che è sopravvissuto. Occorrerebbe fare uno sforzo per integrare ciò che sappiamo su Creta con ciò che sappiamo su altre civiltà e, per analogia sulla nostra, ammettendo che molto non sarà mai conosciuto.

Sembra che Creta abbia raggiunto la sua prosperità con il commercio e che abbia formato parte di una rete commerciale che si estendeva all’Egitto, alla Siria, all’Egeo, all’Africa e alla Spagna. Era l’Età del Bronzo, le armi di bronzo rappresentavano l’ultima tecnologia e Creta commerciava sia nello stagno che nel rame (i componenti del bronzo). Un altro importante articolo di commercio era lo zafferano che veniva usato nel mondo antico come condimento per i cibi. Creta aveva una flotta navale ed era famosa per le sue navi. Poiché le uniche armi ancora esistenti, in forma di manufatti o in figurazioni artistiche, sono armi usate per scopi cerimoniali alcuni ritengono che Creta fosse un impero commerciale pacifico che non aveva bisogno di un esercito. Tuttavia esistono pochi indizi a sostegno di questa teoria e, in mancanza di evidenza che la suffraghi, è facile sostenere qualunque tesi tanto più in quanto la maggior parte delle prove è scomparsa. E’ possibile che Creta, che non aveva dispute sui confini con altri stati, sia stata un’isola pacifica.

Sulla base delle numerose raffigurazioni artistiche minoiche che ritraggono soggetti femminili si è supposto che Creta fosse una società che accordava uguale status sociale alle donne, fatto raro in qualunque età, forse un matriarcato. Molti ritratti mostrano donne in abiti che lasciano scoperto il seno, elemento questo che può essere un segno di rispetto per la loro femminilità. Tuttavia, anche al tempo di Luigi XIV le dame della corte di Versailles esponevano il seno nudo e questa non era una questione di prestigio quanto di politica dei sessi.

Sembra che la divinità principale adorata a Creta fosse la Grande Dea, una consapevolezza questa della fertilità della terra. Forse era Astarte, adorata dai Fenici. Altre divinità sono rappresentate dal serpente e dal toro. Siamo a conoscenza di un rituale che riguardava il salto del toro, di riferimenti alla labrys, una specie di ascia bipenne, e del labirinto, una sorta di percorso psichico sciamanico di adorazione. La storia del Giardino dell’Eden contenuta nel libro della Genesi può essere stata originariamente una versione cananea dell’Età del Bronzo di questa adorazione. Eva sarebbe quindi la dea Grande Madre o la sua sacerdotessa, il serpente saggio il mezzo attraverso cui l’uomo ha ricevuto la conoscenza dagli dei e i doni offerti includerebbero il frutto della conoscenza del bene e del male e il frutto dell’immortalità. Si ritiene che Lilith, la prima moglie di Adamo in una tradizione ebraica non biblica, sia una versione della madre luna sumera al tempo in cui gli Ebrei erano politeisti, quindi non è impossibile che Eva possa avere questo ruolo. Nella Bibbia la storia è stata radicalmente rimaneggiata non tanto per spiegare la fecondità della terra come dono degli dei quanto la causa dell’entrata del male nel mondo.

Gli edifici rappresentano gran parte dei resti materiali della civiltà minoica. Si tratta probabilmente di edifici adibiti a funzioni rituali e amministrative La maggior parte delle dimore private appartenenti a tutte le culture antiche è scomparsa, fanno eccezione il Partenone e le Piramidi. Creta usava una teconologia avanzata che comprendeva strade pavimentate, un sistema di fognature per strade ed edifici, una sofisticata rete idrica, bagni con vasche e gabinetti con sciacquone. I tardi popoli micenei di Creta hanno conservato una storia di un grande ingegnere e inventore, Dedalo, che costruì una macchina volante e creò una prigione per il malvagio Minotauro, memoria collettiva di una sofisticazione tecnologica. I Minoici sapevano leggere e scrivere e usavano una scrittura a noi nota con il nome di Lineare A che non è stata ancora decifrata.

2 Mito e religione
A parte le disquisizioni degli studiosi sulla natura dei resti degli edifici esistenti, sono templi o palazzi (probabilmente entrambi); i Minoici erano un popolo guerriero o pacifico (probabilmente entrambi, come necessario); le raffigurazioni idilliache sono forme di una cultura artistica che cercava di gettare le fondamenta per le conquiste della Grecia classica (opinione di Arthur Evans)- il che ignora il fatto che i Minoici non erano Greci ma Semiti con valori culturali molto differenti da quelli della Grecia classica, in gran parte sconosciuti- il fatto è che le nostre due fonti di informazione su Creta sono disparate e frammentarie, entrambe ingannevoli: l’archeologia e il mito. Giudicare la cultura sulla base dei gabinetti con sciacquone è come giudicare la cultura americana sulla base dell’esistenza di bottiglie col tappo a vite, o di lattine con l’apertura a strappo. Conclusioni basate su statuette e affreschi tendono inevitabilmente a considerarli in un contesto fuorviante di musei e gallerie d’arte che ignora la loro funzione effettiva e crea un quadro di una sorta di cultura artistica di ‘arte per l’arte’ che è destinata ad essere anacronistica. L’altra fonte di informazione è il mito greco e anche qui si rende necessaria una certa discriminazione.

Gli eroi di Omero erano parte di una cultura che viveva depredando e distruggendo le potenze più deboli, come accadde a Troia. Gli archeologi hanno stabilito che quando le prime ondate del popolo greco dei Dori, guidati nel mito dall’eroe Eracle, si stabilirono nel 1500-1200 a.C. nella Grecia settentrionale in centri quali Micene, si spinsero verso sud nel vuoto di potere lasciato dalla distruzione e dal disorientamento dei centri di influenza minoica. Per un certo tempo Creta fu una città-stato-fortezza micenea. La maggior parte dei miti su Creta risalgono a questa fase e riflettono la cultura micenea non minoica.

Il regno di Minosse, il Minotauro, Arianna e il filo, Teseo che libera Atene dal tributo, Dedalo e Icaro, queste e molte altre storie risalgono al periodo di poco antecedente alla guerra di Troia del XIII secolo a.C., l’epoca anche di Giasone e Medea, di Perseo, di Edipo e delle avventure di Ulisse. In questa fase Creta come potenza e identità culturale era scomparsa. Tuttavia alcune tracce rimangono della cultura ‘minoica’ e possono essere analizzate a partire da una straordinaria immagine scoperta da Evans: giovani uomini e donne che apparentemente saltano sul dorso di un enorme toro.

Si riteneva che Minosse fosse figlio di Europa, una principessa fenicia sedotta da Zeus nelle sembianze di un toro bianco che era venuto dall’oceano e l’aveva trasportata a Creta. Si ritiene che la stessa Europa sia una forma della dea della fertilità conosciuta in Egitto con il nome di Hathor e rappresentata come una vacca, e anche una discendente di un’altra vittima di Zeus, Io, trasformata in una giovenca. Un simbolo sacro alla stessa Hera era la giovenca. Esiste a tale riguardo un’ eco, non greca, del mito che si riferisce a un toro e a una giovenca e che include un riferimento alla Fenicia. I Greci avevano l’abitudine di dare nuovi nomi agli dei stranieri usando quelli che loro stessi adoravano, quindi è probabile che ‘Zeus’ non fosse il nome originario e che lo fosse invece il fenicio Baal. L’adorazione di dei in forma animale è nota dagli esempi egizi ma era comune in tutto il mondo antico. Gli studiosi della Bibbia ricorderanno la storia del vitello d’oro. La donna che è trasformata in una giovenca e si accoppia con un toro sembra essere un rito in celebrazione della fertilità. E’ possibile che a Creta il sacerdote minoico indossasse un abito con una testa di toro proprio come lo sciamano nell’antica Europa indossava un abito con una testa di cervo e che la sacerdotessa avesse assunto il nome di Io o di Europa. I Micenei che adoravano il dio del cielo Zeus, e non le potenze infernali della terra, trasformarono questo rito nella storia scandalosa dell’atto carnale tra Pasiphae e il Minotauro. Europa è stata collegata con Demetra, dea della fertilità, ed è breve il passo che la separa dalla fenicia Astarte. Questo mito era un ricordo di un rito di Astarte e Baal, importato da città stato fenicie quali Tiro o Sidone? Ha molto più senso delle storie di tori e fanciulle che si innamorano. Molti miti furono rielaborati dai poeti pastorali del primo secolo ed è così che sono sopravvissuti fino ai nostri giorni ma l’interpretazione è romantica non religiosa come era in origine.

I tori di Lascaux sono tra i reperti più straordinari dell’antichità. Da Gilgamesh a Mitra dei ed eroi hanno sacrificato il toro sacro per assicurarsi che la sua forza vitale tornasse a nutrire il proprio popolo. Qui si ritrova un insieme di significati: il sangue vitale che è versato così che gli adoratori possano ingerirlo e trovare vita eterna; la forza che genera molti figli; il seme che germina nella terra, il bambino nel ventre che necessita di forza per darlo alla luce e il sole e la luna che devono essere implorati affinché continuino a dar vita attraverso l’adorazione degli dei responsabili di queste funzioni. Le corna del toro e la giovenca rappresentano la luna crescente, e quindi le fasi della luna.

Culti di questo genere sono noti dall’Anatolia all’Egitto e quasi certamente il rituale era praticato a Creta. Non sappiamo se il sacrificio fosse reale o simbolico. Il sacerdote che combatte e uccide il toro e riceve la sua forza rinvigorente per gli esseri umani è probabilmente rappresentato nell’affresco del salto del toro di Knosso e può essere l’origine della corrida che ha ancora luogo in Spagna oggi. Strano pensare alla corrida, poco più ormai di un’attrazione turistica, come all’ultima sopravvivenza di un rituale religioso fenicio praticato una volta a Cartagine e anche a Creta.

Uno dei miti classici cretesi più interessanti è quello del labirinto che rinchiudeva il Minotauro. Un labirinto tuttavia non è un dedalo, e non è designato a rinchiudere nessuno. E’un cammino rituale, un mandala, che il sacerdote percorre ritracciando la formazione del mondo e, attraverso il quale, praticando riti in momenti specifici, mantiene il mondo nella sua stabilità e al tempo stesso crea quella stabilità in se stesso, forza che poi impartisce al popolo durante atti di adorazione. Una possibilità interessante è che a Creta quella funzione possa essere stata espletata da sacerdotesse e non sacerdoti e che il proposito primario fosse quello di creare e nutrire la vita. E’ possibile che il rituale non implicasse il sacrificio di animali o esseri umani, caso frequente con le divinità celesti quali Yahweh o Zeus. Ciò dà una dimensione totalmente nuova alla storia di Arianna, quella di una principessa che all’interno del labirinto sacro compiva rituali animatori e che in tal modo ‘salvò’ il credente Teseo. Un rituale simile potrebbe essere sopravvissuto fino in epoca classica associato al culto di Demetra a Eleusi.

Al pari delle corna del toro che rappresentano le fasi della luna nella religione cretese e in altre del Medio Oriente, la labrys, l’ascia bipenne portata dalle sacerdotesse, le simboleggia nella religione minoica. La forma peculiare di questo emblema non è funzionale ma simbolica come lo scettro e il flagello portati dal faraone. In molte religioni la luna crescente e calante è stata collegata con il ciclo riproduttivo femminile. E’ possibile che nella religione minoica molti riti fossero collegati alla fertilità sia della natura che degli esseri umani. E’ stato ipotizzato che, poiché nessun tempio cretese simile ai templi classici greci è sopravvissuto, i templi possono essere stati spazi aperti situati in cima a una collina o spazi sotterranei. Non esistono prove a sostegno dell’esistenza di riti matriarcali, centrati sulla figura femminile a Creta o in altri luoghi ma esistono indizi interessanti della probabilità di questa ipotesi.

In numerose figurazioni trovate a Creta la sacerdotessa/dea (durante il rito le due figure si fondon) stringe un serpente in ciascuna mano. nessuno è in grado di dire cosa stia facendo con i serpenti ma val la pena notare che a Creta esistono pochi tipi di serpenti nessuno dei quali è velenoso. In molte religioni il serpente rappresenta l’infinito ed è mostrato come un omega, un cerchio formato da un serpente attorcigliato con la coda in bocca. Inoltre, poiché il serpente muta pelle, esso rappresenta la nuova vita, specialmente quella del credente che ha osservato il rituale e ricevuto il favore del dio. Per le sue molte vite, il serpente rappresenta la saggezza e soprattutto la conoscenza recondita. Il mandala del labirinto può essere paragonato ad una figura chiamata l’albero del mondo presente nelle religioni di tutto il mondo, una rappresentazione della forza vitale che si estende in tutto il cosmo. Spesso a guardia dell’albero si trova un serpente. Nel Giardino dell’Eden il serpente è a guardia dell’albero della conoscenza del bene e del male (e ci si meraviglia per il fatto che Yahweh non vuole che Adamo comprenda il significato del bene o del male). Nel mito greco Hermes, il messaggero degli dei, porta un serpente attorcigliato a un bastone. A Delfi l’oracolo era custodito da Pitone, un serpente immortale le cui profezie erano interpretate dalla sacerdotessa Pitonessa (il ruolo di Pitone fu successivamente usurpato da Apollo). Immagini simili alla sacerdotessa cretese che stringe i serpenti nelle mani sono state trovate in siti ittiti e sumeri. E’ possibile che in tutte queste figurazioni la dea/sacerdotessa stia pronunciando l’oracolo del dio, rivelato attraverso il serpente, il portavoce del dio.

3 Le donne cretesi
Molti, tra cui Bettany Hughes, hanno cercato di affermare che nella società micenea le donne godevano di uno status pari a quello degli uomini, almeno nei ceti elevati (se esistevano ceti elevati e se questo non è un termine anacronistico). E nella Creta minoica? Numerosi sono stati i tentativi volti a delineare un quadro di una società matriarcale dove le donne governavano come sacerdotesse e l’aggressività maschile era tenuta a freno. Sfortunatamente non esistono prove a sostegno di questo quadro (né prove contro). L’adorazione della Grande Madre è plausibile in quanto prevaleva nel Medio Oriente al tempo della civiltà minoica, nel 2500-2000 a.C. (come precedentemente menzionato ‘minoico’ si riferisce a una fase diversa da quella in cui governò Minosse che fu una successiva figura greca micenea). Le statue di una sacerdotessa/dea che stringe un serpente lo confermano. Tuttavia, l’unica indicazione della posizione delle donne nella società è da trovarsi nella loro esposizione del seno nudo. Cosa questo significhi qualunque donna che esponga il seno nudo su una spiaggia lo saprà. Non sguardi furtivi o offensivi, non approcci indesiderati, non l’obbligo di sentirsi cosciente del proprio gesto come se questo fosse disdicevole. Come la maggior parte delle donne sa (e che sembra che gli uomini non sappiano) il sesso è una situazione e le parti del corpo sono secondarie. Ma la parte del corpo interessata ha grande significato come simbolo, e per di più non sessuale, di nutrimento.e maternità. Il fatto che le donne scoprissero il seno può significare che ciò le rendeva una parte rispettata e potente della società e le rappresentanti, ciascuna, della Grande Dea stessa. Presumibilmente, al contrario di noi, i maschi cretesi non erano a disagio di fronte a una donna che allattava un bambino. Non abbiamo certezza del fatto che il costume di mostrare il seno scoperto fosse limitato alle sacerdotesse, ai ricchi, ai contesti cerimoniali, o fosse la norma, quindi le speculazioni rimangono tali. Nell’arte egizia i seni a volte sono scoperti ma non enfatizzati come nell’arte cretese e gli abiti a volte sono trasparenti. Le schiave erano totalmente nude. Appesantiti come siamo da 2000 anni di indottrinamento cristiano su ‘sesso è male’ un fatto che non riusciamo a comprendere sono i costumi sessuali nelle culture antiche. Ogni conclusione sia a favore che contro il matriarcato è destinata a essere poco obiettiva. Tuttavia la speculazione accresce l’interesse per la cultura minoica.

4 La fine del mondo
Questa cultura giunse alla fine intorno al 1700 a.C. Il vulcano attivo sull’isola di Thera, a circa 70 miglia a nord di Creta, eruttò con una delle maggiori esplosioni mai registrate, di intensità quattro volte superiore a quella del Krakatoa nel XIX secolo. Gli insediamenti minoici sull’isola e sulle isole vicine furono spazzati via. Non è chiaro in che modo l’eruzione abbia colpito Creta. E’ probabile che un’onda gigantesca, alta circa 178 metri, si sia abbattuta sulle coste settentrionali dell’isola, e le ceneri vulcaniche si siano depositate nell’aria causando soffocamento ai sopravvissuti. Tuttavia gli scienziati ritengono che l’onda gigantesca e le ceneri vulcaniche non sarebbero sufficienti a distruggere un’intera civiltà. Probabilmente ciò fu dovuto all’effetto di cause più indirette. E’ possibile che nubi di cenere e polvere abbiano oscurato il sole, forse per alcuni mesi, e che ciò abbia ostacolato le attività nei campi e la cura del bestiame. Come risultato, si sarebbe verificato un sovraffollamento e un salasso per le risorse nei centri non direttamente colpiti dall’esplosione. Una società agricola semplice non sarebbe stata in grado di fronteggiare un problema di queste dimensioni e poiché molte attività, forse tutte, dipendevano dal commercio, cui l’eruzione aveva temporaneamente messo fine anche attraverso la distruzione di molte navi, si sarebbe diffusa la carestia. Alla carestia sarebbero seguite malattie in una scala tale da rendere impossibile un trattamento medico. Forse più pericolosa di tutto sarebbe stata la reazione religiosa. L’eruzione sarebbe stata vista come il volere degli dei, forse il segno che l’era dei minoici era finita. Esistono a tale riguardo tracce di sacrifici umani, prova della disperazione e della paura del popolo di fronte a questa volontà divina. E’ anche possibile che i più potenti dell’isola, le sacerdotesse, siano andate al nord per affrontare la crisi e forse placare l’ira degli dei e che siano morte per soffocamento lasciando il popolo senza la guida dei saggi. Questo è il modo in cui le civiltà vengono distrutte.

Una piccola ricerca sui Polinesiani successiva all’esplorazione del Capitano Cook, o sui popoli nativi americani dopo l’insediamento dei bianchi e anche precedente alla politica del genocidio attuata dagli Stati Uniti e dalla Spagna, rivela gli stessi elementi: morte per malattia contro cui non esistevano antibiotici nelle razze colpite; mancanza di mezzi di sostentamento e delle fonti di approviggionamento a causa dell’intervento straniero; crollo delle strutture sociali tradizionali e perdita dei capi per malattia o carestia; la convinzione popolare di aver perduto il favore degli dei; un ricorso a disperate e pericolose iniziative che portano a erronee tattiche di concessioni o scontri da parte di leader inesperti.

Fattori di questa natura sono più intangibili della forza di onde gigantesche o della quantità di cenere vulcanica prodotta ma spiegano come può scomparire una cultura con una certezza maggiore dell’esattezza di qualunque misura o calcolo. La civiltà minoica non scomparve dopo l’eruzione. Le aree devastate vennero riassestate, nuovi edifici innalzati, in alcuni casi più elaborati dei vecchi. Ci fu più di un tentativo di tornare alle condizioni precedenti all’eruzione. Ma penso che lo sforzo aveva distrutto il cuore. La vitalità, l’esuberanza che si può trovare in qualunque rappresentazione di un animale o di un paesaggio era svanita. E nel nord i lupi di Micene annusarono l’aria e videro l’opportunità per un saccheggio.Scesero al sud attaccando i Minoici rimasti senza protezione e indeboliti. Dapprima furono contenti di distruggere, stuprare, bruciare, depredare.Ma, inevitabilmente, alcuni Micenei si stabilirono nell’area, assorbirono modi di vita minoici. A partire dal 1500 a.C. circa una nuova cultura, quella della Grecia micenea prevalse sull’isola.

Al di là della possibilità di strutture come il matriarcato, di pratiche quali l’adorazione della Grande Madre, delle storie su una grande flotta o dei resti di una tecnologia avanzata forse ciò che di più prezioso è sopravvissuto da Creta minoica sono le piccole cose, i cui frammenti rivelano un atteggiamento di tale piacere, tale innocenza e freschezza, un’osservazione e un gusto della natura come raramente sono stati espressi prima o saranno espressi dopo.

©2011 Translation copyright Gianna Attardo.

3. TUTTO IL MONDO È UN PALCOSCENICO: SEI FILM DI PRESTON STURGES

di Phillip Kay.  Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Tutto il mondo è un palcoscenico, e tutti gli uomini e le donne son soltanto degli attori
che hanno le loro uscite e le loro entrate;
nella vita un uomo interpreta più parti (Shakespeare , Come vi piace, II,vii)

Tutti hanno visto i film di Preston Sturges e la maggior parte è d’accordo sul definirlo uno dei cinque/sei migliori registi. Ho rivisto i suoi film per esprimere la mia opinione. Quello che dico non piacerà né agli ammiratori di Sturges, che già lo sanno, né ai suoi detrattori, che non ci trovano niente in un film in bianco e nero senza sparatorie, ma se convincerà qualcuno a procurarsi una copia di un film di Sturges e a guardarsela ne sarò felice.

Preston Sturges (Edmund Preston Biden 1898-1959) ha scritto il copione di 42 film (molti basati sulle sue commedie) incluso Twentieth Century (1934, insieme a Ben Hecht) per Howard Hawkes, Easy Living (1937) e Remember the Night (1940) entrambi per Mitchell Leisen. Ha scritto il testo per 12 film che ha diretto, otto dei quali sono inclusi nel novero delle migliori commedie americane, giudizio esagerato a mio avviso, in quanto ritengo che ci siano in realtà solo sei film degni di considerazione, i suoi primi sei da regista: The Great Mc Ginty e Christmas in July, entrambi del 1940, The Lady Eve e Sullivan’s Travels, entrambi del 1941, The Palm Beach Story, 1942, e The Miracle of Morgan’s Creek, 1942, uscito nel 1944. I primi due contengono parti poco convincenti, gli ultimi due mostrano un leggero calo ma dopo The Miracle of Morgan’s Creek sembra che Sturges abbia perduto inventiva, fatto errori di giudizio e film di grandi momenti più che grandi film. I sei film menzionati sono un miscuglio esilarante di satira, farsa, sentimento, commedia folle stile Keystone Kops, umorismo grossolano e saggezza, elementi che accomunano Sturges ai migliori registi degli ultimi 100 anni. Sturges, come Howard Hawkes (un altro incluso nel gruppo) ha lavorato precariamente come produttore indipendente all’interno dello studio system di Hollywood, sebbene per un tempo minore. Ritengo che ai commediografi e ai registi di commedie dovrebbe essere attribuito un peso maggiore che ai drammaturghi: è ben più difficile fare commedia, e una così gran parte di buona commedia si perde lungo il cammino una volta fuori del suo tempo e del suo luogo.

The Great McGinty (Il grande McGinty)
The Great McGinty (1940) tratta di politica. Parte dalla premessa che tutti i politici sono impostori e imbroglioni in combutta con il crimine organizzato, e che si sono messi insieme per intascarsi quanti più fondi pubblici possibile. Forse è per questo che esiste la politica. E’ ciò che l’uomo della strada ha sempre pensato ma di rado espresso chiaramente. Trovare questa opinione in un film di Hollywood è a dir poco sorprendente in quanto Hollywood si è sempre mostrata ossequiosa e desiderosa di compiacere il governo o, per lo meno, qualunque istituzione pubblica, la cui disapprovazione avrebbe potuto facilmente diminuire i suoi incassi al botteghino. Fatto ancor più sorprendente, il film ha vinto l’Oscar per la migliore sceneggiatura ma a buon diritto perché è costruito con mirabile maestria.

Lavorando con quattro soldi e con attori sconosciuti (era un film di classe “B”, al secondo posto nella programmazione), Sturges sfrutta al massimo i suoi limiti. Il film dura poco più di 80 minuti e procede a un ritmo sostenuto fin quando si impantana a metà strada in una storia romantica poco convincente quando Dan McGinty (Brian Donlevy), una sorta di barbone che bazzica la mensa per i poveri, viene indotto a votare per il sindaco al posto di un tizio assente. Se uno riceve 2$ per un voto falso, allora più vota e più si arricchisce, conclude Dan. Questa è la filosofia che piace al Boss (Akim Tamiroff), il malavitoso impresario che controlla la città e Dan alla fine riesce a diventare Governatore prima di essere buttato fuori della città quando decide di dedicarsi a ideali umanitari. Questi due sono il cuore e l’anima del film e le loro continue guerre sono pura farsa e non hanno niente a che fare con la politica.

Ma il film è più che semplice farsa, è anche satira e dietro la confusione Sturges si pone domande valide sulla politica. Un posto fisso giustifica un atto disonesto? Pensava all’Italia, nemica dell’America al tempo della guerra quando Mussolini faceva notoriamente arrivare i treni in orario, si imbarcava in un massiccio programma di costruzioni ed era tumultuosamente popolare al tempo in cui uscì il film? Capiva quanto la Mafia già possedeva dell’America nel 1940? L’interesse personale può mai trasformarsi in bene per l’uomo della strada che non ha conoscenze utili o influenza? Come si può attuare una riforma quando anche la stessa struttura in cui i riformatori della politica hanno bisogno di lavorare è corrotta?

Quasi nessuno, a eccezione di Preston Sturges, poteva presentare problemi di questo tipo e al contempo dare vita a una farsa delirante, affibbiando frequenti brevi battute a grandi clown come William Demarest e Harry Rosenthal, usando elementi che la folla adora, come le scene di McGinty con moglie e due bambini, e finendo con l’amara l’osservazione che siamo più in pericolo quando cerchiamo di modificare il nostro modo d’essere sia esso buono o cattivo.

Christmas in July (Un colpo di fortuna)
Con Christmas in July (1940) Sturges tentò un prodotto più unitario, più semplice e basato sul personaggio. Riprendendo il copione di una sua commedia precedente, Sturges basò il film su un ritratto realistico (stile Hollywood) di una giovane coppia afflitta dalla povertà che riesce a realizzare il suo sogno di ricchezza. Con un budget superiore, che gli proveniva dal successo del suo primo film, Sturges scelse Dick Powell e Ellen Drew nel ruolo della coppia, non grandi attori ma ben capaci di esprimere i conflitti in cui si dibattono Jimmy e Betty nel film. Jimmy vince una gara per uno slogan pubblicitario, scopre che è uno scherzo, poi in una sequenza finale esilarante, vince effettivamente la gara. Uno dei sogni di praticamente ogni povero è di avere abbastanza soldi per comprare regali per tutte le persone che conosce. A questo punto il film smette di essere comico per dirci che la generosità che proviamo verso il prossimo è di gran lunga più importante dei regali.

In contrasto con la storia centrale di una coppia i cui sogni si avverano, poi sono considerati falsi, poi effettivamente si avverano non per la ricchezza ma per l’amore e la generosità verso il prossimo, troviamo il folle gruppo di grandi attori non protagonisti che aggiungono una ricchezza unica a praticamente ogni film di Sturges. Jimmy e Betty hanno i loro alti e bassi ma Raymond Walburn, il presidente della compagnia del caffè, William Demarest nei panni del Signor Bildocker, il suo recalcitante impiegato, Ernest Truex, il Signor Baxter per il quale Jimmy lavora e il grande Franklin Pangborn (che nome fantastico), presentatore del Dottor Maxford, tutti emergono a un ritmo indiavolato e densissimo. Sono clown, non personaggi, ma possiamo solo ammirare il modo in cui Sturges li usa, contrapponendo ogni peculiarità fisica, eccentricità di voce e accento e mettendoli l’uno contro l’altro per creare brevi tocchi di humour che fanno procedere il film come una palla di fuoco dando allo stesso tempo all’industria pubblicitaria una lavata di capo da cui non si sarebbe mai ripresa. Il film convince sia come commedia romantica che come screwball comedy e farsa e siccome è un film di Sturges riceviamo tutto insieme, siamo sommersi da idee comiche.

Il film dura solo 64 minuti e non dà risposta a nessuno dei suoi punti. Jimmy e Betty saranno capaci o no di fronteggiare una vita da ricchi e il successo? Il dottor Maxford riuscirà a vendere il caffè? Se non riesciamo a dormire la notte ci berremo una tazza del caffè di Maxford? La risposta è’ in un altro film, uno che non ci piacerebbe altrettanto. ‘Porta male un gatto nero che ti attraversa la strada?” “Dipende da quello che succede dopo”.

The lady Eve (Lady Eva)
The Lady Eve (1941) è il miglior film di Sturges,una delle migliori commedie romantiche mai prodotte, il tipo di film che Shakespeare avrebbe fatto se i produttori avessero accettato l’opzione di Twelfth Night (Hollywood avrebbe fregato Will Shakespeare). E tutto sta.nel cast. Henry Fonda è Charles Pike, un milionario ingenuo abbindolato da una banda di bari. E quanto è ingenuo! Per la maggior parte del tempo sembra un quattordicenne ma quando cresce e si innamora diventa protagonista delle scene d’amore più sexy e di alcuni errori imbarazzanti. Barbara Stanwyck, la grandissima attrice dell’età d’oro di Hollywood, è superba nel ruolo di Jean, la seduttrice che detesta i serpenti, si innamora e disinnamora, mostra le sue belle gambe con effetto devastante (Charles si innamora di quelle gambe: ne è sconvolto). Ecco in azione la satira di Sturges’:”Hai un bel naso” e il sostegno di Eugene Pallette nel ruolo del sig. Pike (solo poco meno efficace qui che in quello del padre di Carole Lombard in My man Godfrey), di William Demarest come Muggsy la guardia del corpo, di Eric Blore il “Sir Slfred McGlennan” fintantoché la squadra antifrode non lo scopre e di Charles Coburn nel ruolo del padre di Jean. Che cast. Ecco un film che sparge un po’di magia in mezzo a tutti i nostri guai al pari di Trouble in Paradise di Lubitsch, Bringing up baby, His Girl Friday e Twentieth Century, di Hawks , My Man Godfrey e Stage Doors di La Cava, Libelled Lady di Conway o Awful Truth di Capra, un gruppo che rappresenta il meglio della screwball comedy.

Ed è un film di Preston Sturges: ma c’è dell’altro. Non è solo una storia d’amore ma uno dei modi più schietti mai visti al cinema di trattare il sesso (se pensate che il sesso sia nudità e scene di orgasmo rimarrete scioccati). Ma il film non tratta solo di amore e sesso, Sturges ha alcune meravigliose intuizioni sul ruolo dell’illusione tra uomini e donne e sull’enorme importanza della fiducia come fondamento di un rapporto. Storia sentimentale, filosofia, errori imbarazzanti, presa in giro del sistema di classe britannico che Sturges conosceva così bene, deflazione devastante delle forme di vanità sia maschili che femminili, tutti questi elementi sono collocati, integrati e dosati con abilità. Alcuni registi lasciano il ritmo del film al tecnico del montaggio ma Sturges era un commediografo e forse il suo dono maggiore era la sua abilità di distribuire il suo materiale in modo così efficace nel corso del film. The Lady Eve dura poco più di 90 minuti ed è splendidamente proporzionato. Durante un banchetto di dieci portate, per esempio, Henry Fonda versa la maggior parte delle pietanze sugli abiti: è divertente ma non si tratta solo di un gesto imbarazzante, è perché sta confondendo le sue Eve, il che è ancor più divertente, ed è confuso perché le sue illusioni sono andate in pezzi, cosa naturale, ma sbaglia: non capisce la sua donna né se stesso – e quindi si versa il cibo sugli abiti.

Sia Jean/Lady Eve che Charles hanno le stesse caratteristiche. Vivono fuori del mondo. Jean non si impegna con nessuno se non per macchinare un imbroglio, il suo cinismo è una barriera che la separa dagli altri. Charles è distante in un altro modo, tutto preso dal suo amore per i serpenti, fugge davanti ai suoi interessi commerciali di erede di un fabbricante di birra, troppo guardingo per lasciarsi coinvolgere dagli altri. Quando si incontrano e si innamorano nessuno dei due se ne accorge. Durante il film Jean pensa che sta manipolando Charles e poi cercando di vendicarsi. Charles è soprattutto consapevole di non essere più all’altezza dell’amazzone. E’conquistato da Jean, poi infatuato. Sturges ha la sfacciataggine di usare lo stratagemma del rovesciamento dei ruoli e dello scambio di persona direttamente dalla commedia shakesperiana per scuotere questi personaggi dalle loro convinzioni errate. Questi poi si innamorano veramente. E Sturges si fa l’ultima risata, che è diretta all’ Hays Office. Alla fine del film Jean e Charles vanno a letto insieme e quindi commettono adulterio. Ma Will Hays non può farci niente: sebbene entrambi siano stati sposati prima si scopre che lo sono stati l’uno all’altro e quindi si tratta di rispettabile sesso coniugale, malgrado ciò, a mala pena, spieghi una Barbara Stanwyck con le sue lunghe gambe, il bolero di Edith Head che le lascia le spalle nude o i primi piani del suo sguardo pieno di un ardore che cova sotto la cenere.

Sullivan’s Travels (I dimenticati)
Sullivan’s Travels (1941) è imperniato su un punto principale che lo rende un po’ pesante. Ha momenti dove lo humour è un po’ ovvio come nella scena in cui Sullivan (Joel McCrea) lavora come guardiano per due sorelle, una delle quali gli civetta intorno, e momenti in cui il patos è forzato come nella scena della chiesa dove la congregazione intona “Go Down Moses” quando i detenuti gettano lo scompiglio. Partendo dal concetto ridicolo di un regista di Hollywood che cerca di fare un film impegnato (cosa che non sono riusciti a fare fino a oggi) Sturges si chiede a cosa servono i film, gettando un certo discredito sui molti che si interessano di problemi sociali di cui non sanno assolutamente nulla. Come i poveri hanno sempre capito la carità è di solito una forma di controllo, Lungo la storia Sturges infila una scena divertente di un vertiginoso inseguimento di macchine che ricorda Keystone Kops di Mack Sennet, una toccante storia sentimentale in cui appare una deliziosa Veronica Lake con voce e accento seducenti, esecuzioni magistrali da parte di William Demarest, Eric Blore e altri del suo gruppo di clown di sostegno, due tentativi di omicidio, un degradante imprigionamento in un campo di detenzione e un cartone animato di Walt Disney. E’ molto anche per Sturges. ma tutto è trattato con una sofisticazione che spinge l’osservatore a mettere continuamente in discussione il punto di vista. Nulla nel film è ciò che sembra e l’osservatore ride sia per un senso di disagio di fronte all’ambivalenza che per i molti momenti di pura commedia. Nessun altro film di Hollywood è così ricco di stratificazioni.

Come Henry Mayhew il fondatore di Punch nella Londra del 19esimo secolo, George Orwell nella Londra del 20esimo secolo, Lenin e Trotsky in Russia e molti altri riformatori sociali, Sullivan è interessato alla povertà e vuole far qualcosa ma ignora totalmente questa condizione e la sua principale emozione che è la disperazione. Perciò l’interessamento è una forma di recitazione, l’ interpreta nel film è di conseguenza un attore, un attore che, inoltre, sta recitando la parte di un regista, un regista che potrebbe essere un portavoce del regista che sta girando il film in cui il regista sta girando il film. E l’interessamento sociale espresso può solo essere sperimentato dal pubblico che si gode il film solo per la sua qualità di intrattenimento.

Sebbene a volte sembri una satira presciente sulla carriera di Steven Spielberg, il tema implicito in Sullivan’s Travels è un trattamento del rapporto precario di Sturges con lo studio trattamento che peggiorò nei due anni successivi all’uscita del film, Sturges ha l’intelligenza e il distacco necessari per vedere e ridicolizzare non solo l’ideale sacro del profitto che motiva gli studio, non solo la spinta egocentrica di attori che tentano di essere star o di registi che cercano di essere sintelligenti ma l’intelligenza e la presunzione che erano una parte della sua creatività. Un pubblico vuole risposte facili? Far ridere il pubblico è ‘meglio’ che farlo riflettere su problemi seri? Se optiamo per questa seconda linea di condotta dobbiamo credere che un pubblico non sofisticato andrebbe a vedere un film di Sturges piuttosto che, diciamo, Die Hard o Star Wars il che ritengo improbabile. I poveri, naturalmente, non si possono permettere di vedere nessun film, nemmeno un cartone animato di Disney (a meno di non essere residenti del campo di detenzione quando questo veniva proiettato).

Il problema dell’onestà, della rappresentazione del reale con qualsivoglia metodo che funzioni, sia esso realismo o storia fantasiosa, emerge nella vita di ogni artista. Per fare un’opera d’arte si deve falsificare la vita: la vita non è un libro, un film, un quadro, una scultura o una sinfonia ma qualcosa di molto diverso. In una sua poesia Mervyn Peake (autore dei libri Gormenghast) racconta del suo shock quando lavorando come inserviente medico si accorge che mentre esamina la pelle giallastra di una donna in punto di morte la paragona al bianco delle lenzuola, e pensa al contrasto dei colori in termini di un problema pittorico quando invece si sarebbe dovuto interessare al destino della donna. E’ rendendo quel contrasto che l’artista può mettere il pubblico in grado di sentire quell’interessamento. Nel cinema il problema di come rappresentare il reale è oscurato dal concetto dell’intrattenimento, l’idea che il film dovrebbe distrarre la gente dai suoi guai. Il film come una sorta di droga o sedativo, come la televisione. E’ certo che anche senza il fattore dell’intrattenimento dramma e humour non sono due alternative opposte. C’è tragedia che è piuttosto operistica e irreale e forme di humour, quali la satira e la parodia, che riescono a commentare problemi sociali in modo piuttosto convincente. Quindi la conclusione che Sullivan’s Travels è un’affermazione del credo di Sturges è sospetta, più verosimilmente è una satira del credo di altre persone. Tuttavia è senz’altro vero che la commedia riceve meno attenzione critica del dramma, ma solo perché la commedia è molto più difficile da analizzare (e i critici probabilmente ritengono il ridere cosa poco degna). Ancora una volta vediamo l’eccezionalità di Sturges: una tenera storia d’amore di 90 minuti tra Veronica Lake (peccato che Sturges non abbia lavorato con Carole Lombard che avrebbe fatto con grande facilità quello che Sturges si aspettava da lei) e Joel McCrea entrambi al meglio delle loro prestazioni. Ottima esecuzione da parte del gruppo di repertorio, un omaggio alla commedia del cinema muto e a star come Charlie Chase e Buster Keaton. E’ un film che mina il messaggio alla base facendosi beffa del mezzo, un film che osa dire che il messaggio non è valido perché è un film, un mezzo nato dalla guerra tra gli sfruttatori e i presuntuosi e che, comunque, poi rende valido il messaggio. Ci sono segni di tensione nel ritmo del film. Quando fu fatto, Sturges cominciava a soffrire di stress. Stava scrivendo, producendo e realizzando due film all’anno, era in guerra con lo studio che cercava di mettergli il bastone tra le ruote (si è mai visto un regista più grande del direttore dello studio?), viveva un complicato rapporto sentimentale, aveva un ristorante da gestire, beveva quando avrebbe dovuto dormire, era in guerra con il fisco che gli stava già succchiando il 90% dei suoi guadagni e che presto lo avrebbe messo sul lastrico, e trascorreva il tempo libero che non aveva dedicandosi al suo interesse per la meccanica e le invenzioni. Tuttavia riuscì a fare uno dei migliori film della sua carriera. Presto Sturges cominciò a perdere alcune di queste battaglie.

The Palm Beach Story (Ritrovarsi)
The Palm Beach Story è la tipica farsa anarchica, frenetica alla Sturges ma solo all’inizio e nella scena finale. Si sforza di essere una pacata commedia di costume poiché Gerry Jeffers (Claudettte Colbert) si separa dal marito Tom (Joel McCrea) per non essergli di peso. L’assurdo è che il vero amore che Gerry sente per il marito non può essere di aiuto alla carriera di lui ma lei, da bizzarra divorziata libera come l’aria, riesce a raccogliere i fondi per finanziargli la carriera. Questo saluto cinico al sesso, soprattutto sesso illecito, è il combustibile della trama del film ma anche la sua rovina in quanto il tentativo di Gerry di lasciare il marito non funziona gran che soprattutto perché lei lo ama così tanto da non sopportare di separarsi da lui. Nel ruolo di Gerry Colbert è intralciata da una rigida recitazione, non sembra mai sentirsi a suo agio di fronte alla telecamera in nessuno dei suoi film il che intralcia McCrea che ha bisogno di un attore che gli si contrapponga per essere efficace.

Il ritmo del film si regge su altri attori: Robert Dudley nella parte di Wienie King, un milionario duro d’orecchio, Rudy Valee, un milionario che vuole dar via i suoi soldi e Mary Astor una compulsiva milionaria divorziata che parla a mitraglia. Sfortunatamente, la compagnia di repertorio che recita nel ruolo dei membri milionari del Club Ale and Quail è sprecata in questo film. Il suo pezzo divertente è la memorabile sparatoria su un treno e i danni che procura. Paragonato ai brillanti film precedenti questo non regge il confronto. Il fatto sorprendente del film è che Sturges riesce a usare un argomento fiacco e lo stratagemma di una trama simmetrica e a ricavarne così tanti momenti di comicità. La logica della trama, in cui si dispiega un mondo di milionari che si fanno facilmente separare dal loro denaro dal fascino di una bella donna, alla fine è abbandonata quando il Vero Amore trionfa e uno di milionari si rivela un filantropo. Sturges stava offrendo al pubblico quello che i produttori di Sullivan’s Travels gli avevano detto l’anno prima e cioè che il pubblico voleva un film ‘che fa sentir bene’, ‘con un po’ di sesso’ e relegando il suo proprio film alla scena iniziale? Un film sul matrimonio che inizia con ‘e vissero felici e contenti’ è una sfida a credere che si possa trattare di una storia vera.

The Miracle of Morgan’s Creek (Il miracolo del villaggio)
Quando The Miracle of Morgan’s Creek (1942) uscì nel 1944 le pressioni su Sturges si stavano facendo più insistenti. Aveva un produttore che interferiva di continuo nei suoi progetti e il suo carattere estremo aveva cominciato a procurargli dei nemici o, per lo meno, gente che desiderava che se ne andasse. Sturges rispose scrivendo un copione che mette alla berlina tutti i settori della società. Aveva iniziato con un attacco ai politici, continuato schernendo il mondo della pubblicità, prendendo in giro i cacciatori di dote, aveva ridicolizzato Hollywood, messo alla berlina le donne che si fanno mantenere. Ora aveva l’impudenza di farsi beffa dei valori del matrimonio e della rispettabilità della provincia americana, dei soldati e dello sforzo bellico, dell’industria editoriale in un momento in cui questa simboleggiava la verità e la probità, valori che stavano a cuore al suo pubblico: li amava.

Il film si prendeva gioco anche del Codice Hays, del Breen Office, delle critiche di Mrs. Grundy che ficcava il naso nei film in cerca di pezzi offensivi. Non ho mai sentito nessuno che si rammaricasse di questa vergognosa istituzione che evirava i film e li trasformava in storie leggiadre di fate. Forse il pregio maggiore di Sturges fu che derise il Hays Office.

Dipanare la matassa della trama di The Miracle of Morgan’s Creek non è facile. Una ragazza ha un rapporto sessuale ad un ballo di commiato di un gruppo di soldati in partenza per il fronte. Quella notte stessa sa di essere incinta (non è questo un miracolo?) ma non riesce a ricordare chi sia il padre. Decide di approfittare di un buono a nulla del luogo che l’ama e gli chiede di sposarla. Il tentativo fallisce, l’uomo viene arrestato con numerose accuse. Il padre della ragazza, un poliziotto del luogo, aiuta l’uomo a fuggire e viene licenziato. Nove mesi dopo la ragazza dà alla luce sei figli e diventa una celebrità, il governatore interviene (vede l’opportunità per una sua pubblicità personale), tutto si risolve, alla fine la coppia si sposa e vive felice e contenta. La terribile tragedia di questi avvenimenti è in qualche modo molto, molto divertente e vedere come il sentimento della provincia nei confronti dei soldati, della maternità indesiderata, della rispettabilità sono presentati in modo da essere ridicolizzati significa apprezzare l’artista che Sturges era. Non per ciò che ha fatto, perché questi sono bersagli facili, ma per come l’ha fatto. Questa era l’America che poi crocefiggerà John Lennon per aver detto che i Beatles erano più popolari di Gesù. Come è riuscito Sturges a farla franca?

Uno dei fattore fu l’eccezionale, e totalmente inaspettata, abilità di Betty Hutton. Aveva recitato prima, ma l’attrice ventiduenne mostra di avere l’esperienza di una veterana in tutte le scene del film. Disse che Sturges recitò tutte le scene con lei e molte riprese furono il frutto del suo insegnamento. Lei è teneramente stupida, innocentemente connivente, ridicolmente afflitta ed è difficile schierarsi dalla sua parte e allo stesso tempo ridere di cuore dei suoi gesti grotteschi. A William Demarest fu offerta una chance di mostrare cosa sapeva fare e lui eccelle nel ruolo del poliziotto Kockenlocker, un vedovo alle prese con due figlie, Betty Hutton e Diana Lyn, che pensano di conoscere la vita meglio di lui. Fa incredibili errori imbarazzanti ed è protagonista di scene commoventi come quando consola la figlia maggiore che è sconvolta. La famiglia Kockenlocker e la sua situazione ridicola. scandalosa, commovente è un elemento nuovo nel cinema di Sturges così come l’amorevole descrizione delle eccentricità della provincia per le quali schiera il gruppo di clown de repertorio con risultati brillanti. Eddie Bracken, un attore che non mi piace affatto, ha la parte principale nel mischiare gesti comici con conversazioni sofisticate e ginnastiche vocali per eguagliare quelle di Barker. Ha troppe reazioni isteriche per piacermi sebbene come ogni singolo attore che ha lavorato con lui dà il meglio di sé per Preston Sturges. Ma come il clown che infila una sedia sull’altra e cerca di sedersi su quella in cima, il mondo delle invenzioni comiche di Sturges stava sul punto di crollare.

Hail the Conquering Hero (Evviva il nostro eroe)
Hail the Conquering Hero (1944) è la storia di Woodrow Truesmith (Eddie Braken) che, scartato dal corpo dei marines perché ha la febbre da fieno, torna a casa, incontra un gruppo di soldati che ammiravano suo padre, un eroe di guerra, e che decidono, in nome di ciò, che il figlio meriti un riconoscimento. Gli mettono addosso una divisa con un bel po’ di medaglie, raccontano gli atti eroici da lui compiuti e Woodrow, eroe di guerra, viene eletto sindaco della sua città natale. In qualche modo lui poi trova la forza per dire la verità e diventa più popolare che mai..Conquista la ragazza, diventa sindaco e i suoi coraggiosi amici marines vanno in guerra a combattere altre battaglie. Fine. Questo film è totalmente diverso dai precedenti e nella scia di centinaia di film patriottici sulla guerra fatti durante questo periodo. E’ un film molto sentimentale e quasi privo di humour, un segno della direzione che la carriera di Sturges stava per prendere.

The Great Moment (Il grande momento) (1944), è un dramma non privo di elementi leggeri sull’uso degli anestetici in chirurgia. Fu rigirato e rimontato dalla Paramount; il film di Preston Sturges si è perduto. The Sin of Harold Diddlebock (1947) con Harold Lloyd un buono a nulla che si beve quell’unico bicchiere che non si è mai permesso e finisce con un circo, fu rigirato e rimontato da Howard Hughes; il film di Preston Sturges si è perduto. Unfaithfully Yours (1948) con Rex Harrison nel ruolo di un direttore d’orchestra follemente geloso che sogna di uccidere la moglie, fu rigirato e rimontato da Darryl Zanuck; il film di Sturges si è perduto. The Beautiful Blonde from Bashful Bend (1949) una parodia di western con Betty Grable su copione di Earl Felton, sarebbe stato meglio se si fosse perduto. Les Carnets du Major Thompson (1955), basato su un romanzo di Pierre Daninos è stato l’ultimo film di Sturges un altro che sarebbe stato meglio se si fosse perduto. Cinque film il cui controllo è stato tolto dalle mani del regista che aveva ottenuto successi così brillanti, sia dal punto di vista artistico che finanziario, con i suoi primi sei film. Cinque film che non hanno guadagnato denaro e che sono spine nel fianco dell’integrità e fiducia di Sturges. Quale miglior vendetta del costringere al fallimento l’uomo che si era beffato così brillantemente dello studio system?

Ci sono alcuni, pessimisti, che pensano che il bicchiere sia mezzo vuoto e ritengono un peccato che Sturges non abbia fatto più grandi film. Io sono ottimista. Per me il bicchiere è mezzo pieno e gli sono grato per aver fatto i sei grandi film che ha fatto. E’ più di quanto abbia fatto la maggior parte dei registi.

Conclusione
Per trovare equivalenti all’opera di Preston Sturges dobbiamo allontanarci da Hollywood e guardare ai grandi scrittori comici di altre tradizioni. Per esempio, nell’antica Atene, durante le guerre del Peloponneso, visse uno dei maggiori commediografi mai esistiti, Aristofane che produsse opere cui i critici e il pubblico del tempo conferirono un posto d’onore. La cosiddetta Commedia Antica di Aristofane (in base alle differenze stilistiche i critici hanno classificato la commedia in Antica, Media e Nuova) era un misto assurdo e esilarante di sesso, oscenità, satira politica, musica, farsa, giochi di parole e squisita poesia lirica assolutamente unica nel mondo letterario. Sebbene inaccurate, le traduzioni scritte per essere rappresentate sono il modo migliore per conoscere Aristofane. In termini moderni Aristofane mischia il burlesco, il music hall, il vaudeville, il cabaret, l’opera e l’oratorio e sono la sua esuberanza e la sua varietà che ci spingono a un paragone con Sturges. L’opera di Aristofane ha seguito un percorso simile a quello di Sturges; le ultime opere di entrambi poggiano più sul sentimento che sulla farsa.

Il mondo della commedia rinascimentale che ha trovato la sua più alta realizzazione nelle commedie di William Shakespeare è un altro paragone da prendere in considerazione per la presenza di elementi quali il rovesciamento dei ruoli, le personificazioni e i travestimenti, i giochi di parole, le metafore ricercate e le fantasticherie sentimentali. Shakespeare si metteva sempre nei guai in quanto mischiava i generi, ma lui era un commediografo. Conosceva il suo pubblico. Se il materiale funzionava lo inseriva nel testo, se non funzionava lo toglieva proprio come fecero gli attori di vaudeville. La tragedia si può permettere di prendere tempo sul palcoscenico ma la commedia non può fermarsi. Se succede è la fine.

Il guaio è che il cinema sembra reale, sembra che tratti della realtà anche se Hollywood non ha mai fatto un film realista nella sua storia e suscita ilarità quando lo fa. Gli scenari di Sturges non sono reali proprio come la foresta di Arden non è un luogo reale e neppure lo è il parlamento delle donne di Aristofane. Ciò che questi tre commediografi tentano di fare (e Sturges era un commediografo) è creare un luogo in cui si danno lezioni e si rivelano verità che altrove potrebbero disturbare o recare offesa e il riso è lo strumento che usano. Sarcasmo, ridicolo, parodia, satira, gioco di parole, nonsenso, scherno delle convenzioni…se fa ridere allora funziona. Occorre prestare attenzione a separare i dettagli delle ambientazioni di Sturges, l’America all’inizio degli anni quaranta dai suoi personaggi, dalle assurdità del comportamento umano se non si vuol finire con il relegarlo nel museo del cinema.

Per quanto possa sembrare ironico, l’aver fatto film e non commedie non ha dato a Sturges ciò che meritava. Il cinema è un’arte popolare e l’eccellenza si misura spesso sulla popolarità, sul numero di biglietti venduti non sulle sue intrinseche qualità. Due furono i fattori a discapito di Sturges: i suoi film smisero di incassare e lui era un personaggio troppo grande per lo studio system. Gli studio non avevano spazio per scrittori-produttori-registi che sapevano recitare, avevano una reputazione a livello mondiale ed erano pieni di sé. Avevano già esiliato Chaplin, trasformato Keaton in una comparsa, costretto Laurel e Hardy a presentarsi al lavoro a un ritmo da esaurimento nervoso per guadagnarsi da vivere. Lo studio system funzionava perché i suoi direttori controllavano l’industria. Quando cominciarono a interferire con l’autonomia di Sturges lui ha chiuso proprio come successe a Welles. Ma a Sturges spettò l’ultima risata come di solito accadeva nei suoi film. Gli studio non esistono più Sturges sì. Cominciò come regista di commedia. Finì col creare un genere: ha fatto i ‘film Preston Sturges’.

©2011 Translation copyright Gianna Attardo.

2. SAFFO: SACERDOTESSA, PROSTITUTA, POETESSA, LESBICA

di Phillip Kay.  Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Ho appena finito di rileggere Sappho of Lesbos di Arthur Weigall. Sono un povero lettore di libri di seconda mano che pesco sulle bancarelle dell’usato. L’ho comprato più di dieci anni fa e mi è piaciuto immensamente. E’ pericoloso rileggere un libro che una volta ci è piaciuto perché spesso non riusciamo a ricatturare quella prima impressione, ma questa volta mi è successo. Malgrado vi abbia riscontrato dei difetti che non avevo notato prima, penso ancora che sia il miglior libro sull’argomento che mi sia capitato tra le mani ed è sorprendente perché è anche il primo. Sappho of Lesbos: Her Life and Times fu pubblicato la prima volta da Thornton and Butterworth a Londra nel 1932. Se ne possono ancora trovare copie di seconda mano.

Oggi sono più consapevole del fatto che Saffo (quel “P-sap-hó” – richiede una certa pratica; parlava un dialetto del greco del nord) è una sorta di schema vuoto su cui i lettori imprimono le loro ossessioni piuttosto che semplicemente una poetessa di rilevanza. Possiede un modo di ricatturare il sentimento del desiderio dell’amato che riempie la vita, e soprattutto molto tempo fa. Per le femministe è la prima autrice al mondo che è sopravvissuta, e riuscita a malapena a sopravvivere considerando l’efficacia dell’oppressione esercitata dagli uomini sulle donne, e, come tale, è degna di una celebrazione trionfale. Per gli omosessuali è il campione dell’amore sessuale lesbico praticato una volta a Lesbo ma poi trasformato, fino in tempi recenti, in qualcosa di cui vergognarsi. Per lo stesso Weigall è un caso tragico di amore maturo tanto che dedica una quantità smisurata di tempo al presunto amore di lei per Faone.

Ho una domanda da rivolgere sia agli omosessuali che alle femministe. Come mai Alceo, amico e contemporaneo di Saffo, non ha ricevuto lo stesso trattamento? Era un poeta altrettanto bravo, la sua opera sopravvive in simile forma frammentaria, era innovativo, amava i ragazzi. Tuttavia è stato relativamente ignorato. Potrebbe essere questo un esempio di discriminazione sessuale?

L’enigma
In realtà non sappiamo nulla su Saffo. Neppure la sua poesia è sopravvissuta ad eccezione di due lunghi frammenti, quasi poesie complete, e una raccolta di singole parole citate da grammatici di periodi successivi. Saffo è soprattutto un parto della nostra fantasia. Quello che sappiamo è che tutti gli scrittori dell’antichità che fanno riferimento a lei ne ammirano immensamente la poesia. Viene spesso considerata il più grande poeta greco, perfino paragonata per abilità a Omero, che è la massima lode che uno scrittore poteva ricevere nel mondo antico. Tuttavia, questa mancanza di informazione non sorprende, è comune nel caso degli artisti dell’antichità. Non sappiamo nulla di nessuno scrittore, compositore, scultore, pittore, drammaturgo o musicista vissuto prima del quarto secolo a.C. e inoltre ciò che è in nostro possesso è storia romanzata piuttosto che biografia. Le loro vite e tutto, eccetto frammenti delle loro opere, sono svaniti nel nulla, indipendentemente dal riconoscimento loro riservato un tempo. Saffo è un grande stimolo per la nostra immaginazione. Che aspetto avrà avuto?

Il libro di Weigall è allo stesso tempo erudito e di piacevole lettura. Riporta tutti i frammenti superstiti della poesia di Saffo e tutti i riferimenti su di lei che ci sono pervenuti e uno sguardo a queste fonti di informazione è illuminante.

°Massimo di Tiro fu un filosofo del II secolo d.C.
°Strabone lo storico greco visse da circatra 64 a.C. al 24 d.C.
°Diogene Laerzio scrisse sulle vite dei filosofi nel III sec. d.C.
°Suda è l’enciclopedia bizantina del X secolo d.C.
°Cicerone, statista e oratore romano visse dal 106 a.C. al 43 d.C.,
°Erodoto inventore greco della storia, visse nel V secolo a.C.
°Stobeo è un compilatore del V secolo d.C.
°Eusebio fu uno storico che visse tra il 263 e il 339 d.C.
°Aelianus fu un autore romano che visse tra il 175 e il 235 d.C.
°Ateneo fu un compilatore che visse nel III secolo d.C.
°Seneca fu uno scrittore romano che visse tra il 54 e il 39 d.C.
°Plutarco fu uno storico greco che visse dal 46 al 120 d.C.
°Ovidio fu un poeta romano vissuto tra il 43 a.C. e il 17 d.C.
°Catullo, poeta romano che tradusse Saffo, visse tra l’84 e il 54 a.C.

Si ritiene che Saffo sia vissuta tra il 612 e il 558 a.C. Le nostre uniche fonti di informazione sulla sua vita, opere e reputazione risalgono ai 500 e 1500 anni successivi, ad eccezione di Erodoto che visse 200 anni dopo di lei. Non sappiamo neppure nulla sulle vite di queste ‘fonti’, né quanto possano essere attendibili. Inoltre possiamo avanzare ipotesi sulla perdita di altre informazioni dalle opere di autori che non sono giunte fino a noi, che sarebbero potuto essere illuminanti. Per esempio, una delle fonti di informazione spesso usate dagli storici alessandrini e bizantini della letteratura antica era una vasta collezione della cosiddetta Nuova Commedia ateniese e siciliana, opere che non ci sono pervenute. Biografi dell’antichità ne hanno estratto versi, che originariamente dovevano avere un intento comico, e li hanno riportati come pure annotazioni biografiche.

Weigall e le sue fonti ripetono quindi informazioni che con molta probabilità nella maggior parte dei casi sono fantasiose o semplicemente errate. Tutto quello che possiamo sapere, in effetti, dobbiamo derivarlo dalla lettura delle due poesie in nostro possesso. Anche in questo caso, comunque, ci troviamo davanti problemi da risolvere.

Le poesie
Non sappiamo con precisione come le poesie fossero rappresentate. Erano cantate da un musicista, apparentemente in occasione di festività, con l’accompagnamento della lira, uno strumento a corde tra un’arpa e una chitarra suonato delicatamente, e cosiddette liriche per distinguerle da altre forme di poesia del tempo, l’ode corale, cantata con l’accompagnamento di un coro (e da cui si suppone che il dramma si sia sviluppato) e l’epica declamata da un bardo in onore delle famiglie nobili di quel tempo. Non sappiamo per certo se i poeti componessero la musica delle loro canzoni ma riteniamo di sì. Non abbiamo informazioni. Saffo fu probabilmente una compositrice così come una poetessa. Non sappiamo per certo se le poesie di Saffo fossero drammatiche o personali sebbene vogliamo credere alla seconda ipotesi poiché abbiamo un intero genere di poesia ‘lirica’ che influenza il nostro giudizio. Tuttavia, l’esecuzione era molto probabilmente pubblica e sembra straordinario che un poeta si alzasse nel mezzo di una commemorazione religiosa o in occasione di una cerimonia nuziale e declamasse alla folla il suo amore appassionato per un’altra donna. E’ pur vero che nella società di Saffo non c’era niente di male a manifestare sentimenti di questo genere e il suo contemporaneo Alceo faceva lo stesso esprimendo il suo amore per un ragazzo (sebbene probabilmente alle feste riservate a soli uomini sbevazzatori).

Non abbiamo assolutamente idea se le poesie di Saffo esprimessero i suoi sentimenti personali, se fossero declamazioni in forma drammatica che celebravano l’effetto del potere di Afrodite sugli esseri umani o monologhi recitati da altri, per esempio da un marito ad una cerimonia nuziale..Non lo sappiamo, ma desideriamo saperlo, e le affermazioni sulla poesia di Saffo rivelano più su chi le fa.

C’è una ragione per questo. Ogni frammento della poesia di Saffo in nostro possesso, ogni parola, sembrano confermare le lodi degli scrittori antichi. Saffo può essere veramente il maggior poeta dell’antichità.

D’altra parte, sebbene non ci sia dato di sapere nulla di definito sulla vita di Saffo, di avere certezza dei suoi sentimenti, o conoscenza della sua musica, del suono della sua lira, delle sue esecuzioni, né delle festività in cui può essersi esibita, sappiamo che molti che hanno scritto su di lei e cantato le sue lodi avevano di fronte la sua poesia, una delle raccolte di poesia più popolari nel mondo antico per quasi un millennio. All’inizio dell’era cristiana questa popolarità stava svanendo, il che significa che i manoscritti non venivano copiati così spesso come prima e stavano divenendo sempre più sporadici. Molti bigotti cristiani biasimarono le opere di Saffo ma fu più probabilmente indifferenza che portò alla loro perdita. Tutte le opere letterarie dovevano essere copiate a mano e il greco di Saffo era obsoleto e arcaico. L’età dell’epica portò all’età della lirica, poi all’età dell’arte drammatica, della storia, della filosofia, dell’erudizione e infine a quella della teologia. Gibbon afferma che esisteva una sola copia di Saffo nella biblioteca dell’Imperatore a Bisanzio e che venne bruciata quando i Veneziani saccheggiarono la città nel 1203.

Lesbo
Weigall tratta questa mancanza di conoscenza soffermandosi sul ‘tempo’ così come della ‘vita’ di Saffo e inizia in un modo che mi impressiona profondamente descrivendo la terra in cui Saffo visse. Questa descrizione bella ed evocativa mi ricorda le parole di Colette sulla sua infanzia e merita di essere riportata. Weigall parla di Eresos luogo di nascita di Saffo, situata a metà della costa occidentale di Lesbo.

“ A sud-ovest in una giornata limpida si possono scorgere le oscure montagne della Grecia oltre la distesa blu dell’Egeo; e a nord-ovest quelle dell’isola vulcanica di Lemno la supposta dimora e officina di Efesto, il Vulcano dei Romani, si potevano scorgere con nitidezza a centoventi chilometri di distanza; mentre a voltesi poteva scorgere il Monte Athos, che si erge sulla sua temuta penisola priva di porto, a una distanza di duecento chilometri. A nord-est, a cento chilometri di distanza, era il Monte Ida, dalle cui vette si diceva che gli dei avessero seguito le battaglie nella sottostante pianura di Troia e, a est, la vista meravigliosa di tutta Lesbo fino al continente dell’Asia Minore dove catene su catene di montagne, di un delicato porpora e blu, si scorgevano perfino fino a Dindymus nella distante Frigia e all’Olimpo Bitinio”.

“Due fiumiciattoli, turbolenti eccetto verso la fine dell’estate, scorrevano dalle montagne al mare; e le delicate tamerici, che si allineavano lungo le loro sponde, erano la dimora di molti uccelli e fornivano ombra sia alle greggi di capre che alle invisibili ma chiaramente presenti Naiadi, o ninfe dei fiumi, che amavano il suono dell’acqua che scorre e il canto degli uccelli e, invero, anche loro stesse cantavano dolcemente. Oleandri dai fiori vermigli vi crescevano selvatici; e in primavera violette, giacinti e anemoni tappezzavano il suolo. Questi fiumi avanzavano profondamente nel mare oltre spiagge sabbiose non lontane dalla città; e alla luce della luna le Nereidi, le belle ninfe del mare che Doris, figlia di Oceano, generò a suo fratello Nereo, si potevano a volte udir gridare alle ninfe del fiume i loro ossessionanti saluti.”

Saffo proveniva da una regione a nord della Grecia chiamata Eolia. Dobbiamo immaginare che parlasse un dialetto diverso e un accento diverso, forse qualcosa di simile alle ragazze irlandesi o scozzesi in Gran Bretagna. Come i Celti in Gran Bretagna gli Eolici combatterono molte battaglie: erano un popolo turbolento. Durante la giovinezza di Saffo ci fu una grande guerra con Atene per il controllo della città mercantile di Sigeo, vicino alla vecchia Troia. Alla fine della guerra scoppiò una guerra civile tra fazioni che rappresentavano l’aristocrazia dell’isola e il popolo. In effetti, questo tipo di battaglie o conflitti di classe erano frequenti in molte città della Grecia e fu responsabile per la crescita di ciò che chiamiamo democrazia. E’ possibile che in una battaglia il padre di Saffo, che combatteva dalla parte degli aristocratici, sia stato ucciso: è stato detto che lei fu adottata in tenera età da un parente e che la sua famiglia si sia trasferita alla sicura Mitilene, grande città della costa orientale. Si è detto che Saffo (nessuno sa su che base) fosse una ragazza piccola, scura, con capelli crespi che formavano dei fitti, voluminosi ricci ricadenti sulle spalle. Forse aveva del sangue frigio nelle vene. Possiamo immaginare che la sua iride fosse nera e che emanasse una intensa energia. Autori dell’antichità dicono che secondo lo standard del tempo era brutta (anche allora le bionde erano ‘in’) ma dicono anche che era molto attraente e dotata di una personalità magnetica. Usate la vostra immaginazione.

La guerra per il controllo di Sigeo continuò per tutto il periodo della giovinezza di Saffo. La città era sul piede di guerra, gli uomini erano al fronte, i viveri erano razionati e il morale aveva bisogno di essere sostenuto. Weigall ritiene che in queste circostanze le donne dell’aristocrazia abbiano svolto un ruolo attivo, distribuito razioni dalle loro eccedenze personali, avuto cura del culto degli dei, fatto sacrifici, cantato inni. In questo contesto egli vede l’origine delle storie di Saffo come leader di gruppi di giovanette secondo quanto riportato da dicerie nei secoli successivi.

I poeti
Quando Saffo cominciò a scrivere poesia, che Weigall immagina sia stato negli ultimi anni dell’adolescenza, avrebbe conosciuto l’opera di un gran numero di poeti, lirici o elegiaci, i cui componimenti avrebbe ascoltato in occasione di ogni festività. Questi sono solo nomi per noi :

°Erinna di Telo, autrice della famosa lunga poesia La conocchia
°Alceo di Mitilene, che scrisse liriche sul bere e sull’amore
°Arione, uno dei fondatori della tragedia
°Terpandro di Antissa, Lesbo, morto durante la giovinezza di Saffo
°Alkmano di Sardi
°Polymnastos di Kolophon, brillante compositore di musica
°Mimnermo di Smirne, scrittore di elegie tristi
°Stesicoro di Sicilia, scrittore di narrativa lirica
°Eumelo di Corinto
°Olimpo di Frigia, autore di brani per flauto
°Archiloco di Paro, autore di satire, uno dei poeti più celebrati nell’antica Grecia
°Simonide di Samo, un altro autore di satire e, naturalmente, due poeti la cui opera è giunta fino a noi, Esiodo e Omero.

Questi devono aver ispirato Saffo e devono averle mostrato le possibilità della poesia. Era un’epoca di rapido sviluppo nella poesia che attraversava un periodo simile a quello vissuto dal dramma elisabettiano al tempo di Shakespeare quando l’espansione ad opera del commercio e delle conquiste portarono a un fertile incrocio tra molte culture, e forma e contenuto erano egualmente fluidi. Weigall immagina che Saffo leggesse l’opera di questi poeti ma, sebbene libri, o rotoli di papiro come erano a quel tempo, fossero conosciuti attraverso gli esemplari egiziani, non si sa se avessero portato alla formazione di biblioteche private al tempo di Saffo. Si trattava probabilmente ancora in gran parte di una cultura orale. Per questa ragione le poesie di Saffo dovrebbero essere lette ad alta voce. Se non leggete il greco antico, come è il mio caso, allora basterà il greco romanizzato (sebbene l’accento sostituisca la misura e non è la stessa cosa). Ricordate semplicemente che le poesie di Saffo erano una esperienza orale e il fascino di lei era nel farsi udire. Pensate a lei come una cantante/cantautrice.

Il conflitto sociale endemico al tempo di Saffo in molte città della Grecia, fu guidato e, in alcuni casi, risolto da uomini che i Greci chiamavano ‘Tiranni’. Questo termine oggi ha un significato negativo: a quel tempo era neutrale, significava ‘leader incostituzionale’. In molti casi i Tiranni crearono nuove e più giuste costituzioni, dominarono l’oppressione esercitata dall’aristocrazia terriera, promossero il commercio e crearono un antico New Deal. Erano risolutori di problemi. Negli anni successivi scrittori su questo periodo compilarono un elenco dei Sette Saggi: la maggior parte di loro erano Tiranni. Weigall riserva un certa attenzione a uno studio di questi Tiranni per delineare il background politico del mondo di Saffo: Periandro di Corinto fu arbitro tra Lesbo e Atene; Solone di Atene migliorò la costituzione della sua città (e anche le sue poesie furono celebrate); e Pittaco, Tiranno di Lesbo contro il quale sia la famiglia di Saffo che il suo amico Alceo lottarono.

Esilio e star
Durante il conflitto sociale a Lesbo, e dopo l’ascesa di Pittaco, Saffo e la sua famiglia furono esiliati e mandati a Siracusa a placare i loro animi. Lì si pensa che Saffo abbia sposato un ricco merante. Weigall la immagina come una milionaria iniziatrice di una nuova tendenza nella società siracusana dove acquisì una sorta di carisma attraverso la poesia, una sorta di Joni Mitchell del mondo antico. Dopo cinque anni le fu permesso di tornare a Lesbo. Era una vedova.

Weigall riserva una certa attenzione al ruolo delle donne nella società greca e nota che secondo le poche testimonianze in nostro possesso sembra che Lesbo abbia accordato alle donne una notevole libertà legale e sociale. Era forse l’unico luogo nella Grecia di quel tempo dove le donne potevano formare i gruppi, le associazioni e le amicizie che desideravano. Tuttavia Saffo aveva la protezione di ricchezza e fama anche se scriveva poesia, cosa che altrove uomini conservatori pensavano forse che fosse meglio lasciare agli uomini. Poiché lei scriveva poesia in occasione delle festività dedicate ad Afrodite, ed era chiaramente ispirata da quella dea, è possibile che godesse dello status di sacerdotessa. Sebbene aiutata dalle sue ricchezze e dalla fama, Saffo era intelligente, e poteva probabilmente avere una personalità abbastanza forte e subdola da avere la meglio su quelli che volevano reprimerla. Ancora una volta usate la vostra immaginazione.

Saffo e il sesso
Weigall si sofferma sul presunto ruolo di Saffo di guida di un gruppo di giovanette molto legate le une alle altre. Mentre ritengo che i resoconti del 19esimo secolo che ritraggono Saffo alla guida di una sorta di antica scuola di belle maniere siano anacronistici, Weigall vuol credere nel gruppo e nel loro attaccamento omosessuale. Tuttavia evidenzia anche che la reputazione originaria di cui sembra che Saffo avesse goduto era di chi aveva avuto rapporti sessuali occasionali con uomini, non con donne. Fate un salto sul continente al tempo di Saffo e andate ad Efeso dove troverete un altro gruppo di giovanette, guidate da una sacerdotessa, devote per un certo tempo a riti in onore di Afrodite che includevano atti sessuali. Nessuna poesia da Efeso è sopravvissuta per dirci quanto la sacerdotessa fosse affezionata alle sue seguaci; tuttavia le ragazze devono essere state vergini all’arrivo e bisognose di una guida nel loro ruolo dal che può essere nato un forte attaccamento. La storia è contenuta in Erodoto. Si afferma che simili riti fossero praticati a Corinto dove si suppone che Saffo abbia passato i suoi ultimi giorni. Questi riti divennero scandalosi quando si radicò il culto dell’Olimpo. Fu questa l’origine della reputazione di Saffo come omosessuale? I frammenti delle sue poesie indicano che nutriva sentimenti appassionati ma non vi è nulla di apertamente sessuale in nessuno dei versi sopravvissuti. Tuttavia emerge chiaramente da questi che era una sacerdotessa di Afrodite.

Weigall è in possesso di una notevole quantità di materiale che descrive lo stile di vita al tempo di Saffo, e che ho trovata affascinante. L’abbigliamento, i cosmetici, l’architettura e le abitazioni, l’igiene, il cibo, l’ospitalità, i giochi…tutto ci fa sentire l’antica Lesbo vicina per le evidenti somiglianze in tutte le aree con la vita di oggi. Ciò che era diverso era l’atteggiamento verso la religione, che allora permeava tutti gli aspetti della vita quotidiana, verso la nudità, il sesso e la morte che erano molto più realtà di fatto e verso l’ospitalità, un rito osservato con precise formalità.

La storia di Saffo ai suoi giorni si è chiusa con due storie d’amore, molto simili per contenuto e atteggiamento alla narrativa del mondo greco-romano del primo secolo. La prima fu la storia di Rodopi la cortigiana amata da Carasso, fratello di Saffo. La seconda fu l’amore di Saffo per Faone, una passione disperata per la quale si tolse la vita. Entrambe queste storie sono stile Mills and Boon. Se vi piacciono, bene, usate di nuovo la vostra immaginazione. Weigall per certo lo fa.

Il libro di Weigall è un buon libro, un prezioso deposito di ogni frammento di storia, parola o verso della poesia di Saffo. L’autore conosce bene l’isola di Lesbo e la sua narrazione dà vita al mondo di Saffo. Leggetelo, poi leggete la poesia. La vita è fantasia, la poesia è tanto reale quanto riesce ad esserlo.

La poesia
La poesia di Saffo: solo due poesie incomplete. In una l’oratrice ha il nome di Saffo, e invoca Afrodite affinché persuada un’amica ad amarla, come lei ha aiutato molte volte prima. L’emozione descritta è quella del desiderio per, forse, un’ amata indifferente. La sostanza è un elogio del potere della dea Afrodite. Non ci sono elementi per affermare che il sentimento descritto sia di natura sessuale (potrebbe anche esserlo ma non abbiamo elementi per affermarlo). La seconda poesia descrive il sentimento di una persona ignota che è sopraffatta dal desiderio mentre osserva una giovane ragazza che amoreggia con un giovanotto. In un terzo breve frammento una persona, Saffo, saluta una compagna che ama e che la sta lasciando suo malgrado, e ricorda all’amica i bei tempi trascorsi insieme. Il resto è troppo breve per essere decifrabile ad eccezione di alcune belle metafore:

“come il giacinto che i pastori sui monti calpestano”

“come una mela matura su un alto ramo, in cima sul ramo più alto. Dimenticata dai raccoglitori
Non dimenticata –non riuscirono a raggiungerla”

Poesie di Saffo, testimonianze e varie traduzioni sono qui:
http://www.rhapsodes.fll.vt.edu/sappho1.htm

http://www.uh.edu/cldue/texts/sappho.html

http://www.sacred-texts.com/cla/usappho/index.

E’ stato detto che le opere di Saffo si componessero di nove volumi. Ciascun volume, o rotolo di papiro, può aver contenuto 50-100 poesie. Può darsi che ci fossero commenti di studiosi successivi, glosse su parole oscure. Diciamo 400-800 poesie. Non molto è rimasto. Il resto sono chiacchiere letterarie di oscura provenienza tramandate per mille anni dopo la sua morte.

La reputazione di Saffo
Da riferimenti contenuti nelle poesie che ci sono pervenute emerge che Saffo è stata una leader in un culto della dea Afrodite, la dea della procreazione, dell’amore e del sesso. Nei tempi antichi ci fu perfino un culto di Afrodité Porné (rapporto sessuale). Soprattutto le donne pregavano per avere buon sesso e buon esito nel concepire e allevare un figlio. Era allo stesso tempo un fatto normale e pragmatico. Forse le donne in particolare si sentivano parte di un misterioso ritmo naturale che apparteneva agli stessi dei. Sappiamo da Erodoto che nei tempi antichi, specialmente in Asia Minore, la terra più prossima a Lesbo, veniva praticata la prostituzione sacra nei templi della dea che in Grecia era conosciuta come Afrodite. In realtà praticando un atto sessuale nel tempio le donne greche speravano che la dea entrasse dentro di loro e benedicesse il sesso che avrebbero poi avuto con i loro mariti. Sappiamo che esisteva un tale culto a Corinto al tempo di Saffo. Le sue poesie possono essere prova di tale culto a Lesbo.

La successiva reputazione di Saffo. Quando le sue poesie vennero raccolte nel IV secolo e conosciute e amate in tutto il mondo greco non molto si sapeva sulla vita di Saffo. Vi era, tuttavia, l’impressione che fosse stata una prostituta e avesse fatto sesso con molti uomini. Poiché questa non era la vita ritenuta appropriata per il maggior poeta lirico della Grecia, fu inventata una seconda Saffo di Lesbo, una famosa prostituta del tempo. Nel IV secolo a.C. nessuna comprensione dei riti sessuali o della prostituzione sacra nell’adorazione di Afrodite poteva apparire ‘straniera’ ai greci del tempo di Platone.

Tutti coloro che leggono le poesie complete tuttavia hanno acconsentito su un punto: Saffo è stata il poeta che meglio ha descritto la passione e il desiderio per l’amato. Nessuno allora ha pensato a lei come a una ‘lesbica’. Sembra che questa reputazione sia stata creata perché in tempi moderni solo due poesie sono sopravvissute e una di queste si riferisce a una persona di nome Saffo che ha desiderio di un’altra donna. Quel desiderio può essere stato di natura sessuale. Chi lo sa?

Lesbismo. Saffo era omosessuale? Solo una donna può rispondere a questa domanda. Quando senti la mancanza di un’amica questo significa che è la tua amante? Quando preghi affinché un’amica ti ami come tu ami lei questo significa che la vuoi portare a letto? Sono un maschio eterosessuale e non voglio giungere a nessuna conclusione. Soprattutto avendo a disposizione solo lo 0,25% delle prove.

Mi sembra più attendibile affermare che Saffo parla, con squisita delicatezza e tenerezza e una eccezionale comprensione delle emozioni umane, del potere che la divina Afrodite ha sugli esseri umani e che le sue poesie celebrano riti religiosi a lungo dimenticati. Può aver avuto una eccezionale abilità nel trovare parole per descrivere quei sentimenti nascosti, parole basate su un profondo piacere che nutriva per il mondo naturale. Il suo mondo naturale è stato a lungo distrutto. La sua lingua è stata a lungo incompresa e dimenticata. Ma se i critici dell’antichità sono stati accurati nel loro giudizio quanto è preziosa ogni parola che ci è pervenuta.

L’aspetto più essenziale da ricordare è che Saffo era una cantante. Ricordatela sul palcoscenico, piccola, capelli scuri, intensa, magnetica, mentre suona la lira come un virtuoso, e canta da contralto parole che vi hanno commosso e fatto versare una lacrima, parole che avete ricordato il giorno dopo, la settimana dopo, che vi hanno fatto dire timidamente agli amici, “Ho sentito cantare la bella Saffo – sulla dorata Lesbo – molto tempo fa”.

©2011 Translation copyright Gianna Attardo.

1. FANTASCIENZA

di Phillip Kay.  Tradotto da Gianna Attardo dall’inglese.

Philip K Dick ha definito la fantascienza una storia o un romanzo in cui vengono introdotti un concetto nuovo o un’idea nuova che sono veramente nuovi e che stimolano l’immaginazione del lettore con la loro novità. Il lettore vive uno shock di non riconoscimento e, inoltre, collabora con l’autore nello sviluppo dei parametri di questa nuova idea, nelle sue implicazioni.

Dick non definisce fantascienza le storie di avventura ambientate nel futuro o nello spazio. L’idea dominante in tutte queste storie è roba vecchia fritta e rifritta: l’eroe, l’eroina e il furfante, la minaccia e la fuga, la storia d’amore sono gli elementi di base e dire che tutto è accaduto in una galassia distante, molto tempo fa, o nel futuro non li rende fantascienza.

Dick non definisce neppure la differenza tra fantasia e fantascienza in quanto ritiene che sia troppo soggettiva. Se tu, lettore, credi plausibile una certa premessa la storia è fantascienza; se la ritieni impossibile è fantasia. Solo tu puoi decidere se gli hobbit possono esistere da qualche parte, in un qualche tempo.

Vorrei aggiungere inoltre una mia considerazione. Questa nuova idea di fantascienza deve essere rilevante alla realtà sociale in cui viviamo e da cui ci sentiamo frustrati. Una volta che accantoniamo le pistole a raggi, i dischi volanti e gli alieni, che la maggior parte della gente associa alla fantascienza ma che sono meri sostegni per storie emozionanti di avventura (che potrebbero altrettanto facilmente essere Colt 45, diligenze e Indiani Pellerossa o Magnum 357, macchine della polizia e scene di massa), ciò che ci resta sono idee che sono rilevanti alla nostra situazione ma che sono rappresentate in una forma estesa immaginando un’altra civiltà su un pianeta distante. L’idea del sovrapopolamento può essere così trattata, per esempio, come in Stand on Zanzibar il capolavoro di John Brunner del 1969.

Nella sulla opera sulla cultura popolare in generale John G Cawelti (Adventure, Mystery and Romance) distingue tra letteratura realista, o ciò che è definita pretenziosamente letteratura ‘seria’, e letteratura di evasione che egli chiama ‘letteratura terapeutica’. Ciò che apprezzo di questa categorizzazione è che tiene conto del perché il lettore legge così come di cosa legge (non sto suggerendo che le lettrici non leggano, ma solo evitando la formula ‘il o la’). Non che tutta la letteratura può essere letta terapeuticamente, o che un lettore può trovare confortante e rassicurante leggere Kafka (in realtà è l’idea di Kafka che attrae) così come un altro potrebbe trovare ‘rilassante’ o rassicurante leggere Agata Christie. La letteratura terapeutica poggia su formule: il lettore sa sempre quello che succederà, il detective risolve sempre il crimine; l’eroe conquista sempre l’eroina; il disperso ritrova sempre la via di casa. Come i bambini vogliamo sempre sentire la stessa storia senza nemmeno una sola parola diversa o fuori posto. Hollywood ha capito questo molto bene: da qui il prevalere dei ‘seguiti’.

La fantascienza, secondo la definizione di Philip Dick si libera di tutto ciò.
Tradizionalmente, le storie alternative, le utopie, sono state escluse dalla categoria romanzo. Solo di recente sono state chiamate fantascienza e solo allora perché gli storici della fantascienza hanno avuto bisogno della storia per legittimare lo status accordato alla fantascienza. Ma Gulliver’s Travels, 1984 e Brave New World (e The Man in the High Castle di Dick) sono fantascienza vera e propria ben più di qualunque esempio di cosiddetti film di fantascienza.

Philip Dick è uno scrittore di fantascienza secondo la sua propria definizione del genere. Egli immagina cosa succederebbe se le macchine prendessero il sopravvento in una grande guerra planetaria, se nuove memorie potessero essere impiantate e le vecchie cancellate, se il Presidente degli Stati Uniti fosse un mero simulacro, se si combattessee una guerra e si concludesse una pace senza che al mondo venisse detto in modo da lasciare i leader di entrambe le parti liberi di godersi i piaceri della vita mentre gli altri a dannarsi tra le fatiche della guerra (un’idea riusata nel film di Kusturica del 2000 Underground). H G Wells fa lo stesso. E ancora se ad una invasione di alieni la civiltà resisterebbe o soccomberebbe, o come sarebbe il mondo in un futuro in cui la divisione tra ricchi e poveri fosse incredibilmente esagerata. Di nuovo, gli Strugatsky fanno lo stesso; o ancora se congegni elettronici sofisticati oltre ogni immaginazione capaci di influenzare la mente degli umani con cui vengono in contatto fossero semplicemente la spazzatura lasciata dopo un picnic extraterrestre. E se, e se. E’ una domanda da bambini ed evoca il senso di meraviglia di un bambino ma il bisogno di porla sta rapidamente diventando una responsabilità di adulti.

Tutte queste idee sono nuove. Ma, più importante ancora, è che sono rilevanti per il nostro mondo di oggi. Sono un modo di prendere una situazione che ci preoccupa, collocarla fuori del suo contesto quotidiano, in un universo diversamente immaginato e lì verificarne la validità. L’idea, il contesto possono essere nuovi. Ma il dilemma non lo è.

Collocherei questo genere nella tradizione realista. Se considerare la fantascienza parte del realismo può sembrare improbabile una volta che combiniamo il concetto di letteratura terapeutica di Cawalti con la definizione di fantascienza di Dick è chiaro che gli elementi terapeutici della fantascienza appartengono alla storia di avventura e il resto è commento sociale.

La fantascienza si è impadronita del ruolo svolto una volta dalla satira . La satira si basa su una moralità comune e condivisa. Il comportamento che oltrepassa questo standard può essere oggetto di satira. Ma se non ci fosse uno standard morale condiviso? Questo è ora il nostro caso. Ciò che oggi non ci piace lo possiamo beffeggiare attraverso la satira. La satira richiede complicità tra il satirista e il pubblico. Ma siamo diventati un pubblico universale e quello che una volta era complicità ora sembra indice di una mentalità ristretta, perfino reazionaria. Ciò che oggi non ci piace lo esageriamo fino a un livello paranoico e lo collochiamo nel futuro, in un mondo distante.

Abbiamo problemi logicamente irresolubili. Troppe vite, ciascuna delle quali è incredibilmente preziosa. Scorie industriali che non sono biodegradabili ma parte di massicce industrie che impiegano la maggior parte della popolazione del mondo; progressi nella tecnologia della comunicazione che ci sommergono con trivialità piuttosto che con verità; autodeterminazione politica che ci trascina in guerre irresolubili alimentate da grandi interessi industriali; inquinamento industriale che passiamo al terzo mondo come se fosse un suo problema; investimenti eccessivi nello sviluppo del capitale che arrestano la crescita del commercio indipendente; sviluppi della politica che diventano parte dell’industria dello spettacolo; forze economiche che riducono gli esseri umani a meri consumatori. Affrontare questi problemi attraverso la fantasia è il compito della fantascienza. Quello che vogliamo è lo spazio per trattare questi problemi irresolubili e la soluzione è proprio questa – spazio. C’è qualcosa per ciascuno. Se non vogliamo pensare o preoccuparci di questi problemi allora distruggiamo la Death Star.

Il film di fantascienza è un buon esempio di come funziona la fantascienza muovendosi tra storia di genere e concetti speculativi. Ci sono pochissimi esempi di autori di film di fantascienza nel senso in cui Philip K Dick è scrittore di fantascienza. Tarkovsky ha fatto due film di fantascienza, Kubrick uno. Ma i registi di cinema, anche quelli che hanno realizzato progetti su scenari di Philip Dick, sono di solito ricaduti su esempi di avventure standard. Sia Blade Runner , 1982, di Ridley Scott che Total Recall , 1990, di Paul Verhoeven non sono niente di speciale, compreso Die Hard del 99; la maggior parte dell’intuito e delle preoccupazioni di Dick sono rimaste nella sala di montaggio. Entrambi buoni film ma non film di fantascienza.

Più avanza lo sviluppo più le nostre scelte sono limitate. E’ il Grande Fratello, la guerra nucleare, le pandemie che non possiamo contenere, l’universo che espande. C’è molto di cui preoccuparsi. Pensiamoci. Trattare questi problemi nell’immaginazione è terapeutico.Il problema sta sia lì fuori nell’universo che dentro la nostra mente. Trattando i problemi in un ambiente fantastico applichiamo terapia, guarigione alla nostra mente. Il consuetudinario approccio tipico della letteratura di evasione di nascondere la testa nella sabbia è solo sostenibile nel breve termine. Alla fine dobbiamo affrontare i nostri problemi. La fantascienza era una volta narrativa scientifica, altri hanno voluto chiamarla narrativa speculativa. Ma è tutta narrativa sociale perché siamo tutti esseri sociali.

Per ora è tutto, da una lettura di due pagine della prefazione al primo volume della raccolta di racconti di Philip K Dick. Ci sono 116 storie nella raccolta. Se…se…

©2011 Translation copyright Gianna Attardo.

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